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lunedì 25 agosto 2014

New York, nel paese delle automobili e delle lavatrici

Per certi versi, i comportamenti e le abitudini di New York sono remoti da quelli del resto del paese come Venezia lo è dal resto d'Italia.

Non solo remota dal punto di vista geografico, né perché la sua testa ancora si volge metaforicamente verso l'Europa. Remota nei modelli e nelle attività fondamentali della civiltà: muoversi, mangiare, fare il bucato.

New York è una città di gente che si muove a piedi, in un paese di automobili; New York è una città compressa in un paese di grandi spazi; New York è una città in cui la gente porta i panni sporchi al lavasecco del quartiere, scarpinando per tre isolati.

Noi ci affidiamo ai piedi e al treno, e a qualche pedalata ricreativa in bicicletta, mentre l'America è - prima di tutto, soprattutto e definitivamente - un paese di automobili e lavatrici.

                                            (Adam Gopnik, Una casa a New York, Guanda)

domenica 3 marzo 2013

Con Wu Ming, inseguendo quello strano sogno di libertà

Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.

Sono passati quasi quindici anni da quando Wu Ming, allora col nome di Luther Blisset, pubblicarono quel gran romanzo che è Q, un libro che, a distanza di tanto tempo, ancora mi trasmette il piacere della lettura. E proprio quindici anni più tardi l'epilogo di quella storia prende avvio Altai, ricominciando dalla stessa città, l'Istanbul degli imperatori ottomani, città sfarzosa, caotica, incline al lusso e al misticismo, all'intrigo e alle decisioni che cambiano la storia.

Da Q ad Altai forse il passo è più lungo ancora e forse il piacere della lettura non è stato lo stesso. Non pretende di essere un sequel, sull'onda di un successo lungo e inatteso, ma piuttosto un altro pezzo di storia e di storie che vanno al loro posto, con assonanze, rimandi, ritorni. In questo non bara, Altai, ed è senz'altro meglio per tutti.

E quante cose che scorrono sotto gli occhi: il sultano con i suoi visir, gli ebrei sefarditi, i giannizzer con le loro scimitarre. le galee della Serenissima, l'assedio di Famagosta con l'eccidio dei veneziani, la battaglia di Lepanto... pagine di storia su cui fantasticai già da ragazzino, magari con l'aiuto di Emilio Salgari e le sue pagine che raccontavano di fughe rocambolesche, di duelli all'ultimo sangue, di prigionieri impalati... e poi del povero Marcantonio Bragadin, il comandante dei veneziani, scuoiato vivo al termine di altri terribili supplizi.

Solo che con Wu Ming non è solo avventura, cappa e spada, è sempre storia di uomini che si mettono in cammino, di uomini che tra molteplici vicissitudini inseguono quello strano sogno chiamato libertà.

mercoledì 20 febbraio 2013

Se il libraio è prima di tutto un buon farmacista

A un ritmo che stupisce per progressione, con assoluto disprezzo del valore sacrale dei luoghi che avevano "scortato" generazioni di lettori, il processo pare irreversibile.

Per chi vende un oggetto anomalo, i guadagni sono comunque relativi. E l'abbattimento dei prezzi, reazione degli editori a un mercato in contrazione, è la classica coperta troppo corta. Si resiste a una flessione generalizzata (7 punti nel solo 2012), ma smaltite spese, trucchi e fuochi d'artificio, ci si scopre poveri come sempre.

Quando incontri i 66 anni di Marcello Ciccaglioni, proprietario con sua moglie Elisabetta della catenda indipendente Arion (18 librerie romane in cui lavorano anche i figli Fabio e Daniele, curate come tabernacoli in cui si respira competenza e passione per il mestiere) è difficile non cedere alla tentazione di vedere dietro il velo di un'educazione britannica e di un dinamismo che non si arrende alle ombre, la rabbia di chi rifiuta una sconfitta già scritta.

Non per i riconoscimenti recenti (due settimane fa la Fondazione Cini e la Scuola dei librai di Venezia hanno premiato il suo gruppo ed è la prima volta che il riconoscimento per la migliore libreria d'Italia non va a un singolo esercizio), ma perché da mezzo secolo Ciccaglioni si identifica nel ritratto del libraio che Achille Mauri aveva dipinto durante la cerimonia: 

"Per me è come un buon farmacista capace di alimentare l'intelligenza del lettore nutrendola di quella altrui".

(da Malcom Pagani, Non è più il tempo di piccoli e medi librai, da Il fatto quotidiano di lunedì 18 febbraio)

giovedì 25 ottobre 2012

Venezia che è il baccalà, Venezia che è un sogno

Potrei raccontare come Venezia rubi ai suoi abitanti ogni giorno un poco di anima mentre è accarezzata con lo sguardo. Sonnecchia ma sta in agguato e io che ho mille domande e mille risposte diverse, cerco di farla mia.

Si può davvero dire qualcosa di nuovo e di diverso su Venezia, la città senza uguali, la città che milioni e milioni di turisti visitano ogni anno rubandole un pizzico di anima in cambio di qualche conto salato? Si può davvero lasciarci alle spalle ciò che è noto, che è visto e stravisto, ciò che è calca, confusione, ritmo incalzante di guide, scatti fotografici, acquisti di souvenir, per cogliere qualcosa che non sia un'inquadratura da cartolina?

Se c'era una possibilità Claudio Nobbio è riuscita a coglierla con Sopra l'acqua e sugli alberi, ultima in ordine di apparizione delle Non guide pubblicate dall'editore fiorentino Mauro Pagliai. E davvero, non si tratta di una guida, nemmeno di una guida insolita, a dispetto del sottotitolo di questo prezioso ed elegante libriccino.

Piuttosto una collezione di emozioni e camminate errabonde. E squarci di silenzio, sguardi curiosi. La meraviglia in una calle dove risuonano solo i propri passi. La quieta laguna della memoria dalla quale affiorano altri passi che si sono consumati a Venezia. E nomi, nomi che risuonano dentro: Anton Cechov, Igor Strawinski, Thomas Mann, soprattutto Thomas Mann, che splendidamente ci introdusse al legame indissolubile tra la città sull'acqua e la morte.

Quante cose che è Venezia, nelle pagine di Bobbio.

O Dio - scriveva Ezra Pound, che a Venezia è sepolto - quale grande bontà abbiamo compiuta e scordata da donare a noi questa meraviglia, o Dio delle acque, o Dio della notte quale grande dolore ci attende da compensarci così innanzi tempo?

E Venezia che è un piatto di baccalà mantecato, che è una distesa di scaglie d'argento disegnate da un Pierrot lunare, che è un museo sull'acqua, o forse no, perchè è la città che muore e che rinasce, la città che per questo forse è solo un sogno...

domenica 6 maggio 2012

Non ci siamo accorti nemmeno dell'apocalisse

Allora, semplicemente, ci siamo voltati indietro e abbiamo scoperto che ci trovavamo già a valle del punto di rottura. La catastrofe era stata a lungo un evento che andava compiendosi, ma noi non avevamo avuto occhi per vederla né orecchie per udirla: era stata una catastrofe al rallentatore. E così, in calce a tutto il resto, dovemmo scoprire che perfino l'apocalisse aveva fatto ben poco rumore.

Venezia, anno 2092, futuro non prossimo, ma nemmeno troppo distante, soprattutto se il metro di misura non è quello di una singola esistenza umana.

Venezia apparentemente è ancora Venezia, eppure è qualcosa di profondamente, gelidamente diversa: spazzata via e ricostruita, è diventata una sorta di parco divertimenti, una Disneyland per turismo ricco e senza pretese culturali, dove il passato può essere un gioco o uno spettacolo.

E quale passato, poi: non ci sono più gondolieri, a Venezia, perché se quello che conta è ciò che più attrae e fa cassa, i gondolieri non vanno più bene. Piuttosto i gladiatori, i guerrieri che combattono in un'arena, per la propria salvezza e per il divertimento del pubblico. Cosa di meglio, in un mondo in cui il sangue versato prima ancora che abitudine è da tempo diventato spettacolo?

Eppure con La seconda mezzanotte (Bompiani) Antonio Scurati  non racconta una tragedia nel suo accadere, non ci porta dentro l'ennesima apocalisse, lasciandoci magari la speranza di un happy end prima che.

Questo è un romanzo sul dopo. Sul mondo che ci aspetta dopo che il disastro si è già consumato. Dopo il tramonto della nostra civiltà.

Solo che tra parchi giochi e violenza a uso e consumo di spettatori e teledipendenti, il mondo dopo il nostro mondo non pare così lontano.

venerdì 23 ottobre 2009

Emilio Salgari per compagno di viaggio


In questi giorni in giro con Tito Barbini per presentare Caduti dal Muro capita spesso di parlare di viaggi veri e viaggiatori immaginari, di persone che macinano chilometri e di persone che macinano sogni con le loro letture (è successo anche ieri sera, alla Libreria Marzocco, con gli amici di Avventure nel mondo). Ed è un tema che mi ha sempre fatto pensare molto.

Pascal affermava: “La sventura del mondo viene perché gli uomini non riescono a rimanere ventiquattr’ore nella stessa stanza”,
Robert Louis Stevenson, quello dell’Isola del tesoro,invece sosteneva: “Non c’è miglior materia per i sogni che una mappa” .

Quando mi tornano in mente frasi come queste ripenso a questo signore che vedete nella foto qui sopra: un signore che mi ha fatto viaggiare per il mondo come se avessi valanghe di biglietti aerei regalati e giorni liberi infiniti.

Ripenso a questo signore che si faceva chiamare capitano di lungo corso, che raccontava a tutti di mirabolanti imprese e spedizioni ai quattro angoli del pianeta, che girava in bicicletta per la sua città con in testa un turbante da maharajà e che la domenica gli piaceva portare i figli in scampagnate fuori porta dove poteva inventarsi gigantesche cacce alla tigre.

So che questo signore da ragazzo si ritrovò al Lido di Venezia, in lacrime perché era stato respinto all’esame che gli avrebbe dovuto dare la licenza nautica e un futuro marinaro. Se ne stette ore a guardare il mare che non avrebbe più potuto solcare come un capitano.

Da allora questo signore gettò l’ancora nelle biblioteche di mezza Italia e cominciò a navigare sui libri, macinando di tutto, guide, atlanti, mappe, resoconti di viaggio, bollettini, lettere di esploratori.

Così cominciò a viaggiare e divenne un formidabile viaggiatore sulla carta.
Poi cominciò a scrivere. E in questo modo mi ha regalato Sandokan e i tigrotti della Malesia, ma soprattutto mi ha regalato Mompracem, un’isola per me nella vastità dei mari.

Questo signore, che anche per suicidarsi non scelse un colpo di rivoltella ma fece harakiri come un samurai, si chiama Emilio Salgari. E quando ripenso a lui mi rivedo ragazzino a girare per il mondo solo con le sue pagine e la mia fantasia. Sono contento di aver parlato di lui in un mio libro, Gli occhi di Salgari. Di lui e del suo modo di viaggiare con la fantasia.

Confucio diceva che il modo migliore per conoscere il mondo è quello di non uscire mai dalla propria casa. E forse questo è troppo.
Però in effetti si può viaggiare in molti modi. E viaggiare con la fantasia, solo con la fantasia, non è certo il peggiore.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...