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sabato 23 aprile 2016

L'ultimo inverno del riparatore di orologi

Bello, non bellissimo. O forse quasi bello, in realtà così e così. O forse un capolavoro. Un capolavoro
che non incanta e non cattura. O forse sì, solo bisogna prenderlo per il verso giusto, a trovarlo il verso...

Non è facile fare i conti con L'ultimo inverno di Paul Harding (Neri Pozza), con il suo fascino scontroso, con la sua raffinatezza da circolo esclusivo, con la sua bellezza che è la bellezza delle montagne più ripide, di cui fino all'ultimo non sai mai se arriverai fino alla cima.

La storia è bella, intrigante, commovente. C'è George, il riparatore di orologi (riparare orologi significa anche riparare il tempo?), inchiodato dalla malattia a letto, per l'ultimo inverno di una vita da ripercorrere all'indietro. C'è Howard, che di George è il padre, con la sua vita di venditore ambulante malato di epilessia, uomo di abbandoni e fughe e incontri straordinari. C'è l'America che non è l'America di New York e di Los Angeles, ma è l'America del New England, foreste e villaggi. C'è il silenzio che è anche il silenzio maestoso della natura, solo che quel silenzio si impasta con il ticchettio degli orologi. C'è un padre e c'è un figlio e sono due persone che sembrano destinate a non incontrarsi mai, solo che non si può dire, solo che in definitiva c'è sempre tempo....

Un capolavoro? Forse o forse no. Meritava il Pulitzer? Forse o forse no. Un libro importante, sicuramente, per quanto voglia dire. Un libro di emozioni a cui forse manca proprio l'emozione della scrittura, soffocata da eccessi stilistici e forse da qualche lezione di troppo di scuola creativa.

martedì 7 agosto 2012

Gore Vidal, che se n'è andato così

Se n'è andato anche Gore Vidal, un altro grande della nostra letteratura, un altro americano capace di raccontarci un mondo lontano e vicino, oltre i sogni di celluloide, oltre i miti duri a morire.

Se n'è andato, mi pare si possa dire, in punta di piedi: cosa che in effetti torna davvero poco con il carattere di un uomo che non fu certo uno scrittore appartato, chiuso nella sua torre d'avorio, piuttosto un personaggio che si faceva ben notare sia a Hollywood che a Washington. Personaggio da film lui stesso, detestato e amato in dosi ugualmente generose, connesso in qualche modo con tutto ciò che per noi per lunghi anni è stata l'America.

Che poi chissà che vuol dire, in punta di piedi, per uno come lui. Aveva 86 anni, era malato. Da tempo non usava più le sue parole come frusta contro l'establishment, contro gli affaristi di ogni risma, contro la politica dove alla fine tutti i gatti sono bigi.

Però forse è l'America che l'ha accompagnato fuori in punta di piedi. La stessa America che per decenni l'ha osannato o insultato, a volte anche trascurato, ma trascurato con quell'indifferenza premeditata e ostentata che alla fine fa più rumore di un Pulitzer.

La notizia sul giornale, un coccodrillo già pronto, un critico letterario invitato a scrivere qualche cartella. Ed è finita.

Anch'io me ne sono accorto solo per caso, recuperando un giornale vecchio di qualche giorno per altri motivi. Buffo, poco tempo fa avevo tirato fuori dallo scaffale L'età dell'oro, un libro di Gore Vidal che sono intenzionato a leggere, prima o poi.

Ha detto, Gore Vidal:


Al contrario di quanti molti credono, la fama letteraria non ha nulla a che vedere con l'eccellenza o con la vera gloria. Per qualunque artista, la fama è la misura di quanto l'agorà trovi interessante la sua ultima opera.

Era passato un certo tempo da quando all'agorà non era stata data in pasto un'ultima opera interessante di Gore Vidal, proprio lui, lo scrittore che con i suoi romanzi ci ha raccontato due secoli di storia di America.

venerdì 13 gennaio 2012

Morte del giornalismo e sua smentita

La notizia della mia morte è stata ampiamente esagerata

Così diceva Mark Twain, immagino dopo aver fatto tutti gli scongiuri del caso. Succede, che a volte si dipinga il futuro più nero di quanto sia, succede che la vista del presente tagli completamente le gambe all'ottimismo. Però c'è un'altra morte che è stata ampiamente esagerata e comunque data prima del tempo: quella del giornalismo.

Che è un po' un ritornello di questi tempi, come se la crisi dovesse essere un tunnel che non finisce più, come se con la fine dei gironali di carta (ma finiranno) rimanesse solo il chiacchiericcio di blog e social network, come se la società dell'informazione, così la chiamano, non avesse bisogno di lavoratori dell'informazione.

Per fortuna ci sono libri come questo di Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo che sanno guardare oltre, non volando sulle ali di qualche bella teoria della comunicazione, ma andando semplicemente in giro, da bravi giornalisti, a vedere quello che nel mondo già si fa e si tenta.

Il titolo del libro, magari, intriga ma non rassicura: La scimmia che vinse il Pulitzer. Che poi non è nemmeno vero, il verbo casomai va girato al futuro e il soggetto non è una scimmia, è un sofistificato software in grado di sfornare cronache di partite di baseball per conto suo. Non rassicurante certo, anche se poi si parla di reporter che si inventano siti per smascherare le bugie dei politici, di ragazzini capaci di battere sul tempo le più grandi agenzie, di piattaforme di giornalismo partecipativo in grado di raccontare l'Africa che nessuno vuole vedere, di hacker che aprono una nuova era nella cronaca investigativa, magari approdando in un'isola, l'Islanda, che un giorno ricorderemo non solo per i vichinghi ma anche per la sua lezione di libertà.

Sì, forse si può pensare al momento in cui la parola crisi potrà essere sostituita dalla parola transizione. Malgrado gli editori, malgrado quanti si definiscono tali e a volte non lo sono nemmeno di lontano.

martedì 8 novembre 2011

L'ultimo inverno, capolavoro o forse no

Bello, non bellissimo. O forse quasi bello, in realtà così e così. O forse un capolavoro. Un capolavoro che non incanta e non cattura. O forse sì, solo bisogna prenderlo per il verso giusto, a trovarlo il verso...


Non è facile fare i conti con L'ultimo inverno di Paul Harding, con il suo fascino scontroso, con la sua raffinatezza da circolo esclusivo, con la sua bellezza che è la bellezza delle montagne più ripide, di cui fino all'ultimo non sai mai se arriverai fino alla cima.

La storia è bella, intrigante, commovente. C'è George, il riparatore di orologi (riparare orologi significa anche riparare il tempo?), inchiodato dalla malattia a letto, per l'ultimo inverno di una vita da ripercorrere all'indietro. C'è Howard, che di George è il padre, con la sua vita di venditore ambulante malato di epilessia, uomo di abbandoni e fughe e incontri straordinari. C'è l'America che non è l'America di New York e di Los Angeles, ma è l'America del New England, foreste e villaggi. C'è il silenzio che è anche il silenzio maestoso della natura, solo che quel silenzio si impasta con il ticchettio degli orologi. C'è un padre e c'è un figlio e sono due persone che sembrano destinate a non incontrarsi mai, solo che non si può dire, solo che in definitiva c'è sempre tempo....

Un capolavoro? Forse o forse no. Meritava il Pulitzer? Forse o forse no. Un libro importante, sicuramente, per quanto voglia dire. Un libro di emozioni a cui forse manca proprio l'emozione della scrittura, soffocata da eccessi stilistici e forse da qualche lezione di troppo di scuola creativa.

sabato 5 febbraio 2011

Salinger, il fantasma che andava al Burger King

J. D. Salinger? Non era lo scrittore svanito nel nulla, l'uomo che si sottrasse a tutto e tutti per un'intera vita? Quasi che quella vita di assenza e mistero fosse il sequel de Il giovane Holden, disagio esistenziale e maledizione dell'altro...

Così si diceva, come no. Sono cresciuto con questa idea per la testa. Lo scrittore fantasma di cui non circolavano nemmeno fotografie, malgrado la sua notorietà planetaria.

E poi ecco che a distanza di qualche mese dalla sua morte saltano fuori alcune lettere inviate a un amico. Che poi non era nemmeno un attore della scena off o un collega in odore di Pulitzer, ma un semplice commerciante di alimentari.

Ed eccolo J.D. Salinger. L'uomo che scrive all'amico per suggerirgli una pinta di birra in un pub di Londra, che ha un debole per le visite agli zoo, che ama il tennis e tifa per quell'irresistitibile antipatico che era John McEnroe. Che non disdegna perfino qualche capatina al Burger King, il non plus ultra dell'American way of life ad altissimo colesterolo, perché gli hamburger, vedete, al Burger King sono davvero cotti alla fiamma....

Questo era J. D. Salinger? 

E a prescindere che, sceso dal suo piedistallo, lui mi piace un bel po' di più, la domanda é: siamo noi che per forza dobbiamo costruirci miti? O è qualche astuta strategia di mercato, alla quale ci è fin troppo facile arrenderci, tanto così c'è perfino più gusto?

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