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venerdì 2 dicembre 2016

Storia dell'ereditiera sparita dalle sue ville

Ma chi è la persona che possiede  Le Beau Chateau, che è la villa più costosa di tutto il Connecticut, insieme a quell'altra residenza a Santa Barbara, a picco sul Pacifico, più diversi appartamenti sulla Quinta Strada di New York, l'indirizzo più esclusivo nella città più cara d'America? Come mai in quelle case dove non mancano quadri di Renoir appesi al salotto, autentici Stradivari e inestimabili collezioni di bambole antiche pare che non ci sia traccia di vita? E chi può permettersi di possederle senza abitarle e tanto meno affittarle?

Sembrano interrogativi degni di un ispettore delle tasse o di un esperto di mercato immobiliare, invece alimentano uno dei libri più curiosi e intriganti che mi siano capitati negli ultimi tempi. Dimore vuote di Bill Dedman e Paul Clark Newell (Neri Pozza) sa essere insieme inchiesta, romanzo, spaccato sociale, storia di vita raccolta pezzo a pezzo, come le tessere di un mosaico.

E come tutte le vicende che meglio si prestano a essere raccontate tutto comincia per caso, se non addirittura per sbaglio. Ovvero quando uno degli autori - Bill Dedman - si mette a cercare casa e si lascia tentare da annunci di abitazioni che non si sarebbe mai potuto permettere (esercizio di ambizione tipicamente americano). E' questo il modo con cui arriva a Le Beau Chateau, rimane a bocca aperta e fiuta la storia: quella magnifica proprietà è disabitata da più di mezzo secolo.

Emerge un nome: Huguette Clark, ereditiera dalla leggendaria ricchezza. Ma emerge anche la storia di un'assenza. La storia di una donna che al mondo poteva permettersi tutto e che dal mondo invece si è chiamata fuori. Che poteva frequentare la società più esclusiva e invece ha deciso di sparire, fino a trascorrere l'ultimo ventennio della sua lunga vita - lei che è morta a quasi 105 anni - in ospedale. Per scelta, non per ragioni di salute.

Potrebbe essere l'americano più famoso di cui gli americani nostri contemporanei non hanno mai sentito parlare, dicono gli autori. E c'è davvero una storia da raccontare, poco importa che anche mettendo insieme titoli di proprietà e album fotografici sui misteri del cuore non si potrà mai davvero fare piena luce: sono le domande che contano, le domande e la sensazione di essere un po' più vicini alla risposta.



 

mercoledì 13 novembre 2013

La donna cieca che vide nel cuore di Mark Twain

E dunque c'è Mark Twain, che è un autore di successo, letto e acclamato, un uomo che si è fatto conoscere e amare per la sua penna capace di distrarre e divertire. E c'è Helen Keller, una donna a cui la vita sembra aver sottratto tutto, sorda e cieca com'è fin da piccola. Voi su quali spalle carichereste il fardello del dolore?

Meglio non dare niente per scontato.  Da One on One di Craig Brown (edizioni Clichy) traggo la storia di un altro incontro straordinario. Stormfield, in Connecticut, febbraio 1909. Mark Twain ed Helen Keller si incontrano.

Mark Twain, secondo copione, recita la parte del buontempone. Fa gli onori di casa, offre té e toast imburrati, la accompagna nella sala da biliardo. E non è facile accorgersene, ma Helen riesce a percepire la tristezza che lo affligge. Sarà che il dolore rende riconoscibile il dolore. Sarà che Helen, nella lotta di una vita intera che un giorno sarà raccontata nel film di Arthur Penn, Anna dei miracoli, ha saputo rendere più ampia e ospitale la sua stessa vita.

E' lei l'unica a capire che Mark Twain è un uomo che nella vinta ha anche perso molto. Prima di tutto una moglie e una figlia, portate via dalla malattia.

A Mark Twain viene voglia di confessarsi: Mi sento molto solo, a volte, quando sto seduto davanti al fuoco dopo che i miei amici se ne sono andati. I pensieri seguono le tracce del passato. Ripenso a Livy e Susy e mi sembra di annaspare nelle oscure pieghe di un sogno confuso....

Non si sarebbero più rivisti. Mark muore l'anno successivo. Non so se portandosi il ricordo di quella donna cieca, che aveva visto più lontana di tutti nel suo cuore.  

martedì 8 maggio 2012

Il pescatore di aragoste scrittore a 98 anni

Il pescatore di aragoste che imparò a leggere a 92 anni e che a 98 riuscì a diventare anche uno scrittore.... che bella storia, quella pescata, è proprio il caso di dire, da Paolo Maestrelli, inviato a New York per La Stampa. Una storia che davvero avrebbe fatto contento Alberto Manzi, ricordate?, il maestro degli italiani, quello che negli anni Sessanta con le sue lezioni televisive strappò migliaia di italiani all'analfabetismo.

Non è mai troppo tardi, si chiamava il programma del maestro Manzi. E che non è davvero mai troppo tardi ce lo insegna la storia di James Arruda Henry - un nome che se non è uno pseudonimo può essere solo o di un grande scrittore o di un grande poveraccio.

Figlio di disgraziati immigrati dalle Azzorre, solita storia di alcolismo e miseria in famiglia, James fu costretto a lasciare la scuola ad appena 8 anni. Il suo futuro poteva essere solo la fatica per mare, che non esige confidenza con quegli strani sgorbi di inchiostro. Per una vita intera si vergognò della sua ignoranza e la nascose anche ai famigliari. Riuscì a mantenere il segreto, in un modo o nell'altro. Per esempio al ristorante, quando aspettava che gli altri leggessero il menù per poi ordinare la stessa cosa.

Solo quando la moglie si ammalò, passati i 90 anni, James dovette chiedere aiuto alle figlie, rivelando il suo segreto. E da lì è cominciata un'altra storia.

Pare che si sia deciso a studiare dopo aver ricevuto da un nipote il libro che raccontava la storia di uno schiavo nero che aveva imparato a leggere e scrivere a quasi 100 anni. E se è così questa è anche la storia di un libro che raccontando una storia "impossibile" ne rende "possibile" un'altra.

E questa è la storia di James Arruda Henry, autore del libro A Fisherman's Language, da non confondere con Henry James, lo scrittore. O forse sì.

James Arruda Henry, di Mystic, costa del Connecticut. Mystic, altro nome che forse non è solo una combinazione. 


sabato 12 novembre 2011

James Hillman e il tempo che scivola via

Com'è morire?, domanda Silvia Ronchey a James Hillman, lo psicanalista americano che con libri come Il codice dell'anima e Saggio su Pan, ci ha regalato nuovi modi di vedere e intendere non solo la morte, ma soprattutto la vita.

Com'è morire?, gli ha chiesto Silvia Ronchey, che non è solo la studiosa del mondo bizantino o la biografa di Ipazia di Alessandria, ma una donna che sa affondare lo sguardo nelle domande che più di tutte contano e che per questo si è spinta fino alla casa del Connecticut dove James Hillman ha abitato gli ultimi sui giorni su questa terra.

E così le ha risposto James Hillman, con parole che, certo, non sono solo le parole di un'intervista su Tuttolibri:

Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos'è o dov'è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho "perso" nel senso comune di  "perdere". Non c'è perdita in quel senso. C'è la fine dell'ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E' molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un'enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo....

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...