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lunedì 26 ottobre 2015

Collezionare mosche, abbracciare il mondo

Tutti nell'intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti.

Per accorgersene, o almeno per cominciare a coltivarne il sospetto, è consigliatissimo questo libro, uno dei più curiosi, strampalati, indefinibili, affascinanti che mi siano capitati negli ultimi anni. Già dal titolo, che sembra congegnato per mettere in fuga qualsiasi aspirante lettore che non rientri nel novero (immagino ristretto) degli appassionati di entomologia: L'arte di collezionare mosche. Autore lo svedese Fredrik Sjoberg, editore, come al solito per quanto riguarda i piccoli grandi libri che arrivano dal Nord, Iperborea.

Cosa sia davvero questo libro non è facile dirlo. Anzi, non ci sono riuscito nemmeno terminata la lettura: ed è parte importante del suo fascino. Romanzo, saggio, chiacchiera e divagazione.

C'è un'isola meravigliosa dell'arcipelago intorno a Stoccolma. C'è l'autore con il suo vizio di collezionare insetti, anzi, mosche, anzi una specifica famiglia di mosche, i sirfidi, che abbondano su quell'isola idilliaca. E da questi esseri viventi che quasi sempre sono per noi solo una fonte di fastidio se non di disgusto, quali pensieri, quali riflessioni sulla vita e tutto ciò che abbiamo dentro e ci circonda.

C'è grande umorismo, in queste pagine. Ma con la leggerezza ci sono anche tante cose importanti: perché dalle mosche, vai a capire come, si arriva a parlare di paesaggi dell'anima, di lentezza, di poesia dell'attesa. Si vola verso luoghi lontani, che l'immaginazione e la lettura  ci permettono di raggiungere, tanto da arrivare fino a una remota penisola siberiana il cui nome io avevo appreso solo sul Risiko. E ci scoprano tante figure curiose e dimenticate, esploratori e scienziati.

Può bastare? Sono convinto che a rileggerlo ne scoprirò, di altre cose


martedì 21 febbraio 2012

Il poeta che divenne tale grazie agli insetti

Un giorno mi imbattei in un mio simile. No, non un visitatore, un professore o qualcosa del genere, lavorava al museo.... Era così distratto o privo di pregiudizi che mi trattava come un adulto. Era uno di quegli angeli custodi che ogni tanto apparivano nella mia infanzia e mi sfioravano le ali.


Così racconta Tomas Transtromer, il più grande poeta vivente scandinavo e Nobel per la letteratura 2011, in I ricordi mi guardano (Iperborea), piccolo delizioso libretto in prosa in cui racconta della sua adolescenza.

Pagine in cui scopriamo che il grande poeta non è nato con la poesia, no. O che almeno non è diventato tale grazie a quello che consideriamo poesia.

Non le letture di Ovidio, Shakespeare o quant'altri hanno fatto sì che Tomas Transtromer diventasse Tomas Transtromer, ma forse proprio quello sconosciuto incontrato in un museo della scienza, frequentato per una di quelle impetuose passioni da ragazzino che forse possono celare una vocazione, o forse no.

Un professore o qualcosa del genere. Una persona che con il ragazzino condivide la stessa passione per le scienze naturali. Anzi, per l'entomologia.

Forse diventerà uno scienziato, quel ragazzino. O forse... forse qualcos'altro, perché se la poesia ha a che vedere con la bellezza, è proprio questo che gli portano in dono gli insetti.

Senza rendermene conto feci molte esperienze di bellezza. Mi muovevo nel grande mistero. Imparavo che la terra era viva e che esisteva un mondo infinitamente grande che strisciava e volava e viveva la sua ricca vita senza curarsi minimamente di noi.

E' proprio in quel momento che nasce un poeta che forse avrebbe potuto diventare uno scienziato.

Con quel professore, con quegli insetti.

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