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giovedì 5 ottobre 2017

Buone scarpe per raccontare l'Italia che c'è già

Non basta denunciare quello che non va, dobbiamo essere capaci di promuovere quello che c'è di buono. Così sono partito, con lo zaino in spalla e un motto in tasca: raccontare il bello per costruire il bello.

Non sono molti i giornalisti che si caricano lo zaino in spalla e partono.  Pochi sono oramai anche quelli che si staccano dal computer in redazione. Jacopo Storni è tra questi pochi: uno che prende e va a vedere. Che incontra e racconta le storie che raccoglie. Il buon cronista si vede dalle scarpe che consuma, si diceva una volta. Lui credo ne abbia consumate diverse paia.

Di giornalisti che prendono e vanno ce ne sarebbe bisogno soprattutto per fare luce sull'Italia che cambia e magari non fa notizia. Succede con molti grandi cambiamenti, perché, come si dice in Oriente, un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce.

Ce ne sarebbe bisogno soprattutto per quanti ancora non riescono a misurarsi con un futuro che è già presente, che è un dato di fatto piuttosto che una paura da esorcizzare: quello di un paese necessariamente multetnico, plurale.

E ha ragione Jacopo, il problema è tutto qui: in quello che si racconta e che è anche giusto continuare a raccontare, sempre che non lasci in ombra il resto, che il cono di luce non resti solo dov'è.

Tradotto per il tema dei temi, l'immigrazione: dici immigrato e pensi ai barconi, ai naufragi, agli schiavi dei campi, ai disperati in giro per le città, alle file in questura. Tutto qui?

L'Italia siamo noi, il titolo del libro di Jacopo (Castelvecchi editore), basta a rovesciare la cosa. Perché c'è un'Italia che è un'Italia di immigrati che si sono inseriti nell'economia e nella scoietà, che lavorano e che fanno lavorare, che addirittura  sono protagonisti di storie di successo.

In questo viaggio per l'Italia di storie così ce ne sono diverse.  Fuad, il primario africano che ha salvato la vita anche a chi non si immaginava che lui potesse mai essere un medico. Liliam, la baby prostituta brasiliana diventata la regina delle torte a Torino.  Jean-Jacques, il prete africano che trascina le folle e il maggiore Pala, eritreo che gira per il mondo al servizio dell'esercito italiano.... Personaggi anche noti, come Thuram, campione di calcio e di vita, oppure Idris, lo stesso di Quelli del calcio...

Pesonaggi, storie, ma soprattutto l'idea di un'altra Italia, di un'Italia che c'è.... raccontata in un libro che non è un saggio, ma un ottimo reportage. Perché ci vogliono anche buone penne, non solo sguardi puliti, per raccontare questa Italia.

giovedì 5 maggio 2016

L'imperatore che cambò il mondo e si domandò perché

Eppure quei giovani erano i miei amici, e mi erano carissimi nel preciso momento in cui, in cuor mio, rinunciai a loro. Quale perverso animale è l'uomo, che ha caro soprattutto quanto rifiuta o abbandona. 

Di John Williams - grande americano di cui rimpiangiamo di avere solo quattro romanzi più un quinto incompiuto - è facile aver letto e ammirato due capolavori come Stoner e Butcher's crossing. Assai meno che si siano affrontate le pagine poderose di Augustus, romanzo corale, ambizioso, di rara intensità che ripercorre la straordinaria vita di Ottaviano.

All'inizio è solo un ragazzo dagli occhi azzurri, il fisico fragile, la compagnia di un pugno di amici con cui è bello condividere le parole dei saggi e i sogni dei giovani. Ma a soli 18 anni, con l'assassinio di Giulio Cesare, il destino lo chiama e lo cambia: dovrà gettarsi nella mischia, imporre l'astuzia della politica e la forza delle spade, ricorrere a tutte le seduzioni. Roma lo chiede, forse il mondo stesso lo chiede.

Sopravviverà a guerre civili, trame, congiure, tradimenti. Ma lo scotto da pagare sarà duro: perché alla fine della sua lunga vita l'uomo che consegnerà a Roma la pace e l'impero sarà anche un uomo solo, amputato negli affetti, senza più nemmeno il conforto della stessa figlia Giulia che dovrà condannare all'esilio. Un uomo che tornerà spesso all'idea di ciò che era, che poteva essere e che è diventato. Sempre allergico alle manifestazioni del potere, all'ipocrisia e all'adulazione di chi lo circonda, ma anche incapace di darsi una vera risposta: ne è valsa davvero la pena?

Romanzo la cui verità - come premette Williams - appartiene più alla verità della narrativa che a quella della Storia (e perciò, mi pare, ancora più vero), Augustus riecheggia inevitabilmente capolavori come Io, Claudio di Robert Graves e soprattutto Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Ma poi c'è la scrittura inconfondibile di Williams, tra ricostruzione storica, indagine psicologica, meditazione sui destini dell'uomo.

E davvero: è un libro da cui farsi accompagnare a lungo.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...