Visualizzazione post con etichetta mompracem. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mompracem. Mostra tutti i post

giovedì 27 settembre 2018

Le isole sono tutto e il contrario di tutto

Sostiene Silvia che si può essere molto felici su un'isola, anche se è evidente che la cosa vale soprattutto per chi a quell'isola appartiene da sempre. Sostiene Silvia che le isole sono tutto e il contrario di tutto, ma che certo non sono solo grumi di terra circondati dal mare. Sostiene Silvia che vale anche per chi, come lei, è donna di terraferma, tanto quello che conta è sentirle dentro.


Cose così, trovate dentro L'inquietudine delle isole di Silvia Ugolotti, ultima perla che ci regala Ediciclo con la sua Piccola Filosofia di Viaggio, piccoli grandi libri che in poche pagine concentrano sguardi sul mondo e movimenti dell'anima. E lo dico con sincerità: tra tutti i titoli di una collana che dovrebbe abitare gli scaffali di ogni viaggiatore, questo è uno dei più belli.

Vorrei vederle tutte, dice Silvia: e si intende che l'inquietudine è più sua che delle isole. E' fame di mondo che non sarà mai saziata, chiaro, a fronte delle centotrentaduemila isole che qualcuno è riuscito a censire. Ma non importa, perché ci possono essere le Azzorre e le Comores, le Eolie e Far Oer, non importa perché in fondo si insegue sempre l'isola delle isole, un sogno che è molti sogni, un'utopia che si dilegua con l'approdo che segue.

Quante cose, in questo concentrato di viaggi che a volte esigono una nave e a volte solo una buona dose di fantasia. Geografia che si compone, attraverso un rosario di destinazioni, letture, emozioni. E ci sono le isole paradiso, più o meno perduto, e le isole inferno, a volte fin troppo reali. Le isole mito e le isole che i nostri piedi calpestano e comprovano.

Scogli sferzati dai venti del nord e palme su spiagge tropicali, cieli di stelle e fari che sono salvezza nella notte. Isole che ci sono, isole che ora ci sono e ora non più, isole che navigano. Ma soprattutto l'isola che non c'è - soprattutto quella - l'isola che non c'è e che pure continua a esserci, finché non si smetterà di desiderarla.

Quell'isola, mi sa, che era nei racconti di un padre che rincalzava le coperte prima di accompagnare al sonno una bambina. Mi racconti il mare? E lui che cominciava: C'era una volta un'onda.... E con l'onda quell'isola, che è un'altra isola, ma non è poi molto diversa dalla mia Mompracem. 

domenica 15 giugno 2014

Come da piccolo, quando viaggiavo sui libri di avventura

Come da piccolo, quando una febbre vera, oppure dichiarata e generosamente riconosciuta, mi liberava dalla scuola. Non erano brutte giornate, quelle, però non filavano mai. Le ore erano un cargo appesantito che risale la corrente e chissà se e quando arriverà a destinazione.

Chiunque l'abbia detto aveva ragione: i decenni volano via, sono certi pomeriggi che non finiscono più.
E la televisione non era mica come ora, che a ogni momento c’è il cartone animato, il supereroe alle prese con i mali del mondo, la partita del campionato brasiliano. A parte L’isola dei Gabbiani e Avventura – da brividi la sigla, Joe Cocker con She came in through the bathroom window – tutto era di una noia mortale. Corsi di tedesco per principianti, lezioni sui principi della termodinamica, documentari sulle api o sul baco da seta, cose così insomma.

Meno male che c’erano i libri. Meno male che c’era Emilio Salgari.

Se il tempo passava e non passava, per farlo passare meglio avevo molti amici che si erano raccolti intorno a me per tenermi compagnia. Sandokan e quella simpatica canaglia di Yanez. Tremal-Naik e tutti i tigrotti di Mompracem. Il Corsaro Nero e la bella Jolanda.

Leggevo, in giornate così. Leggevo finché la testa faceva male, le righe ballavano sotto gli occhi, le pagine diventavano una macedonia di lettere. Se perdevo il segno era un problema ritrovarlo, perché la pagina girata si confondeva con quella ancora non letta. Tanto era un pezzo che la storia aveva abbandonato il libro.

Oppure no, ero io che avevo abbandonato quella stanza e già veleggiavo verso Maracaibo, sempre che non mi fossi perso tra i coccodrilli del delta del Gange.

A un certo punto il libro scivolava dalle ginocchia, le palpebre si abbassavano a saracinesca. Me ne andavo via, sul serio.
A volte mi portavo dietro una manciata di parole. A volte erano loro a inseguirmi, come un’eco. Parole tipo quelle del fratellino Yanez.

Noi non siamo uomini da condurre una vita tranquilla. Siamo invecchiati fra le urla di guerra dei malesi e dei dayachi ed il fumo delle artiglierie, e rimpiango sempre Mompracem.

Sapete, hanno continuato a risuonarmi anche molti anni più tardi, queste parole. Anche quando mi sono ormeggiato a una scrivania con computer e ho insediato la mia Tortuga in una bella casa di un quartiere residenziale. Noi non siamo uomini da condurre una vita tranquilla. Anche quando ho messo su pancetta e famiglia, quelle parole.

E come è vero, rimpiango sempre Mompracem.
La rimpiango e la cerco ancora sulla mappa dei miei sogni.

 (da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai edizioni)

venerdì 13 settembre 2013

Ma Sandokan sono i lettori, quello che i lettori vorrebbero essere.

E su questo ci potete giurare. Nei pigri pomeriggi d'estate in cui Emilio Salgari mi teneva compagnia io ero andato via da un pezzo, e da un pezzo ero approdato a Mompracem: ero Sandokan, o forse ero Yanez, dipende.

Ma se Sandokan è il suo lettore, questo è vero anche per chi Sandokan ce l'ha portato in dono.

Si scrive per vivere molte vite.

Così dice il capitano Salgari nel bellissimo Disegnare il vento di Ernesto Ferrero, racconto di vita, narrazione a più voci, degli ultimi anni di uno scrittore che si inventò molte vite e se ne spogliò, fino a rubarsi anche l'ultima che gli rimaneva.

Un giorno lo trovarono con il ventre squarciato su una collina appena fuori Torino. Una sorta di harakiri borghese, roba davvero da romanzo. Samurai in trasferta dai territori dell'immaginazione.

Aveva vissuto molte vite, aveva viaggiato molti paesi, aveva affrontato avventure di ogni genere. Così diceva, così scriveva.

La sua vita erano i suoi sogni, le sue letture. Un mondo di carta. La sua vita è ancora oggi quella di carta.

Me la tengo stretta.

sabato 26 maggio 2012

Ci sarà Mompracem, tenendomi stretto le parole

Ritorno spesso a Mompracem, quando posso, quando voglio.

Ogni volta che mi dicono che non c’è, che non è mai esistita, mi piacerebbe avere tra le mani qualche vecchia mappa del Mar Cinese. Mompracem c’era, al largo della costa occidentale del Borneo, anche se per qualcuno era  Mon Pracem, o piuttosto Monpiacem. Ancora gli atlanti della prima metà dell’Ottocento la riportavano. Poi scomparve, ma si sa, queste cose succedono.


Per me c’è ancora, c’è almeno da quella notte di tempesta del 20 dicembre 1849, con cui Emilio per la prima volta mi prese per mano e mi portò dentro la storia di Sandokan e di Yanez, di James Brooke e di Marianna.


Quando sento che si avvicina una tempesta di incredulità, quando i venti dell’età troppo adulta cominciano a spazzare la tolda della mia nave, quando ancora il cielo è spezzato dai fulmini del più crudo realismo, Mompracem mi aspetta.


A volte mi capita anche di appellarmi a un’altra isola che non c’è, quella di Peter Pan. E mi sorprendo a canticchiare, stonato come sono, la canzone di Edoardo Bennato: seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino, non ti puoi sbagliare perché quella è l’isola che non c’è...  ma questo per dire, perché quella che conta per me è solo Mompracem.


Le cose ora ci sono e ora no. O prima non ci sono e poi sì. Cosa che anche Odoardo sa bene, lui che una volta scavalcò una catena di monti e fu il primo a imbattersi in un fiume più grande del Tevere e del Tamigi, solo che vicino al mare si imbucava per gettarsi in una cascata tra le rocce.


Io so perfino che Mompracem c’è e ci sarà finché mi terrò stretto le parole.

(Da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

venerdì 29 luglio 2011

Il capitano che sapeva disegnare il vento

Ma Sandokan sono i lettori, quello che i lettori vorrebbero essere

E su questo ci potete giurare. Nei pigri pomeriggi d'estate in cui Emilio Salgari mi teneva compagnia io ero andato via da un pezzo, e da un pezzo ero approdato a Mompracem: ero Sandokan, o forse ero Yanez, dipende.

Ma se Sandokan è il suo lettore, questo è vero anche per chi Sandokan ce l'ha portato in dono.

Si scrive per vivere molte vite

Così dice il capitano Salgari nel bellissimo Disegnare il vento di Ernesto Ferrari, racconto di vita, narrazione a più voci, degli ultimi anni di uno scrittore che si inventò molte vite e se ne spogliò per regalarsene, fino a rubarsi anche l'ultima che le rimaneva.

Un giorno lo trovarono con il ventre squarciato su una collina appena fuori Torino. Una sorta di harakiri borghese, roba davvero da romanzo. Samurai in trasferta dai territori dell'immaginazione.

Aveva vissuto molte vite, aveva viaggiato molti paesi, aveva affrontato avventure di ogni genere. Così diceva, così scriveva.

La sua vita erano i suoi sogni, le sue letture. Un mondo di carta. La sua vita è ancora oggi quella carta.

Me la tengo stretta.

martedì 19 luglio 2011

Emilio, Cesare e i sogni fuori di città

Gli spazi aperti, il mare come la natura tutta, sono gli unici luoghi possibili per la libertà d'azione e la ricerca della felicità

Anni di letture salgariane e non mi era mai venuto in mente. Eppure è così, si parli del Borneo come dei Caraibi. I mari sono libertà, sono possibilità, sono occhi che spaziano lontano e cuore che asseconda i sogni. Volete mettere con le città, che chiudono lo sguardo e celano trappole? Maracaibo o Sarawak,  non importa. Se proprio dev'essere terra, che sia terra donata al mare, protetta dal mare, isole come lo possono essere solo la Tortuga oppure Mompracem.

Ed è sempre stato così, in compagnia di Emilio Salgari. Solo che mi ci è voluta una bella pagina di Felice Pozzo da Il Corsaro Nero. Nel mondo di Emilio Salgari, (Franco Angeli) per capirlo davvero.

E per alimentare altre suggestioni. Il mare per Emilio come la campagna per Cesare Pavese. Il luogo dei sogni, della giovinezza.

Cesare che come Emilio si lascia spezzare quei sogni proprio in città. A Torino. Emilio che scrive: Vi saluto spezzando la penna. Cesare che si congeda più o meno allo stesso modo: Non parole. un gesto. Non scriverò più.

E chissà quant'altro ci avrebbero regalato, con altri mari davanti a loro, di acque o di colline. 

sabato 9 aprile 2011

Possibile che dietro Sandokan ci fosse Garibaldi?

I libri di Felice Pozzo sono sempre così, una miniera di intuizioni, curiosità, corrispondenze e fascinazioni, dieta abbondante e irrinunciabile per ogni appassionato di Emilio Salgari e dintorni. E con il libro che sto leggendo in questi giorni, Nella giungla di carta,  mi è anche capitato di saltare sulla sedia.

Vi spiego: è che a un certo punto ho trovato citata anche Jessie White Mario, la mia Miss Uragano, la donna che spese la sua vita al fianco di Mazzini e Garibaldi.

Dice Felice Pozzo, a proposito di Emilio Salgari:

E' poi probabile che abbia letto, tra l'altro, "La vita di Garibaldi" (1882) di Jessie White Mario, rintracciandovi quegli episodi e quelle descrizioni che, con evdienza, sono poi confluite nella costruzione del personaggio Sandokan

Sapete, con i libri funziona così. Sembra che non ci sia alcun ordine nell'oceano dei titoli, delle edizioni, se non quello che, in modo comunque arbitrario, possono tentare i pedanti di turno. E invece un ordine c'è, nel disordine delle assonanze, dei rimandi, degli accostamenti. E' l'ordine che date voi con il vostro cuore, la vostra curiosità di lettori, marinai di carta che decidono la rotta.

E dunque, uno pensa al Risorgimento e trova la Malesia. Sogna Sandokan e trova Garibaldi.

Sentite ancora Felice Pozzo:

Che la Tigre della Malesia sia un po' Garibaldi, è nozione acquisita. Tanto acquisita che si è paragonato il suo compagno di avventure, Yanez, a Nino Bixio; sua moglie Marianna, la Perla di Labuan, ad Anita; la sua isola, Mompracem, a Caprera. E così via.

Accostamenti leciti, spiega il nostro, purché non si esageri a voler vedere anche quello che non c'è:

Non si tratta che di un richiamo ineffabile, allusivo, capace tuttavia di trasmettere sotterranee pulsioni

Che poi è quello che basta e avanza a uno come me, che leggendo di Garibaldi a volte si è confuso, e parecchio, smarrendosi tra la storia e l'avventura.

mercoledì 12 gennaio 2011

Con Emilio Salgari, la fantasia che non mente

 Si diceva capitano di lungo corso e non aveva mai viaggiato. Mentiva Emilio Salgari? O semplicemente volava con le sue parole? E quelle parole in libertà alla fine sono diventate una prigione? In I due viaggiatori provo a rispondere così.

Proprio così. Di questo sono convinto. Emilio non mente, Emilio lascia la parola alla sua fantasia.
Il problema è che la fantasia agisce come una droga, che regala un senso di onnipotenza e poi svuota di tutto. Fa toccare il cielo con un dito ma nel frattempo taglia la luce.
Fosse solo difendere con la sciabola l’onore. È che obbliga i familiari, e persino la donna di servizio, a tirare di scherma; è che si adagia sul letto dopo aver cosparso profumi sulle lenzuola per farle odorare di tropici; è che si firma Selvaggio Malese nelle lettere indirizzate alla fidanzata Ida, da lui ribattezzata Aida, come la verdiana figlia del re etiope.
Papà vive sempre con i marajà, diranno i suoi bambini.
Sul retro di un foglietto dove ci sono disegni e appunti per la trama delle Tigri di Mompracem, ha scritto: Avevo 23 anni quando caddi prigioniero del pirata Sandokan. E ancora: Io sono schiavo e compagno di Sandokan.
Si è inventato come personaggio dei suoi stessi romanzi. Lo scorridore, l’avventuriero, il pioniere, il condottiero. Il gioco può anche valere la candela.
Dice ancora Silvino Gonzato: Non è che sia un bugiardo, sembra di un altro mondo.
Sottoscrivo. E sì, il gioco può valere, finché il mondo non presenta il conto. Finché le parole sono passaporto e non prigione.

mercoledì 8 dicembre 2010

Quando viaggiavo in compagnia di Emilio Salgari

Ecco, così inizia I due viaggiatori (Mauro Pagliai editore), parole per sognare con il grande Emilio.


Come da piccolo, quando una febbre vera, oppure dichiarata e generosamente riconosciuta, mi liberava dalla scuola. Non erano brutte giornate, quelle, però non filavano mai. Le ore erano un cargo appesantito che risale la corrente e chissà se e quando arriverà a destinazione.

Chiunque l'abbia detto aveva ragione: i decenni volano via, sono certi pomeriggi che non finiscono più.
E la televisione non era mica come ora, che a ogni momento c’è il cartone animato, il supereroe alle prese con i mali del mondo, la partita del campionato brasiliano. A parte L’isola dei Gabbiani e Avventura – da brividi la sigla, Joe Cocker con She came in through the bathroom window – tutto era di una noia mortale. Corsi di tedesco per principianti, lezioni sui principi della termodinamica, documentari sulle api o sul baco da seta, cose così insomma.
Meno male che c’erano i libri. Meno male che c’era Emilio Salgari.

Se il tempo passava e non passava, per farlo passare meglio avevo molti amici che si erano raccolti intorno a me per tenermi compagnia. Sandokan e quella simpatica canaglia di Yanez. Tremal-Naik e tutti i tigrotti di Mompracem. Il Corsaro Nero e la bella Jolanda.

Leggevo, in giornate così. Leggevo finché la testa faceva male, le righe ballavano sotto gli occhi, le pagine diventavano una macedonia di lettere. Se perdevo il segno era un problema ritrovarlo, perché la pagina girata si confondeva con quella ancora non letta. Tanto era un pezzo che la storia aveva abbandonato il libro.
Oppure no, ero io che avevo abbandonato quella stanza e già veleggiavo verso Maracaibo, sempre che non mi fossi perso tra i coccodrilli del delta del Gange.

A un certo punto il libro scivolava dalle ginocchia, le palpebre si abbassavano a saracinesca. Me ne andavo via, sul serio.
A volte mi portavo dietro una manciata di parole. A volte erano loro a inseguirmi, come un’eco. Parole tipo quelle del fratellino Yanez.

Noi non siamo uomini da condurre una vita tranquilla. Siamo invecchiati fra le urla di guerra dei malesi e dei dayachi ed il fumo delle artiglierie, e rimpiango sempre Mompracem.

Sapete, hanno continuato a risuonarmi anche molti anni più tardi, queste parole. Anche quando mi sono ormeggiato a una scrivania con computer e ho insediato la mia Tortuga in una bella casa di un quartiere residenziale. Noi non siamo uomini da condurre una vita tranquilla. Anche quando ho messo su pancetta e famiglia, quelle parole.

E come è vero, rimpiango sempre Mompracem.
La rimpiango e la cerco ancora sulla mappa dei miei sogni.

lunedì 5 luglio 2010

Quel luogo a cui a un giorno arriviamo

Ha detto una volta Antonio Tabucchi: 

Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati

Sono d'accordo: quel luogo non è mai solo quel luogo. Quel luogo è quello che ci portiamo dentro. E' l'altrove che sta dentro il nostro immaginario, l'approdo di ciascuno di noi, la terra che ci appartiene o a cui apparteniamo.

Per Antonio Tabucchi è facile che quel luogo siano le Azzorre. Per altri sarà la Patagonia - mi viene in mente Tito Barbini - oppure la Mongolia - ricordo ciò che di questa terra ha scritto Giovanni Lindo Ferretti. Altri ancora coltiveranno il loro altrove in una baitina di montagna o nella pineta al mare di sempre. E ci sarà pure anche chi - forse il sottoscritto? - guarderà a Mompracem o piuttosto a qualche altra isola che non c'è.

L'importante è tenerne di conto, di quel luogo. Di non smarrirlo. Di non consentire che il tempo lo spazzi via con la sua terrificante capacità di amnesia.

domenica 18 aprile 2010

Una domenica pomeriggio a Mompracem


Non so se si trova ancora in circolazione, non so se sarà ristampato il prossimo anno, in occasione del centenario della morte di Emilio Salgari, so solo che ho passato buona parte di questa pigra, indolente domenica pomeriggio a rileggermi quel piccolo grande capolavoro che è Vita, tempeste, sciagure di Salgari, il padre degli eroi di Giovanni Arpino e Roberto Antonetto.

Molto più di una biografia, piuttosto una navigazione nel mare aperto delle mie fantasie di adolescente (e non solo), sulle rotte di un mondo tutto da scoprire. Un libro che gira intorno a uno scrittore che per anni mi ha portato in lungo e in largo senza mai alzarsi dalla sua scrivania. Un libro, dunque, che si interroga sulle possibilità del mito e dell'immaginazione, mica poco.

Non l'ho terminato, l'ho lasciato su questa pagina, perché bastava a se stessa:

Senza Mompracem, era impossibile essere felici. Dopo Mompracem si è solo uomini, più o meno da marciapiedi, che trafficano e dolorano dimenticando quel sogno.
Poi: un attimo magari ad un semaforo rosso, magari davanti alla sequenza televisiva di un brutto film, torna quel brivido, che toccò un personaggio di Cesare Pavese:

... ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia

venerdì 23 ottobre 2009

Emilio Salgari per compagno di viaggio


In questi giorni in giro con Tito Barbini per presentare Caduti dal Muro capita spesso di parlare di viaggi veri e viaggiatori immaginari, di persone che macinano chilometri e di persone che macinano sogni con le loro letture (è successo anche ieri sera, alla Libreria Marzocco, con gli amici di Avventure nel mondo). Ed è un tema che mi ha sempre fatto pensare molto.

Pascal affermava: “La sventura del mondo viene perché gli uomini non riescono a rimanere ventiquattr’ore nella stessa stanza”,
Robert Louis Stevenson, quello dell’Isola del tesoro,invece sosteneva: “Non c’è miglior materia per i sogni che una mappa” .

Quando mi tornano in mente frasi come queste ripenso a questo signore che vedete nella foto qui sopra: un signore che mi ha fatto viaggiare per il mondo come se avessi valanghe di biglietti aerei regalati e giorni liberi infiniti.

Ripenso a questo signore che si faceva chiamare capitano di lungo corso, che raccontava a tutti di mirabolanti imprese e spedizioni ai quattro angoli del pianeta, che girava in bicicletta per la sua città con in testa un turbante da maharajà e che la domenica gli piaceva portare i figli in scampagnate fuori porta dove poteva inventarsi gigantesche cacce alla tigre.

So che questo signore da ragazzo si ritrovò al Lido di Venezia, in lacrime perché era stato respinto all’esame che gli avrebbe dovuto dare la licenza nautica e un futuro marinaro. Se ne stette ore a guardare il mare che non avrebbe più potuto solcare come un capitano.

Da allora questo signore gettò l’ancora nelle biblioteche di mezza Italia e cominciò a navigare sui libri, macinando di tutto, guide, atlanti, mappe, resoconti di viaggio, bollettini, lettere di esploratori.

Così cominciò a viaggiare e divenne un formidabile viaggiatore sulla carta.
Poi cominciò a scrivere. E in questo modo mi ha regalato Sandokan e i tigrotti della Malesia, ma soprattutto mi ha regalato Mompracem, un’isola per me nella vastità dei mari.

Questo signore, che anche per suicidarsi non scelse un colpo di rivoltella ma fece harakiri come un samurai, si chiama Emilio Salgari. E quando ripenso a lui mi rivedo ragazzino a girare per il mondo solo con le sue pagine e la mia fantasia. Sono contento di aver parlato di lui in un mio libro, Gli occhi di Salgari. Di lui e del suo modo di viaggiare con la fantasia.

Confucio diceva che il modo migliore per conoscere il mondo è quello di non uscire mai dalla propria casa. E forse questo è troppo.
Però in effetti si può viaggiare in molti modi. E viaggiare con la fantasia, solo con la fantasia, non è certo il peggiore.

lunedì 24 agosto 2009

Emilio Salgari e le biblioteche come mari



Sarà perchè in questi giorni mi viene spesso di ricordarmi di quando ero ragazzino e mi sognavo pirata ed esploratore. Sarà perchè in fondo mi sono sentito sempre un viaggatore di carta... ma è un periodo che penso molto a Emilio Salgari. Al "mio" Emilio Salgari, capitano di lungo corso mancato.

Pascal affermava:
“La sventura del mondo viene perché gli uomini non riescono a rimanere ventiquattr’ore nella stessa stanza”
E Robert Louis Stevenson, quello dell’Isola del tesoro, che invece viaggiando si è spinto fino ai mari del Sud:
“Non c’è miglior materia per i sogni che una mappa” .

Quando mi tornano in mente frasi come queste ripenso a come Emilio Salgari mi ha fatto viaggiare per il mondo, nemmeno avessi valanghe di biglietti aerei regalati e giorni liberi infiniti.

Salgari si faceva chiamare capitano di lungo corso, raccontava a tutti di mirabolanti imprese e spedizioni ai quattro angoli del pianeta, girava in bicicletta per la sua città con in testa un turbante da maharajà. La domenica gli piaceva portare i figli in scampagnate fuori porta dove poteva inventarsi gigantesche cacce alla tigre.

So che da ragazzo si ritrovò al Lido di Venezia, in lacrime perché era stato respinto all’esame che gli avrebbe dovuto dare la licenza nautica e un futuro marinaro. Se ne stette ore a guardare il mare che non avrebbe più potuto solcare come un capitano.

Da allora gettò l’ancora nelle biblioteche di mezza Italia e cominciò a navigare sui libri, macinando di tutto, guide, atlanti, mappe, resoconti di viaggio, bollettini, lettere di esploratori.

Così cominciò a viaggiare e divenne un formidabile viaggiatore sulla carta.
Poi cominciò a scrivere. E in questo modo mi ha regalato Sandokan e i tigrotti della Malesia, ma soprattutto mi ha regalato Mompracem, un’isola per me nella vastità dei mari.

Emilio Salgari anche per suicidarsi non scelse un colpo di rivoltella ma fece harakiri come un samurai. Quando ripenso a lui mi rivedo ragazzino a girare per il mondo solo con le sue pagine e la mia fantasia.

Confucio sosteneva che il modo migliore per conoscere il mondo è quello di non uscire mai dalla propria casa. E forse questo è troppo.

Però in effetti si può viaggiare in molti modi. E viaggiare con la fantasia, solo con la fantasia, non è certo il peggiore.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...