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venerdì 30 agosto 2019

Re Artù si ritrova nei pub e nelle miniere

«Mi interessa Re Artù prima che diventi verso di poeti, personaggio di romanzi, ispirazione per il cinema. Anche se è per tutto questo, in effetti, che Re Artù è Re Artù. Almeno per me: l’uomo – o l’ombra – per cui mi sono messo in viaggio». 

Un viaggio tra Galles e Cornovaglia inseguendo l’ombra di Re Artù, mito tra i più grandi e affascinanti della nostra civiltà, lungo sentieri a picco sul mare, castelli di fantasmi, antiche battaglie, isole smarrite nelle nebbie, montagne abitate da giganti. Tra i cavalieri della Tavola Rotonda e l’eterna ricerca del Santo Graal, si riannodano i fili di vicende che parlano ai nostri giorni: perché Artù, in fondo, non è altro che l’idea di un sovrano capace di garantire pace e giustizia. Anche per questo è un mito che non muore. 

Lo si ritrova nelle miniere abbandonate, nei pub di campagna, nei campi da rugby, in abbazie che ricordano San Galgano nella sua Toscana. E soprattutto nelle parole dei grandi della letteratura, da Thomas Malory a Mark Twain, da Chrétien de Troyes a Dylan Thomas.

 Fino a una città dei libri – Hay-on-Wye – che alimenta le leggende e di per se stessa è già una leggenda.

venerdì 18 agosto 2017

Quando Stevenson disegnò una mappa e si inventò un'isola

Sulle sue pagine ho sognato fin da ragazzino, studiando la mappa dell'isola del tesoro o trattenendo il respiro per capire come sarebbe andata a finire con il dottor Jekyll e mister Hyde. E col tempo mi è venuto di considerarlo allo stesso modo di un amico che è andato ad abitare lontano.

Per pochi scrittori posso dire lo stesso e in genere appartengono alla mia adolescenza: Emilio Salgari, certo, Mark Twain, certo, per altri devo pensarci su. E come per Twain e Salgari anche la sua biografia mi ha appassionato come un romanzo: lui che sembrava destinato a costruire i fari e che invece l'irrequietezza e la tisi hanno consegnato a un altro destino, dalle brume della Scozia ai Mari del Sud.

Robert Louis Stevenson, sì, a cui sono debitore di tanti piaceri della lettura. E tuttavia non ero mai entrato nel laboratorio della sua scrittura, né tantomeno avevo avuto modo di leggere i suoi consigli di scrittura o comunque i suo saggi sulla letteratura, sulla buona letteratura.

Li ho trovati in quetso libriccino - L'arte della scrittura, edito da Mattioli 1885 - che è davvero un concentrato di piccoli grandi sorprese. Soprattutto quando Stevenson ci prende per mano e ci racconta come è arrivato a L'isola del tesoro.

Gli uomini - racconta  - nascono con le manie più varie: sin da piccolo, la mia era di trastullarmi immaginando degli eventi in successione e, appena imparai a scrivere, divenni un buon amico dei fabbricanti di carta.

Anni di tentativi senza successo, di fogli scarabocchiati e gettati via, di storie appena abbozzate. I primi saggi, gli articoli, ma un romanzo ancora no.

Chiunque può scrivere un racconto - un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. E' la lunghezza che uccide. 

Poi un giorno, quasi per caso, per inseguire la fantasia o per ammazzare il tempo, su un pezzo di carta disegna una mappa. Follia pensare che un giorno sarebbe diventata la mappa più importante nella storia della letteratura - e lo so, c'è anche la mappa della Terra di Mezzo in Tolkien...

Mi dicono che ci sono persone alle quali non interessano le mappe, ma faccio fatica a crederlo. 

Già, faccio fatica anch'io. Come è possibile, se dentro una mappa come quella, appena schizzata, c'era già un intero romanzo? Il romanzo che avrebbe fatto la fortuna di Stevenson e di tutti noi, ragazzi e adulti che non hanno smesso di essere ragazzini.

venerdì 23 gennaio 2015

Mark Twain, uomo che viaggia, uomo curioso


Le notizie sembrano uscire da me per natura, come vino dalla botte. Spesso mi è sembrato che avrei dato la mano destra, se avessi potuto trattenere i miei ricordi; ma non è stato possibile.

Sono convinto che Samuel Langhorne Clemens, che tutti noi conosciamo come Mark Twain, la mano se la sarebbe tagliata per la ragione opposta,  se cioé non fosse più riuscito a scrivere, a dare notizie come vino dalla botte.

Ma questa è una mia personale convinzione, quello che conta è tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.

In Vita dura (Barbès editore) c'è il Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che aveva lavorato come mozzo in un battello fluviale e cercato la fortuna come cercatore d'oro.

E soprattutto c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico.

E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. Ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.

giovedì 18 settembre 2014

Con Saunders, il mondo ai tempi di Disneyland

Saunders è uno scrittore serio e moralmente appassionato, che esprime perfettamente la follia dei tempi in cui viviamo.

Così afferma Zadie Smith: e l'opinione è senz'altro autorevole. Però non conoscevo George Saunders e forse non avrei mai messo gli occhi su  Pastoralia - tanto meno lo avrei comprato - non fosse stato per l'impegno decisamente ridotto chiesto al mio tempo e alle mie tasche. Aggiungete che di Minimum Fax ho imparato a fidarmi, perché ci sono case editrici che sono assai di più di un marchio sulla copertina. E non ultimo, anche il fatto che d'estate, magari in viaggio, mi viene un po' più facile coltivare il racconto. E perché ignorare un autore che, in quarta, viene proclamato erede dei Mark Twain e Kurt Vonnegut?

E dunque l'ho acquistato e anche letto e non so se George Saunders sia davvero l'erede di cotanti scrittori, non so e non posso giudicare. Però che iniezioni di buona letteratura che sono le sue pagine. Stravaganza e talento che in Europa avrebbero spinto qualche suo collega a guardarsi compiaciuto l'ombelico. E che qui, invece, regalano uno sguardo obliquo e impietoso sul mondo. Il nostro mondo, o forse il mondo che verrà, giusto dietro l'angolo.

Roba da vertigine. Come nel primo racconto, quello del dipendente di un parco a tema costretto a fare il cavernicolo sotto gli sguardi dei (rari) visitatori. Il mondo al tempo di Disneyland.

Leggere per credere. Roba da vertigine, davvero.  Leggere e non precipitare. Fosse solo per qualche piccolo grande gesto di umanità - magari per un singulto di gentilezza. Solo questo, per aggrapparsi e non cadere nel vuoto.

venerdì 21 febbraio 2014

Il sublime Dostoevskij, che sarebbe rimasto sempre con me

Come Paolo, che ebbe il suo momento di verità prima di Damasco, così Henry Molise aveva avuto il suo frammento d'estasi venticinque anni prima nella biblioteca civica di San Elmo.

Mi fermai su un lato del grazioso edificio, salii i gradini di arenaria rossa che mio padre aveva costruito con le sue proprie mani, entrai nel foyer e percorsi a grandi passi un corridoio di scaffali fino a quel punto familiare in un angolo vicino alla finestra, vicino al temperamatite sotto il ritratto di Mark Twain, ed estrassi la copia rilegata in pelle de "I fratelli Karamazov".

La tenni tra le mani, sfogliai le pagine, la tenni stretta tra le braccia: la mia vita, la mia gioia, il mio sublime Dostoevskij. 

Magari l'avevo tradito nei fatti, mai nella devozione.

Il mio amato papà se nìera andato ma Fedor Michailovic sarebbe rimasto con me fino alla fine dei giorni.

(John Fante, La confraternita dell'uva, Einaudi)

mercoledì 13 novembre 2013

La donna cieca che vide nel cuore di Mark Twain

E dunque c'è Mark Twain, che è un autore di successo, letto e acclamato, un uomo che si è fatto conoscere e amare per la sua penna capace di distrarre e divertire. E c'è Helen Keller, una donna a cui la vita sembra aver sottratto tutto, sorda e cieca com'è fin da piccola. Voi su quali spalle carichereste il fardello del dolore?

Meglio non dare niente per scontato.  Da One on One di Craig Brown (edizioni Clichy) traggo la storia di un altro incontro straordinario. Stormfield, in Connecticut, febbraio 1909. Mark Twain ed Helen Keller si incontrano.

Mark Twain, secondo copione, recita la parte del buontempone. Fa gli onori di casa, offre té e toast imburrati, la accompagna nella sala da biliardo. E non è facile accorgersene, ma Helen riesce a percepire la tristezza che lo affligge. Sarà che il dolore rende riconoscibile il dolore. Sarà che Helen, nella lotta di una vita intera che un giorno sarà raccontata nel film di Arthur Penn, Anna dei miracoli, ha saputo rendere più ampia e ospitale la sua stessa vita.

E' lei l'unica a capire che Mark Twain è un uomo che nella vinta ha anche perso molto. Prima di tutto una moglie e una figlia, portate via dalla malattia.

A Mark Twain viene voglia di confessarsi: Mi sento molto solo, a volte, quando sto seduto davanti al fuoco dopo che i miei amici se ne sono andati. I pensieri seguono le tracce del passato. Ripenso a Livy e Susy e mi sembra di annaspare nelle oscure pieghe di un sogno confuso....

Non si sarebbero più rivisti. Mark muore l'anno successivo. Non so se portandosi il ricordo di quella donna cieca, che aveva visto più lontana di tutti nel suo cuore.  

giovedì 4 luglio 2013

La vita dura di Mark Twain prima di Mark Twain

E' bello tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn. Queste pagine di un Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che finora ha lavorato come mozzo in un battello fluviale e tentato la fortuna come cercatore d'oro. Non a caso il libro ha un titolo che consente ben pochi equivoci: Vita dura.

E c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico. E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. E ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.

martedì 28 maggio 2013

Nessuno può imitare il suo stile

V'è una strana sorta di originalità, in McClintock; egli imita gli stili di altre persone, ma nessuno può imitare il suo, neppure un idiota.

Altre persone possono essere pompose, ma la pomposità di McClintock ha la violenza di un uragano; altre persone possono piagnucolare il sentimento, ma McClintock lo vomita; altre persone possono servirsi a vanvera delle metafore, ma soltanto McClintock fa di questo una vera e propria arte.

McClintock è sempre McClintock, è sempre coerente, il suo stile è sempre esclusivamente suo; egli non commette l'errore di essere pertinente in una pagina non pertinente in un'altra; non è mai pertinente in nessuna delle sue pagine.

Non commette l'errore di essere lucido in un punto e oscuro in un altro; è sempre oscuro.

Non commette l'errore di servirsi qua e là di un nome estraneo al carattere del suo lavoro; adopera sempre nomi esattamente e fantasticamente adatti alla sua pazzia.

(Mark Twain, Come curare la malinconia, Passigli)

martedì 19 febbraio 2013

Nella città che un tempo era la più onesta

Successe molti anni fa. Hadleyburg era la più retta, la più onesta città di tutta la regione circostante. 

S'era guadagnata questa fama intemerata nel corso di tre generazioni, ed era più fiera di essa che di qualunque altro suo bene. Ne era talmente fiera che cominciava a inculcare i principi di un onesto comportamento ai bambini quando erano ancora in fasce, continuando poi a farne il principale elemento della loro educazione. 

Per tutto il periodo della formazione del carattere essi venivano tenuti accuratamente lontani dalle tentazioni, di modo che in loro l'onestà avesse ogni possibilità di rafforzarsi e consolidarsi, fino a divenir parte della loro stessa carne. 

Le città vicine erano invidiose di questo onorevole primato, e fingevano di disprezzarlo, di considerarlo soltanto vanità; con tutto ciò erano costrette a riconoscere che Hadleyburg era proprio una città incorruttibile, e se aveste insistito, avrebbero anche finito per ammettere che per un giovanotto il semplice fatto di essere di Hadleyburg era la migliore raccomandazione per ottenere un buon posto.

(Mark Twain, incipit di L'uomo che corruppe Hadleyburg, Mattioli 1885)

venerdì 13 gennaio 2012

Morte del giornalismo e sua smentita

La notizia della mia morte è stata ampiamente esagerata

Così diceva Mark Twain, immagino dopo aver fatto tutti gli scongiuri del caso. Succede, che a volte si dipinga il futuro più nero di quanto sia, succede che la vista del presente tagli completamente le gambe all'ottimismo. Però c'è un'altra morte che è stata ampiamente esagerata e comunque data prima del tempo: quella del giornalismo.

Che è un po' un ritornello di questi tempi, come se la crisi dovesse essere un tunnel che non finisce più, come se con la fine dei gironali di carta (ma finiranno) rimanesse solo il chiacchiericcio di blog e social network, come se la società dell'informazione, così la chiamano, non avesse bisogno di lavoratori dell'informazione.

Per fortuna ci sono libri come questo di Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo che sanno guardare oltre, non volando sulle ali di qualche bella teoria della comunicazione, ma andando semplicemente in giro, da bravi giornalisti, a vedere quello che nel mondo già si fa e si tenta.

Il titolo del libro, magari, intriga ma non rassicura: La scimmia che vinse il Pulitzer. Che poi non è nemmeno vero, il verbo casomai va girato al futuro e il soggetto non è una scimmia, è un sofistificato software in grado di sfornare cronache di partite di baseball per conto suo. Non rassicurante certo, anche se poi si parla di reporter che si inventano siti per smascherare le bugie dei politici, di ragazzini capaci di battere sul tempo le più grandi agenzie, di piattaforme di giornalismo partecipativo in grado di raccontare l'Africa che nessuno vuole vedere, di hacker che aprono una nuova era nella cronaca investigativa, magari approdando in un'isola, l'Islanda, che un giorno ricorderemo non solo per i vichinghi ma anche per la sua lezione di libertà.

Sì, forse si può pensare al momento in cui la parola crisi potrà essere sostituita dalla parola transizione. Malgrado gli editori, malgrado quanti si definiscono tali e a volte non lo sono nemmeno di lontano.

giovedì 3 novembre 2011

La vita dura del grande Mark Twain

Le notizie sembrano uscire da me per natura, come vino dalla botte. Spesso mi è sembrato che avrei dato la mano destra, se avessi potuto trattenere i miei ricorsi; ma non è stato possibile

Sono convinto che Samuel Langhorne Clemens, che tutti noi conosciamo come Mark Twain, la mano se la sarebbe tagliata per la ragione opposta,  se cioé non fosse più riuscito a scrivere, a dare notizie come vino dalla botte.

Ma questa è una mia personale convinzione, quello che conta è tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.

In Vita dura (Barbès editore) c'è il Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che aveva lavorato come mozzo in un battello fluviale e cercato la fortuna come cercatore d'oro.

E soprattutto c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico.

E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. Ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.

domenica 19 settembre 2010

Il lento passo dopo l'altro di David Mitchell

Ammetto di non avere letto niente di David Mitchell, autore di culto paragonato a mostri sacri quali Tolstoi, Nabokov e Joyce (eccessi a cui peraltro si sottrae il diretto interessato, persona che si dice particolarmente modesta). Però da un po' di tempo a questa parte gli scrittori – la loro vita, la loro storia – mi interessano quasi più delle loro stesse opere. La stessa pulsione, ritengo, che mi sta spingendo verso i libri che parlano di libri.

E dunque mi è piaciuto l'articolo che Wyatt Mason ha dedicato a David Mitchell e soprattutto al modo con cui David Mitchell “un lento passo segreto dopo l'altro” è diventato scrittore.

Pensare che non ci avreste scommesso su di lui, su questo ragazzo che con la parola ha incontrato diverse difficoltà (inizia a parlare a 5 anni per scoprirsi balbuziente).

A un certo punto della sua adolescenza David Mitchell comincia a vivere dentro se stesso. Divora libri con una inquietante propensione ai temi più apocalittici e paranoici, ma all'università capisce che i libri sono una cosa, la vita un'altra:

Anche quando mi concentravo sui libri, non avevo nessuna voglia di passare il mio tempo leggendo del Mississippi di Mark Twain. Volevo passare il tempo "lungo" il Mississippi di Mark Twain

Ricorda il suo docente di lettere:

Aveva la tendenza a fuggire dalle realtà esattamente al momento sbagliato... Nella mia utopia, c'è uno spazio speciale per un sognatore del suo calibro

Che è un bel dire.

Un giorno sceglie di vivere in Giappone, si mette a scrivere sul serio, sforna un romanzo che si infrange su un muro di rifiuti. Solo un editor, Mike Shaw, gli presta attenzione:

Non avevo mai visto niente di tanto estremo... Bruttissimo per certi versi, ma estremamente promettente per altri

Lo convince a buttarlo via – due anni di lavoro – e a ricominciare. Miracoli dell'umiltà.

Oggi David Mitchell è David Mitchell. Un autore che può dire a Wyatt Mason:

Non sopporto di vivere in questo immenso, bellissimo mondo, senza tentare di riprodurlo e imitarlo meglio che posso

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...