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giovedì 7 maggio 2020

Il dolore che non mi ricordo di aver scritto

Ho ritrovato questo Diario in due quaderni negli armadi blu... Non ricordo di averlo scritto.

Succede che il passato ci sorprenda così, come un baule in cantina che non è stato più riaperto, come una scoperta archeologica. A volte è qualcosa di scritto, in cui è tanto riconoscere la nostra calligrafia, e solo quella. Non ci si vede proprio nell'atto di scrivere quanto si è scritto. 

Sono stato proprio io? Domanda che in realtà potrebbe valere per tutti, anche per lo scrittore che oggi pubblica il libro che solo ieri ha scritto. Ma da cui talvolta discende assai più di una constatazione. 

Come Marguerite Duras in queste pagine, sconcertata da tanto disordine del pensiero e del sentimento da farle provare una sorta di vergogna della letteratura. Ed è vero, questa non è letteratura, questa è vita. Ma vita restituita in tutta la sua intensità.

Pochi libri come Il dolore (Feltrinelli) raccontano le lacerazioni e le paure della guerra, pochi libri sono così chirurgici nel dissezionare ciò che gli uomini sono e diventano nelle strozzature della storia. 

Parigi, tra il 1944 e il 1945. Marguerite Duras milita nella Resistenza, i tedeschi le hanno strappato il marito. Prigioniero in un campo di concentramento, di lui non si sa più niente. Forse è già morto, forse quel forse non ha più senso, ogni giorno ha meno senso. Cos'è l'attesa di un ritorno? Come è piangere un morto sena tomba? 

Troppo, c'è troppo in queste parole. La sofferenza intima e solitaria nella tragedia collettiva - Accadono più cose nella nostra testa che nelle strade tedesche - e poi il ritorno che non è mai ritorno, il futuro che per alcuni più che per altri è terra straniera, il male che contagia anche chi si schiera dalla parte giusta, il barlume di umanità che a volte si riesce a scorgere persino nel delatore della Gestapo..... Troppo e anche troppo scomodo, persino crudele. 

Eppure è così che la parola si fa memoria, passione, quindi vita. E in quanto tale grande letteratura.


giovedì 23 aprile 2020

Il buon giornalista, i Balcani e la guerra smascherata

Il bene prevale numericamente sul male, ma non sa fiutare il pericolo.

Ha quasi un quarto di secolo, questo libro, ma ben pochi sono i granelli di polvere che si sono depositati sulle sue pagine, molte le parole, come queste, che andrebbero scolpite. Non è solo il reportage appassionato di un grande giornalista viaggiatore nella guerra che alla fine del secolo scorso insanguinò i Balcani, in paesi cui oggi non ci viene più di riferirci come ex Jugoslavia. E' molto di più, come per i libri di un altro reporter nei conflitti del Novecento, meglio se periferici e dimenticati, Ryszard Kapuscinski: che in Angola come in Bolivia raccontava storie che avevano piedi ben piantati per terra, ma non appartenevano solo alla cronaca. 

Così Paolo Rumiz e questo suo libro, Maschere per un massacro (Feltrinelli), opportunamente riedito a parecchi anni di distanza dalla prima uscita, mentre l'ex-Jugoslavia pareva già finita negli archivi della storia. Invece è ancora qui, deve essere ancora qui, con la sua lezione che vale per ogni guerra e direi per ogni crisi - anche laddove le armi tacciono - per ogni situazione in cui la tentazione di giocare a carte coperte o false è troppo forte. 

Un imbroglio, questa è la parola con cui Rumiz riassume ciò che si mise in moto per innescare quel conflitto. Perchè tale fu quel massacro costruito in laboratorio e sdoganato ai fessi come conflitto di civiltà, scontro tribale o generica barbarie. Imbroglio di cui molti furono complici, anche solo per conformismo, ignavia, pigrizia intellettuale. Persino rispettabili professori di linguistica o storici di secoli andati: perchè per predisporre la guerra si mobilitarono i vocabolari, si chiamarono a raccolta i morti, si fece del passato un deposito di munizioni. 

Maschere e bugie, ma anche una verità da opporre: L'odio esplode solo se c'è qualcuno che decide di servirsene. Individuare chi e come, ecco cosa può fare il buon giornalista, l'uomo che ha occhi per guardare e voce per le domande giuste.


 

lunedì 16 dicembre 2019

Tra il Danubio e il Levante, i mille mestieri del vagabondo

Panait Istrati io l'ho scoperto solo poco tempo fa, grazie a una vecchia edizione dell'Universale Economica Feltrinelli scovata su una bancherella, la carta ingiallita, la costola consumata, il prezzo ancora in lire - 1.500 lire. Non ne avevo mai sentito parlare, allo stesso modo, sono convinto, di molti di voi. Diciamo che l'occhio mi era cascato sul titolo indecifrabile e sulla copertina orientaleggiante (nel frattempo, va detto, è uscita una nuova edizione).

L'ho preso e così, prima di entrare nella sua scrittura, sono entrato nella vita di Panait Istrati, che dalla prima peraltro è difficilmente separabile. E che vita, per questo uomo nato in un porto del Danubio romeno, figlio di una lavandaia e di un contrabbandiere greco di Cefalonia. 

Vagabondo per indole e per necessità Istrati consumò i suoi anni a girare per i porti di un Mediterraneo che ancora era levantino e ottomano. Si guadagnò da vivere con mille mestieri, di volta in volta venditore ambulante e cabarettista, uomo-sandwich e scaricatore, imbianchino e pasticciere. Andava di porto in porto, spesso clandestino a bordo delle navi. Annusava i refoli di rivoluzioni improbabili. Divorava libri e accumulava storie. 

Fece la fame e a lungo non riuscì a pubblicare niente. Nel 1916, nel bel mezzo della Grande Guerra, si ammalò di tubercolosi. Nel sanatorio svizzero dove venne ricoverato imparò il francese e si innamorò delle opere di Romain Rolland. Cinque anni più tardi, quando provò a farla finita con un colpo di rasoio alla gola, fu proprio a Rolland che indirizzò la lettera di addio. 

Si salvò e quella lettera mosse qualcosa. Rolland lo incoraggiò a scrivere un romanzo. Questo: Kyra Kyralina. Con tutto il mondo di Panait Istrati tra il delta del Danubio e i porti del Levante. La sua vita e un mondo di gente che sono voci e colori. 


E' una storia minima che si fa epica, l'epica di un Omero venditore di noccoline, come qualcuno lo ha definito. E' un narratore nato - scriverà Rolland nella prefazione - un narratore orientale che si incanta e si commuove ai suoi stessi racconti e si lascia prendere talmente da essi che quando ha cominciato una storia nessuno sa, nemmeno lui, se durerà un'ora o mille e una notte.

Provare per credere.

lunedì 15 luglio 2019

Viaggio sentimentale nelle strade perdute del mondo

Proviamo a mettere la geografia al servizio della storia, e non viceversa; e magari riusciremo a ritrovare qualcosa di noi che forse era perduto.

Ecco, a questo ci esorta Alessandro Vanoli, all'inizio del suo nuovo, ottimo libro, Strade perdute, uscito in queste settimane per Feltrinelli. Come se fosse il consiglio di un amico o meglio ancora di un compagno di viaggio, che sa bene che ciò che del viaggio conta non sono i chilometri macinati ma le storie raccolte e poi condivise.

Poi è lui stesso che si mette in viaggio, insieme nel tempo e nello spazio, e quasi non gli si sta dietro, è un viaggio da vertigine, un viaggio che parte prima ancora che cominci la nostra storia, nelle grotte dell'uomo di Neanderthal, per arrivare all'altro ieri, in quella Route 66 che, prima di cedere il posto alle grandi autostrade, è stato il simbolo delll'America sulle quattro ruote e insieme del viaggio verso Ovest, del commesso viaggiatore come del poeta beat. 

Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia, è questo il sottotitolo del libro, che oltre a evocare il capolavoro della letteratura di viaggio di Laurence Sterne ci restituisce la consapevolezza del viaggio quale esperienza che coinvolge la testa e il cuore. 

Pagine dove c'è lo storico, che sa bene che la storia discende anche da scelte e che non è mai male cambiare il punto di vista, passando per esempio dalle città alle strade che le città uniscono, dai confini di stato alle frontiere mobili che i mercanti e i pellegrini hanno sempre attraversato.

Pagine dove c'è il narratore che sollecita l'intelligenza e riscalda il cuore del lettore, si parli della discesa del Nilo - magari riandando persino al terrore adolescenziale per La Mummia di Boris Karloff - come degli antichi romani che si sono spinti fino in India, oppure sulle ferrove quali la Transiberiana che nell'Ottocento hanno reso meno lontani tanti luoghi del pianeta. 

Non siamo esseri in movimento? 

Così si domanda a un certo punto Alessandro e ovviamente la risposta, dovuta e doverosa, si vorrebbe scontata - sì, da sempre siamo esseri in movimento - benché oggi muri e amnesie la rimettano in discussione. Meno male che ci sono libri come questo, che sono già zaino leggero per una nuova partenza.

 

martedì 30 aprile 2019

Nei monasteri con Rumiz, cercando l'anima dell'Europa

Il germe della rinascita di un Continente era partito dal forte cuore appenninico del mio Paese. Benedetto era nato lì, sulla lunga dorsale inquieta che è il centro non solo dell'Italia ma dell'intero Mediterraneo. Era figlio di un mondo di Sibille, transumanze e lunghi inverni.


Credo sia questo il viaggio più sorprendente, tra i tanti che anno dopo anno ci ha raccontato Paolo Rumiz. Come se arrivato sul ciglio di un burrone, dove termina il sentiero, dove c'è solo il vuoto davanti, avesse comunque trovato il modo di proseguire. 

Così ha cercato le ragioni e ancora di più l'anima dell'Europa: roba da vertigini, appunto. E le ha trovate, ma non a Bruxelles, non a Maastricht, e forse nemmeno a Ventotene, lo scoglio dove un pugno di coraggiosi, reclusi sotto il fascismo, cominciò a coltivare un sogno. 

C'è chi, a partire da Goethe, sostiene che l'Europa è nata peregrinando, per i grandi cammini che nei millenni l'hanno solcata. Vero. Però per Rumiz l'Europa, almeno la migliore Europa, discende anche dalla Regola di Benedetto, dall'ora et labora dei suoi monaci, dai monasteri che furono radure di civiltà nell'epoca più buia, quando l'impero romano tramontò, i barbari saccheggiarono le città, le selve si ripresero i campi e i pascoli. 

Sembrava un mondo finito, era un mondo finito: ma proprio allora qualcosa ricominciò. Con questi religiosi che presero a dissodare, ad arare, a seminare. Che ricopiarono i testi dell'antica saggezza perché altri ne potessero beneficiare. Che costruirono edifici che non dovevano essere fortezze, ma oasi di pace. 

Una nuova umanità, che solo apparentemente si era staccata dal mondo. Non fosse per quella capacità di ascolto, per quella disponibilità all'accoglienza, che sconcertò gli stessi barbari e fece sì che l'hostis potesse trasformarsi in hospes, il nemico in ospite.

Il filo infinito (Feltrinelli), ovviamente, non è un libro di storia. E' un viaggio necessario per dipanare la matassa di giorni confusi e ritrovare il filo, appunto, che riconnette il passato più remoto al presente più incerto. E non importa appartenere a una chiesa, riconoscersi in una religione rivelata, praticare una qualche liturgia. Si può comunque sentire dentro il canto benedettino, scoprire che ancora ci chiama.

venerdì 16 febbraio 2018

Nelle mappe la storia e il sogno del mondo

L'impulso a disegnare mappe e carte geografiche è un istinto umano fondamentale e immortale. Dove saremmo senza?

Ecco questa è una buona domanda, anche se non è facile darle risposta. Ma le buone domande, si sa, sono quelle che in genere mettono in movimento il cuore e la testa, senza in realtà assicurarti un punto di arrivo. Vale anche per questo straordinario libro, in cui è meraviglioso immergersi, con la sensazione di abbracciare l'intera storia del mondo attraverso la visione che del mondo l'uomo ha avuto.

Da Tolomeo a Google Earth, dalla carta tedesca che per prima volta chiamò America il Nuovo Mondo alla proiezione di Peters che negli anni Settanta del secolo scorso provò a ripristinare un giusto rapporto tra i continenti, quando si cercò di scrollarsi dalla visione eurocentrica e di tutto ciò che essa aveva comportato. La mappamundi di Hereford, le opere di arte di Mercatore e Joan Blau, e molto molto altro.

Tutto questo potrete trovare ne La storia del mondo in dodici mappe di Jerry Brotton (Feltrinelli), libro bello anche da vedere e da sfogliare, ma soprattutto libro appassionante come un romanzo della conoscenza, capace tra l'altro di rimettere in discussione quel poco di certo che ci portiamo dietro. Figurarsi, anche il nord non è sempre stato dove siamo convinti sia sempre stato e non esiste in effetti nessuna ragione puramente geografica per orientare le mappe come facciamo.

A non venire mai meno è proprio quell'istinto fondamentale, quel bisogno essenziale cui le mappe provano a rispondere: imporre un ordine e una struttura allo spazio smisurato, apparentemente illimitato, del mondo conosciuto.

Così essenziale questo bisogno che un tempo a chi realizzava le mappe o a chi semplicemente le possedeva era conferito una sorta di potere arcano, magico. E che di fronte a esse, ancora oggi, si compie il miracolo di tornare bambini, pronti alla meraviglia, pronti a saltare sul tappeto volante destinazione altrove.

Ps: neanche a dire,  per me è stato un libro necessario e insostituibile per scrivere le pagine de Il sogno delle mappe,  il mio titolo nella Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo.

lunedì 3 luglio 2017

Due giornate in 20 anni e voi due senza di me

Per mettere le mani avanti: Emiliano Gucci lo conosco, di persona e per altri libri, che ho già avuto modo di leggere, apprezzare, segnalare. Per questo la sorpresa è ancora più grande e bella, di fronte a Voi due senza di me, pubblicato da Feltrinelli. Pensare che all'inizio ero un po' titubante: non sarà mica la solita storia di una coppia sfasciata, incapace di farsene una ragione?

Sbagliato, questo è appunto il libro che non ti aspetti. E il bello è che non ti cattura con chissà quali colpi di scena ed effetti speciali. Addirittura la trama potrebbe essere condensata in poche righe.

Una coppia che non è più una coppia, appunto, lui che dieci anni anni dopo, in una Firenze luminosa come solo certe mattine, scende dal treno e cerca lei per riannodare in qualche modo i fili. E dopo quella giornata un'altra giornata ancora, dieci anni più tardi, Firenze questa volta paralizzata dalla neve, e lei, non più lui, che si fa viva, a parti rovesciate.

Due giornate, così nell'arco di 20 anni, per una storia a cui manca la parola fine. Ma poi c'è molto altro: perché c'è un passato che incombe, un'altra giornata che ha fatto sì che niente fosse come prima e che non ha solo tolto il futuro a Michele e Marta - questi i loro nomi - nel futuro li ha anche imprigionati.

E quel passato parola dopo parola riaffiora, così come la voce che non è più voce: e che pure si fa racconto di ciò che è successo e succederà...  Sarà come in quel capolavoro che è Amabili resti di Alice Sebold? E come misurarsi con ciò che è successo, se nemmeno sappiamo cosa abbiamo fatto, se il passato è anche confusione, amnesia, reinvenzione?

E se fossi stata veramente io?

Non aggiungo altro, se non per invitarvi alla lettura di un libro che è indagine sulla complessità del dolore, romanzo di inquietudine e possibilità, storia di responsabilità con cui fare i conti e di rinnovata innocenza.

domenica 28 maggio 2017

In cammino tra gli incanti e gli orrori dell'Appia Antica

Più di un cammino, perché prima di tutto c'era da ritrovarla la strada, che un tempo era la strada per definizione, la strada romana numero uno. C'era da ritrovarla e quindi percorrerla fino in fondo. E quindi tracciarla e restituirla di nuovo, in qualche modo, al paese che le aveva voltato le spalle, seppellendola sotto tangenziali e discariche, cave e parcheggi. E quindi c'era da raccontarla, la strada, scegliendo le parole giuste per metterla sotto gli occhi di chi finora l'aveva trascurata e degradata.

Davvero, è assai più di un cammino, e poi di un bel libro di viaggio, Appia di Paolo Rumiz. Dietro c'è tutta la storia della via tracciata da Appio, il console cieco. C'è la strada calpestata dai piedi dei legionari e poi dei pellegrini, da Roma a Capua, da Capua a Brindisi. C'è l'Occidente e c'è l'Oriente, che si respira arrivando al mare. Ci sono i santi e ci sono gli schiavi ribelli di Spartaco, inchiodati su una croce per l'ultimo supplizio.

Ma c'è anche un altro passato, fatto di scempi, amnesie, devastazioni, appropriazioni. Ville romane sequestrate dietro cancelli, rovi e rifiuti, asfalto dove c'erano gli antichi lastrici, archeologi additati al pubblico ludibrio, pietre portate via per i giardini privati - terrificante dilapidazione di un patrimonio, e attenti alla parola dilapidare, significa per l'appunto portare via pietre.

Così non sai se a parlarti è più il passato nobile della madre delle vie europee o il passato indegno di un paese che fino all'altro ieri ha fatto di tutto per mandare in rovina ciò che la storia gli ha consegnato. Non sai se sarà la rabbia, passo dopo passo, a piantare la bandiera nel tuo cuore. O piuttosto la meraviglia, un sentimento che scardina il cuore e ti fa più largo: perché comunque c'è infinita bellezza  lungo la strada.

Questo è il passato, questi sono i passati. Vai a sapere quale sarà il futuro, tra i tanti che se ne fregano e gli altri che dell'Appia si sono finalmente accorti. Tanto che sempre di più è oggetto di convegni, seminari, articoli sui giornali, l'Appia.

Ma essa - ci dice Rumiz - chiedeva qualcosa di più semplice e modesto. Essere lasciata in pace. Essere percorsa, vissuta.

Così come Rumiz, con i suoi compagni di viaggio, ha fatto per 29 tappe e 612 chilometri. Così come ci ha raccontato perché anche noi un giorno, zaino sulle spalle, forse si possa masticare indignazione e incanto. 

lunedì 16 gennaio 2017

L'Italia raccontata in compagnia dei postini

Ci sono le dita di un postino oggi in Italia che si prenderanno cura delle mie parole - così cantava Claudio Lolli - Ci sono dita di un postino oggi nel mondo che ci faranno sentire più vicini del vero.

Sì, così cantava Lolli e con le sue parole disegnava un'Italia dove le lettere erano ancora importanti, le novità arrivavano per posta e c'era attesa, a volte persino trepidazione, per ciò che ogni giorno il postino ci poteva consegnare.

Oggi magari ciò che arriva è solo un verbale di contravvenzione, il bollettino per un pagamento e tanta pubblicità: ma prima delle mail e dei social c'erano le cartoline spedite da mondi lontani, c'erano le parole di amore e di amicizia, c'erano vite che si tenevano vicine grazie alla carta e all'inchiostro. E tutto questo, certo, era possibile grazie al lavoro di uomini che ogni mattina si mettevano in movimento, con qualsiasi tempo e fino all'ultima casa: i postini, che per la posta rappresentavano - e in parte rappresentano ancora - ciò che le maestre sono per le scuole.

Ci sono ancora e ogni giorno ancora passano di strada in strada, con il loro carico di telegrammi, lettere, avvisi. Magari ne abbiano meno percezione, magari non li attendiamo più come un tempo. Però ci sono ed è bello che qualcuno abbia pensato a loro per raccontare l'Italia.

Lo ha fatto Angelo Ferracuti, scrittore che peraltro a lungo ha fatto questo lavoto. Per mesi  ha girato l'Italia dei borghi, dei paesi di campagna e di montagna, solo di tanto in tanto anche delle grandi città: comunque l'Italia dove ancora la posta è importante e dove il postino rimane persona di riferimento, come il parroco, il carabiniere, l'insegnante.

L'ha girata, questa Italia, affidandosi allo sguardo e alle parole dei postini. Persone che consegnano la corrispondenza, ma che non sono solo corrieri, giorno dopo giorno entrano nella nostra vita, condividono qualcosa, si fanno presenza, testimonianza, memoria.

E da tutto questo è venuto fuori Andare camminare lavorare. L'Italia raccontata dai portalettere (Feltrinelli). Un libro bello e originale, per un viaggio nell'Italia che non aspetti. Nell'Italia che, malgrado tutto, c'è ancora. E che è bello pensare che ci sia ancora.

lunedì 17 ottobre 2016

Se la memoria è un canarino nella miniera

Mi perdo. Mi smarrisco a Katowice, eppure questa è la città dove sono nato e in cui ho trascorso la mia infanzia...

Ecco, sono questi i primi passi. E forse bisogna davvero smarrirsi per riannodare i fili. Bisogna davvero divagare con la testa e con i piedi per scoprire e riscoprire. Per rimanere in qualche modo fedeli al proprio passato e allo stesso tempo per guardare meglio avanti, grazie a quel passato. Soprattutto se è un passato doloroso e ingombrante quale può essere quello di una famiglia ebrea nella Polonia del Novecento.

Dopo aver tante volte apprezzato Wlodek Goldkorn sulle pagine dell'Espresso, ora incontro la sua storia in Il bambino nella neve (Feltrinelli), libro importante, profondo, coinvolgente. Libro di viaggio e più precisamente di ritorno, nella sua Polonia. Libro per ricordare ciò che è stato, libro sui destini di una famiglia, ma anche di un paese intero e di un popolo che di quel paese è stato parte importante.

E c'è la Polonia di prima della Shoah, con un mondo ebraico che non era solo quello dei villaggi, reso così diverso dalla nostalgia e dal rimpianto, ora che non c'è più. C'è la Polonia dell'occupazione nazista, di Auschwitz che è il cimitero di famiglia - Una preghiera? Non c'è niente di sacro ad Auschwitz - e dei campi di sterminio quali Treblinka e Majdanek di cui si parla molto meno perché sopravvissuti non ce ne sono stati. C'è la Polonia della rivolta del ghetto e di Marek Edelman, che per Wlodek è stato complicato maestro di vita. Ma c'è anche la Polonia che c'è stata dopo, quella sotto il socialismo, costruita sulle macerie della guerra contro i nazisti, eppure investita da spaventose ondate di antisemitismo: fino al pogrom e poi alla cacciata di tanti ebrei - Avevo quindici anni e diventai uno straniero in patria, un nemico interno, una quinta colonna. Straniero due volte, in un paese dove un mondo era già scomparso.

Da Katowice a Firenze, è stato lungo il viaggio di Wlodek: ancora più lungo, se non si misura con i chilometri, ma con le lacerazioni dell'anima, i disorientamenti della cultura, il lavorio delle emozioni.

Ma in questo viaggio - e questo è un grande libro di viaggio, nello spazio e nel tempo, non un diario o un memoir - c'è modo per crescere, per capire, per allargare lo sguardo, perfino per trovare le parole giuste. Per far sì che la memoria serva davvero al nostro presente.

Si dice che una volta si portavano nelle miniere i canarini, uccelli sensibili ai gas. I canarini avvertivano i minatori quando la catastrofe era imminente. Ecco, per me la memoria significa essere un canarino nella miniera, dare l'allarme quando sento l'acre odore del razzismo.

Non per vendetta, non per vivere con le spalle voltate indietro. Ma per il nostro sentirsi uomini oggi. 

sabato 8 ottobre 2016

In compagnia di Erodoto, primo reporter della storia

Ryszard Kapuscinski, si sa, è stato un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come modo per perdere le proprie certezze confrontandole con quelle altrui.

La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.

Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra.

Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.

Dopo Ebano, qualche tempo fa mi è capitato di riprendere in mano In viaggio con Erodoto, un altro libro di questo grande "giornalista viaggiatore" che è insieme una finestra sul mondo, una lezione di etica, una dichiarazione di amore per la varietà delle storie e delle culture, un dialogo con se stesso. Ma anche un confronto con il compagno di viaggio che ha accompagnato il nostro fin da quando, giovane senza arte nè parte cresciuto nella grigia Polonia socialista, ha avvertito impellente la necessità di guardare cosa c'era oltre la frontiera: Erodoto, appunto.

Già, perché questo antico greco non fu solo e semplicemente uno storico, fu l'uomo che non si accontentò di quanto gli dicevano altri, che piuttosto volle andare a vedere e toccare con mano.

Erodoto, primo reporter della storia. Erodoto al fianco di Kapuscinski e di quanti, ancora oggi, sono consapevoli che "se non si va, non si vede".

mercoledì 24 agosto 2016

Cosa c'è prima dei barconi del Mediterraneo

Ho impiegato molto tempo per capirlo. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte. Sedersi per terra intorno a un fuoco e ascoltare le storie di chi ha voglia di raccontarle, come hanno fatto altri viaggiatori fin dalla notte dei tempi.

Dovessi scegliere le righe in grado di riassumere il senso e lo spirito de La frontiera di Alessandro Leogrande (Feltrinelli), non avrei dubbio, sono senz'altro queste. Giungono verso la fine di questo libro denso e intenso, che non è un romanzo, ma che si legge come un romanzo, che indaga sulle tragedie dei nostri giorni e sa allo stesso tempo acquistare un respiro più ampio, che racconta vicende di un'infinità di persone e che pure porta dentro la narrazione anche l'esperienza, il vissuto di chi scrive.

Ha scritto davvero un bel libro, Alessandro Leogrande, giovane scrittore e vicedirettore del mensile Lo Straniero. Senza retorica, con sguardo pulito, entra dentro l'immane tragedia dei nostri giorni, l'esodo di milioni di persone dai paesi della disperazione. Si interroga sulla nostra frontiera, quella linea immaginaria attraverso il Mediterraneo che unisce e più spesso separa, che è di tutti e di nessuno, che è possibilità di salvezza e tomba per tanti. Ma soprattutto intende andare oltre ciò che c'è alla fine del viaggio: un elenco di morti - di cui per la verità spesso ignoreremo anche i nomi - oppure una lista di richiedenti asilo scampati alla traversata ma non alle incognite del futuro.

E' importare scomporre questo esodo collettivo nei nomi, nei volti, nelle storie. E soprattutto è importante raccontare le storie di questi uomini, donne, bambini. Storie che iniziano prima, molto prima.

Libro importante, La Frontiera, proprio perché ci racconta questo prima. Sia esso l'Eritrea di una speranza rivoluzionaria degradata a orrenda dittatura, oppure la Libia implosa in terribili guerre tribali.

Storie, storie che sarebbe bello ascoltare dalla labbra stesse di chi ce l'ha fatta, perché è proprio con il racconto - dai tempi di Ulisse naufrago nell'isola dei Feaci - che lo straniero si fa davvero ospite. Ma in ogni caso racconto importante, racconto prezioso, in quest'epoca di confini che cambiano, di mura che si consolidano, di distrazione che cresce per il grido di dolore del mondo.


giovedì 7 luglio 2016

Congo, questa è la nostra storia

Me l'avevano caldamente consigliato, solo che non ci credevo. Come si fa a leggere un libro sul Congo di quasi settecento pagine? Cosa ci sarà mai da raccontare sul Congo? E soprattutto, cosa c'entro io col Congo?

Ecco, domande così, giusto per mettere le mani avanti. Giusto per staccare un attimo, prendere fiato e azzardarmi in questo giudizio: signori, era vero, Congo di David Van Reybrouck è un capolavoro. Un libro da leggere e da regalare, a dispetto di tutto. Un libro che ci insegna come si può raccontare la storia di un paese, con tutte le storie che ci sono dentro. Mica solo quelle di un dittatore sanguinario, di qualche guerra incomprensibile e di un pugile che non era solo un pugile - si chiamava Muhammad Alì - che a Kinshasa entrò nella leggenda. 

Prima di tutto è una questione di sguardo. E' questione di sguardo sul nostro sguardo. Dici Congo e pensi a un esploratore che si chiamava Stanley, al celeberrimo "Dottor Livingston, suppongo?", galateo britannico in mezzo alla giungla, pensi a quell'incontro e al fatto che tutto sembra cominciato in quel modo. 

Bizzarro, però, cominciare la storia del Congo con un europeo, quando è qui cominciata la storia  dell'uomo.... E che bravo Van Reybrouck ad azzardare un colpo di occhio su ciò che c'è stato prima, per quanto se ne possa sapere, nel silenzio di ogni parola... "Allora non sapevamo che nel mondo esistessero persone con un colore della pelle diverso dal nostro... "

Questione di sguardo sul nostro sguardo, appunto. Il Congo, così remoto, così a parte, una sua storia, certo, ma una storia che non ci riguarda. E invece, ecco qui: la colonia personale del re del Belgio, il suo caucciù e il suo uranio che cambiano l'economia del mondo. Il crack di Wall Street del 1929 che arriva sin qui, le due guerre mondiali che anche il Congo combatte - perfino nelle trincee europee - e un vittoria sull'esercito fascista che fu uno dei peggiori - e più dimenticati - disastri del colonialismo italiano....

Solo per dire qualcosa, solo per dire che Congo è un grande mare in cui ci si può immergere e trovare l'insospettabile: fili che legano gli anni e che ci riportano a noi. 

Poi arrivate in fondo e capite finalmente che perfino la parola globalizzazione ha trovato un altro senso, che per capirla non importa andare a lezione dai grandi dell'economia. 

lunedì 29 febbraio 2016

Un libro sul Congo che è un miracolo (di Massimiliano Scudeletti)

 l'Africa in maniera non convenzionale.
Congo, il libro  di David van Reybrouck vincitore del premio Terzani 2015, uscito per Feltrinelli nel 2014, è un maledetto miracolo.

Settecento pagine di storia, (di questo si tratta anche se nell'edizione italiana manca il sottotitolo Una storia) dalla nascita dello stato coloniale africano ai giorni nostri,  raccontate con lo stile del reportage mescolando le voci di circa 500 intervistati. Un affresco corale che fuoriesce con la stessa potenza del fiume Congo che dal suo estuario intorbidisce le acque dell'oceano per chilometri e chilometri. Ma si sbaglierebbe a considerarla un opera di nicchia o riservata agli amanti dei reportage di viaggio: mezzo milione di copie vendute sono lì a testimoniare un successo di pubblico, vasto e trasversale. 

Anche la critica, solitamente ingenerosa con i successi commerciali, è rimasta muta: perché il libro è inappuntabile sul piano della scrittura, delle fonti, dell'apparato bibliografico e si legge bene, maledettamente bene. Le recensioni entusiastiche oramai si sovrappongono, ed è comunissimo trovarne citazioni in articoli e reportage che abbiano per oggetto, fateci caso, non solo l'Africa centrale, ma l'intero continente. D'altronde, perché spremersi a dire qualcosa d'intelligente quando altri l'hanno già fatto?

Quando partiamo per leggere Congo, ci aspettiamo di risalire verso il cuore di tenebra dell'Africa con tutti i protagonisti che abbiamo conosciuto o immaginato. Non ne manca nessuno, allineati lungo il fiume della narrazione di  Reybrouck. Ecco Stanley, sì proprio quello de "il dottor Livingstone suppongo", e Leopoldo II del Belgio che ebbe il Congo come sua proprietà privata. I funzionari belgi e la loro polizia, i contadini vessati e torturati dalla sete infinita dell'occidente per il caucciù, per l'oro, i diamanti e tutto il resto. E poi Mobuto e Lumunba, prima amici e poi l'uno il carnefice dell'altro, descritti in un'incredibile corsa in motorino che vale l'intero libro. E la guerra fredda,  il post colonialismo e il saccheggio continuato di un paese troppo ricco per essere felice sia che si chiami Zaire o Congo. E ancora i conflitti razziali giunti a noi, l'altro mondo, con il suono dei machete dato che hutu e tutsi proprio in Congo ebbero le loro basi per colpire in Ruanda. Gli stessi hutu e tutsi che portarono sui loro scudi il nuovo padrone del paese: Kabila. E poi, l'oggi con le sue incertezze, tra il gigante cinese che fornisce a caro prezzo strade e infrastrutture, mentre la guerra per bande delle multinazionali usa i signori della guerra e i loro eserciti di soldati bambini per garantirsi l'approvvigionamento di tutte quelle materie preziose che da sempre l'occidente pretende.

C'è tutto il Congo e quindi gran parte dell'Africa centrale accompagnate da musica - una su tutti Indipendence Cha Cha Cha -, sapori e centinaia di storie tragiche, insanguinate, ironiche, allegre. Ma c'è di più ed è un vero miracolo in un epoca in cui l'originalità è merce rara, più del coltan.

Reybrouck ha un 'idea chiara, non convenzionale, del colonialismo e non la nasconde: L'occidente ha delle colpe terribili, ma la storia africana, a cinquant'anni dall'indipendenza, non è solo una reazione all'azione dei bianchi. Ci sono nobili cose ed enormi errori tutti africani: Lumunba, per esempio, osannato padre della nazione scelse, secondo l'autore, una via troppo rapida all'indipendenza, quando il paese non aveva ancora una struttura politica, economica e militare autonoma. Provocatorio denigrare un martire, padre della patria? Certo, ma non si ferma lì e ci descrive Mobuto non solo come il più longevo e sanguinario tra i dittatori, com' è stato in effetti, ma anche come lo statista che ha dato un'identità ad  una nazione grande come un continente(1). Sarebbe sbagliato leggervi in controluce una critica di un conterraneo di valloni e fiamminghi, ai vani sforzi della Comunità Europea di creare un sentimento di comune appartenenza in tutti questi anni?

Ma dove Congo lascia il segno è nello smontare la dialettica arcaico/moderno, africano/europeo tramite la strada più difficile, quella che passa per i conflitti interetnici. Proprio  quelli in cui anche l'occidente più liberale ha sempre visto una traccia selvaggia, tutta africana, direttamente collegata ad un oscuro tribalismo. 

Quando Reybrouck ce li descrive, nelle loro terribili manifestazioni, ma con le loro cause squisitamente economiche, scioglie l'inganno che vede quei conflitti come arcaici,- dettati quasi da una differente umanità - e quelli europei "le contrapposizioni identitarie", come moderni (è sufficiente parlare di Balcani, di Ucraina o dell'egoismo odierno dei paesi europei?).
E questa è forse la descrizione più tenebrosa che Reybrouck ci lascia cadere nel piatto, un mondo "uguale" dove gli stessi fattori (stati in grave difficoltà economica, corruzione, leadership immature o miopi, circolazione delle armi e ricerca del profitto ad ogni costo), portano allo stesso risultato, né antico né moderno, solo spietato.

(1) molto chiara in questo senso l'intervista di Guido Caliron all'autore per il Manifesto del 2/10/2014

Massimiliano Scudeletti

domenica 6 dicembre 2015

Dalla Scozia l'investigatore con i filosofi nel cassetto


"Avanzò al centro della stanza, per fare spazio alla sua idea di se stesso".

"Lei attese con pazienza che tornasse dopo essersi fatto un giro intorno al suo senso di colpa".

"Possiedo un'assenza affascinante, aveva detto"

"A volte ho perso ai punti boxando da solo".

Difficile lasciarsi dietro una delle pagine di William McIlvanney senza trovare almeno una frase potente e spiazzante come quelle che vi ho trascritto qui sopra. Di questo autore, figlio di un minatore scozzese e insegnante di letteratura a Glasgow non avevo mai letto niente. Anzi, diciamo pure che non avevo mai sentito parlare, nonostante i suoi lavori più fortunati risalgano ormai a una quarantina di anno fa. Si tratta della trilogia dedicata all'ispettore Jack Laidlaw, verso la quale hanno un enorme debito di gratitudine anche autori come Ian Rankin e Irvine Welsh.

Beh, se ho comprato Come cerchi nell'acqua (Feltrinelli) e l'altra sera ne ho attacco la lettura è stato solo per la quarta di copertina che mi prometteva una storia ambientata nelle squallide periferie di Glasgow, tra sordidi pub e locali ancora più equivoci.

C'è voluto assai poco per lasciarmi conquistare. Il primo paragrafo, la prima pagina, poi avanti. Non per una trama mozzafiato, che tale non è, anzi. Ma per la scrittura rara, soprattutto nei paraggi del noir. E per questo personaggio così particolare, questo ispettore che è battitore libero e pecora nera, animato da una forte idea di giustizia e allo stesso tempo abbondantemente disincantato, capace di riconoscere un'umanità anche nel più temibile dei gangster e consapevole che un'inchiesta è in primo luogo un'inchiesta su se stessi.

Uno, per dire, che nel cassetto nascoste le bottiglie, ma anche i libri di Camus e dei filosofi dell'esistenzialismo. E si vede, anzi, si legge. Merita.

mercoledì 26 agosto 2015

L'Italia di Paolo Rumiz, sui treni dimenticati

Si stringe il cuore, a vedere come si sono ridotte le ferrovie italiane: mica quei missili sparati nelle gallerie dell'Alta Velocità, ma i treni che un tempo sugli orari erano detti locali, linee secondarie che generazione dopo generazione hanno accompagnato i cambiamenti del nostro paese, tirando su a bordo pendolari e famiglie dirette in villeggiatura. Si stringe il cuore, perché tra tagli, linee cancellate, stazioni abbandonate non è solo un pezzo dell'Italia del passato che se ne va, è anche un pezzo di futuro.

Però no, L'Italia in seconda classe di Paolo Rumiz (Feltrinelli) non è un atto di accusa contro lo stato comatoso, con poche lodevoli eccezioni, dei nostri treni. Magari è anche questo, ma è soprattutto un viaggio, un grande viaggio nato da un'"idea corsara": percorrere con quei treni 7.480 chilometri, la stessa lunghezza della mitica Transiberiana dagli Urali a Vladivostoc
k. Un viaggio in seconda classe, in un'altra Italia, senza fretta e in effetti anche senza una vera meta, se non quella di volta in volta consentita da (mai facili) coincidenze.

Incontri e pensieri lungo i binari. L'Italia che non è mai come vorremmo e l'Italia che riesce ancora a sorprendere per le sue riserve di bellezza e gentilezza, malgrado tutto. Il treno, dice Rumiz, è una grande macchina della verità. Entra nei luoghi sempre dal retrobottega, li svela impietosamente. Più di tanti saggi documentati, più delle inchieste dei giornali.

Che poi non si tratta solo di capire un paese, guardando da un finestrino. Mi viene in mente  Strade blu di Least Heat Moon, straordinario libro di viaggio attraverso un'America percorsa attraverso le strade minori. Allo stesso modo i trenini di Rumiz: un viaggio per capire qualcosa della stessa arte del viaggio e delle sue possibilità.


domenica 23 agosto 2015

Mai leggere in fretta i nomi

Ma ci sono i nomi, e io ho portato la 'Nita a leggerli.

Sono veramente tanti, e ci vuole molto tempo a leggerli tutti, uno via l'altro senza sorvolare su questo o quello, senza far preferenze.

Dare a ogni nome il giusto tempo, scandirlo bene perché non vada perso già nel pronunciare il successivo.

Ogni nome è un'anima, ed è tutto quello che resta di un'anima su questa Terra.

E allora non fare confusione, non dimenticarsi di nessuno nella fretta; leggere con calma senza saltare le righe, ci si può confondere.

(Maurizio Maggiani, Meccanica celeste, Feltrinelli)

venerdì 21 agosto 2015

Maurizio Maggiani e le storie che serbano la vita

Vivono nelle parole gli uomini e le donne, vivono nelle storie che di loro si conservano e si tramandano. Ma perché non se ne perda traccia c'è bisogno di persone che se ne facciano carico. E che le scrivano o le accompagnino a un sorso di vino in un'osteria, sono come maghi, che in qualche modo restituiscono ciò che si può restituire della vita.

Uno di loro è Maurizio Maggiani, grande affabulatore, nei cui romanzi non ho mai cercato una trama compiuta, ma semmai una cascata di storie, che sgomitano, si incrociano, si sovrappongono, si tengono insieme. E questo vale più che mai per Meccanica celeste (Feltrinelli), libro a cui sono arrivato dopo una lunga attesa e con qualche diffidenza.

Un libro che è allo stesso tempo facile e impossibile da raccontare. Siamo nelle terre che Maggiani chiama il "distretto", lembo di terra aspra e isolata tra la Toscana e la Liguria, terra di marmo e ribelli, di emigranti e di santi che non sono nemmeno nel calendario. Il narratore mette in cinta la sua compagna la notte dell'elezione di Barack Obama. Nei nove mesi di attesa ci saranno le storie a preparare la vita che arriva. Storie che affiorano dalla memoria e dalla terra. Storie del narratore e del mondo intorno, con i suoi legami di sangue e di affetto. Avanti e indietro nel tempo, dall'antica Roma alle battaglie sulla Linea Gotica fino alla bomba della stazione di Bologna. E quante storie, quanti volti che emergono dalla folla e si fanno sostanza, cuore pulsante, racconto.

La Duse e la Santarellina, l'Otello e l'Omo Nudo, Don Gigliante  e la Marta, fino al soldato venuto dal Brasile, lui che doveva liberare la Grecia e invece si trovò sotto le Apuane. Staffette partigiane e maestre elementari, suonatrici di fisarmoniche e pastori d'anime....

C'è un filo? Forse no, ma che importa. Il filo è la voce che narra. Il filo è noi che ascoltiamo. Il filo sono i racconti che ci salvano.



lunedì 3 agosto 2015

Il viaggio del grande Kapu a casa sua

Ho inseguito le sue parole, i suoi sguardi sul mondo, fino nel cuore dell'Africa, fino nei villaggi più sperduti delle Ande, ma non lo avevo mai incontrato sulla sua terra: sarà che per un reporter irrequieto, un giornalista viaggiatore come lui, è davvero difficile immaginarsi casa e radici. Certo più facile pensare ai luoghi cui è arrivato che a un luogo da cui è partito.

E invece, eccolo il mondo di Ryszard Kapuscinski, nato a Pinsk, in quella che un tempo era Polonia e che oggi, dopo i rovesci della storia, è Bielorussia: un mondo di campagne remote, piccole cittadine di provincia, villaggi sempre uguali a se stessi. Contadini, zatterieri, soldati di leva, giovani decisi a tentare la sorte nella grande città. Questo è ciò che si legge in Giungla polacca (Feltrinelli).

Il mondo dell'infanzia e dell'adolescenza di Kapuscinski, prima che diventasse il Kapuscinski che conosciamo. Racconti più che reportage, opere di un uomo all'inizio della sua straordinara parabola umana e professionale, forse ancora alla ricerca della sua strada.

Però incredibile, proprio questo sembra uno dei viaggi che più hanno portato lontano il grande Kapu. In un mondo davvero distante, un mondo che poi ha dovuto fare i conti con la guerra e lo stalinismo. Un mondo che non c'è più.

lunedì 29 giugno 2015

Quando i colombi scomparvero (da SLB)

Da oggi i Librisonoviaggi si apre anche alle parole (alle letture, ai viaggi, ai consigli... ) di qualche buon amico. A cominciare è SLB.....


Una piccola nazione stretta fra la Germania nazista e il bolscevismo sovietico. “Quando i colombi scomparvero", l’ultimo romanzo di Sofi Oksanen, scava nei drammi vissuti dall’Estonia nel novecento con una cronaca che oscilla fra gli anni della Seconda Guerra Mondiale e la metà degli anni ’60.

Nel 1940, a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, i sovietici si impadroniscono manu militari della Repubblica di Estonia, i tedeschi occupano il paese nel 1941 fino a quando i russi tornano alla conclusione della guerra. Fra la fine della dominazione nazista e il ritorno di quella sovietica passano appena “cinque giorni d’indipendenza, cinque giorni di libertà” nel settembre del  1944. Libertà e indipendenza riconquistate solo nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica. In pochi anni l’Estonia sperimenta sulla propria pelle le peggiori follie totalitarie del secolo breve europeo. All’orrore della guerra si aggiunge tutto il peso di macchine di dominio e di sterminio, costruite a tavolino e dirette da Berlino e da Mosca. Tritatutto in cui passano la vita degli individui e le loro relazioni personali. Una realtà in cui il tradimento e la delazione possono essere l’unico passaporto per la salvezza. Su questo sfondo angoscioso si muovono i protagonisti del romanzo della Oksanen. 

Durante la prima occupazione sovietica due giovani cugini, Roland e Edgar, disertano dall’Armata Rossa e raggiungono i patrioti estoni che si battono contro i bolscevichi. Quando le truppe naziste conquistano il paese, Roland rinuncia alle possibili occasioni di accomodamento e rifiuta di collaborare con i tedeschi. Si dà alla macchia e aiuta a organizzare l’evacuazione di cittadini estoni ed ebrei. Al ritorno dei sovietici continua a combattere per l’indipendenza dell’Estonia.

Il cugino Edgar, ambizioso carrierista di talento, cambia nome e si mette al servizio dei nazisti. Privo di ogni scrupolo, Edgar ha un’abilità luciferina nel rivoltare la casacca al momento giusto e alla fine della guerra da zelante collaboratore dei nazisti si ricicla in leale quadro comunista. Lo ritroviamo negli anni ’60 come spia della polizia e scrittore di propaganda di regime. Juudit, la moglie non amata di Edgar, è il terzo protagonista del romanzo. Una giovane donna frustrata e sospesa fra le vicende dei due cugini e i capricci della storia, in cerca di una sua personale via di fuga dalle brutalità del quotidiano. Completa la narrazione una piccola galleria di personaggi alle prese con le turbolenze della storia, tra sentimenti e necessità di sopravvivere.

La Oksanen, finlandese con radici familiari estoni,  amalgama con sapienza vicende personali e storia politica, in un mondo in cui la semplice esistenza può dipendere dall’arbitrio e dal tornaconto dell’ufficiale o del burocrate di turno. Una storia appassionata che non lascia indifferenti, anche grazie a una trama ricca di colpi di scena e a una prosa precisa e potente. Per il lettore italiano “Quando i colombi scomparvero” è inoltre un’occasione preziosa per venire a contatto con vicende storiche lontane dalla nostra esperienza e dalle nostre memorie collettive.

Senz’altro un libro da leggere.

SLB


La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...