C'è la lucida follia di Balboa, avventuriero di pochi scrupoli ed enormi ambizioni, che dopo essersi fatto largo nella giungla a colpi di machete arriva a contemplare il Pacifico - primo europeo in un mondo che d'ora avanti non sarà più lo stesso. C'è l'incrollabile determinazione di Maometto, il sultano non il profeta, che non arretrerà di fronte a niente per conquistare Costantinopoli, genio e crudeltà per abbattere quelle mura e cambiare una storia millenaria. E c'è la musica che prima ancora che in uno spartito è dentro il cuore di un uomo morto e rinato, perché un giorno, dopo tanta pena, si componga un capolavoro che sarà riscatto e ringraziamento, quel capolavoro che è il Messiah di Händel.Momenti fatali di Stefan Zweig (Adelphi) - non sono sicuro che questo titolo mi piaccia - più che un libro sui grandi della storia è un libro sui grandi momenti che hanno segnato la storia. Momenti segnati da una scoperta, una rivelazione, un'impresa - e che come tali si staccano da tutti gli altri. Momenti che hanno rotto un equilibrio, cambiato un destino, chiamato a un bivio decisivo.
Gli uomini no, non è detto che siano stati altrettanto grandi. Come quel momento fatale che ha deciso Waterloo, senza avere come protagonista né Napoleone nè Wellington, ma un mediocre generale che decidendo di non decidere decise le sorti del conflitto.
Bello questo libro, che squaderna la storia per fissarne gli attimi di svolta. Bello perché ci sono gli uomini, protagonisti e allo stesso tempo vittime degli eventi. Bello perchè mescola volontà e destino e all'una e all'altro presta la forza della parola.
La parola quale quella di un grande scrittore come Zweig: di cui è facile raccomandare tutto.






Sono convinto che Samuel Langhorne Clemens, che tutti noi conosciamo come Mark Twain, la mano se la sarebbe tagliata per la ragione opposta, se cioé non fosse più riuscito a scrivere, a dare notizie come vino dalla botte.
Ma questa è una mia personale convinzione, quello che conta è tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.
In Vita dura (Barbès editore) c'è il Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che aveva lavorato come mozzo in un battello fluviale e cercato la fortuna come cercatore d'oro.
E soprattutto c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico.
E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. Ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.
Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.
Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.