Visualizzazione post con etichetta Divina Commedia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Divina Commedia. Mostra tutti i post

mercoledì 8 giugno 2011

E l'autore finì per odiare il suo capolavoro

Sostiene Umberto Eco:

Ho scritto sei romanzi, eppure tutti parlano sempre del Nome della rosa, che io odio perché è una sorta di maledizione

Sostiene Roberto Saviano:

Il mio Gomorra non lo rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se dicessi che lo amo. Perché mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore

Sostiene Truman Capote:

Nessuno saprà quanto A sangue freddo mi sia costato. Mi ha scarnificato fino al midollo delle ossa

Ecco qui, la sindrome da best-seller che affliggerebbe alcuni degli scrittori di maggiore successo, quelli da milioni di copie vendute in tutto il mondo. Capita quando il loro nome si lega indissolubilmente non a un'opera intera, ma un singolo titolo. Quello che vende, quello che è un must nelle librerie, quello che ha messo in ombra tutto il resto.

Di recente ne ha parlato Stefano Bartezzaghi su Repubblica, in una riflessione dal titolo Odio il mio capolavoro (e capolavoro non è certo sinonimo di best-seller):

Se ti chiami Dante sei Commedia anche se magari ti sentiresti di più De Monarchia. Se ti chiami Claudio Baglioni, nessuno ti libererà mai dalla "maglietta fina"


Devo dire, capisco e non capisco. Non so se questa sindrome sia frutto più di un vezzo che di un sincero risentimento. E ancora di più, nel caso, mi sembra incerto il bersaglio del risentimento: perché non l'autore stesso, incapace di superarsi, come un saltatore che sceglie una misura troppo alta?

Però, a ripensarci, capisco.

mercoledì 23 febbraio 2011

La libertà di Dante, la libertà di Enrica

Libertà va cercando, ch'è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta

Non ci avevo mai pensato. Perché Dante mette Catone l'Uticense - uno dei più bei personaggi di tutta la Divina Commedia - a guardia del Purgatorio, sottraendolo alla condanna all'Inferno? Perchè non gli fa condividere la sorte degli altri suicidi?

Sono tornato a leggermi i primi versi del Purgatorio. L'alba luminosa sulla spiaggia, i primi passi di Dante e Virgilio appena usciti dal regno delle anime senza speranza. L'invocazione alle Muse, perché sostengano ancora il canto del poeta. E' mattino, a oriente splende ancora Venere e con Venere ci sono le quattro stelle che rappresentano prudenza, giustizia, fortezza e temperanza - e Dante si lamenta che esse non siano viste dagli uomini come dovrebbero.

E poi l'apparizione di quel vecchio dall'aria severa, i lineamenti del volto scolpiti dalla luce.  Catone, il guardiano del Purgatorio. L'uomo che si è tolto la vita, nel 46 avanti Cristo, mentre l'esercito dei nemici, ormai completamente vittorioso, avanza verso la sua città.



In che cosa è stato diverso dagli altri suicidi? In questo: che non si è ucciso per sottrarsi alla vita, ma per non cedere alla sconfitta e alla schiavità. E' stata una scelta, quel gesto. Una scelta di libertà.

Non ci avevo mai pensato, e a dire il vero, è anche difficile pensare che un uomo del Medioevo, com'era comunque Dante, potesse coltivare un sentimento della libertà superiore alla consapevolezza del peccato.

Poi con il pensiero sono scivolato a una persona che mi è cara, alla professoressa Enrica Calabresi, la scienziata ebrea che si tolse la vita in carcere il giorno prima della partenza del treno per Auschwitz.

Ho scritto un libro su di lei, Un nome (edizioni Giuntina), senza aver mai il coraggio di entrare davvero dentro la sua scelta conclusiva, senza la presunzione di poterla comprendere e tanto meno giudicare.

Chissà se Enrica Calabresi - la scienziata che divorava i classici della letteratura - aveva mai incontrato Catone l'Uticense, ai piedi del Purgatorio. 



giovedì 6 maggio 2010

Il Paradiso tutto virtuale di Dante (e di Eco)


Avete mai pensato al Paradiso di Dante in termini di energia, di luce? Forse sì, ma per quanto mi riguarda non mi ero ancora spinto fino a pensare in termini di mondi virtuali, di Web e dintorni. L'altro giorno mi sono imbattuto in questa fantastica frase di Umberto Eco e non me la sono ancora tolta dalla testa. Anche questo è un viaggio di parole...


Il Paradiso dantesco è l'apoteosi del virtuale, degli immateriali, del puro software, senza il peso dello hardware terrestre e infernale, di cui rimangono i cascami nel Purgatorio. Il Paradiso è più che moderno, può diventare, per il lettore che abbia dimenticato la storia, tremendamente futuribile. E' il trionfo di una energia pura, ciò che la ragnatela del Web ci promette e non saprà mai darci, è una esaltazione di flussi, di corpi senz'organi, un poema fatto di novae e stelle nane, un Big Bang ininterrotto, un racconto le cui vicende corrono per la lunghezza di anni luce e, se proprio volete ricorrere a esempi familiari, una trionfale odissea nello spazio, a lietissimo fine


Umberto Eco, Sulla letteratura

venerdì 26 febbraio 2010

L'educazione siberiana di Nicolai Lilin


Nei miei momenti di relax o pulisco i miei fucili o leggo la Divina Commedia

Mi sa che in una frase come questa c'è tutto Nicolai Lilin, l'autore di Educazione siberiana, uno degli esordi più folgoranti degli ultimi anni, un libro duro, intenso, sconvolgente, un'opera che come un razzo vi deposita su un altro pianeta fin dalle prime righe. L'altra sera ho avuto la fortuna di presentare questo scrittore e questo libro, al Teatro Dante di Campi Bisenzio, nell'ambito della straordinaria rassegna Un mercoledì da scrittori (seguite i prossimi appuntamenti, mi raccomando). Sono passati due giorni e ancora mi è rimasta l'emozione di un incontro con una persona e prima di tutto con una storia di vita che non vi può lasciare indifferenti. Qualsiasi poi sia il giudizio etico e perfino politico che vogliate dare.

Di fucili e di Divina Commedia Lilin ha parlato l'altra sera, raccontando la sua storia di scrittore che sulle sue pagine riversa tutta la forza della vita vissuta, giocando fin dall'inizio a carte scoperte, senza tentativi di edulcorare, appianare, rendere le cose più gradevoli e accettabili.

Qualcuno ha paragonato Nicolai Lilin a Roberto Saviano (che per altro dell'opera di Lilin è un grande estimatore)e Educazione siberiana a Gomorra. Non so e forse non è il caso di tentare paragoni, anche perché Nicolai Lilin fa suo, o per lo meno ha fatto suo, il sistema di valori e di regole del mondo criminale che racconta.

E forse per noi è proprio questo il fatto più sorprendente e illuminante. Che ci siano regole, in questa realtà di assoluta violenza. Che ci possano essere criminali onesti e leggi criminali. Spiazza questo rovesciamento del buon senso etico. Ma spiazza soprattutto scoprire che da quel mondo di armi e risse, di regolamenti di conti e vite buttate via, possa lievitare tanta bellezza.

I fucili e la Divina commedia, appunto.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...