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martedì 28 agosto 2012

Questi sono i destini di frontiera

Da Vladivostock a Tirana, dal Golfo Persico all’Indocina, dal Bangladesh al Sudan, più viaggi che in realtà sono un viaggio solo, il viaggio dell’uomo che vuole capire e raccontare.

Ed è questo che fa Federico Fubini, giornalista che ha macinato migliaia di chilometri per decifrare il cambiamento del mondo, per dare un senso a ciò che è sempre più complesso, intrecciato, instabile. E che poi ci ha raccontato tutto questo in Destini di frontiera (Laterza).

Quante cose che ci sono in queste pagine. Frontiere che spariscono e altre che si innalzano, anche a dispetto dei confini della geografia politica. Dinamiche economiche che cancellano tradizioni millenarie, creano fortune e più facilmente infliggono disastri. Paesi che ignoriamo a cuor leggero, con l’incoscienza di chi chiude gli occhi alle possibilità e alle minacce che riguardano tutti.

Quante cose. Le donne al timone dell’economia vietnamita che applicano la saggezza del buddismo con i più grandi e cinici banchieri, perché questo aiuta a trovare il miglior potenziale negli altri. Singapore che sta allargando i suoi confini creando terre artificiali con la sabbia portata via alla Cambogia. La pace sociale che certi stati arabi riescono a garantirsi facendo dell’Indocina il granaio dell’Impero. I risciò del Bangladesh e i disastri che in questo paese stanno provocando i cambiamenti climatici.

Gli eventi della globalizzazione e i destini individuali. Ben legati insieme: ed è precisamente di questo che abbiamo bisogno, se vogliamo dare un senso a questo mondo

sabato 14 maggio 2011

Il sorriso di Pol Pot mette ancora i brividi

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Non ti è consentito gridare, né quando vieni frustrato, né sotto elettroshock 
(dalle regole del lager di Tuol Sleng, Cambogia)

Passano gli anni e ormai ci sta appannando il ricordo di quanto successe in Cambogia ai tempi di Pol Pot e dei Khmer rossi: quella bufera di follia criminale in cui si spazzarono via le città e si cercò di portare a termine ciò che gli storici, non trovando migliore definizione, chiamarono autogenocidio.

Per fortuna poi spunta un libro come Il sorriso di Pol Pot del giornalista svedese Peter Froeberg Idling, in Italia pubblicato da Iperborea. Che poi non è un libro di storia, ma piuttosto molte cose insieme: reportage, saggio morale, racconto in prima persona, collage di testimonianze...

Si legge di un soffio, questo libro, ma avvertendo un malessere crescente, forse paragonabile alle vertigini che si provano sul ciglio di un precipizio.

E ci sarebbe già molto da domandarsi su quella delegazione di civilissimi svedesi che girò per la Cambogia senza accorgersi di niente. Era il 1978:

Se restiamo nelle statistiche, nel momento in cui l'aereo degli svedesi si preparava all'atterraggio a Phnom Penh erano già morte un milione e trecentotrentamila persone

Ma questo esempio di imbarazzante miopia - né il primo né l'ultimo di un Occidente sempre pronto a ergersi come paladino dei diritti - è ancora nulla.

Quello che aleggia su ogni pagina, quello che rimane, è proprio quel sorriso. Il sorriso di colui che da ragazzo era considerato un viveur ed era andato a studiare a Parigi.

Cosa si agitò nel cuore e nella testa di quest'uomo che si lasciò inghiottire dalla giungla per poi nascondersi anche quando fece sua la Cambogia, in un culto dell'impersonalità fatto di silenzi e manovre dietro le quinte?

Come fu che il sogno di liberazione divenne questo incubo?

Forse è il solito punto interrogativo che ci lacera ogni qualvolta ci ritroviamo al cospetto di un male inesplicabile. Però quel sorriso complica ancora di più le cose. E ci perseguita con tutto ciò che non sarà ma possibile spiegare, nemmeno quando riusciremo a raccontare per filo e per segno ciò che è stato.

giovedì 18 marzo 2010

Tiziano Terzani e la voglia di viaggio in Italia


Tiziano è morto nel 2004 e l'anno prima diceva ancora: “Se avessi tempo ora farei un viaggio per l'Italia”. Voleva prendere uno zainetto e andare a naso per l'Italia. In fondo quello che voleva era capire il proprio paese

Solo uno spunto tra i tanti che Angela Staude, moglie di Terzani, grande viaggiatrice e grande scrittrice lei stessa (cosa di cui spesso ci si dimentica), ieri sera ci ha regalato a Campi Bisenzio, ospite della bellissima rassegna Un mercoledì da scrittori. Solo uno spunto tra i tanti, appunto, e certo nemmeno il più importante, in due ore fitte fitte di domande e risposte che hanno toccato tanti e tanti temi, dallo spirito del viaggio al destino dell'Asia, dal significato del giornalismo oggi alle atrocità che l'uomo è sempre straordinariamente capace di commettere.

Però sono proprio queste le parole che mi hanno colpito di più e che mi hanno fatto riflettere tornando a casa. Proprio lui: Tiziano Terzani, l'uomo che con le sue parole ci ha scaraventato addosso l'orrore del genocidio di Pol Pot e l'irresistibile bellezza dei templi di Angkor (dimenticavo, Angela ieri era chiamata a presentare Fantasmi, il libro che raccoglie i reportage di Tiziano dalla Cambogia). Il reporter, l'inviato di guerra, l'uomo che viveva di distanze e cercava altri mondi: lui voleva raccontare il suo paese, l'Italia che non conosceva.

Sarebbe stato un grandissimo viaggio anche questo, ne sono convinto. Un viaggio animato dallo stesso spirito con cui Angela e Tiziano un giorno decisero di abbandonare l'Italia e di partire per l'Asia, sospinti dalla curiosità, da una bella domanda (“Possibile che ci sia un solo mondo?”), dalla voglia di vedere, trovare alternative, condividerle. Partire per un continente che i giornali occidentali sostanzialmente ignoravano, con due figli piccolissimi e senza un vero contratto in tasca. Partire in anni che ancora non conoscevano cellulari ed email, ma senza esitare, come fosse la più naturale delle decisioni.

Questi sono tempi che stimolano a visioni piuttosto deprimenti del mondo, ma ieri Angela ci ha procurato alcune iniezioni di fiducia.

Prima notizia: Ai tempi non era più facile prendere e partire, ancora oggi chi vuole può andare. Magari ci vuole un po' di fortuna, ma c'è sempre un mondo da esplorare

Seconda notizia: Ovunque troverete gli stessi alberghi, ma in genere è solo uno strato superficiale che è cambiato, nel profondo i paesi antichi cambiano molto più lentamente

Terza notizia, che dico a modo mio: per tutto questo non c'è bisogno di un volo intercontinentale, a volte bastano anche un treno regionale e uno sguardo diverso.

mercoledì 27 gennaio 2010

Risalendo il Mekong, risalendo il tempo






Col viaggio, insomma, mi alleggerisco e mi metto a nudo.
Mi spiego meglio: quando parto, o appena prima di partire, mi sento come un vecchio barcone che sta sott'acqua, incrostato di conchiglie, sabbia e vecchio cordame. Ecco, per riportarlo a galla, per farlo navigare, è necessaria quest'opera di pulizia, occorre scrostare tutto ciò che lo appesantisce.

Un nuovo viaggio, un nuovo inizio, un nuovo libro, I giorni del riso e della pioggia. Dopo Le nuvole non chiedono permesso e Antartide, dopo anche Caduti dal muro, Tito Barbini parte per un altro viaggio che non è solo un viaggio, ci regala un altro libro di viaggio, di nuovo pubblicato da Vallecchi, che non è solo un libro di viaggio, è molto di più, esperienza di vita, riflessione, riscoperta.

All'inizio trovate subito questa frase, che è quasi dichiarazione programmatica e insieme chiave di lettura di tutte le pagine successive. E poi parte Tito, questa volta parte per risalire il corso del Mekong, la grande arteria fluviale dell'Indocina, fiume che attraversa popoli, civiltà, storie.

Attenzione alla parola "risalire". Perchè questo è proprio quello che fa Tito, rovesciando il senso comune che vorrebbe i viaggi lungo i fiumi sempre dalle sorgenti al mare, chissà poi perchè.

Tito invece a lungo indugia sull'immenso delta del Mekong, sterminato gioco di acqua e terra, reticolo di risaie e giungla, per attraversare il Vietnam, la Cambogia e altri paesi, fino al Tibet.

Un risalire che non è solo di questo viaggio, perché il fiume diventa la metafora della vita. Risalire, allora, significa ripercorrere le proprie stagioni, scandagliare il passato, tornare all'infanzia come sorgente del proprio presente.
Proposito dichiarato, anche questo.

"Oggi so che il viaggio libera anche la voglia di ripercorrere con le levità le tante stagioni della vita. So che significa girovagare nel tempo come se i ricordi fossero una o tante stazioni di un viaggio immateriale".

Un viaggio che è tutto un percorso a ritroso, per ritrovare ciò che è più autentico, essenziale. Un libro affascinante, coinvolgente, schietto, come tutti i libri di Tito.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...