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martedì 15 marzo 2016

Siamo stati via: storia giapponese nell'America dopo Pearl Harbour

Ogni tanto si fermavano per chiedere a nostra madre dove eravamo stati. "E' da un pezzo che non si vi si vede", potevano dire, oppure: "Sono passati secoli" - e lei alzava la testa e rispondeva solo "Oh, siamo stati via".

Siamo stati via: forse è proprio questo il vero titolo di un romanzo breve per pagine, straordinario per intensità quale Quando l'imperatore era un dio di Julie Otsuka (Bollati Boringhieri). Per me non una sorpresa solo perché di questa autrice avevo già letto lo splendido Venivamo tutte per mare, di cui ora questo libro rappresenta il seguito ideale.

Insomma avevo già incontrato le giovani donne giapponesi che avevano lasciato le loro case e attraversato il Pacifico per sposare uomini che nemmeno conoscevano - matrimoni per procura e per interesse - in un'America che non era solo un altro continente, era un altro mondo. La loro voce collettiva, forte e vibrante, è ora sostituita da una prima persona dalla parola dolce, sommessa, segnata dal ricordo. Ed è attraverso questa parola che si racconta cosa successe a una di quelle donne - e a tutti i giapponesi di America - dopo Pearl Harbour.

Con la guerra quegli immigrati e quei figli di immigrati divennero anche i nemici sotto casa. Ogni certezza andò giù come un castello di carta. Il loro destino fu la deportazione. Anni senza lavoro, lontani da casa e dagli affetti. Anni in cui furono a tutti gli effetti cancellati dalla vita del loro paese.

Una pagine triste della storia americana. Eppure raccontata con una singolare delicatezza, con una sensibilità orientale mescolata alla lezione della narrativa americana.

Sobrietà e dolcezza. E la forza dei legami familiari, la tenacia delle madri, la capacità di meraviglia dei bambini, oltre tutto, anche oltre l'indifferenza di chi sapeva, doveva sapere. 

domenica 11 gennaio 2015

A venire improvvisamente viste come il nemico


Da un giorno all'altro, i nostri vicini cominciarono a guardarci in modo diverso. 

Forse era la bambina che non ci salutava più dalla finestra della fattoria in fondo alla strada. O forse i clienti di vecchia data che scomparivano all'improvviso dai nostri ristoranti e negozi. Oppure la nostra padrona, la signora Trimble, che un mattino ci prese in disparte mentre passavamo lo straccio in cucina e ci sussurrò all'orecchio: "Tu sapevi che stava per scoppiare la guerra?"

Le signore del club cominciarono a boicottare le nostre bancarelle di frutta, perché temevano che la merce fosse avvelenata con l'arsenico. Le assicurazioni ci cancellarono la polizza. Le banche ci congelarono il conto. I lattai smisero di consegnarci il latte a domicilio.  "Ordini dell'azienda" ci spiegò un lattaio sull'orlo delle lacrime. 

I bambini ci lanciavano un'occhiata e scappavano come cervi spaventai. Le vecchiette, quando incrociavano i nostri mariti, si bloccavano sul marciapiede con la borsa stretta al petto e gridavano: "Sono arrivati!". 

E anche se i nostri mariti ci avevano avvisati - "Hanno paura" - non eravamo comunque pronte. A venire improvvisamente viste come il nemico.

(da Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri)

mercoledì 7 gennaio 2015

Dal Giappone all'America, le donne arrivate dal mare

Ma sono solo dicerie, non è detto che siano vere. Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell'altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo.

Si conclude con questa voce, che non è più quella delle ragazze giapponesi che varcarono il Pacifico per cominciare una nuova vita in America, lo straordinario Venivamo per mare di Julie Otsuka (Bollati Boringhieri), uno dei libri più belli che mi sono capitati negli ultimi tempi. Si conclude con questa voce impastata di garbata rassegnazione, la voce di un'America che intende mettersi in pace con la propria coscienza, facendosi una ragione della sorte dei vicini di casa che da un giorno all'altro sparirono, rimossi e cacciati come il più subdolo dei nemici.

Però prima era loro la voce. La voce delle giovani donne "spose in fotografia", in viaggio dai villaggi del Giappone fino al porto di San Francisco, sbarcate in un mondo che era un altro pianeta, all'inizio del Novecento. Destino di mogli deciso a distanza, che sul ponte di una nave si sono scambiate speranze e fotografie. La voce di immigrate in una terra straniera in cui quasi niente andrà secondo le attese, con mariti dispotici e assenti, lavori umilianti, parole sottratte da una lingua incomprensibile.

Eppure anche figli che saranno messi al mondo, abitazioni per le quali si conquisterà decoro e persino qualche agio, gente che finalmente comincerà ad accorgersi di loro, fosse solo per scambiare un saluto per strada.

Fino al disastro di Pearl Harbour e alla decisione del governo americano di considerare tutti i cittadini americani di origine giapponese un pericolo, potenziali nemici da neutralizzare subito. Un taglio chirurgico e via: un mondo nel mondo di tutti i giorni amputato e nascosto in campi di detenzione.

Voce, anzi voci, perché il miracolo di questo libro costruito sulle storie vere, su tante testimonianze, è proprio questo. Questa voce - lirica e autentica - impastata di molte voci. Questa prima persona plurale, questo noi in cui è declinata l'intera storia. Questa storia che in realtà sono le storie. Questo noi costruito pezzo a pezzo con le storie di ciascuno.

Da leggere assolutamente, anche per riflettere su altre amputazioni della nostra storia.

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