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giovedì 11 ottobre 2012

Quando lo zucchero attraversò l'oceano

Raccontano che nelle stive della sua nave ci fosse una canna di color biancastro raccolta in una piccola piantagione alle isole Canarie. Durante le settimane della traversata aveva assunto tonalità violacee. Ne aveva cura un galeotto esperto di erbe: bagnava con amore la terra dove quella canna così preziosa era stata trapiantata.

In Sicilia, a Cipro, a Creta, nelle terre arabe della Spagna già si coltivava quella pianta che cresceva fino a quattro, cinque metri di altezza. In Oriente la chiamavano sakkara. 

Era arrivata nel Mediterraneo grazie ai navigli veneziani e genevosi, ai loro commerci con i credenti della religione di Maometto. I musulmani l'avevano piantata attorno a Granada. Gli arabi amavano quel succo dolce che rendeva un piacere mangiare e bere. 

Colombo aveva assaggiato lo zucchero. Ebbe uno dei suoi istinti improvvisi e ordinò che quella canna che si moltiplicava con facilità fosse stivata fra le sue merci personali. 

Era un genio inconsapevole, l'Ammiraglio: le isole del caldo soffocante erano terre perfette per coltivare canna.

Ma Colombo fu stupido: pensò più all'oro che allo zucchero. E sbagliò. Sarà l'"oro dolce" e non il metallo giallo a scrivere la storia dell'isola lontana dal mare. 

(da Andrea Semplici, L'isola lontana dal mare, Terre di Mezzo editore)

domenica 9 settembre 2012

Un mondo nascosto nell'isola dello zucchero

Storia che viene da lontano, storia che sa di spezie e di sudore, di zucchero e di fame. Storia aggrovigliata a una frontiera che solo la follia o il cinismo hanno potuto concepire. Storia che porta i segni delle scudisciate, della fatica, del rancore. Le piantagioni e gli schiavi. Gli schiavi e le rivolte. Storia di dittatori e di disperati, di multinazionali che governano come Stati e di Stati come beni di famiglia. Storia di un'isola dove il mare non c'è, non si vede, non è nemmeno un orizzonte che si dischiude, un sogno di libertà.

Che gran libro che ha scritto Andrea Semplici, a mio parere uno dei più grandi giornalisti scrittori italiani di viaggio, sarà che per lui il viaggio non è mai solo viaggio, sarà che i suoi passi attraversano anche la storia ignorata e molti libri amati, sarà che il suo cammino è un bagaglio leggero con le poche cose che contano: curiosità, inquietudine, voglia di mettersi in gioco, fame di sguardi e di abbracci.

L'isola lontana dal mare, il titolo, uscito per Terre di Mezzo. E l'isola è Hispaniola, la prima terra delle Americhe toccata da Cristoforo Colombo, sipario spalancato sul Nuovo Mondo. Haiti da una parte, Santo Domingo dall'altra. Miseria e terremoto da una parte, miseria e spiagge bianche per turisti, dall'altra.

Solo che Andrea si spinge lontano dai posti dove è bello sedersi e sorseggiare un cocktail, accogliendo il respiro del mare. All'interno, dove si spalancano le piantagioni di canna da zucchero, dove si nascondono i batey, le baracche di chi ci lavora, universo chiuso di dolore, violenza, vite che si intrecciano e si sprecano.

Dalle navi negrerie alle rivolte, dai generali sterminatori a un presente dove la carne da lavoro non serve più, sembra non servire più, e anche le multinazionali sono più attente, più disponibili, più eque e perfino solidali, figurarsi, però i figli e i nipoti dei neri sono sempre lì, sempre aggrappati a un presente senza futuro.

Che libro, che ha scritto Andrea Semplici, accompagnato da Andrés, il vecchio raccoglitore di canna, e dalle parole di Garcia Marquez. Convinto, con la forza del cuore, che a queste stirpi condannate a cento anni di solitudine debba essere data una seconda opportunità.

E si può cominciare anche da un libro. Corridoio di luce nel folto delle piantagioni dello zucchero. 

giovedì 12 aprile 2012

Perché si dà un nome alla vetta della montagna

Così scriveva la grande scrittrice tedesca Christa Wolf a chi le chiedeva che cosa sanno fare, in effetti, gli intellettuali:


Sanno dare nomi alle cose.

Può sembrare poco, a me sembra molto, moltissimo. Tutto ciò che ci permette di guardare oltre, di scoprire un'altra possibilità di vita, di fare propria un'idea o una scoperta, alla fine ha a che vedere con questa capacità di dare nomi.

Mi è venuto in mente l'altro giorno, leggendo il libro di Mauro Bonciani su Amerigo Vespucci - Il fiorentino che inventò l'America, questo l'eloquente sottotitolo -  e che la inventò davvero perché a differenza di Cristoforo Colombo seppe comprendere che non si trattava delle Indie ma di un Mondo Nuovo (un Mondo Nuovo che pretendeva un nome nuovo): per cui l'America si chiama America e non Colombia.

Ci ripenso ora leggendo quanto Alessandro Baricco scrive su Repubblica a proposito della curiosa cricostanza per cui per molto tempo le vette della montagna non hanno avuto nomi.

La tanto sapiente gente di montagna dava un nome ai colli, ai passi, perché era utile darglieli, ma non era arrivata alla sublime astrazione di nominare vette su cui non era mai salita, poiché era inutile farlo. Solo quando in qualcuno insorse l'irragionevole istinto a salire là sopra, per il puro gusto di portare a compimento la Creazione, nacquero i nomi delle montagne. Lo stesso vale per la geografia più invisibile dell'umana sensibilità. 

Quel che è proprio degli intellettuali, che siano poeti o studiosi, è salire su vette apparentemente inutili del sentire umano e dar loro un nome.

Intellettuali o gente di montagna, non importa. Non sottovalutate mai il fatto di dare nome a ciò che prima taceva: ignorato o dimenticato che fosse.

lunedì 2 aprile 2012

Con Amerigo la scoperta è una parola

Non si tratta di un funerale di un ricco o di un nobile. Un funzionario qualunque del re è condotto all'ultima dimora, un certo Despuchy o Vespuche. Nella città straniera nessuno sospetta che si tratti dello stesso uomo che ha dato il nome alla quarta parte del mondo....

Così racconta Stefan Zweig, che alla storia dell'uomo che ha dato il  nome alla quarta parte del mondo dedicò il suo ultimo libro (Amerigo, ora ristampato da Elliot). E la storia - storia incredibile di equivoci, sorprese, riconoscimenti tardivi - sta tutta in quel nome.

Il nome dell'uomo che la gente non sapeva nemmeno come si chiamava, il giorno in cui fu seppellito in un cimitero di Siviglia. Il nome che dall'uomo si è trasferito a un intero continente, l'America, assegnando così una sorta di immortalità al mercante fiorentino che aveva viaggiato per conto del re del Portogallo.

Di Amerigo Vespucci parleremo molto in occasione dei 500 anni della sua morte e già sono usciti alcuni bei libri, come Il fiorentino che inventò l'America del giornalista Mauro Bonciani.

E più che di Vespucci forse avremo modo di parlare di questa parola, del suo incredibile viaggio attraverso il tempo e lo spazio per conquistare il suo posto nella geografia del pianeta.

Perché Amerigo Vespucci e non Cristoforo Colombo? Perché quest'ultimo aveva parlato di Indie raggiunte  buscando el levante por el ponente.

Amerigo invece aveva inviato una lettera a Lorenzo dei Medici, in cui aveva parlato di Mundus Novus, nuovo mondo.

E questa è forse la storia di ogni scoperta. Non è solo approdare per la prima volta in una terra. E' dare un nome a quella terra.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...