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martedì 24 ottobre 2017

Il bar di Nullo e il mio pub

Ogni tanto qualcuno di noi compare, ma non ce ne accorgiamo subito. Ci sembra all'inizio solo una provvisoria assenza. Serve tempo per capire di quale natura. Se tragica o lieta, se evoluta o forzata. La comprendiamo definitiva quando dall'assente sparisce dagli scaffali il liquore preferito.

Non solo il Bar Sport di Stefano Benni - ormai un piccolo grande classico - c'è anche questo libro a raccontare un'Italia di altri tempi che oggi forse resiste solo in provincia. L'Italia dove si cresceva insieme in un bar, ammazzando il tempo in chiacchiere e giochi di carte, il posto dove tutto era sempre uguale, malgrado il mondo fuori, malgrado gli eventi dei giorni. Un porto sicuro dove ormeggiare. Il flipper, il giornale unto su un tavolo, le paste sotto vetro: e nonostante queste premesse, non propriamente epiche, un teatro che ogni giorno metteva in scena il suo spettacolo, storie e personaggi capaci di resistere più degli amori.

Diego Marani in Vita di Nullo (Nave di Teseo) ci racconta uno di questi personaggi, Nullo appunto. Quello che sembra sempre che non ci sia, ma  che fa male quando non c'è davvero più. Quello che lo prenderesti a schiaffi - perché sembra pagato per fare il bastian contrario - però gli vuoi bene. Lunatico, strampalato, pronto a farsi carico del suo destino di zimbello e capro espiatorio.

Personaggio da bar, intorno al quale girano gli altri, inevitabilmente inchiodati a un soprannome e e una vocazione, come l'inventore di parole e il collezionista di tristezze. Personaggio che alimenta miti e che diventa modo di dire. Le sue  storie passeranno di bocca in bocca, ripetute all'infinito.

E poi tutto il resto: le sere d'estate passate a prendere a schiaffi le zanzare e arimpiangere i baristi di un tempo, il sabato sera alla deriva in discoteca - non esserci era segno di un malessere che diventava presto sospetto - gli anni che passano e la fine del branco.


Pensare che a s crivere questo libro è un uomo - di grandissima penna - che è una vita che lavora a Bruxelles, che si occupa di Unione europea, che si è fatto conoscere anche per l'invezione di una lingua-gioco somma di molte altre lingue. E con tutto questo, si capisce che il cuore e le radici sono ancora lì, al quel piccolo mondo antico che è stato - ed è - il suo bar.

Così come per me, con il mio pub di sempre, quello tra lo stadio e la ferrovia, che è una vita che mi consente chiacchiere e sogni di viaggio, che un giorno, un giorno forse sì.

lunedì 11 settembre 2017

A Mantova saluto l'estate e mi porto via libri e promesse

Ieri in treno, di ritorno da Mantova, dopo le giornate trascorse al Festival della Letteratura che ogni settembre fa di questa città la capitale del libro e prima ancora dei lettori. Di questo sto parlando, non della mia ultima lettura, per una volta. Di un ritorno in  treno, una domenica pomeriggio: e non c'è niente che mi mette più tristezza delle stazioni dei treni la domenica pomeriggio. Un giorno di fine estate, poi.
Come ogni anno è a Mantova che saluto i viaggi, i libri, i festival dell'estate.Ragione sufficiente per una robusta dose di malinconia. Eppure, eppure. Quante cose mi sono portato dietro.

Per esempio gli incontri con alcuni autori da cui quest'anno mi sono fatto coccolare - Jan Brokken e Martin Pollack su tutti - con i loro reportage narrativi, carichi di storia e storie, buona letteratura per entrare nello spirito dei luoghi.

La scoperta di altri autori, che non avevo ancora avuto la fortuna o la capacità di incrociare. Diego Marani, per dirne uno, con il suo libro sul bar del paese e su quel personaggio - Nullo di nome, non di fatto - che pare un personaggio universale: e io a interrogarmi sulle analogie e le corrispondenze che tengono insieme quel bar di paese e il mio pub di quartiere.

Le 400 persone che domenica mattina di buon'ora hanno affollato una sala perboat people dei nostri tempi e dei nostri mari - e non sapevo decidermi: 400 persone riunite così erano un'enormità o erano maledettamente poche, a fronte di un paese che non sa più ascoltare queste storie?
Kim Thúy, scrittrice vietnamita scappata ragazzina dal suo paese su un barcone, per essere bene accolta in Canada. E pensando a lei e alle storie degli altri vietnamiti che in Canada hanno trovato casa e lavoro - e che sono diventati medici, dentisti, ingegneri - pensavo anche ad altre persone -

Le chiacchiere da bar, i discorsi col vicino di sedia, le parole e i sorrisi presi al volo per le strade e le piazze di Mantova. Complicità e connivenze, magari innaffiate di lambrusco. Persone che ho ritrovato qui, dopo averle già incontrate grazie a qualche altro libro che fu galeotto in altre parti di Italia.Altre persone che solo fino all'altro ieri erano un profilo su Instagram o un blog senza volto. L'idea di far parte di una comunità di gente che legge e partecipa e senz'altro rende migliore l'Italia.

Quanti siamo, però! Sì, è vero, magari siamo tutti qui.

I ragazzi che per giornate intere hanno provato a promuovere un bel festival di poesia in Emilia, avvicinando tutti in piazza Sordello, invidia per i loro sorrisi, il loro entusiasmo e la loro maglietta: La poesia è un invito alla felicità.

Tutte le persone che agli incontri hanno sfoderato taccuini, bloc notes, quaderni, pezzi di carta su cui prendere appunti, nemmeno si fosse di nuovo sui banchi di scuola, a prepararsi per un'interrogazione.

Il solito zaino pieno di volumi che presumibilmente si accatasteranno sopra il mio baule delle "letture in attesa".

Pensare che sul treno per qualche attimo, sul treno, ho sentito come una sensazione di vuoto. Sbagliavo, certo. Con tutte le voci, tutte le parole che mi terranno compagnia. In autunno e poi in inverno, prima di ripartire.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...