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lunedì 9 dicembre 2013

Marco Vichi e le poesie di una vecchia signora

Quelle che seguono non sono mie parole, ma parole di Marco Vichi. Mi ha detto lui che posso utilizzarle come voglio, perché ciò che conta è che questa storia arrivi il più lontano possibile. Parole di una storia, storia tutta di parole. Parole importanti. Prima di tutte le parole di una vecchia signora e di un libro che consiglio a tutti di comprare. 

Vi racconto una storia: una signora di ottantaquattro anni, che già da molto tempo mi domandava senza troppa insistenza se volessi dare un’occhiata alla sue poesie, un giorno mi chiese con più convinzione di leggerne almeno una, così, solo per farle un favore, e se poi non mi fosse piaciuta non mi avrebbe mai più scocciato. 

Eravamo a pranzo in un bel ristorante, al mare, in estate. Lessi la prima poesia, e rimasi di sasso: era bellissima, semplice e profonda, e il ritmo delle parole dava forza ai significati e alle emozioni. Insomma una vera poesia. Lessi le altre. Avevano la stessa forza e la stessa delicatezza, erano sincere, senza virtuosismi. 

giovedì 22 agosto 2013

Non perdete la promessa dell'alba

Non mi sento colpevole. Ma se tutti i miei libri sono pieni di appelli alla dignità, alla giustizia, se vi si parla tanto dell'onore di essere uomini, forse è perché ho vissuto, fino all'età di ventidue anni, del lavoro di una donna vecchia, malata e spossata. Gliene voglio ancora, per questa ragione.

Anche a prescindere dalla sana invidia che provo per la scrittura di Romain Gary e dall'incanto di molte delle sue pagine. A rendere imperdibile La promessa dell'alba può bastare questa donna che sembra racchiudere dentro di sè tutta la tenacia dell'amore e la capacità di allagare il mondo con i suoi sogni. Trovatelo un altro personaggio così, nella varietà della letteratura planetaria: e in effetti è davvero difficile inventarselo, può essere solo vero.

Il libro, in effetti, ruota tutto intorno alla figura della madre di Romain, ebrea lituana che dopo la Rivoluzione fugge col figlio in Francia. E' sola e senza mezzi, ma sa già quale futuro dovrà spettare a Romain. Aviatore, diplomatico, scrittore. Non può essere che la Francia tradisca le attese, così come non può essere che la Francia sia invasa dalle truppe di Hitler. Così sicura che a certi dettagli - se dettagli sono - è il caso di provvedere per tempo.

Bisogna trovare uno pseudonimo, disse con fermezza, un grande scrittore francese non può portare un nome russo. Se tu fossi un virtuoso del violino andrebbe molto bene, ma per un titano della letteratura francese non va...

E chi l'avrebbe detto. E' proprio quello che è successo. La certezza del sentimento, è evidente, può resistere più e meglio della Linea Maginot. Il resto è solo la fatica di un figlio per non tradire le aspettative di una madre che aveva perso tutto se non un'idea di futuro.




sabato 29 dicembre 2012

La donna vestita di nero di Michela Murgia

- Non mi si è mai aperto il ventre, - proseguì, - e Dio sa se lo avrei voluto, ma ho imparato da sola che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il senso, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e l'ho fatta.
- E quale parte era?
- L'ultima. Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto.

Che libro potente, Accabadora di Michela Murgia, per quello che dice e per quello che tace, per le parole con cui avvicina il mistero della vita e per le parole con cui se ne tiene a rispettosa distanza. Libro necessariamente poetico, perché solo la poesia può raccontare e allo stesso tempo tacere. Libro che apre uno squarcio di luce su una Sardegna arcaica, prossima al precipizio della modernizzazione, per donare grani di una possibile verità che in realtà non prescinde da noi.

E quella figura vestita di nero, che talvolta viene chiamata di notte, la vecchia sarta che altri chiamano accabadora: l'ultima madre, pronta a farsi carico di una morte pietosa. Lasciate da parte le lacerazioni dell'etica, le diversi visioni sulla vita e sulla morte. Prima di tutto c'è la grandezza di questo personaggio.

Questa figura d'ombra, che appartiene all'ombra. E che come un'ombra tornerà di tanto in tanto a trovarci per porgere le domande più difficili e necessarie.

giovedì 1 novembre 2012

Una persona che se ne va è come un personaggio


Il concerto sta per finire. E ci voleva davvero, un bel concerto. Con che occhi che ora mi guardo intorno. Mi piacerebbe perfino attaccare discorso con qualcuno. Chiacchierare, bere qualcosa, chiacchierare ancora. Non lo farò, mi conosco. O forse sì, chissà.

Quello che so è che domani mattina partirò per il mare. Mi attende una settimana scarsa di ferie che penso di essermi meritato.
 
Saranno le prime vacanze in cui dovrò fare a meno delle telefonate di mia madre, di quegli squilli che mi coglievano sempre nei momenti meno opportuni.
 
E lo so che succederà. Sarà magari quando rientrerò nella camera di albergo per fare la doccia e prepararmi per la cena, oppure più tardi, quando uscirò per una passeggiata-boccata d’aria-gelato.
 
Sarò presto di ritorno, in ogni caso, perché in vacanza non ho mai fatto le ore piccole, mi piace tirare tardi solo con i miei amici, nella mia città, nel mio quartiere, nel mio locale, vai a capire perché, e insomma, sarò di ritorno presto e poi non mi rimarrà altro che un libro, o un po’ di televisione per non perdere l’abitudine.
 
Solo un attimo prima di spegnere la luce del comodino mi folgorerà un pensiero: «Mia madre oggi non ha telefonato». E qualcosa cambierà, nell’andamento lento di una sera di vacanza.
 
Lo so, il tempo delle sorprese sarà ancora inevitabilmente lungo. Succederà anche la prossima primavera, quando mi ritroverò con le cesoie davanti alle sue ortensie e la vorrò accanto per sciogliere un dubbio che da solo non ho mai risolto: che faccio, poto?
 
È così, la morte è in primo luogo una fuga di gesti, di abitudini, di situazioni. Per questo ce ne accorgiamo poco a poco. Una persona che ti lascia è più o meno come il personaggio di un libro: il libro finisce, ma non è che il personaggio ci muoia dentro una volta che giriamo l’ultima pagina.

(da  Paolo Ciampi, Una domenica come le altre, Mauro Pagliai editore)

mercoledì 4 gennaio 2012

Alan Bennett e la dolce tristezza di un funerale

Come sono poche, oggi, le vite che si chiudono in bellezza al suono del campane, coi fedeli che cantano a piena gola. Pochissime sfuggono a uno scipito commiato di periferia; quel che resta di una vita è qualche parente semisconosciuto che torna all'automobile con un sospiro di sollievo.


Le aiuole fiorite sono protette da una fila di faggi scossi dal vento; da un letto di cortezze spuntano arbusti di rose potate.

Il funerale di mia madre è tutto qui, e quello delle sue sorelle anche; occasioni macabre, persino imbarazzanti, seguite da un pasto poco conviviale. Bere aiuterebbe, ma la nostra famiglia non l'ha mai saputo fare. Al massimo ricorriamo al tè, tirando fuori il servizio buono.


Tuttavia la vita di mamma ha un bel controfinale: una specie di rinnovo delle promesse quando le sue ceneri vengono messe nella tomba di mio padre.


(Alan Bennett, Una vita come le altre, Adelphi)

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...