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lunedì 13 gennaio 2014

La magia del quaderno perduto di Pirandello

Adesso scrivo con un pennino comprato al mercato dell'antiquariato. Voglio provare le stesse sensazioni del passato, di quando Pirandello intingeva nel calamaio. Scrivo al massimo quattro-cinque parole, poi rituffo il pennino d'oro (ebbene sì, lo avevo comprato d'oro, non avevo badato a spese) nella boccetta anche questa rigorosamente d'epoca. Con cura, faccio scivolare sul bordo di vetro la goccia blu superflua che sarebbe caduta imbrattando il foglio. Il gesto di allungare la mano verso il calamaio dà ritmo alla scrittura, è un movimento che aiuta la fantasia a prendere forma concreta, non è una perdita di tempo, tutt'altro. Mi trovo perfettamente a mio agio nonostante in ufficio lavori al computer. E per vivere ancora di più queste sensazioni scrivo a lume di candela...

Che cosa straordinaria, per un uomo che lavora nell'editoria, poter mettere le mani su un manoscritto di Luigi Pirandello che dire perduto è poco, perché della sua esistenza in effetti non si era mai avuto sentore: la prima novella, scritta da ragazzino, il primo passo nei territori della letteratura.

Che cosa straordinaria e quali emozioni si possono scatenare anche solo riconoscere le prime lettere, individuare quella grafia, capire che si tratta di un documento autentico, che sulla carta c'è davvero un Pirandello che nessuno aveva avuto sotto gli occhi...

 Ma cosa potrà mai succedere, se questa novella è in realtà incompiuta, la sua trama congelata su una pagina, i suoi personaggi bloccati come per una istantanea, in attesa del seguito?

Succede, potrà succedere, quello che ci racconta Il quaderno perduto di Pirandello (Felici editore), primo romanzo di Giovanni Parlato, giornalista navigato che qui, in uno dei libri che più mi hanno sorpreso del 2013, si rivela anche grande narratore.

Storia di una sfida letteraria, questa, mossa da una tentazione che non si sa se sia più truffa o immedesimazione. Storia di pagine che, a distanza di tanti anni, una volta riscoperte, ancora sanno parlare, destare emozioni, sollecitare scelte. Storia che è più di una storia, è una storia molteplice, che si frange su numerosi piani e sviluppi, complessa come può essere una novella di Pirandello, dolce e rassegnata come può esserlo solo una sera siciliana.

In ogni caso storia popolata di ombre e possibilità, storia sospesa in quella magia che solo certe terre e certa letteratura sanno evocare.

giovedì 4 novembre 2010

Quando la rapidità non fa male

Forse avete letto anche voi la storia di quel concorso letterario aperto a ogni genere di romanzo, basta che i concorrenti rispettino un solo requisito, averlo scritto in appena 30 giorni. Nel caso, vi riporto quanto ha scritto Raffaella De Santis sulle pagine di Repubblica:

Se Jack Kerouac ha scritto On the road in solo tre settimane, perché non tentare. Centinaia di migliaia di aspiranti scrittori sparsi in tutto il mondo in questi giorni ci sperano e intasano con i loro manoscritti il sito web del National Novel Writing Month

Non so se questo concorso mi piace. Certo, a giudicare dal suo successo, pare essere decisamente in sintonia con i nostri tempi. Tempi dove evidentemente la rapidità - e non la lentezza - pare dote essenziale e imprescindibile. In cui la scrittura è quella veloce, quasi automatica, delle email e non quella di chi distilla le parole su uno schermo bianco o peggio ancora su un foglio di carta. Tempi in cui, peraltro, i libri entrano nelle librerie e ne escono con lo stesso ritmo dei turisti in un villaggio vacanze.

E dunque, pensandoci un po' di più questa idea mi piace ancora meno. Però se insisto a pensarci l'occhio mi casca anche sul titolo dell'articolo: Quei grandi romanzi scritti in pochi giorni.

E allora è giusto ricordarsi di Jack Kerouac e dei tanti altri che volarono sulle pagine. Stendhal che completa La Certosa di Parma in appena 52 giorni tenendo fuori di casa tutti gli scocciatori ("Il signore è a caccia" dice la servitù). Fedor Dostoevskij che impiega solo 26 giorni per Il giocatore. Graham Greene, William Faulkner, Luigi Pirandello che in una manciata di settimane sfornano capolavori.

E allora preferisco sospendere il giudizio. Perché mi sa che non conta quanto si è veloci, ma quanto si ha da dire. Quanto ci si sente a proprio agio in quello che si dice. E sarà banale, ma è proprio così.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...