Visualizzazione post con etichetta Isaac Singer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Isaac Singer. Mostra tutti i post

sabato 12 settembre 2015

Con Israel Singer, la rovina del libertino

Nei quarantaquattro anni dellla sua vita Sender Prager non si era mai sentito così insicuro e disarmato come durante le poche settimane del suo fidanzamento con Edye Barenboim, una ragazza che aveva la metà dei suoi anni.

Ecco, comincia così, questa storia crudele di Israel Singer, lo scrittore che a distanza di molti (troppi) anni alcuni stanno cominciando a considerare non meno talentuoso del fratello Isaac. Riconoscimento obbligato, dopo aver letto La famiglia Karnowski.  In attesa, si auspica, di molte altre pagine che attendono di essere scoperte.

Come per questo breve racconto - Sender Prager, appunto (Adelphi) - se si vuole parabola umana già altre volte raccontata: il libertino impenitente - perché mai dovrei prendere una moglie per gli altri, dal momento che potrei prendere le mogli degli altri per me? - che comincia a sentire il passare del tempo e con l'età non può più sottrarsi a certe inquietudini. La decisione di sposarsi e da qui tutta una serie di conseguenze che lo porteranno alla rovina.
Sì, altre volte abbiamo letto di fortune che si disfanno, di precipizi che si spalancano sotto i piedi, di giorni che chiedono di pagare con gli interessi tutti i debiti. Ma si sa, non è mai solo la storia: è come c'entri dentro, come la racconti. E qui c'è la magia della scrittura di Singer - Israel Singer - capace di restituirci un personaggio a tutto tondo ma anche la Praga ebraica che non c'è più.

martedì 11 agosto 2015

Singer, l'Infanzia nella Varsavia che non c'è più

Ci sono libri che dovrebbero essere un groppo di rimorsi e rimpianti, per un mondo che non c'è più: soprattutto se a farlo sparire  è stato il peggio dell'uomo.

Questo dovrebbe essere uno di quei libri, senz'altro: con le sue storie di una Varsavia ebraica che non c'è più, cancellata nella sua gente e nella sua lingua, spazzata via mattone su mattone, fino alle fondamenta. Eppure no, queste non sono pagine del rimorso e del rimpianto. Non destano quelle sensazioni che, per dire, poche settimane fa ho provato aggirandomi per Varsavia, per quei luoghi che non sono più quei luoghi, amputati di un passato che solo qualche targa o un monumento prova a riacciuffare.

Fin dal titolo questo è un libro intriso di dolcezza. I ricordi non fanno male, anzi, sono un modo di riconciliarsi con se stessi. Un giorno di felicità, così si intitolano le memorie di Isaac B. Singer. Il figlio di un rabbino povero alle prese con la varia umanità degli ebrei di Varsavia. Religiosi e operai, piccoli negozianti e artigiani. Il lattaio amico di famiglia e l'amico ribelle. Una galleria di figure e vicende quotidiane. La storia di un'infanzia a suo modo felice, nonostante gli stenti. Vita di uno scrittore che non è ancora scrittore, che nemmeno può fantasticare, sulla possibilità di diventare scrittore: e che pure da quel mondo tirerà fuori la materia prima dei suoi libri.

Chi lo poteva immaginare, era ancora niente. Quel mondo, che era perfino antico, si apprestava a sparire di colpo. Chi lo poteva immaginare.

venerdì 31 luglio 2015

Padri e figli nella saga della famiglia Karnowski

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso stimati per la vasta erudizione e l'intelligenza penetrante. 

Ecco, comincia così, con il passo del grande classico, senza la presunzione di volerlo essere a tutti i costi. Comincia con un colpo d'occhio che guarda lontano e annuncia la saga famigliare. Comincia con la sicurezza del narratore che sa dominare lo spazio e il tempo e le vicende che nello spazio e nel tempo si distendono.

E parola su parola, pagina dietro pagina, ecco La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, romanzo che mi lascia dietro una bella scia di interrogativi - come devono fare tutti i grandi romanzi - ma uno su tutti: come è possibile che questo libro, uscito nel 1943, sia rimasto in un cono d'ombra per così tanto tempo?

Il tempo, che non sempre è spietato, sta finalmente risarcendo chi ha avuto il solo torto di essere il fratello di uno straordinario scrittore, universalmente conosciuto. Buon per l'Adelphi, la casa editrice che ce lo ha riproposto, e buon per tutti noi.

E allora, se non l'avete ancora fatto, leggete la Famiglia Moskat di Isaac Singer e poi passate alla Famiglia Karnowski di Israel Joshua (o viceversa). Le stesse radici, più o meno anche lo stesso arco temporale, ma anche due pezzi diversi dello stesso mosaico. Nel primo caso il mondo ebraico dell'Europa Orientale cancellato dalla Shoah. Nel secondo, quel mondo che si mette in cammino verso l'occidente, che si fa altro, che almeno in parte trova scampo.

La saga dei Karnowski comincia con Daniel, che lascia il suo villaggio nell'Est e sceglie Berlino:  Si era sentito attratto - scrive Israel Joshua -  dal paese al di là della frontiera, da cui veniva tutto ciò ciò che era buono, illuminato, razionale. E figurarsi, chi avrebbe mai potuto pensare che proprio da quel paese sarebbero piombate un giorno la morte e la devastazione?

Ci sarà anche chi da Berlino riuscirà ad arrivare in America. E l'America sarà allo stesso madre e matrigna, terra di accoglienza e di straniamento. Ma con tutto questo la Famiglia Karnowski non è, non è solo, un romanzo sull'esilio e la persecuzione dei giovani con gli stivali (mai una volta ai nazisti si concede di essere chiamati tali).

Per esempio, è un anche un libro, anzi un capolavoro, sul tempo che passa e sulle generazioni che si succedono, con i propri diritti e i propri torti. Sulle scelte che separano. Sui figli che voltano la schiena ai padri e sui padri che non riconoscono più i figli. E sulle radici che, prima o poi, si lasciano ritrovare. Sugli affetti che non muoiono una volta per tutte.

Sulle persone che gli anni e le circostanze ci fanno riscoprire uguali dopo che testardamente ci eravamo pretesi diversi.

Bello, coinvolgente, commovente.





lunedì 16 giugno 2014

L'uomo che raccontò il ghetto di Varsavia e non fu creduto

Il testo in sè sono solo poche pagine e verrebbe da dire: si possono leggere in poco, non fosse che pagine così non finiscono più di essere lette, non cessano di aggrapparsi al cuore e di affondare nella nostra carne viva le loro domande senza risposta. In tutta la letteratura della Shoah troviamo poco di altrettanto sconvolgente come Yossl Rakover si rivolge a Dio, l'estremo messaggio che un combattente del ghetto di Varsavia affida a chi verrà, mentre il cerchio della morte si stringe intorno a lui.

Sono parole di sgomento e di fede nonostante tutto, parole per cercare di dare un senso al Dio che si è nascosto - Credo nel Dio d'Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti.

Eppure, del libro pubblicato ad Adeplhi, mi sembrano ancora più straordinarie le pagine - assai più abbondanti - con cui Paul Bodde ricostruisce la storia di questa opera. Perché di opera si tratta e non di testimonianza delle ultime ore della disperata resistenza di Varsavia. Un'opera che ha sempre avuto un suo autore, Zvi Kolitz, ebreo lituano che ai tempi della Shoah non era nemmeno in Europa, ma combatteva in Palestina. E che non ha fatto nulla per nascondersi, anzi. Solo che il mondo non gli ha mai creduto, convinto che pagine così non potessero arrivare che dall'inferno di Varsavia, essere testimonainza autentica.

Ci ha provato in molti modi, il buon Zvi Kolitz, che questo testo pubblicò in Argentina nel 1946 per poi trasferirsi a New York, dove ha continuato a scrivere e, tra le altre cose, è diventato buon amico di Isaac Singer. Però non ci è stato nulla da fare, non poteva che essere un millantatore.

Come perdonarglielo? Sarebbe un precedente pericoloso! Così facendo, non ci vuole nulla poi per sostenere che anche Auschwitz è un'invenzione, e via di questo passo....

Eppure era andata proprio così. Come si narra che un giorno il rabbino di Praga avesse creato il Golem dall'argilla, così Zvi Kolitz con le parole aveva dato vita - vita autonoma - a Yossl Rakover.

Un giorno sarebbe arrivata una testa come
Emmanuel Lévinas a dire di questo testo che era  "vero come solo la finzione può esserlo". Soprattutto sarebbe arrivato Paul Bodde, a trovare l'originale, stampato su una rivista oggi introvabile, conservata all'istituto ebraico di Buenos Aires che negli anni Novanta fu distrutto da un terribile attentato neonazista.

Verità e finzione che si inseguono e sovrappongono ancora una volta. Quel testo che si diceva spuntato tra le macerie e le ossa di Varsavia ed è finito sepolto tra le macerie e le ossa di Buenos Aires.

 

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...