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lunedì 17 dicembre 2018

Sorpresa, la felicità è un viaggio in corriera

Insomma, io prendo gli autobus come se andassi al cinema. Compro il biglietto, mi metto comodo e mi gusto il film.

Come saggiamente dice Claudio Visentin nella sua prefazione, nessuno più di Paolo Merlini aveva  credenziali migliori per un libro quale La felicità viaggia in corriera, ultimo gioiellino di Ediciclo. Nessuno, perché trovatela voi un'altra persona innamorata così dei viaggi sui pullman a lunga percorrenza e capace di spremere da essi gioia fino all'ultima goccia. 

Paolo è uno così, una persona che ama studiare orari, incastrare coincidenze, osservare il via vai delle autostazioni, scegliere destinazioni e ancor più spesso farsi scegliere. Mi piacerebbe sapere quanti chilometri ha macinato in questo modo e se in casa custodisce una carta dell'Italia e dell'Europa aggiornata con le puntine da disegno dei vari colori.

Pensare che la corriera fino a non troppo tempo fa sembrava il mezzo dei pendolari e degli sfigati, di coloro insomma che non potevano permettersi altro. Al massimo c'erano i ricordi di qualche gita scolastica o della parrocchia. E poc'altro, se non una certa mitologia che però, per permettersi di essere tale, riguardava un altro continente: l'America solcata dai Greyhound, i pullman del levriero. Roba da Jack Kerouac e compagni.

A Jack, a dire il vero, si rivolge anche Paolo, proprio all'inizio del suo libro. Ma lui non è in Oklahoma, è sulla linea per Cosenza. E il dialogo affiora dal dormiveglia: 

Vedi Jack, io quando viaggio di notte sugli autobus di linea sogno molto perché mi sento libero come un pensiero fugace, come  la fantasia di un adolescente, come un dejà vu.

Questi viaggi appartengono al presente, sono possibilità che ognuno di noi può cogliere, basta consultare un orario, basta affidarsi a quella lentezza che al viaggiatore è essenziale.

E così ecco un altro modo di viaggiare, ecco un'altra Italia, di posti che nemmeno sapremmo collocare su una mappa. Ecco un'altra geografia e con essa anche una possibilità di poesia: nelle infinite strade solcate, anche di notte, dal popolo delle corriere. Chi per necessità, chi per quella strana felicità che, grazie a questo libro, mi sforzerò anch'io di ricercare un po' di più.


sabato 30 giugno 2018

Il mio Jack: c'è ancora strada?

Eppure funziona sempre così con Jack. Non lo trovi mai dove lo cerchi. Non ti risponde mai come ti aspetteresti. 

Forse è anche per questo che uno scrittore così intrinsecamente americano, inimmaginabile in un altro paese, ha saputo conquistare generazioni di giovani europei -  soprattutto italiani, francesi e tedeschi – con una presa ininterrotta anche quando negli Stati Uniti la sua parabola era in declino. 


Forse anche per questo ha saputo parlare alla generazione che nella politica ha coltivato le sue speranze di cambiamento, malgrado le sue stesse convinzioni. Parlando anche alla generazione successiva, quella che sulle macerie di quelle speranze se n’è andata per il mondo, poco importa se in Tibet, in Patagonia o in Nicaragua. 


 E oggi? Ora che è considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, i ragazzi di vent’anni possono ancora riconoscersi in Jack Kerouac? 


Che poi è una domanda assai meno scomoda rispetto all’altra: ovvero quanto possa riconoscermi ancora io, alla mia età. 


(da Jack Kerouac. The man on the road, Edizioni Clichy)

mercoledì 23 agosto 2017

Tre libri per mettersi in cammino

Avevano altro e più lungo cammino da percorrere, ma non importa, la strada è vita....

Così diceva Jack Kerouac e così la penso anch'io, così come tutti coloro che nel cammino vedono assai di più di una meta da raggiungere o di un'esperienza atletica. Non è trekking il cammino che intendo io, piuttosto mè una declinazione della lentezza. E' strada, sì, ma non strada da misurare in chilometri, piuttosto in capacità di incontro e ascolto.

Sono convinto che ci sia una corrispondenza profonda, intima, tra i cammini e le narrazioni, tra i passi e le parole. Ogni tanto ne cerco conferma anche in libri esplicitamente dedicati al tema. Come i tre che vi suggerisco nelle righe seguenti, letture di queste settimane.

Come sopravvivere al Cammino di Santiago (Ediciclo) è un libro agile ma denso, in cui emergono tutte le qualità dell'autore, Fabrizio Ardito, che avevo già avuto modo di apprezzare per un bel libro sul Monte Athos. Il Cammino di Santiago, si sa, è notevolmente inflazionato e allo stesso modo non si contano i libri che di esso parlano. Però di questa realtà Ardito prende atto, senza nascondere niente. E per il resto ci sono il suo amore per questo grande pellegrinaggio, la sua esperienza, il suo buon senso e la sua ironia - che non guasta davvero. Splendide le playlist conclusive, con molte canzoni che condivido senza esitazione: e questo dice qualcosa sui dati anagrafici di entrambi.

La Via Francigena di Montagna (Edizioni dei Cammini) porta la firma di una persona amica, Oreste Verrini, che cammina per curiosità, per ascoltare storie e qualche volta scriverle. E' anche un uomo straordinariamente appassionato della sua terra, estremo lembo di Toscana incuneata tra Liguria ed Emilia. Con questo libro ci porta lungo una Francigena che è un'altra Francigena - e si sa che la Francigena non è mai stata un'unica via, ma piuttosto un fascio di percorsi e alternative - in un viaggio di dieci giorni tra Lunigiana e Garfagnana. Castelli, borghi, panorami mozzafiato e la voglia di tentarlo prima o poi, questo cammino, magari abbinandovi anche la sua ideale prosecuzione, la Via degli Abati.

Lo spirito dei piedi. Piccoli passi alla ricerca della verità ci porta su un'altra dimensione, nella quale i piedi diventano un modo umile e tenace di dare un senso alla nostra vita in questo mondo. Non a caso a scriverlo è Andrea Bellavite, un teologo che più volte si è messo in cammino e che ora ci dice: Ecco dunque chi è il camminatore. E' una persona che fa della propria vita - nel suo insieme ne in brevi periodi - un simbolo di ciò che è l'esistenza di tutti. Sperimenta la condizione particolare di chi lascia alle proprie spalle un rifugio per proiettarsi, in modo più o meno evidente, in un'avventura che comparta anche il rischio e comunque la necessità di adattarsi alle diverse circostanza. Inutile aggiungere che si tratta di un'altra perla di una delle più belle collane dedicate al viaggio, la
Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo.





mercoledì 1 giugno 2016

L'America in Greyhound, come una colonna sonora rock

Ero a metà strada fra una costa e l'altra dell'America, al confine tra l'Est della mia gioventù e l'Ovest del mio futuro.

Così scriveva il grande Jack Kerouac in Sulla strada, uno dei libri che più hanno accompagnato i miei anni più giovani. E vale per la storia dell'America, per la gran parte dei libri degli scrittori di quel continente, per i viaggi di chi può e vuole: è la direzione giusta, da est a ovest, dall'Atlantico al Pacifico.

Questa è anche la direzione del viaggio che racconta Mauro Buffa in Usa coast to coast (Ediciclo). Con una particolarità che mi ha intrigato fin dalla bella copertina. Nel paese che è quasi un monumento all'auto privata - sostanza e immaginario dell'America della Ford e della Chevrolet - Buffa sceglie il Greyhound, la mitica compagnia dei pullman con lo stemma del levriero.

Che è un modo diverso di viaggiare di conoscere un paese. Linee, orari, fermate alle stazioni di servizio, attese, cambi. Ma anche una diversa umanità nelle lunghe ore a bordo.

Chi sceglie di spostarsi in pullman, afferma Bill Bryson, è chi non può permettersi l'aereo e nemmeno la macchina: e questo in America vuol dire aver toccato il fondo. Tra le categorie di persone che potremo incontrare su un Greyhound ci sono i pazzi furiosi, coloro che sono appena usciti di prigione, oppure le suore. Tanto per dire.

Usa coast to coast, in effetti, è anche un libro di incontri, lo è assai di più che un libro di luoghi. E' anzi questo il suo fascino: attraversi le piane del Mid West oppure i deserti che precedono la California e sei in compagnia di un'America sbilenca, marginale, meticcia, spesso generosa.

E' l'America di chi si mette in strada e va verso l'Ovest. L'America che ha poco a che vedere con Wall Street, con le università del New England e con le imprese della Silicon Valley. L'America da colonna sonora rock: e quanto rock che viene a galla in queste pagine. Libro da leggere, libro a suo modo da ascoltare.

martedì 1 settembre 2015

In America, sulla strada del blues

E allora è davvero questa la strada che racconta l'America, la sua storia, la sua sofferenza, i suoi sogni. Questa la strada indissolubilmente legata alla sua musica e capace di rappresentare, nel bene e nel male, l'immaginario degli States. Mica quella che va verso il selvaggio Ovest, quella di Jack Kerouac e del pollice alzato a chiedere un passaggio da parte dei tanti epigoni della beat generation. Ma questa, che l'America la taglia da nord a sud, o per meglio dire da sud a nord. Da New Orleans a Chicago. Dal delta del Mississippi al cuore dell'industria dell'Illinois. La strada del blues.

E' questa strada che Giuliano Malatesta racconta in un bel libro, Blues Highway (Arcana edizioni). Un viaggio che non è solo un itinerario in un secolo di musica americana, dalla Chicago di Muddy Waters al quartiere francese di New Orleans, passando per Memphis di Elvis Presley.

No, non può essere solo questo, lungo i chilometri della mitica 61, la strada dove, secondo Bob Dylan, Abramo sacrificò Isacco.  Non sarebbe possibile, sulla highway intimamente legata alle piantagioni di cotone, alle lotte per i diritti, alla grande migrazione verso il nord industriale.

Il blues? Malinconia e speranza di riscatto. La colonna sonora che accompagna una storia che non è più solo di un popolo, che si incide nel cuore di chi vuole ascoltare. Il blues che ci portiamo dietro, con la voce della grande Bessie Smith:

Mi sono svegliata stamattina, e il blues girava intorno al mio letto
Sono andata a fare colazione; il blues mi era entrato dentro il pane

lunedì 11 maggio 2015

Il ragazzo che in riformatorio scoprì la poesia

Era un ragazzo che si era perso, come ci si può perdere nell'America degli slums, della violenza di strada, dei penitenziari. Da lui non ci si poteva aspettare altro che rapine a mano armata, condanne a raffica e alla fine il passo più lungo della gamba, quello che ti porta disteso su un marciapiede, crivellato di colpi, oppure al braccio della morte.

Invece in riformatorio scoprì Shelley e cominciò a sognare la bellezza. Poi a diciassette anni, nel carcere dove doveva trascorrere tre anni, un anziano detenuto gli passò I fratelli Karamazov, I miserabili e Il rosso e il nero.

Fu così che scrisse le sue prime poesie. Fu così che Gregory Corso divenne uno dei grandi della Beat generation, assieme a Jack Kerouac e ad Allen Ginsberg.

Della prigione e della poesia scrisse una volta: 

Quando dicevo a mio padre che desideravo moltissimo scrivere, lui diceva: non c'è posto in questo mondo per uno scrittore poeta. Ma la prigione era diversa, c'era posto per uno scrittore poeta.

Il carcere fu la sua biblioteca. La scuola da cui uscì amando i suoi simili, come scrisse, perché tutti quelli che incontrai là dentro erano fieri e tristi e belli e perduti.

Di lui diceva Jack Kerouac:

Era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti. 
  
Solo l'altro giorno ho scoperto che le sue ceneri sono sepolte al cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide di Caio Cestio. Per l'appunto, non lontano dalla tomba di Shelley: il poeta i cui versi, letti in una cella, un giorno lo persuasero alla bellezza della poesia.

Davvero, cosa può essere delle nostre vite.

martedì 26 febbraio 2013

E così in America quando il sole tramonta....

E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un'unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell'ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh?, e che la stella della sera sta tramontando e spargendo le sue fioche scintille sulla prateria proprio prima dell'arrivo della notte che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge le vette e abbraccia le ultime spiagge, e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty.

(Jack Kerouac, On the road, Mondadori)

mercoledì 12 settembre 2012

Gregory, il ragazzino che scoprì Shelley in carcere

Era un ragazzo che si era perso, come ci si può perdere nell'America degli slums, della violenza di strada, dei penitenziari. Da lui non ci si poteva aspettare altro che rapine a mano armata, condanne a raffica e alla fine il passo più lungo della gamba, quello che ti porta disteso su un marciapiede, crivellato di colpi, oppure al braccio della morte.

Invece in riformatorio scoprì Shelley e cominciò a sognare la bellezza. Poi a diciassette anni, nel carcere dove doveva trascorrere tre anni, un anziano detenuto gli passò I fratelli Karamazov, I miserabili e Il rosso e il nero.

Fu così che scrisse le sue prime poesie. Fu così che Gregory Corso divenne uno dei grandi della Beat generation, assieme a Jack Kerouac e ad Allen Ginsberg.

Della prigione e della poesia scrisse una volta: 

Quando dicevo a mio padre che desideravo moltissimo scrivere, lui diceva: non c'è posto in questo mondo per uno scrittore poeta. Ma la prigione era diversa, c'era posto per uno scrittore poeta.

Il carcere fu la sua biblioteca. La scuola da cui uscì amando i suoi simili, come scrisse, perché tutti quelli che incontrai là dentro erano fieri e tristi e belli e perduti.

Di lui diceva Jack Kerouac:

Era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti. 
  
Solo l'altro giorno ho scoperto che le sue ceneri sono sepolte al cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide di Caio Cestio. Per l'appunto, non lontano dalla tomba di Shelley: il poeta i cui versi, letti in una cella, un giorno lo persuasero alla bellezza della poesia.

Davvero, cosa può essere delle nostre vite.

giovedì 5 aprile 2012

Cara Fernanda, grazie per la tua America


Ci sono molte cose per cui dovremmo essere tutti grati a Fernanda Pivano: per il suo sorriso e per la dolcezza con cui ci ha preso per mano e ci ha presentato alcuni dei grandissimi del Novecento, senza presunzione, senza affettazione, come avrebbe fatto una sorella maggiore; per i libri e gli autori che ci ha permesso di conoscere; per un'idea di cultura non confinata nel chiuso delle biblioteche e delle accademie, ma capace di nutrirsi di orizzonti, distanze, alternative...

Io la ringrazio per la sua America, per l'America che mi ha donato, che ha rovesciato sulle mie inquietudini, sulle mie idiosincrasie, perfino sui miei pregiudizi.

L'America che era l'altra America, un'America non scontata, un'America che era lontana e allo stesso tempo poteva cominciare oltre il cortile di casa. La via Emilia come il West. La Maremma come la California. Firenze come Boston, più o meno.

Perchè c'era l'America che non potevo proprio digerire, paese incomprensibile e odioso, industria di errori e orrori, dal Vietnam agli indiani massacrati, dalle sentenze capitali alle stragi di matti armati fino ai denti... Poteva essere facile odiare l'America. L'avrei odiata, non fosse stata per Hemingway e Jack Kerouac, per Fitzgerald e Allen Ginsberg, per Bob Dylan e parecchi altri...

Pagine, emozioni, riflessioni per cui devo essere grato alla cara vecchia Nanda. Con lei l'America mi è diventata un pollice puntato lungo una strada, un'improvvisazione jazz, un campus universitario. Guazzabuglio e possibilità. Sogno.

Da qualche tempo Fernanda Pivano se n'è andata, però non dimentico che donandomi tutto questo, donandomelo proprio in anni difficili, mi ha aiutato a essere un po' migliore di quello che ero e forse sarò.

lunedì 3 ottobre 2011

Il ragazzo che voleva l'America

Non era passato molto tempo da quando ero arrivato negli Usa con il borsone dell'allenamento del basket e la Olivetti portatile, e ora scrivevo sul tentato assassinio del presidente degli Stati Uniti! Non ci potevo credere. Non potevo credere di essere preso sul serio da stimati professionisti del settore e da centinaia di migliaia di lettori. Io ero sempre quello di prima. Il ragazzo di provincia, che conosceva il basket, quello sì, che amava Henry Miller, Jack Kerouac e Charles Bukowski, ma non aveva mai studiato molto a scuola e sapeva poco di tutto

Voleva l'America, Enrico Franceschini, come da ragazzi si vogliono tante cose. Solo che lui ci ha provato e dopo averci provato non ha mollato. Metteteci fiuto per cogliere le opportunità e certo anche una bella dose di fortuna. Enrico Franceschini l'America se l'è presa. E come. Ragazzo senz'arte nè parte, l'America conosciuta e fantasticata solo sui libri, a New York è sbarcato con mille dollari in tasca, un indirizzo incerto per strappare qualche giorno di ospitalità e una conoscenza dell'inglese da ultimo della classe. Un anno dopo scrive già le sue corrispondenze per l'Espresso, dite poco.

Storia con lieto fine, quasi fiaba metropolitana, ma storia tutto sommato sincera, che ci racconta di una New York dove tutto era possibile, in quegli anni,tra locali off e spezzatini multietnici.

E forse qualcosa ci racconta anche del giornalismo: perché puoi fare il corrispondente dal cuore del mondo anche scopiazzando il New York Times.... ma poi c'è qualcosa in questo mestiere che sfugge, che non si lascia classificare, che resiste al "così lo possono fare tutti", sarà l'amore per la notizia, sarà per la fiammella della curiosità da inseguire sempre, da condividere appena possibile.

sabato 24 settembre 2011

Sedendo sul molo, con lo sguardo del grande Jack

Pensai che forse era lo stesso cielo che vedeva Jack Kerouac al termine del suo viaggio, in quell'ultimo magistrale paragrafo di Sulla Strada:

"Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi lunghissimi cieli sopra il New Jersey", e tutto quel che segue.

Lo sapevo a memoria: era una delle citazioni preferite del mio repertorio americano. Era meraviglioso pensare di aver condiviso un'esperienza visiva con il grande Jack: quella luce fluviale dava l'impressione di poter vedere tutta l'America, lontano, lontano, fino alla California.

Un giorno, chissà, ci sarei arrivato anch'io in California. Ma il mio viaggio era appena cominciato

(Da Enrico Franceschini, Voglio l'America, Feltrinelli)



mercoledì 6 luglio 2011

Geoffrey, Guy, Dean e tutti gli altri

Per uno come me, che cercava la lucidità nell'alcol, anche la calligrafia aveva un andamento ubriaco
(Geoffrey Firmin, da Sotto il vulcano di Malcom Lowry)

Vi basti sapere che mi chiamo Juan Pablo Castel e sono un pittore e un assassino. So per mestiere che gli essere umani possono essere paesaggi, scogliere, finestre, navi che partono, ma il più delle volte sono legno marcio
(Juan Pablo Castel, da Il tunnel di Ernesto Sàbato)


Per chi come me ha la radice del nome nel primo giorno della settimana non era proprio possibile resistere alla tentazione che tutto potesse ricominciare
(Guy Montag, da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury)

Per il mio amico Sal, il mio è un altro dei nomi che si possono dare all'irrequietezza
(Dean Moriarty, da Sulla strada di Jack Kerouac)

Forse Dio, mi chiedo nelle pause del mio smisurato lavoro, è un operaio come me. Chissà se anche la sua solitudine sia altrettanto assordante
(Hanta, da Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal)

 Ecco, sono personaggi così a cui Fabio Stassi in Holden, Lolita, Zivago e gli altri dona la voce.

Parlano in prima persona e in questo modo è come se si staccassero dalla pagina, ombre che si alzano e ci vengono dietro. Compagni di vita che è bello immaginarsi intorno a noi. Con tutta l'umiltà che ci è necessaria per ascoltare cosa davvero ci dicono.

lunedì 7 febbraio 2011

La volta che Jack Kerouac non voltò pagina

Mi procurerò un rotolo di carta da infilare nella macchina da scrivere e scriverò le cose il più veloce possibile, esattamente come sono successe

L'avete riconosciuta? Questa è una delle storie più belle e incredibili tra tutte le storie che si potrebbe raccontare su libri tenuti in un cassetto o pubblicati, dimenticati o destinati a lasciare un segno. In questo caso, un'opera che ha rappresentato e rappresenta assai di più di un bel romanzo: Sulla strada di Jack Kerouac.

Ancora oggi se mi imbatto in questo titolo il cuore mi balza in gola e poi la mano del rimpianto lo strizza ben bene. Rimpianto di che non lo so poi. Di un'America che non ho mai attraversato se non nella fantasia? Di una generazione che non era la mia?

Non lo so, ma ci sono stati anni in cui Sulla strada - io preferivo chiamarlo On the road - era un libro da portarsi dietro immaginando strisce di asfalto che tagliavano interi continenti e notti insonni illuminate dal jazz e dalle più strampalate chiacchiere.

Al mio affetto per Jack Kerouac il tempo ha fatto meno male che ad altre passioni, per non dire di tante convinzioni. Ma insomma, la storia più bella forse è proprio questa.

Jack Kerouac che questo libro lo vuole scrivere tutto di getto, senza interrompersi, nemmeno per cambiare foglio. Che per questo si procura i rotoli di una telescrivente e li unisce col nastro adesivo. E che poi si rintana nella sua casa di New York, aziona il cronometro (questo lo dico io) e parte.

Tre settimane per scrivere il romanzo che saluta e incarna una nuova epoca. Cento parole al minuto per riempire 36 metri di carta, un papiro dei tempi moderni.

Poi ci vollero sei anni per arrivare alla pubblicazione e il testo originale - che ora viene ripubblicato dalla Mondadori - dovette sopportare diverse modifiche. Pare che all'inizio il libro fosse un unico fluviale paragrafo e che diversi punti, diverse virgole siano state aggiunte solo in seguito (tutto questo viene ben spiegato da Tommaso Pincio in un recente articolo).

Ma questo è secondario. In tempi di scuole di scrittura, di libri costruiti come prodotti di laboratorio, è bello ritornare a quella pazzesca esplosione creativa.

Ps: non c'entra, ma ho letto che On the road è il titolo più rubato nelle librerie americane. Ancora oggi. E non so se stupirmi dell'esistenza di classifiche come questa. O se piuttosto non interrogarmi sulle eventuali connessioni tra la natura dell'opera e la sua propensione a farsi portare via senza passare dalla cassa

giovedì 4 novembre 2010

Quando la rapidità non fa male

Forse avete letto anche voi la storia di quel concorso letterario aperto a ogni genere di romanzo, basta che i concorrenti rispettino un solo requisito, averlo scritto in appena 30 giorni. Nel caso, vi riporto quanto ha scritto Raffaella De Santis sulle pagine di Repubblica:

Se Jack Kerouac ha scritto On the road in solo tre settimane, perché non tentare. Centinaia di migliaia di aspiranti scrittori sparsi in tutto il mondo in questi giorni ci sperano e intasano con i loro manoscritti il sito web del National Novel Writing Month

Non so se questo concorso mi piace. Certo, a giudicare dal suo successo, pare essere decisamente in sintonia con i nostri tempi. Tempi dove evidentemente la rapidità - e non la lentezza - pare dote essenziale e imprescindibile. In cui la scrittura è quella veloce, quasi automatica, delle email e non quella di chi distilla le parole su uno schermo bianco o peggio ancora su un foglio di carta. Tempi in cui, peraltro, i libri entrano nelle librerie e ne escono con lo stesso ritmo dei turisti in un villaggio vacanze.

E dunque, pensandoci un po' di più questa idea mi piace ancora meno. Però se insisto a pensarci l'occhio mi casca anche sul titolo dell'articolo: Quei grandi romanzi scritti in pochi giorni.

E allora è giusto ricordarsi di Jack Kerouac e dei tanti altri che volarono sulle pagine. Stendhal che completa La Certosa di Parma in appena 52 giorni tenendo fuori di casa tutti gli scocciatori ("Il signore è a caccia" dice la servitù). Fedor Dostoevskij che impiega solo 26 giorni per Il giocatore. Graham Greene, William Faulkner, Luigi Pirandello che in una manciata di settimane sfornano capolavori.

E allora preferisco sospendere il giudizio. Perché mi sa che non conta quanto si è veloci, ma quanto si ha da dire. Quanto ci si sente a proprio agio in quello che si dice. E sarà banale, ma è proprio così.

sabato 25 settembre 2010

La volta che Jack Kerouac non voltò pagina

Mi procurerò un rotolo di carta da infilare nella macchina da scrivere e scriverò le cose il più veloce possibile, esattamente come sono successe

L'avete riconosciuta? Questa è una delle storie più belle e incredibili tra tutte le storie che si potrebbe raccontare su libri tenuti in un cassetto o pubblicati, dimenticati o destinati a lasciare un segno. In questo caso, un'opera che ha rappresentato e rappresenta assai di più di un bel romanzo: Sulla strada di Jack Kerouac.

Ancora oggi se mi imbatto in questo titolo il cuore mi balza in gola e poi la mano del rimpianto lo strizza ben bene. Rimpianto di che non lo so poi. Di un'America che non ho mai attraversato se non nella fantasia? Di una generazione che non era la mia?

Non lo so, ma ci sono stati anni in cui Sulla strada - io preferivo chiamarlo On the road - era un libro da portarsi dietro immaginando strisce di asfalto che tagliavano interi continenti e notti insonni illuminate dal jazz e dalle più strampalate chiacchiere.

Al mio affetto per Jack Kerouac il tempo ha fatto meno male che ad altre passioni, per non dire di tante convinzioni. Ma insomma, la storia più bella forse è proprio questa.

Jack Kerouac che questo libro lo vuole scrivere tutto di getto, senza interrompersi, nemmeno per cambiare foglio. Che per questo si procura i rotoli di una telescrivente e li unisce col nastro adesivo. E che poi si rintana nella sua casa di New York, aziona il cronometro (questo lo dico io) e parte.

Tre settimane per scrivere il romanzo che saluta e incarna una nuova epoca. Cento parole al minuto per riempire 36 metri di carta, un papiro dei tempi moderni.

Poi ci vollero sei anni per arrivare alla pubblicazione e il testo originale - che ora viene ripubblicato dalla Mondadori - dovette sopportare diverse modifiche. Pare che all'inizio il libro fosse un unico fluviale paragrafo e che diversi punti, diverse virgole siano state aggiunte solo in seguito (tutto questo viene ben spiegato da Tommaso Pincio in un recente articolo).

Ma questo è secondario. In tempi di scuole di scrittura, di libri costruiti come prodotti di laboratorio, è bello ritornare a quella pazzesca esplosione creativa.

Ps: non c'entra, ma ho letto che On the road è il titolo più rubato nelle librerie americane. Ancora oggi. E non so se stupirmi dell'esistenza di classifiche come questa. O se piuttosto non interrogarmi sulle eventuali connessioni tra la natura dell'opera e la sua propensione a farsi portare via senza passare dalla cassa

sabato 24 luglio 2010

L'America come sa raccontarla Bob Dylan

Con la mente in grande fervore, avevo perfino covato il desiderio di andare a West Point. Mi ero sempre immaginato che sarei morto in qualche eroica battaglia

Come cambiano le cose della vita, come rimbalzano sogni e ambizioni sul panno verde dove si gioca il nostro futuro. In ogni caso colpo fortunato, questa volta. Il mondo ha perso un ufficiale dell'esercito americano, ma Bob Dylan è diventato Bob Dylan, a vantaggio di tutti noi.

Conoscevo il musicista, conoscevo il poeta (perchè per me Bob Dylan poeta è sempre stato, piaccia o non piaccia la sua musica, degno candidato al Nobel per la letteratura), con Chronicles ho scoperto un altro lato ancora, quello di uno scrittore capace di scrivere un'autobiografia che non è un'autobiografia, di raccontarsi senza mettersi su un piedistallo, perfino di mostrarci un'intera epoca senza nemmeno provare a rispettare le sequenze degli anni.

Perché questo è Chronicles, un libro buono anche per chi non sopporta le canzoni di Bob Dylan, un libro che si fa leggere per molte ragioni.

Io ci ho ritrovato la storia di un ragazzo che sa cogliere il tempo che cambia e raccontarlo come pochi altri hanno saputo fare. Altro che latte e miele, altro che canzoncini su cuori infranti, motivetti orecchiabili e ballabili, anestetico per ogni coscienza.

Immorali distillatori di liquori clandestini, madri che affogavano i loro figli, Cadillac che avevano benzina solo per cinque miglia, alluvioni, incendi nelle sedi dei sindacati, buio pesto e cadaveri sul fondo dei fiumi non erano roba per i radiofili. Non c'era niente di allegro nelle canzoni folk che cantavo io. Non cercavano di piacere a nessuno e non trasudavano dolcezza. Non si facevano gentilmente portare a riva dalle onde

Quanta grande letteratura americana mi ricorda tutto questo... L'America di Woody Guthrie e delle dure battaglie sindacali, delle praterie e delle metropoli che crescono, dei padroni e dei vagabondi. L'America del Greenwich Village a cui approda un Dylan giovanissimo, ricco solo della sua chitarra. L'America di Jack Kerouac, di Allen Ginsberg, degli altri poeti irrequieti e stralunati della Beat generation.

E c'è Bob Dylan che in tutto questo è assai diverso dall'icona che ci è stata trasmessa, che non è il provocatore, non è il contestatore di professione, non è l'artista che vive ai margini nè sopra le righe, non è né il menestrello nè la rock star. Semplicemente lui, un uomo che mette su famiglia e che parla volentieri di sua moglie.

Quante cose, in questo libro.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...