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lunedì 23 dicembre 2013

Il bello delle presentazioni è che i libri non sono gli stessi

Finito un bel giro di presentazioni del mio ultimo libro, Il babbo era un ladro, posso almeno dire una cosa: non so quanto sono riuscito a motivare alla lettura chi per caso o per sua responsabilità è stato a sentirmi; ma in ogni caso io ora ne so un po' di più di cosa ho scritto.

Per esempio quella sera alla Biblioteca delle Oblate, quando un lettore attento e rigoroso come Leandro Piantini ha puntato il dito su tre parole di una frase che sulla pagina sembrava finita quasi per caso: Era anche altro, per poi assicurare: questa frase è l'architrave della storia. Ora questa frase suona diversa anche per me.

O come la volta dopo, a Palazzo Medici Riccardi, quando un poeta e amico come Michele Brancale ha affermato che il vero tema del libro era il tempo che fugge e che questa, malgrado il titolo, non è una storia di furti da codice penale, ma una storia di furti esistenziali. E io me lo sono appuntato, perché, tra l'altro, è una cosa bella da dire.

O come l'altra sera a Gaeta quando un'altra persona che con la poesia ha molta confidenza, Sandra Cervone, ha spiegato che il filo comune dei miei libri è il rapporto tra genitori e figlio. E questo non me n'ero mai accorto, ma poi ho pensato a Una famiglia, a Una domenica come le altre, e mi sono detto: chissà forse è proprio così, forse è questo il nodo che ancora non ho sciolto, forse invece che scrivere altri libri prima o poi dovrò pensare al lettino dello psicanalista.

Il bello delle presentazioni mi sa che è proprio questo, anche se lo può apprezzare solo l'autore. Che ci si arricchisce con altri punti di vista. Che le parole di altre letture ci restituiscono libri diversi.

venerdì 24 giugno 2011

Ritrovando il marciapiede dei ricordi

No, è mia la sera. Mia.
Né dei fantasmi, né degli stupratori.
Non appartiene ai ladri.
Non è amica dell'omicida.
Per quanto il baro
possa farle gli occhi dolci,

gli negherà perfino una carezza.

Giorno di festa, oggi nella mia Firenze, giorno indolente che anticipa certe domeniche di agosto in città, caldo appiccicoso, poco o niente da fare, emozioni anestetizzate su un divano. Per fortuna può capitare di estrarre il libro giusto dal mucchio di tutto ciò che da tempo aspetta di essere letto. Una manciata di pagine in cui non cerco una trama o una storia. Cinquantadue poesie che mi restituiscono al sangue e alla vita. Che mi riportano alla notte, in quella notte che non mi fa paura, perché là c'incontro, c'è cammino, c'è possibilià, anche nel dolore.

Diciamolo, è anche per questo che non mi piacciono gli ebook. Perché senza la cara vecchia carta, senza questa pila di libri, non mi sarebbe capitato sotto gli occhi questo titolo, Dal marciapiede dei ricordi. Non sarei scivolato dalla copertina all'interno per trovare subito questa citazione di Charles Baudelaire che richiama i ricordi del marciapiede: Ho più ricordi che se avessi mille anni. E così non avrei avvertito qualcosa dentro come un brivido di dolorosa bellezza.

Max Condreas, questo è il nome del poeta.  E' pubblicato dalla Perrone Lab nella collana La Luna e Gli Specchi diretta da Sandra Cervone. E c'è tutto, il cammino su questo marciapiede, con la notte squarciata dalla luce dei fanali, con i cocci di bottiglia a fare male e qualche stella lontana. Spleen da Ottocento francese e colonna sonora bebop da poeti della Beat generation. Pennellate di tristezza metropolitana e un sentimento che sa rinnovarsi.

Così mi sono risvegliato, sul divano della mia festa. E ho ritrovato il mio tempo.

Insieme alla pioggia,
in questo affilato pomeriggio,
sul marciapiede dei ricordi
danza tutta la mia vita

domenica 27 marzo 2011

Sandra Cervone e la splendida fatica della poesia





Lascerò accesa una sola lanterna.
Alla scia luminosa s’aggrappa l’amore
e vola. Da radici alle pendici. Del cuore



E' faticoso il mestiere della poesia, faticoso e ingrato, perchè si sa, eterna lamentela, la poesia non si vende, la poesia si legge poco, la poesia, soprattutto in questo nostro paese, deve accontentarsi di nicchie, alimentarsi del conforto dei pochi appassionati.

Ma la fatica non è solo del mestiere, è anche della parola poetica in quanto tale: parola che non scorre sulla superficie, come un sms o un messaggio di posta elettronica, parola che esige scavo, profondità, travaglio dei sentimenti, distacco dal superfluo. E proprio per questo parola necessaria, soprattutto in questo nostro paese, che prima ancora che alla cultura mi pare che abbia abdicato a ciò che è autentico, a ciò che dà spessore e senso.

A tutto questo ho pensato in questi giorni, leggendo e rileggendo I petali e la luna di Sandra Cervone, poetessa di  Gaeta che da molti anni oramai si cimenta con questa fatica. Con coraggio, con raffinata sensibilità, con matura consapevolezza di un lavoro poetico che cerca davvero la parola genuina, non manomessa, essenziale.

Parola mai fine a se stessa, mai isterilita in gioco formale fine a se stesso. Perché la poesia, per quanto mi riguarda, deve saper dire, deve saper strappare vita al non detto. Deve essere sangue, pulsazione, lampo di luce.

Tutto questo, ritrovo in quella bella raccolta, che arricchisce la la bella offerta di un editore bravo a scommettere sulle voci nuove come Perronelab.

Ho richiuso il libro, sprofondato nel mio divano in salotto. Ma a lungo mi sono sentito terra, terra e mare. Altri orizzonti e vento a spazzare via nubi. Come se l'aria e la luce di Gaeta, del Mediterraneo di Sandra Cervone, mi fossero entrati in casa portandomi in dono le parole della vita.






domenica 20 febbraio 2011

Quando la parola è carta vetrata e carezza




Bello bello ascoltare e non capire
molto meglio continuare
così bla bla blaterare
non provare a farmi partecipare
entrare nel dentro del tutto dal niente
tanto tutto ciò non vuole significare
tanto per parlare mentalmente
uccidilo uccidilo con la carta
così il mio lieto momento
lontano dalla fallita quotidianità
dovresti esser contenta, e invece no
meglio non capire senza sapere

E dunque una cosa è saperlo, una cosa è sperimentarlo. Perché è chiaro, si sa che ci sono piccole grandi gemme di poesia nascoste tra i titoli di collane che certo non monopolizzano gli scaffali della grande distribuzione. Però poi è un'altra cosa avere la fortuna di capitare su uno di questi titoli, concedergli il tempo e l'attenzione giusta, e così assaporarne la freschezza, la forza, l'originalità.

Ecco, è questo che mi è capitato con Movimentacoli di Emanuela Cavallaro, pubblicata nella bella e coraggiosa collana La luna e gli specchi (PerroneLab) di Sandra Cervone.

Questo: la possibilità di scoprire una voce particolare, che si stacca da altre pagine. Di scoprire, in particolare, un lavoro sulla parola che sfugge alle trappole del detto e ridetto.

Niente parole consumate o peggio ancora manomesse, in questi versi. Semmai parole che diventano colpo di frusta e carezza, urlo esistenziale e gioco, ribellione contro il tempo e i tempi e però anche porto sicuro. Parole come carta vetrata ma anche come carezza. Soprattutto parole che accettano la sfida. E si lasciano plasmare come creta, si lasciano inventare. Disposte a nuovi sensi, a nuovi incastri. Aperte ai venti del rimando e della contaminazione. A volte anche "solo" suono, solo oggetto visivo.

Ci sono simpatie e suggestioni che vengono da lontano, in questa poesia, e potrei scommettere sulla lettura delle avanguardie di inizio Novecento - l'irriverenza del Dada, in primo luogo - ma anche su qualche suggestione italiana tipo Aldo Palazzeschi. E forse non è a caso che l'autrice, nata in una lontana periferia parigina, sia cresciuta tra artisti di strada e saltimbanchi europei per collaborare poi, anche in musica, con diversi artisti avanguardistici.

E insomma, c'è aria di libertà in queste parole. Aria di verità, proprio perchè non c'è verità con la maiuscola, perché c'è sangue, c'è cuore che batte.


lunedì 15 febbraio 2010

La luna e gli specchi, buone notizie in poesia


Non sono un grande esperto di poesia, ma questa è una buona notizia per chiunque abbia a cuore la bellezza che può scaturire dalla parola e sogna un'editoria che non si limita a farsi i conti in tasca e a giocare sul sicuro. Per chiunque nei libri vede anche una scommessa, una possibilità di futuro, una riserva di talento da coltivare con passione e attenzione.

E dunque la notizia è questa: in Italia nasce in questi giorni una nuova collana di poesia – e già questo è un ardimento raro – per iniziativa di una casa editrice di qualità, la Perrone. Una collana che nasce per dare voce a una quindicina di poeti che hanno fatto molto senza ancora ottenere adeguati riconoscimenti; per proporsi subito come qualcosa di più di una sequenza di titoli, piuttosto come un progetto di cultura, come un laboratorio; per valorizzare e dare visibilità non solo a raccolte di poesie finora rimaste nel cassetto, ma a tutto un lavoro che da anni viene portato avanti su un territorio, quello delle tante realtà che si affacciano sul Golfo di Gaeta.

E dunque, la collana si chiama La luna e gli specchi ed è curata da Sandra Cervone, giornalista e poetessa che da anni anima questo lavoro fatto di tante cose, reading di poesia in località balneari, presentazioni di antologie in luoghi simbolo, sforzi editoriali in proprio, incontri con altre realtà italiane.

Tutti semi piantati con fatica, in questo nostro paese che certo non è terra generosa per la poesia. Semi però che oggi cominciano a dare i loro frutti.

In programma un'uscita al mese. Si comincia ora con Ambra Simeone e la sua raccolta Lingue Cattive. Si prosegue con Max Condreas e il suo Dal marciapiede dei ricordi, Pasquale Di Nitto e Come un soffio che vive, Cinzia Marchese e L'altra di me, Simone Lucciola e Disulfiram.

Editoria di qualità, che sa farsi carico di questa scommessa e anche puntare su una veste grafica curata e al passo coi tempi, non la solita editoria (?) a pagamento. Davvero, una buona notizia, quella che arriva da Perronelab. Una notizia che spero possa essere replicata in altre realtà di Italia.

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