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giovedì 27 giugno 2013

Che ne sarebbe stato della storia, a smettere di leggere?

L'altro giorno ero nella fase finale della lettura dell'ennesimo mastodontico giallo svedese - libri che da qualche tempo prediligo per la loro lussuosa lentezza. 

Dopo quelli di Henning Mankell, ora sto dedicandomi a quelli di Stieg Larsson. Dovevo lavorare (cioé scrivere, lavoro reso difficilissimo dalla quasi totale assenza di un capufficio), ma me la godevo troppo a continuare a leggere il giallo svedese, a lasciare scorrere il tempo senza fare nient'altro che quello, continuare a seguire la storia dei personaggi che erano in quel momento la mia famiglia e i miei amici. 

E improvvisamente mi è venuta per la prima volta l'idea che non era vero che non stavo facendo niente, e non era vero nemmeno che ero da solo mentre leggevo. 

Ho pensato anzi che leggere sia un benefico e generoso lavoro collettivo, o comunque fatto anche per gli altri, come i riti e le preghiere. 

Avevo l'idea che il mio leggere facesse andare avanti il mondo, che in qualche modo lo tenesse in piedi, e comunque tenesse in piedi il mondo del libro che stavo leggendo. Senza di me, cioé se avessi smesso di leggere, che ne sarebbe stato della storia e dei suoi personaggi?

(da Beppe Sebaste, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Contromano Laterza)

lunedì 15 aprile 2013

Quando il male e il bene non giocano a scacchi

Quando il passato è più di un fantasma, è un cane che morde e non lascia la presa. Quando il male e il bene non giocano una partita a scacchi, perchè non c'è il bianco e il nero, il bianco è anche il nero e viceversa. Quando non sai se i conti li stai regolando con chi sta disseminando la tua vita di cadaveri o con te stesso.

Potente, complesso, disorientante. Sono arrivato con ritardo alla lettura di Tu sei il male di Roberto Costantini (Marsilio) e con tutta la diffidenza che si meritano le trilogie del giallo e del noir - si sa, l'operazione editoriale ha quasi sempre la meglio sull'urgenza della scrittura, e poi vai a sapere, magari è la risposta italiana a Stieg Larsson, non è detto che la ciambella riesca col buco.

E invece mi sono tuffato e per alcune sere non ne sono più uscito: 667 pagine, tante sono, per capire come sarebbe andata a finire, ma soprattutto per seguire il filo di un'inchiesta che si srotola lungo un bel pezzo di storia recente dell'Italia, dai Mondiali di Spagna del 1982 ai Mondiali di Germania del 2006. Un quarto di secolo grosso modo di trame, segreti, domande senza risposta. E al centro lui Michele Balistreri, uno che nemmeno dovrebbe starmi simpatico.

Pensare che alla fine ti sembra di star seduto con lui: magari a un tavolo, a ordinare un altro aperitivo.
 

martedì 18 dicembre 2012

Se il mio leggere fa andare avanti il mondo

L'altro giorno ero nella fase finale della lettura dell'ennesimo mastodontico giallo svedese - libri che da qualche tempo prediligo per la loro lussuosa lentezza. Dopo quelli di Henning Mankell, ora sto dedicandomi a quelli di Stieg Larsson. 

Dovevo lavorare (cioé scrivere, lavoro reso difficilissimo dalla quasi totale assenza di un capufficio), ma me la godevo troppo a continuare a leggere il giallo svedese, a lasciare scorrere il tempo senza fare nient'altro che quello, continuare a seguire la storia dei personaggi che erano in quel momento la mia famiglia e i miei amici. 

E improvvisamente mi è venuta per la prima volta l'idea che non era vero che non stavo facendo niente, e non era vero nemmeno che ero da solo mentre leggevo. 

Ho pensato anzi che leggere sia un benefico e generoso lavoro collettivo, o comunque fatto anche per gli altri, come i riti e le preghiere. 

Avevo l'idea che il mio leggere facesse andare avanti il mondo, che in qualche modo lo tenesse in piedi, e comunque tenesse in piedi il mondo del libro che stavo leggendo. 

Senza di me, cioé se avessi smesso di leggere, che ne sarebbe stato della storia e dei suoi personaggi?

(da Beppe Sebaste, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Contromano di Laterza)

lunedì 25 luglio 2011

Norvegia, il buio oltre il sole di mezzanotte

Il cuore gonfio, certo, pensando a quell'isola della Norvegia trasformata in uno spaventoso mattatoio. Ma anche tante domande per la testa, soprattutto una, che so che è anche la vostra: possibile, nella civilissima Norvegia, dove anche i poliziotti girano disarmati? In questa Scandinavia dove magari non vorremmo abitare per il clima, ma invidiare invidiamo, come no, per quanto è ordinata, pacifica, tollerante?

Poi penso ai gialli della Scandinavia, a questo tormentone dell'editoria mondiale, perché sembra che oggi un giallo per vendere debba per forza arrivare dal grande Nord.  E penso.... penso che oltre la moda c'è davvero altro.

Penso a Henning Mankell e al suo Delitto di mezza estate, a quei giovani assassinati la notte del solstizio in una macchia isolata di un bosco. Penso che la Norvegia è presumibilmente l'unico paese del mondo ad avere un (ex) ministro della giustizia, Anne Holt, autore di noir di grandissimo successo. Penso a Stieg Larsson che prima di affermarsi con la sua Trilogia aveva lavorato per anni a inchieste sul neonazismo in Scandinavia....

Afferma Gabriele Romagnoli in un bellissima pagina pubblicata domenica 24 su Repubblica (Il lato noir del sole di mezzanotte. Nei libri il presagio dell'altra Norvegia)

Eppure. Eppure bastava abbassare gli occhi sulle pagine di uno dei libri ambientati proprio lì per trovarsi in un mondo completamente diverso

I gialli scandinavi, si sa, sono più atmosfera che trama. E l'atmosfera non vive solo della luce nordica, delle distese della Lapponia, dei laghi della Carelia... Vive anche del contrasto tra una superficie bianca, e quello che si muove sotto, torbidamente nero.

Scrive ancora Romagnoli:


La funzione della letteratura noir è spesso questa: sporcare le illusioni. Se possibile, ammazzarle

Sempre meglio di un risveglio così. Di un risveglio di sangue.

mercoledì 19 gennaio 2011

Bandiera bianca con Stieg Larsson

E dunque, parto subito male e dico che, a malincuore, proprio con La regina dei castelli di carta di Stieg Larsson mi è toccato applicare a mio esclusivo beneficio il terzo e il quarto diritto che Daniel Pennac riconosce al lettore: prima saltare le pagine e poi non finire il libro, senza troppi rimorsi.

E' così: l'ho attaccato con grosse aspettative, ho perso colpi in una lettura distratta, ho stentato nel primo centinaio di pagine (troppi nomi, intreccio troppo complesso, troppa sensazione di sequel), ho tirato avanti grazie al ricordo assolutamente positivo (ma non entusiasta) dei primi due libri della trilogia, infine mi sono arenato.

Poi, è chiaro, qualche problema me lo pongo. Sarà questione di diffidenza che scivola in pregiudizio per i "clamorosi casi editoriali"? Sarà che Larsson è morto prima della pubblicazione di questo libro e che non avuto il tempo di lavorarci sopra fino in fondo?

O sarà che, semplicemente, con i libri è come con le persone, a volte funziona al primo sguardo e subito scatta qualcosa, altre volte per quanto te ne abbiano parlato bene, per quanto sai che "meriterebbe", non scatta niente?

E magari è un'occasione mancata. Chissà, in un altro tempo, in un altro contesto. Forse sarebbe bastato una sera tutta per me, un teino per accompagnare la lettura e un silenzio accogliente, la volta del primo capitolo.
Chissà.

Chissà se un giorno La regina dei castelli di carta scenderà dallo scaffale dove è finita, il più alto della libreria, per tornare a bussare nella mia vita.

giovedì 9 dicembre 2010

Quando leggere tiene in piedi il mondo



A volte ci sentiamo persino in colpa, quando sottraiamo tempo al nostro tempo (ma che significato ha il nostro tempo?) per consegnarlo alla lettura. Può far bene, allora, leggere queste parole di Beppe Sebaste, scovate in un libriccino bello e singolare (Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne) di cui nei prossimi giorni intendo parlare. Ma intanto questo passo.

L'altro giorno ero nella fase finale della lettura dell'ennesimo mastodontico giallo svedese - libri che da qualche tempo prediligo per la loro lussuosa lentezza. Dopo quelli di Henning Mankell, ora sto dedicandomi a quelli di Stieg Larsson. Dovevo lavorare (cioé scrivere, lavoro reso difficilissimo dalla quasi totale assenza di un capufficio), ma me la godevo troppo a continuare a leggere il giallo svedese, a lasciare scorrere il tempo senza fare nient'altro che quello, continuare a seguire la storia dei personaggi che erano in quel momento la mia famiglia e i miei amici. E improvvisamente mi è venuta per la prima volta l'idea che non era vero che non stavo facendo niente, e non era vero nemmeno che ero da solo mentre leggevo. Ho pensato anzi che leggere sia un benefico e generoso lavoro collettivo, o comunque fatto anche per gli altri, come i riti e le preghiere. Avevo l'idea che il mio leggere facesse andare avanti il mondo, che in qualche modo lo tenesse in piedi, e comunque tenesse in piedi il mondo del libro che stavo leggendo. Senza di me, cioé se avessi smesso di leggere, che ne sarebbe stato della storia e dei suoi personaggi?

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