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domenica 8 settembre 2013

Di un autore contano solo le opere

Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere.

(quando contano, naturalmente)

Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra.

Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura.

(Italo Calvino, lettera)

venerdì 5 ottobre 2012

Tutte le vite hanno una storia, ma poche sono scritte

Si sa cosa capita a chi racconta la vita di un altro: che poi perde la sua.

E' una riflessione di Eugenio Baroncelli, scrittore di Ravenna, biografo di mille vite, di cui qualche tempo fa ha parlato Roberto Saviano nella sua rubrica su L'Espresso.

Come persona che qualche vita ha provato a raccontarla non so se sono del tutto d'accordo: più che perderla, la propria vita, magari si finisce per complicarla, facendo propria anche la vita di altri.

Però mi piace molto quello che Saviano scrive di Baroncelli e della sua singolare propensione a raccontare biografie di persone poco note. Che poi per il lettore è la possibilità di far parte di quelle stesse vite, di illuminarle e riabilitarle.

Dice Saviano, a proposito di queste biografie:

Scandagliano l'umanità, la sintetizzano e riescono nell'impresa più complessa per il solitario mestiere di narrare: far sentire meno soli.
Quelle biografie danno la sensazione di appartenere alla molteplicità umana. A tutto quel rumore e a quel silenzio condiviso a cui sembra bello appartenere.

Parole che mi piacciono moltissimo e che accosto a quelle di Per Olov Enquist (l'autore del Medico di corte):

Tutte le vite hanno una storia, ma poche vengono scritte.

venerdì 16 settembre 2011

Irène Némirovsky e la biografia di una figlia

Ci sono biografie che non sono solo biografie, non possono assolutamente esserlo. Soprattutto se lei si chiama Irène Nèmirovsky, una delle più grandi scrittrici europee del Novecento, e se a raccontare la sua vita è una figlia, che quasi non l'ha conosciuta, e che anzi, per quasi tutta la vita ha provato a dimenticarla, dilaniata tra la voglia di rimozione e la persistenza della recriminazione.

Non ho ancora letto Mirador. Irène Nèmirovsky, mia madre, scritto qualche anno fa da una delle due figlie della scrittrice, Elisabeth Gille, e solo ora pubblicata in Italia da Fazi. Ma che tempesta di emozioni che scatena la storia di Irène e delle sue figlie.

Lei è l'esule russa che in Francia si è affermata con la forza delle sue parole. L'ebrea che dopo l'occupazione nazista non fa niente per mettersi in salvo, benché non le manchi la possibilità. L'arresto avviene un pomeriggio di luglio del 1942, nemmeno un mese dopo segue la morte ad Auschwitz.

Dopo che anche il padre è stato catturato, le figlie riescono a scappare, trascinandosi dietro una pesante valigia piena di carte. Dentro ci sono capolavori come Suite francese, che saranno scoperti solo anni e anni più tardi.

Elisabeth si salva, viene affidata a una coppia di amici della famiglia, fa la sua vita. La madre è un ricordo confuso, una persona che si congeda da una bambina a nemmeno cinque anni, un rimpianto e forse anche un rancore. Perché Elisabeth non le ha mai perdonato la rassegnazione con cui è andata incontro alla morte, senza tentare nemmeno un passo per salvarsi.

Passerà quasi una vita, perché Elizabeth ritrovi sua madre, raccontando una donna che in pratica non ha mai conosciuta. Di lei - e del padre - racconta questo la sorella Denise (Elisabeth nel frattempo è morta di cancro) in un'intervista alla giornalista Brunella Schisa:


Per decenni abbiamo continuato a pensare che fossero vivi, liberati dai russi e forse affetti da un'amnesia che gli impediva di tornare a noi. Abbiamo fatto di tutto per non ammettere la realtà. E, quando siamo state costrette ad accettarla. Elisabeth non ne ha voluto più parlare. Il prezzo del suo equilibrio era la rimozione...



Davvero, ci sono biografie che non sono solo biografie. Sono vite che si incontrano, o che meglio ancora si incontrano di nuovo. Talvolta riescono addirittura a essere degli straordinari atti di riconciliazione.

lunedì 2 maggio 2011

Per la vita dei grandi bastano tre paginette

Ci sono Voltaire e Zenone, Baudelaire e Teresa d'Avila, Freud e Pitagora, Balzac e Ildegarda de Bingen, ci sono loro e ci sono tanti altri personaggi, tante altre figure che hanno lasciato il loro segno. Scrittori e mistici, poeti e sapienti, sovversivi dello spirito e sognatori. Che galleria, quella che percorriamo con Silvia Ronchey ne Il guscio della tartaruga, magari scoprendo che per raccontare la loro vita, per spremerne il succo, non c'è bisogno di volumi ponderosi, possono bastare anche tre paginette di parole distillate.

Che cosa hanno in comune? Che cosa raccontano davvero le loro vite?

Forse il genio, la forza della creatività, la fame di profondità.

Forse. Ma in comune c'è soprattutto lo sguardo di una storicache non si accontenta di mettere insieme nomi e date (date, anzi, non ce ne sono proprio), ma che cerca lampi di umanità, frammenti di vita autentica.

Questo non è un dizionario di uomini (e donne) illustri.

Piuttosto una trama di citazioni, profonde, illuminanti, spiazzanti, essenziali per il tessuto del nostro passato, del nostro presente.

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