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giovedì 24 settembre 2015

Con Tex. Con Sandokan. E con tutti gli altri

Vorrei assistere davvero alla loro partenza. Vedere una nave che stacca gli ormeggi e abbandona quella nostalgia di pietra che è il molo, come diceva il grande Fernando Pessoa. Vorrei osservarli bene mentre dal ponte osservano tutti noi farsi più piccoli, interrogandosi su quanto si stanno lasciando indietro: forse altre persone che misteriosamente erano anche loro stessi, prima.

E già che ci sono vorrei che con loro ci fossero anche altri amici che mi hanno tenuto compagnia.
 

Magari Tex che in qualche modo ho sempre considerato l’altro fratellino di Sandokan, benché porti la stella dei rangers, non la lama del pirata. E perché no, anche Corto Maltese, il marinaio, l’avventuriero irrequieto di quell’altro sognatore praticante che è stato Hugo Pratt.
 

Per tutti loro mi rifarei di nuovo ragazzino orgoglioso di cantare a squarciagola la sigla di uno sceneggiato.

Scorre il sangue... nelle vene
Forte vento... nella notte calda si alzerà!
Sandokan! Sandokan!
Giallo il sole la forza mi dà
Sandokan! Sandokan!
dammi forza ogni giorno ogni notte il coraggio verrà...

E sarei davvero più forte, sarei più coraggioso. Riacciufferei quanto ho perso nel cammino.

Anche Emilio, ora. Emilio che scorgo mentre si gira verso Odoardo e gli sorride, una buona volta. E che si permette anche una frase lieve, che sa di amicizia. 


La prossima volta nei Caraibi? C’è un certo corsaro nero che merita di conoscere…
 

Li saluterò per l’ultima volta, libero da ogni rimpianto. Poi forse, girandomi per tornare a casa, mi tornerà in mente una di quelle vecchie illustrazioni, con Sandokan sul ponte della nave abbracciato a una giovane principessa malese.
 

E l’ aurora ci trovò sul ponte del praho, pallidi e commossi, recitava la didascalia.
 

A guardare per bene quel Sandokan superbo era proprio lui.
 

Era Emilio. Era Odoardo. Ero io.

(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

venerdì 27 giugno 2014

Quando l'astronomia diventa un viaggio per tutti

Questo non è un libro di astronomia. O per lo meno non è un libro di astronomia come gli altri. Certo, di astronomia si parla e tanto, ma si parla anche di altro. Di una cosa, in particolare, la mia vita.

Mette le mani avanti, Emiliano Ricci, all'inizio di I viaggi dell'Orsa Maggiore. Alla scoperta delle stelle e dell'astronomia (edizioni Scienza Express). E forse è proprio per due righe così che mi sono avventurato in questo libro, senza temere di esserne respinto, da lettore allergico per partito preso alle cose di scienza.

Ho fatto bene, perchè Emiliano Ricci, da giornalista e divulgatore scientifico di ottima penna, riesce perfino a trasmettere qualche concetto scientifico a uno zuccone quale il sottoscritto. Però fa di più, Emiliano Ricci. Molto di più: trasmette una passione.

Lo fa parlando della sua vita. Raccontando una vita di passione che ha saputo trasformare in studio, lavoro, ricerca, e anche in affetti, in vita sociale, cosa questa assai meno scontata.

Quasi un'autobiografia, certo. Ma non di un Nobel, di uan star della scienza, piuttosto di una persona che in questa passione ha letto fin dall'inizio una sorta di destino. Era scritto nello stesso nome del padre, Sirio.

E allora ecco il babbo che lo porta a vedere le partite della Fiorentina e all'uscita dallo stadio gli parla delle stelle. Ecco il libro di Margherita Hack che gli cambia le vita e la solenne dichiarazione di intenti in salotto, mentre in tv c'è Canzonissima: babbo, mamma, da grande farò l'astronomo. Ecco le notti trascorse insieme con altri ragazzi conquistati dalle stelle, tra una birra e una partita a calcino, sempre con la giusta colonna sonora - e sempre, a degna conclusione, Watcher of the sky dei mitici Genesis, per sentirsi davvero, tutti insieme, "guardiani del cielo".

Ecco i viaggi - perché questo, a suo modo, è anche un libro di viaggi: l'Arizona che non è solo la terra dei Navajos di Tex Willer e di Vil Coyote (nostri comuni miti, adolescienziali e non) ma anche delle più entusiasmanti osservazioni astronomiche; le Hawaii dove non c'è scienziato che in laboratorio non custodisca una tavola da surf; e un lago dell'Austria dove arrivare in tempo per contemplare la meraviglia di un'eclissi, emozione che sta appena sotto all'emozione per la nascita di un figlio....

Eppure il viaggio più bello deve essere stato nella testa della gente, nel tentativo di incuriosirla e appassionarla ai fatti del cielo, perché l'astronomia non può, non deve essere cosa solo di scienziati un po' svitati. E allora questa è anche la storia dell'astronomia in strada, dei telescopi puntati da piazza della Signoria e da altri luoghi sacri della storia fiorentina. E' la storia di migliaia di persone i cui sguardi per la prima volta si sono davvero avvicinati alle stelle...

E fosse solo per questo, per questa passione viva per cui anche alla scuola dei figli ora chiamano Emiliano il "babbo delle stelle", per questa passione che non si è rinchiusa in un laboratorio ma ha acceso qualcosa perfino dentro il sottoscritto, ecco, anche solo per questo, merita leggere I viaggi dell'Orsa Maggiore: a costo di fare i conti perfino con una goccia di invidia.



martedì 29 ottobre 2013

Come nel Far West: il pericolo pubblico numero uno

In più qualche vecchia foto, anch'essa con i segni del tempo: i contorni che hanno perso il nitore, il bianco e nero ingrigito, le screpolature che solcano i volti e le fisionomie, inevitabili malgrado tutta la cura con cui sono state custodite. Allo stesso modo delle foto conservate negli album dei vostri nonni. Quelle che ogni tanto saltano fuori dai bauli in soffitta o dalle pagine di un libro dove sono rimaste per mezzo secolo. E che capita di trovare anche ai mercatini delle pulci, nelle scatole da scarpe dove una volta si raccoglievano le cartoline postali.

Mi intriga il mistero delle vite fermate in un'inquadratura. Soprattutto ai tempi in cui la fotografia era una posa, un'occasione speciale, una cerimonia da abito buono. Mica come oggi, con gli scatti a ripetizione degli apparecchi digitali o dei cellulari, che è un po' la pesca a strascico delle immagini.
 

Ora punta il dito, Bruna. Quindi me la porge, indice e pollice a stringere con delicatezza l'angolo: è questa la fotografia che vuole mostrarmi. Quasi facesse le presentazioni. E in un certo senso è così: lo vedo per la prima volta.
 

È lui, il babbo di Bruna: Ubaldo Cecchi.
 

Il delinquente di cui nel frattempo ho appreso qualcos'altro.
 

Ubaldo Cecchi: il grande ricercato, nella Firenze del dopoguerra. Colui che poliziotti e cronisti ebbero gioco facile a indicare come il pericolo pubblico numero uno.
 

Proprio così si diceva allora. Allo stesso modo che nel Far West di Tex Willer. 
Il pericolo pubblico numero uno.
 

Ubaldo Cecchi, il delinquente.
 

Distinto com'è, con quel sorriso da maschio latino, quell'espressione di chi la sa lunga, non si direbbe.

(da Paolo Ciampi, Il babbo era un ladro, Romano editore)

martedì 3 settembre 2013

Le fotografie del "pericolo pubblico numero uno"

In più qualche vecchia foto, anch'essa con i segni del tempo: i contorni che hanno perso il nitore, il bianco e nero ingrigito, le screpolature che solcano i volti e le fisionomie, inevitabili malgrado tutta la cura con cui sono state custodite. Allo stesso modo delle foto conservate negli album dei vostri nonni. Quelle che ogni tanto saltano fuori dai bauli in soffitta o dalle pagine di un libro dove sono rimaste per mezzo secolo. E che capita di trovare anche ai mercatini delle pulci, nelle scatole da scarpe dove una volta si raccoglievano le cartoline postali.

Mi intriga il mistero delle vite fermate in un'inquadratura. Soprattutto ai tempi in cui la fotografia era una posa, un'occasione speciale, una cerimonia da abito buono. Mica come oggi, con gli scatti a ripetizione degli apparecchi digitali o dei cellulari, che è un po' la pesca a strascico delle immagini.
 

Ora punta il dito, Bruna. Quindi me la porge, indice e pollice a stringere con delicatezza l'angolo: è questa la fotografia che vuole mostrarmi. Quasi facesse le presentazioni. E in un certo senso è così: lo vedo per la prima volta.
 

È lui, il babbo di Bruna: Ubaldo Cecchi.
 

Il delinquente di cui nel frattempo ho appreso qualcos'altro.
 

Ubaldo Cecchi: il grande ricercato, nella Firenze del dopoguerra. Colui che poliziotti e cronisti ebbero gioco facile a indicare come il pericolo pubblico numero uno.
 

Proprio così si diceva allora. Allo stesso modo che nel Far West di Tex Willer. 
Il pericolo pubblico numero uno.
 

Ubaldo Cecchi, il delinquente.
 

Distinto com'è, con quel sorriso da maschio latino, quell'espressione di chi la sa lunga, non si direbbe.

(da Paolo Ciampi, Il babbo era un ladro, Romano editore)

sabato 16 marzo 2013

Se la prossima volta sarà nei Caraibi

Vorrei assistere davvero alla loro partenza. Vedere una nave che stacca gli ormeggi e abbandona quella nostalgia di pietra che è il molo, come diceva il grande Fernando Pessoa. Vorrei osservarli bene mentre dal ponte osservano tutti noi farsi più piccoli, interrogandosi su quanto si stanno lasciando indietro: forse altre persone che misteriosamente erano anche loro stessi, prima.
 

E già che ci sono vorrei che con loro ci fossero anche altri amici che mi hanno tenuto compagnia.
 

Magari Tex che in qualche modo ho sempre considerato l’altro fratellino di Sandokan, benché porti la stella dei rangers, non la lama del pirata. E perché no, anche Corto Maltese, il marinaio, l’avventuriero irrequieto di quell’altro sognatore praticante che è stato Hugo Pratt.
 

Per tutti loro mi rifarei di nuovo ragazzino orgoglioso di cantare a squarciagola la sigla di uno sceneggiato. 
Scorre il sangue... nelle vene
Forte vento... nella notte calda si alzerà!
Sandokan! Sandokan!
Giallo il sole la forza mi dà
Sandokan! Sandokan!
dammi forza ogni giorno ogni notte il coraggio verrà...

 

E sarei davvero più forte, sarei più coraggioso. Riacciufferei quanto ho perso nel cammino.

Anche Emilio, ora. Emilio che scorgo mentre si gira verso Odoardo e gli sorride, una buona volta. E che si permette anche una frase lieve, che sa di amicizia. 


La prossima volta nei Caraibi? C’è un certo corsaro nero che merita di conoscere…
 

Li saluterò per l’ultima volta, libero da ogni rimpianto. Poi forse, girandomi per tornare a casa, mi tornerà in mente una di quelle vecchie illustrazioni, con Sandokan sul ponte della nave abbracciato a una giovane principessa malese.
 

E l’ aurora ci trovò sul ponte del praho, pallidi e commossi, recitava la didascalia.
 

A guardare per bene quel Sandokan superbo era proprio lui.
 

Era Emilio. Era Odoardo. Ero io. 

(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

sabato 27 ottobre 2012

Il ragazzino che sfidava le frontiere come Tex

Peste e corna! esclama Tex Willer, e se per questo anche il suo amico Kit Carson, quando incappa in un agguato o in qualche altra brutta sorpresa. Peste e corna! ripete Emil Costantin Sabau, ragazzino di 13 anni, immigrato illegalmente in Italia. Lui Tex non lo ha comprato in edicola. L'ha trovato in un magazzino in cui cercava rifugio. La carta avrebbe dovuto proteggerlo dal freddo, gli ha regalato un sogno.

E' un libro intenso e tenero, forte e leggero, Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani di Fabio Geda, libro che precede il successo di Nel mare ci sono i coccodrilli (io però l'ho letto solo ora, nella nuova edizione Feltrinelli) ma che di Geda evidenza già tutte le qualità, a partire da quella di una scrittura che io direi al servizio della vita.

Finisce che non lo mollate più Emil, questo ragazzino cresciuto troppo in fretta eppure ancora necessariamente ragazzino, insieme duro e affamato di tenerezza. Allo stesso modo degli altri personaggi del libro che ne ascoltano il richiamo e lo accolgono nella propria vita.

Finché questo libro diventa quello che non ti aspetti. Più che una storia di immigrazione e di adolescenza rubata, uno stravagante viaggio attraverso l'Europa, sulle ali del caso e dell'ostinazione.

E con Emil ci siete anche voi, a Berlino come a Madrid. Ci siete e quei treni non sono più treni, ma mustang al galoppo attraverso le grandi praterie, destinazione finale Arizona o Colorado o non importa dove, ovunque ci sia l'ultima tribù che possa abbracciarti forte.

martedì 9 agosto 2011

Il ragazzino che attraversa l'Europa come Tex

Peste e corna! esclama Tex Willer, e se per questo anche il suo amico Kit Carson, quando incappa in un agguato o in qualche altra brutta sorpresa. Peste e corna! ripete Emil Costantin Sabau, ragazzino di 13 anni, immigrato illegalmente in Italia. Lui Tex non lo ha comprato in edicola. L'ha trovato in un magazzino in cui cercava rifugio. La carta avrebbe dovuto proteggerlo dal freddo, gli ha regalato un sogno.

E' un libro intenso e tenero, forte e leggero, Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani di Fabio Geda, libro che precede il successo di Nel mare ci sono i coccodrilli (io però l'ho letto solo ora, nella nuova edizione Feltrinelli) ma che di Geda evidenza già tutte le qualità, a partire da quella di una scrittura che io direi al servizio della vita.

Finisce che non lo mollate più Emil, questo ragazzino cresciuto troppo in fretta eppure ancora necessariamente ragazzino, insieme duro e affamato di tenerezza. Allo stesso modo degli altri personaggi del libro che ne ascoltano il richiamo e lo accolgono nella propria vita.

Finché questo libro diventa quello che non ti aspetti. Più che una storia di immigrazione e di adolescenza rubata, uno stravagante viaggio attraverso l'Europa, sulle ali del caso e dell'ostinazione.

E con Emil ci siete anche voi, a Berlino come a Madrid. Ci siete e quei treni non sono più treni, ma mustang al galoppo attraverso le grandi praterie, destinazione finale Arizona o Colorado o non importa dove, ovunque ci sia l'ultima tribù che possa abbracciarti forte.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...