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giovedì 8 marzo 2018

Parole per i momenti che decidono la storia

C'è la lucida follia di Balboa, avventuriero di pochi scrupoli ed enormi ambizioni, che dopo  essersi fatto largo nella giungla a colpi di machete arriva a contemplare il Pacifico - primo europeo in un mondo che d'ora avanti non sarà più lo stesso. C'è l'incrollabile determinazione di Maometto, il sultano non il profeta, che non arretrerà di fronte a niente per conquistare Costantinopoli, genio e crudeltà per abbattere quelle mura e cambiare una storia millenaria. E c'è la musica che prima ancora che in uno spartito è dentro il cuore di un uomo morto e rinato, perché un giorno, dopo tanta pena, si componga un capolavoro che sarà riscatto e ringraziamento, quel capolavoro che è il Messiah di Händel.

Momenti fatali di Stefan Zweig (Adelphi) - non sono sicuro che questo titolo mi piaccia -  più che un libro sui grandi della storia è un libro sui grandi momenti che hanno segnato la storia. Momenti segnati da una scoperta, una rivelazione, un'impresa - e che come tali si staccano da tutti gli altri. Momenti che hanno rotto un equilibrio, cambiato un destino, chiamato a un bivio decisivo.

Gli uomini no, non è detto che siano stati altrettanto grandi. Come quel momento fatale che ha deciso Waterloo, senza avere come protagonista né Napoleone nè Wellington, ma un mediocre generale che decidendo di non decidere decise le sorti del conflitto.

Bello questo libro, che squaderna la storia per fissarne gli attimi di svolta. Bello perché ci sono gli uomini, protagonisti e allo stesso tempo vittime degli eventi. Bello perchè mescola volontà e destino e all'una e all'altro presta la forza della parola.

La parola quale quella di un grande scrittore come Zweig: di cui è facile raccomandare tutto.

venerdì 13 novembre 2015

Quante storie nel microcosmo di una terra di confine

Ma cosa ci sarà mai da scrivere su questo fazzoletto di terra che a fatica ho sentito nominare solo a proposito di qualche vino e che non saprei nemmeno ritrovare su una carta geografica? Ecco, ho indugiato al lungo, con tutta la diffidenza del caso: ma perché dovrei leggere un libro intero sul Collio? Che me ne faccio?

Beh, se poi ho cominciato a leggere è solo per il nome dell'autore - Emilio Rigatti, che ho già inseguito con la mia bicicletta immaginaria in tanti viaggi - e per la casa editrice - Ediciclo - che raramente mi ha tradito. E sì, certamente anche per il sottotitolo - Altre storie di uomini e orizzonti di qua e di là del Collio. Di qua e di là, questo mi piace. Una prima buona ragione per saperne di più sul Collio, terra che non sarebbe nemmeno immaginabile senza il suo di qua e il suo di là, senza il suo essere terra di confine, terra di passaggio e di separazione.

E quale confine, poi. Non è qui che comincia il mondo slavo, l'immenso mondo slavo che si slancerà olte gli Urali per arrivare fino all'Oceano Pacifico?

Tutto un mondo davanti ma intanto questo microcosmo. Questo fazzoletto di terra, appunto, che Rigatti ama frequentare con la sua bicicletta, a caccia di storie, di chiesette dimenticate, di buone bottiglie di vino. Movimento lento, lentissimo, che solo consente di posare lo sguardo, di respirare l'aria del posto, di cogliere ciò che, in macchina, sarebbe alle spalle in un lampo.

Quante cose che ci sono da raccontare, in questa terra che prima non ero sicuro nemmeno che fosse una terra.  Mica solo saliscendi, vigneti, pale di altare, osterie. Soprattutto persone che è una fortuna raccontare, con le loro storie strampalate e coraggiose. Il collezionista di chilometri in autostop, il contadino che produce il vino in anfore come nella lontana Georgia, l'uomo che ha salvato il disegno dello scampato al lager.

Da leggere davvero Gli alchimisti delle colline di Emilio Rigatti. Stupendosi a ogni pagina di questo microcosmo che è come un negozio di rigattiere stipato all'inverosimile. E che è bello frequentare per dare sfogo alla curiosità. 
 

mercoledì 7 gennaio 2015

Dal Giappone all'America, le donne arrivate dal mare

Ma sono solo dicerie, non è detto che siano vere. Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell'altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo.

Si conclude con questa voce, che non è più quella delle ragazze giapponesi che varcarono il Pacifico per cominciare una nuova vita in America, lo straordinario Venivamo per mare di Julie Otsuka (Bollati Boringhieri), uno dei libri più belli che mi sono capitati negli ultimi tempi. Si conclude con questa voce impastata di garbata rassegnazione, la voce di un'America che intende mettersi in pace con la propria coscienza, facendosi una ragione della sorte dei vicini di casa che da un giorno all'altro sparirono, rimossi e cacciati come il più subdolo dei nemici.

Però prima era loro la voce. La voce delle giovani donne "spose in fotografia", in viaggio dai villaggi del Giappone fino al porto di San Francisco, sbarcate in un mondo che era un altro pianeta, all'inizio del Novecento. Destino di mogli deciso a distanza, che sul ponte di una nave si sono scambiate speranze e fotografie. La voce di immigrate in una terra straniera in cui quasi niente andrà secondo le attese, con mariti dispotici e assenti, lavori umilianti, parole sottratte da una lingua incomprensibile.

Eppure anche figli che saranno messi al mondo, abitazioni per le quali si conquisterà decoro e persino qualche agio, gente che finalmente comincerà ad accorgersi di loro, fosse solo per scambiare un saluto per strada.

Fino al disastro di Pearl Harbour e alla decisione del governo americano di considerare tutti i cittadini americani di origine giapponese un pericolo, potenziali nemici da neutralizzare subito. Un taglio chirurgico e via: un mondo nel mondo di tutti i giorni amputato e nascosto in campi di detenzione.

Voce, anzi voci, perché il miracolo di questo libro costruito sulle storie vere, su tante testimonianze, è proprio questo. Questa voce - lirica e autentica - impastata di molte voci. Questa prima persona plurale, questo noi in cui è declinata l'intera storia. Questa storia che in realtà sono le storie. Questo noi costruito pezzo a pezzo con le storie di ciascuno.

Da leggere assolutamente, anche per riflettere su altre amputazioni della nostra storia.

giovedì 4 luglio 2013

La vita dura di Mark Twain prima di Mark Twain

E' bello tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn. Queste pagine di un Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che finora ha lavorato come mozzo in un battello fluviale e tentato la fortuna come cercatore d'oro. Non a caso il libro ha un titolo che consente ben pochi equivoci: Vita dura.

E c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico. E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. E ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.

venerdì 14 settembre 2012

L'America non esiste. Io lo so perché ci sono stato

Saga famigliare, indagine storica, storia di emigrazione, romanzo di sentimenti e persone che si cercano e si perdono per tutto il tempo di una vita, senza mai trovarsi se non per alcuni sfolgoranti, impagabili momenti.....

Quante cose che sa essere insieme Vita di Melania Mazzucco, libro che ho comprato diverso tempo fa - avevo scoperto, piuttosto genericamente, che parlava degli italiani in America e questo mi aveva incuriosito - e lasciato in attesa di lettura per diverso tempo, certo intimorito anche dalla sua mole non indifferente. Quante cose - e io che non ero affatto preparato, nemmeno avevo capito che Vita non si riferisce al cammino di tutti noi su questa terra, ma è il nome della protagonista...

Storia di una famiglia tra il Sud di Italia e l'America, che si annuncia con la Statua della Libertà e poi diventa troppe cose: fatica, miseria, possibilità, lavoro da schiavi e avvenire che si può inventare, ghetti che alimentano violenza e tubercololosi e spazi sconfinati, verso l'ovest, verso l'oceano, verso un'altra vita.

Storia di due bambini, Vita e Diamante, insieme sulla nave che li porta a New York, uniti da una promessa che più e più volte dovrà infrangersi contro gli scogli appuntiti delle circostanze.

Storia di un popolo condannato all'emigrazione  e di tutto quello che c'è stato dopo - il lavoro per innalzare grattacieli, scavare miniere, stendere ferrovie dall'Atlantico al Pacifico, ma anche i morti ammazzati per strada, la mafia che si dice che non c'è, eppure c'è, come no, anche se si chiama Mano Nera, nome buono per i giornaletti d'avventura.

Storia di partenze e addii, di radici tagliate e di legami ritrovati, di ritorni, anche, magari come figli e nipoti che ritrovano l'Italia come soldati impegnati sulla Linea Gotica...

E dunque, che dirvi, se non che è un libro da leggere, da portare in fondo anche a dispetto di  pagine a volte prolisse e di una storia che a volta si perde - e non è che importi, perché in effetti è proprio bello perdersi.

Riflettendo magari sulla splendida frase in epigrafe di Alain Resnais, da Mon oncle d'Amèrique:

L'America non esiste. Io lo so perché ci sono stato.

Mi sa che vale per chiunque abbia abitato quel sogno.

giovedì 5 luglio 2012

Il cronista che non dimenticò mai per chi scriveva

Ernie Pyle aveva un nome buono per un film di Hollywood di Billie Wilder o Frank Capra e una storia davvero americana, di uomo che si fa dal niente.

Ernie Pyle entrò nel giornalismo dalla porta di dietro, cominciando a scrivere per riviste di aviazione: si diceva che se un pilota si lanciava col paracadute per un'emergenza, lui riceva una telefonata prima che il pilota toccasse terra.

Ernie Pyle amava girare per l'America e raccontare le persone e i posti che incontrava per strada. Non ho una casa, diceva, la casa è dove si ferma l'automobile, dove di volta in volta ricevo la posta. La mia casa è l'America.

Ernie Pyle, all'apice della sua carriera, inviava articoli che venivano pubblicati in contemporanea su 400 quotidiani e 300 settimanali. La gente attendeva le sue parole, le parole di un uomo che non aveva casa.

Quando l'America entrò in guerra contro Hitler - ci racconta splendidamente David Randall in Tredici giornalisti quasi perfetti - anche Ernie Pyle partì.

Una delle prime cose che raccontò all'America fu un bombardamento su Londra e iniziò così:

Quando la pace sarà ritornata in questo strano mondo, un giorno o l'altro voglio venire di nuovo a Londra, affacciarmi su un certo balcone in una notte rischiarata dalla luna e guardare la pacifica curva argentea del Tamigi con i suoi ponti al buio.

Per anni Ernie Pyle raccontò di uomini comuni come lui, scaraventati nell'inferno della guerra. Fu anche fortunato. La scampò diverse volte, divenne il corrispondente di guerra più letto. Era importante che raccontasse di uomini, non di reparti, battaglioni, divise. Raccontò anche il D-Day:


Era un bel gorno per passeggiare sulla riva del mare. Degli uomini dormivano sulla spiaggia, alcuni di loro per sempre....

Era un uomo, un uomo che come tutti aveva paura. Se avessi sentito un altro sparo o visto un altro uomo morto, scrisse, sarei andato fuori di testa. Sapeva che la sua fortuna non sarebbe durata ancora a lungo. Ma quando, dopo la Normandia, avrebbe potuto rimanersene in America a mietere il frutto del suo lavoro, non se la sentì. Ripartì, per il Pacifico.

Ernie Pyle rimase ucciso poche settimane prima della fine della guerra. In tasca gli trovarono un ultimo pezzo:

Nella gioia dell'euforia è facile per noi dimenticare i nostri morti...

E ha ragione David Randall, per cui Ernie Pyle fu semplicemente, magnificamente, il cronista che non dimenticò mai per chi scriveva.





giovedì 15 marzo 2012

L'America raccontata nell'esilio volontario

Inizia con la luce di un faro solitario e poi l'ombra della prima striscia di terra da quando ci si è lasciati alle spalle il Portogallo: Long Island. Poi c'è tutto un continente da attraversare, scoprire, raccontare.

C'è New York - dove cercheremo qualche cosa di simile a quest città nient'altro che città? - con i suoi grattacieli da mozzare il fiato. Ci sono le ferrovie, trionfo dell'acciaio e della macchina, esaltazione di un popolo che sembra nato per mettersi in viaggio. C'è Chicago con le sue industrie, c'è l'infina distesa dell'Ovest, le tolleranti pianure di Sidney Lanier. C'è Los Angeles, la metropoli dei mirabili orrori, c'è la costa affacciata sul Pacifico e il richiamo di quell'altro continente.

E quant'altre cose in questa America che per Emerson , il filosofo, non era nient'altro che la continuazione dell'Inghilterra, figurarsi.

E quanta meraviglia, invece, scorre per le pagine dell'Atlante americano di Giuseppe Antonio Borgese, scrittore oggi molto trascurato (non so se oggi a scuola si legga ancora il suo straordinario romanzo Rubè), e che invece merita senz'altro: anche per questo libro che ci ripropone Vallecchi nella sua collana Off the road.

Merita, merita non solo per l'America raccontata, ma per l'occhio particolare da cui è essa è vista, quella di un intellettuale italiano degli anni del fascismo, quando l'Italia felix, così doveva essere, non poteva essere indulgente con gli States.

Pensare che partito nel 1931 Borgese finì per scegliere proprio l'America. Lì si sposò, per inciso con la figlia di Thomas Mann, lì scelse di abitare in un volontario esilio interrotto solo nel 1948. Ma questa è un'altra storia ancora. 


giovedì 3 novembre 2011

La vita dura del grande Mark Twain

Le notizie sembrano uscire da me per natura, come vino dalla botte. Spesso mi è sembrato che avrei dato la mano destra, se avessi potuto trattenere i miei ricorsi; ma non è stato possibile

Sono convinto che Samuel Langhorne Clemens, che tutti noi conosciamo come Mark Twain, la mano se la sarebbe tagliata per la ragione opposta,  se cioé non fosse più riuscito a scrivere, a dare notizie come vino dalla botte.

Ma questa è una mia personale convinzione, quello che conta è tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.

In Vita dura (Barbès editore) c'è il Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che aveva lavorato come mozzo in un battello fluviale e cercato la fortuna come cercatore d'oro.

E soprattutto c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico.

E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. Ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...