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venerdì 11 settembre 2015

In quella Svezia dove tutto era diverso

Questa non è una religione per fondatori di Stati, è qualcosa di privato, un pensiero; diamo un'idea, se viene recepita da altre comunità va tutto bene, possiamo scomparire, come la foschia del mattino al sorgere del sole.
Non ci siamo più. Ma siamo in tutti voi 


Questo era lo spirito che animava il pastore Lewi Pethrus, questa era la sua volontà. Mettersi in cammino, senza sapere dove sarebbe arrivato. E in quel cammino, rinnovarsi nel profondo. In quel cammino, deporre i semi di un'altra vita.

Fu un lungo viaggio, quello di Lewi, grande riformatore religioso nella Svezia dei primi del Novecento, quando la Svezia non era affatto la Svezia che oggi ci viene in mente, socialdemocrazia e welfare state, Abba e movida scandinava.

Viaggiò in un paese, viaggiò nella storia, viaggiò nel bene e nel male, non per costruire una Chiesa, perché solo il viaggio contava, alla fine. Non per obbedire alla Bibbia, perché anche la Bibbia era un'incompiuta e attendeva di essere rinnovata.

Per Olov Enquist, lo scrittore che noi conosciamo meglio per lo straordinario Il medico di corte, questa storia ce la racconta tutta ne Il viaggio di Lewi, in Italia pubblicato - è quasi scontato - da Iperborea. E ci regala così un altro libro a metà tra la biografia e il romanzo, con qualche dose di memoria personale.

E magari ci si può anche perdere, in questo libro troppo lungo e non sempre coinvolgente. Però che storia che è questa, che attraversa anche le prime lotte sociali in Svezia, i sindacati che cominciano a organizzarsi, la nobiltà e la miseria di un mondo intellettuale.

Poeti che si convertono, religiosi che tradiscono. Umiltà e ambizioni. Visioni celesti e mense per poveri. E alla fine, alla fine, la stessa immagine con cui comincia il libro, quel cimitero - anzi, quel campo di Dio - con le lapidi battute dal vento e le lettere ormai illegibili.

Anzi, con quell'unico epitaffio che ancora si legge:

Era umile, ma fece del suo meglio.

A futura memoria. E anche per ogni giorno che ci viene donato.

martedì 18 giugno 2013

Lo svedese che fece del suo meglio

Questa non è una religione per fondatori di Stati, è qualcosa di privato, un pensiero; diamo un'idea, se viene recepita da altre comunità va tutto bene, possiamo scomparire, come la foschia del mattino al sorgere del sole.
Non ci siamo più. Ma siamo in tutti voi


Questo era lo spirito che animava il pastore Lewi Pethrus, questa era la sua volontà. Mettersi in cammino, senza sapere dove sarebbe arrivato. E in quel cammino, rinnovarsi nel profondo. In quel cammino, deporre i semi di un'altra vita.

Fu un lungo viaggio, quello di Lewi, grande riformatore religioso nella Svezia dei primi del Novecento, quando la Svezia non era affatto la Svezia che oggi ci viene in mente, socialdemocrazia e welfare state, Abba e movida scandinava.

Viaggiò in un paese, viaggiò nella storia, viaggiò nel bene e nel male, non per costruire una Chiesa, perché solo il viaggio contava, alla fine. Non per obbedire alla Bibbia, perché anche la Bibbia era un'incompiuta e attendeva di essere rinnovata.

Per Olov Enquist, lo scrittore che noi conosciamo meglio per lo straordinario Il medico di corte, questo viaggio ce lo racconta tutto. E con Il viaggio di Lewi ci regala ci un'altra storia, un altro libro a metà tra la biografia e il romanzo, con qualche dose di memoria personale.

Magari ci si può anche perdere, in questo libro troppo lungo e non sempre coinvolgente. Però che storia che è questa, che attraversa anche le prime lotte sociali in Svezia, i sindacati che cominciano a organizzarsi, la nobiltà e la miseria di un mondo intellettuale.

Poeti che si convertono, religiosi che tradiscono. Umiltà e ambizioni. Visioni celesti e mense per poveri. E alla fine, alla fine, la stessa immagine con cui comincia il libro, quel cimitero - anzi, quel campo di Dio - con le lapidi battute dal vento e le lettere ormai illegibili.

Anzi, con quell'unico epitaffio che ancora si legge: Era umile, ma fece del suo meglio

A futura memoria. E anche per ogni giorno che ci viene donato.

venerdì 5 ottobre 2012

Tutte le vite hanno una storia, ma poche sono scritte

Si sa cosa capita a chi racconta la vita di un altro: che poi perde la sua.

E' una riflessione di Eugenio Baroncelli, scrittore di Ravenna, biografo di mille vite, di cui qualche tempo fa ha parlato Roberto Saviano nella sua rubrica su L'Espresso.

Come persona che qualche vita ha provato a raccontarla non so se sono del tutto d'accordo: più che perderla, la propria vita, magari si finisce per complicarla, facendo propria anche la vita di altri.

Però mi piace molto quello che Saviano scrive di Baroncelli e della sua singolare propensione a raccontare biografie di persone poco note. Che poi per il lettore è la possibilità di far parte di quelle stesse vite, di illuminarle e riabilitarle.

Dice Saviano, a proposito di queste biografie:

Scandagliano l'umanità, la sintetizzano e riescono nell'impresa più complessa per il solitario mestiere di narrare: far sentire meno soli.
Quelle biografie danno la sensazione di appartenere alla molteplicità umana. A tutto quel rumore e a quel silenzio condiviso a cui sembra bello appartenere.

Parole che mi piacciono moltissimo e che accosto a quelle di Per Olov Enquist (l'autore del Medico di corte):

Tutte le vite hanno una storia, ma poche vengono scritte.

martedì 14 agosto 2012

Quel suono di flauto che è quanto rimane

Per Olov Enquist, svedese, non è uno scrittore molto noto in Italia, eppure nelle sue pagine c'è tutto il fascino, la profondità, che ci si attende dalla letteratura del grande Nord.

Ma soprattutto Il medico di corte (Iperborea): un libro tra i più belli tra quanti ho letto in questi ultimi anni. Un viaggio nelle atmosfere delle terre affacciate sul Baltico, ma anche nella storia, perché ci sono molti modi con cui i libri riescono a farci viaggiare.

Enquist racconta una storia vera: l'ascesa e la caduta del medico di corte che nel Settecento provò a cambiare il sonnolento regno di Danimarca realizzando un pezzo di utopia su questa nostra terra.

Pare impossibile che una storia come questa - ripeto, autentica - ti possa prendere e invece quando hai voltato l'ultima pagina è come se ti avessero strizzato lo stomaco.

Sarà che qui c'è tutta la grandezza e la miseria dell'uomo. Sarà che nel dottor Friedrich Struensee c'è tutta la tragedia dei grandi sinceri rivoluzionari che alla fine soccombono travolti dalle loro idee, incapaci di convincersi che la loro società è troppo perfetta per il cuore imperfetto degli uomini....

Però alla fine cos'è quel suono del flauto, quasi sospeso nell'aria, quel suono che quasi ci ammonisce sulla splendida perserveranza di certe idee... idee che non si lasceranno mai decapitare?

Che bellezza.

venerdì 5 agosto 2011

Quel medico nella sonnolenta Danimarca

Ascesa e caduta di un uomo che nel Settecento provò a cambiare il sonnolento regno di Danimarca realizzando un pezzo di utopia su questa nostra terra.

L'ho riletto in queste settimane, Il medico di corte di Per Olov Enquist, scrittore svedese pubblicato da Iperborea. L'ho riletto approfittando di un viaggio in Danimarca, in cui ho pensato anche a lui, per forza, ho pensato a questo medico che si fece grande riformatore, che provò a cambiare un paese - lui che per di più in quel paese era straniero - e finì per morire torturato e squartato.

Pare impossibile che una storia come questa - peraltro autentica - ti possa prendere e invece quando hai voltato l'ultima pagina è come se ti avessero strizzato lo stomaco.

Sarà che qui c'è tutta la grandezza e la miseria dell'uomo.

Sarà che nel dottor Friedrich Struensee c'è tutta la tragedia dei grandi sinceri rivoluzionari che alla fine soccombono travolti dalle loro idee, incapaci di convincersi che la loro società è troppo perfetta per il cuore imperfetto degli uomini....

Però alla fine cos'è quel suono del flauto, quasi sospeso nell'aria, quel suono che quasi ci ammonisce sulla splendida perserveranza di certe idee... idee che non si lasceranno mai decapitare?

Ps: speravo che questa figura fosse più ricordata, nella civilissima Danimarca, non fosse altro che per una sorta di riparazione. Solo nel palazzo reale a Copenaghen ho trovato una nota che lo riguardava. Che il problema della memoria, anzi, dell'amnesia, non sia solo nostro?

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