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lunedì 23 febbraio 2015

L'arte della menzogna nella Trilogia della grande Agota



Sono pochi i libri che rappresentano un'imboscata continua a ogni ragionevole convinzione dei propri lettori. Trilogia della città di K. di Agota Kristof ne è certamente uno: unica convinzione rimasta, in effetti, dopo averlo riposto su uno scaffale. Con un pizzico di rimorso, tra l'altro, per averlo colpevolmente dimenticato per anni e anni nella pila dei libri "in attesa".

Sarà che mi aspettavo qualcosa di diverso, da a questa scrittrice ungherese riparata in Svizzera nel 1956. Qualcosa comunque figlio del mondo tetro del socialismo reale imposto con i carri armati sovietici. Non avevo considerato che i conti si possono regolare anche con lo humour più nero e che il gioco delle parti, degli equivoci, delle bugie può rappresentare il peggior contrappasso per ogni pretesa di verità assoluta. 

E dunque la trilogia comincia in un remoto paese dell'est devastato dalla guerra. Non si dice, però più o meno è proprio l'Ungheria occupata dai nazisti. Immagino che non siano mancati i romanzi del realismo socialista, a raccontare quelle vicende. Però in scena entrano subito due gemelli: e con i gemelli, si sa, le cose inevitabilmente si complicano.

Perché ci vuole poco: e già nei giorni delle bombe e della fame, tutto si sovrappone, si separa, si sdoppia, si confonde. I destini di vita ora si intrecciano e ora si allontanano. Talvolta scompaiono, come fiumi carsici forse destinati a riemergere.

Ma in ogni caso: dov'è la verità? Trilogia della città di K. avrebbe potuto chiamarsi anche Trilogia della menzogna. E da subito Agota Kristof avrebbe giocato a carte scoperte. Perché in effetti questo più che un libro mi sembra un incredibile sala degli specchi, di quelle da luna park, in una sarabanda di rimandi e deformazioni. Menzogna della vita e menzogna come grande forza ispiratrice d'arte. Vai a sapere se alla fine si potrà trovare il capo giusto e sciogliere il groviglio.

"Non sono una bugiarda nella vita. Non so perché scrivo quelle cose", pare abbia detto un giorno Agota Kristoff, rispondendo alla domanda di un suo intervistatore. Leggendo la Trilogia viene il sospetto che proprio la menzogna sia la forma più sofisticata della verità.

giovedì 7 novembre 2013

La storia dell'uomo che uccise per le sue menzogne

Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera.

Ed è vero, cos'altro può essere raccontare la storia di Jean-Claude Romand, l'uomo che un giorno del 1993 massacrò moglie, figli, genitori perché non fossero testimoni della sua vita di menzogna? Già, forse può essere anche verità, semplicemente verità, quella verità che peraltro può avere molto a che fare sia con il crimine che con la preghiera.

Una verità da maneggiare con cautela, ma anche senza alibi. E senza gli effetti speciali che troppo spesso si accompagnano alle storie criminali che fanno audience televisiva e sollecitano reazioni viscerali.

Emmanuel Carrère, nel suo L'Avversario (Adelphi), non ha bisogno di nient'altro che del suo bisogno di verità, per raccontare la storia di un uomo che è arrivato a fare quello che ha fatto per essersi sempre sottratto alla verità. Lui che a tutti - anche ai famigliari - si era spacciato come un medico di successo, mentre in realtà trascorreva le sue giornate nei boschi o in un parcheggio dell'autostrada.

E' proprio la verità, credo, il tema centrale di questo libro capace di provocare terribili inquietudini. La verità, prima ancora del male capace di fare strage.

La verità che persegue Carrère, cercando di raccontare con precisione, giorno dopo giorno, quella vita di solitudine, nello sforzo di entrare addirittura nella testa di uomo senza giustificazioni. La verità che insegue Jean-Claude Romand, come il cameriere che riacciuffa il cliente che non ha pagato il conto.

Ed è incredibile, ma spaventosamente vero, che a volte la vergogna di una vita senza verità si traduca in gesti estremi peggiori di qualsiasi menzogna.

giovedì 12 settembre 2013

Seguì una sensazione di disagio


Dei pescatori tirarono fuori dagli abissi una bottiglia.

Dentro c'era un pezzo di carta, con scritte queste parole: "Aiutatemi! sono qui. L'oceano mi ha gettato su un'isola deserta. Sto sulla sponda e aspetto aiuto. Fate presto. Sono qui!".

"Non c'è data. Sicuramente ormai è troppo tardi. La bottiglia può aver galleggiato in mare per molto tempo" disse il primo pescatore.

"E non c'è indicazione del luogo. Non si sa neanche quale oceano sia" disse il secondo pescatore.

"Non è né troppo tardi né troppo lontano. L'isola Qui è ovunque" disse il terzo pescatore.

Seguì una sensazione di disagio, calò il silenzio. E' quel che accade con le verità universali.

(Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere, Adelphi)

domenica 8 settembre 2013

Di un autore contano solo le opere

Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere.

(quando contano, naturalmente)

Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra.

Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura.

(Italo Calvino, lettera)

sabato 2 febbraio 2013

Mandate a memoria anche solo pochi versi


A questa generazione vorrei dire:
mandate a memoria anche solo pochi versi
di verità o di bellezza.

Mio marito non ebbe nulla a che fare
con il fallimento della banca - era solo cassiere.
Il crac fu dovuto al presidente, Thomas Rhodes,
e al suo fatuo consiglio senza coscienza.

Però hanno mandato in prigione mio marito,
e io sono stata abbandonata coi bambini,
da nutrire e vestire e dargli un'istruzione.

E io l'ho fatto, e li ho avviati nel mondo
tutti puliti e forti,
e tutto per merito della saggezza di Pope, il poeta:
"Fai bene la tua parte, sta lì tutto l'onore"

(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River -  Sig.ra George Reece)


domenica 1 luglio 2012

Mio Lucilio, diventa signore di te stesso

Fa'  come ti dico, mio Lucillo, diventa signore di te stesso, e riserva a te stesso il tempo che finora ti veniva sottratto, o andava perduto. Convinciti della verità di ciò che ti dico: le nostre ore ci vengono rubate talvolta con la forza, talvolta con l'astuzia, per non dire di quante scorrono via senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Sicuramente la perdita di tempo di cui dobbiamo vergognarci maggiormente è quella imputabile alla nostra negligenza. Se rifletti bene, devi ammettere che la maggior parte della vita si consuma e fugge via nel compiere azioni non buone, gran parte nel non fare nulla, e tutta quanta nel fare altro rispetto a quello che dovremmo fare
.

Per tutti valgano queste parole antiche, che il grande Seneca indirizza a Lucilio.

E' inutile girarci intorno, alla fine quello che conta davvero è come si impiega il tempo.

Lo sciupa sicuramente chi è convinto che il tempo sia denaro. Lo investe bene chi a un certo punto tira il freno e prova a chiedersi: ma perché lo faccio?

sabato 5 novembre 2011

Farsi cullare dalla sicurezza di una bugia

Non ho niente contro le persone che amano la verità. A parte il fatto che sono una compagnia noiosa. Questo finché non si mettono a discettare di senso della narrazione e di senso dell'onestà, com'è tipico di alcuni. Allora sì che mi saltano i nervi. Ma se mi lasciano in pace, io non faccio male a una mosca.


Non ce l'ho con gli amanti della verità, ma con la Verità stessa. Quale sostegno, quale consolazione nella Verità, a paragone di una storia?

....

No: quando paura e freddo ti immobilizzano a letto come una statua, non aspettarti che la scarna e ossuta Verità accorrra in tuo aiuto. Quello che ci vuole è il pingue conforto di una storia: sentirti placare, cullare dalla sicurezza di una bugia

(Diane Setterfield, La tredicesima storia, Mondadori)

mercoledì 30 marzo 2011

Il mistero di Ipazia, la fatica dello storico

Chi era davvero Ipazia?

Chi era oltre le definizioni perfino troppo facili - la donna di scienza, la sacerdotessa, l'intellettuale pagana?

Chi era oltre quello che è il fatto nudo e crudo del suo assassinio - quel giorno del quinto secolo ad Alessandria di Egitto, quando un manipolo di monaci fanatici la aggredì e la fece a pezzi?

La sua storia ce la racconta Silvia Ronchey, in un bel libro, che però più che dare risposte, mette a nudo la fatica e i dubbi dello storico, per lo meno dello storico che non vuole vendere verità purché siano.


Ma dietro tante maschere o visioni che cosa si cela? si chiede Silvia Ronchey. E così il discorso si inoltra in sabbie mobili da far paura, perché si capisce che il fatto non è mai solo il fatto e non sono mai solo le incrostazioni delle versioni che di quel fatto sono state date, è che il fatto è già qualcos'altro appena viene ricordato, raccontato, commentato.

Chi era Ipazia, la donna che di volta in volta è stata rappresentata come simbolo di libertà, martire dei fanatismi, simbolo della condizione della donna nella storia?

Dice Silvia Ronchey che bisognerebbe procedere per sottrazione, più che per l'aggiunta di tratti: Siamo certi, o quasi, di ciò che quella donna non è stata.

E meno male che tra le cose quasi certe c'è questa: cercava la verità, amava il dubbio, detestava la manipolazione.

Può bastare, come no.




giovedì 10 febbraio 2011

Il brigantaggio e il difetto di fabbrica dell'Italia

Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: 'Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...
(da La libertà di Giovanni Verga)

Ecco, forse la verità del nostro Sud, di quella che è stata l'unificazione di Italia, o per dirla in altro modo, l'annessione del Meridione al Regno di Italia, finora si è intesa meglio con le parole della letteratura che con le analisi della storia.

Soprattutto quello che successe subito dopo, quando Giuseppe Garibaldi si era dovuto ritirare in buon ordine, perché lui e i suoi uomini erano diventati un impiccio per il nuovo Regno.

In genere sui libri del liceo la questione si liquida in poche righe: il brigantaggio che mise a dura prova l'esercito regio per qualche anno. Un problema di ordine pubblico, al massimo di criminalità organizzata, un po' come in altri anni la mafia.

E invece fu vera guerra, guerra civile, guerra sociale. Costata un'enorme quantità di morti, chi dice addirittura centomila. Massacri, terrore, le solite vittime di ogni guerra sporca. Trame, cospirazioni, tradimenti. Paesi spazzati via, vite cancellate.

Ci voleva un libro come Il sangue del Sud di Giordano Bruno Guerri, per gettare luce su tutto questo e raccontarlo con coraggio, ma anche con equilibrio, senza idealizzare nessuno e senza alimentare strane nostalgie. Senza nemmeno la tentazione di idealizzare come una sorta di Che Guevara nostrano un brigante tipo Carmine Crocco, che pure diceva cose sacrosante:


Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana e astratta


Rimane l'orrore per tutto quello che fu fatto, per come fu piegato il brigantaggio: rastrellamenti, fucilazioni di massa, rappresaglie che noi siamo abituati a collocare in altri periodi della nostra storia e ad attribuire in esclusiva a altri eserciti.

Ma questa è anche la storia di come la verità fu cancellata, rimossa, nascosta. Commissioni di inchiesta e depistaggi. Armadi della vergogna, anche per il nostro Sud. All'inizio della storia di Italia. Come un marchio di fabbrica, un difetto di costruzione, un peccato originale.

martedì 21 dicembre 2010

Un libro per ragionare su se stessi

Quante volte ci riempiamo la bocca di parole che suonano alte ma che non sappiamo bene quali concetti si portano dietro. Verità, giustizia, libertà....

Parole importanti, che spesso sono consegnate all'esercizio retorico o alla riflessione filosofica, ma che in realtà hanno a che vedere con la vita, con quanto fa sì che l'uomo sia davvero uomo. Come in quella gran pagina di Shakespeare dove Antonio, di fronte al cadavere di Bruto che si è appena suicidato, esclama: “Questo era un uomo!”. E Bruto era addirittura il nemico...

Essere un uomo, cioè essere autentico. E con La vita autentica (Raffaello Cortina editore) Vito Mancuso non ci offre una lezione di teologia, ma ci stana, ci provoca, esige da noi di interrogarci.

Autentico, cioè che riguarda noi stessi. Ma cosa effettivamente ci riguarda?

Che risposte importanti, che si colgono tra queste pagine. Che la condizione della autenticità è la libertà. Che la libertà è una conquista e una sfida. Che la libertà non è vuota, ma ha bisogno di una vocazione, di una missione, di qualcosa comunque più grande di noi...

Un libro che fa bene, un libro che ci dà profondità....

venerdì 12 novembre 2010

Il teologo e il suo compagno di viaggio

Lo diceva Norberto Bobbio, grande filosofo laico del nostro Novecento e amava ripeterlo un religioso della statura del cardinale Carlo Maria Martini:

La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa

Un libro come Disputa su Dio e dintorni si rivolge a tutti coloro che vogliono pensare. A quanti sanno che pensando e ragionando insieme sui nostri pensieri non si può che migliorare noi stessi e il mondo che stiamo abitando. Senza verità da imporre, senza appartenenze da rivendicare. Con la consapevolezza che solo la libertà fa bene alla verità.
E quanti ponti uniscono il teologo Vito Mancuso all'intellettuale - che mi piacerebbe definire illuminista - Corrado Augias. Nel caso, il teologo parla a nome di entrambi:  

Forse mi sbaglio, ma comincio a intuire che in questa nostra disputa su Dio noi ci divideremo soprattutto sull’uomo, perché in fondo la questione dell’esistenza e della natura di Dio si traduce nella questione della natura e del destino dell’uomo 

Dividersi per ritrovarsi, sempre. Per riconoscersi. Ed è proprio vero, non abbiamo bisogno di verità da imporre. Non ne abbiamo bisogno, per dare un senso al nostro cammino. 

Piuttosto abbiamo bisogno di compagni di viaggio. Abbiamo bisogno di parole che scavino. Come queste.


La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...