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lunedì 14 giugno 2021

Philip Roth e il privilegio dell'amicizia


Mi piacciono i libri che parlano di libri e anche i libri che parlano di scrittori, purchè fuori da ogni intento accademico, purchè capaci di trasmetterci vita. Figurarsi allora se mi sono lasciato scappare Siamo ancora qui. La mia amicizia con Philip Roth di Benjamin Taylor (Nutrimenti edizioni, traduzione dell'amico Nicola Manuppelli). 

Mica solo perchè dentro c'è Philip Roth, uno dei grandissimi del Novecento, autore per cui ho provato sempre una particolare empatia.  Ma perché fin dal titolo - e dal sottotitolo - era evidente che non si trattava nè di una biografia né di un esercizio di critica letteraria. Se vogliamo parlare di memoir, ok. Ma questa è soprattutto la storia di un'amicizia e quindi un libro sull'amicizia, con i suoi alti e bassi, i momenti storti e quelli impagabili. Non incidentalmente, certo, c'è anche l'opera di Philip Roth: ma così come può emergere nelle conversazioni tra due amici.

E' un piccolo grande libro questo. Che ci porta dentro un uomo prima che dentro una straordinaria impresa letteraria, che d'altra parte non poteva che discendere da una persona decisamente complicata

Dentro spicca l'assenza di ipocrisia, mancano le versioni di comodo: ci sono infedeltà e incomprensioni, sentimenti malevoli verso le ex mogli e idiosincrasie, vanità e timidezze. Ma tutto è filtrato dall'indulgenza e l'affetto, oltre che, inevitabile, dall'umorismo di Philip. 

Come resistergli. Come non invidiare il privilegio dell'amicizia, nei confronti di un uomo che, con tutti i suoi difetti, non si risparmiava nei confronti di difetti ben più nocivi - "I nostri nemici saranno sempre le legioni di purificatori e gli avversari del piacere". 

Verso la fine dei suoi giorni Philip si rivolse così all'amico, dal suo letto di ospedale: "Andiamo al Savoy!". Presumibilmente le parole più allegre concepibili in bocca a un moribondo. 

Un modo di congedarsi da tutte le cene fatte insieme per parlare del mondo e dei libri, i locali e i menù scelti secondo gli umori, le confidenze senza bisogno di troppe parole, bastavano riferimenti obliqui, allusioni a un codice condiviso.

Avremmo tutti bisogno di cene così. Di un amico che forse sappia raccontarci dopo, in questo modo. Perché sì, è così che si potrà dire: siamo ancora qui, malgrado tutto.

lunedì 19 dicembre 2016

Una moglie giovane e bella per resistere ai segni del tempo

Poche pagine per una lettura di qualche ora, eppure non c'è una parola in più che aggiungerei. Poche pagine e c'è tutta la parabola di un uomo che per un pezzo si inoltra nella vita con la falcata del vincitore per poi finire risucchiato nelle sabbie mobili di una sconfitta senza appello.

Romanzo breve - Una moglie giovane e bella di Tommy Wieringa (Iperborea) - romanzo breve che proprio nella sua brevità rasenta la perfezione. Allo stesso modo di certi libri di Philip Roth, ma anche di Arthur Schnitzler, solo per cambiare epoca e continente. 

La stessa sensazione che è proprio così che si doveva scrivere, non in qualsiasi altro modo. Lo stesso piacere della lettura. La convinzione di una storia che c'è tutta, senza amnesie o ridondanze.

E dunque ecco Edward, quarantenne in carriera che sa cogliere le opportunità che si spalancano alla sua professione di virologo  con la diffusione di una epidemia quale l'Aids. Uomo ambizioso e poco abituato alla sconfitta anche in campo sentimentale, dove è l'eterno ragazzino che passa di conquista in conquista. Ecco Ruth, giovane e bella, la metà dei suoi anni e una bella dose di idealismo che Edward, se aveva, ha già perso per strada.

Il loro incontro è una folgorazione. Trionfo della passione e inizio di una nuova vita. Per Edward non conta lo scarto di età: anzi, Ruth è la possibilità da cogliere per arrestare il declino che la vita gli annuncia, per sentirsi ancora giovane.

Sposerà Ruth e per un pezzo il matrimonio sarà la medaglia al petto di un generale che già accarezza nuove imprese. Di colpo l'aveva capito: avere una moglie giovane e bella era tollerabile solo prendendo un'amante ancora più giovane. Stratega di relazioni che è ancora convinto di poter dominare, povero illuso.

Come andrà a finire, non ve lo racconto. Dovrete inseguire Edward e il disastro che attende lui e tutti coloro che provano a convincersi che il tempo non lascia segni, che il tempo si può domare e non semplicemente assecondare. Ma se avete bisogno di un libro che vi riconcili con la lettura, con il suo piacere, annotatevi il nome di Tommy Wieringa.

lunedì 25 marzo 2013

Philip Roth, che il suo Nobel lo vinse in New Jersey

Mica facile intervistare il più grande scrittore vivente, o quello che comunque ha tutti i titoli per passare per tale, alla vigilia dei suoi 80 anni suonati.  

Il dolore di essere Philip Roth, pubblicato su uno degli ultimi numeri della Lettura del Corriere della Sera, è un cocktail perfetto di stupore o complicità. Ma prima ancora dell'intervista mi piace ciò che dice Livia Manera. Per esempio sull'intenzione dichiarata da Roth di non scrivere più.

Roth non ha smesso di scrivere. Si è liberato dell'obbligo di scrivere. Ha archiviato un impegno ossessivo con se stesso da cui sono nati 31 libri in 60 anni. Ma di qui a diventare un ex scrittore ce ne corre.

In realtà pare che, nonostante abbia raggiunto un'età che sembra un numero civico, non sia mai stato così di buon umore: liberarsi di questo fardello gli deve essere servito.

Tanto che chiedere di più?

Ha anche vinto ogni premio desiderabile su questa terra, incluso il Nobel che non gli hanno ancora dato. E' successo nell'ottobre 2005, una settimana dopo l'assegnazione del premio a Harold Pinter.

A esaltarlo era stata la cerimonia in cui gli avevano intitolato la strada in cui era nato. "Newark oggi è la mia Stoccolma - aveva detto Roth - e questa targa è il mio premio".

Forse alcuni dei vecchietti della cerimonia di Newark, in New Jersey, questa cosa di Stoccolma non l'avevano afferrata. Ma che dire di Philip Roth?

mercoledì 12 dicembre 2012

Se uno dei più grandi smette di scrivere

Afferma Philip Roth, che è indubbiamente uno dei più grandi scrittori viventi al mondo:

Scrivere è avere torto tutto il tempo. Le nostre bozze raccontano la storia dei nostri fallimenti. Non ho più l'energia della frustrazione, non ho più la forza di affrontarla. Scrivere è frustrante: si passa il tempo a buttar giù parole sbagliate, frasi sbagliate, storie sbagliate.

Afferma Philip Roth, che da tre anni non sforna più un nuovo romanzo:

Ho dedicato la vita ai romanzi: li ho studiati, insegnati, ho scritto, letto. Escluso tutto il resto. E' molto! Non provo più quel fanatico attaccamento alla scrittura provato tutta la vita.

Afferma Philip Roth, che forse sa come investire meglio il suo tempo:

A 74 anni mi sono reso conto di non avere molto più tempo, allora ho deciso di rileggere i romanzi che ho amato a 20 e 30 anni, perché sono proprio quelli che non si rileggono mai.

Direi che non sono parole buone solo per uno dei più grandi. Direi che valgono per tutti noi, almeno per tutti coloro che in un momento della loro vita si sono fatti catturare dal piacere - e dalla vanità - della scrittura. Direi che sono parole che aiutano a riordinare le priorità della vita, del tempo. Che ci aiutano ad amare ancora di più i libri.


giovedì 13 settembre 2012

L'America della semplicità che non è semplice

Ma cos'ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c'è di meno riprovevole della vita dei Levov?

I Levov, cioé in primo luogo Seymour Levov, imprenditore di successo, spensierato marito e padre di famiglia, discendente di immigrati ebrei che con la sua vita ha saputo incarnare l'ideale dell'americano perfetto, il sogno stesso dell'America. E chi se non lui, l'uomo che già ai tempi del college, quando era un campione a football, avevano soprannominato lo Svedese, per i capelli biondi, gli occhi chiari, l'espressione che era un concentrato di tenacia, ottimismo, fame di futuro?

Eppure ci può essere tempesta sotto la superficie, anche in una vita così. Può succedere qualcosa che rimette in discussione ogni certezza e ruba la vita in cui si è sempre creduto per lasciare solo una parte, da recitare con maggiore o minore perizia.

Che storia, questa storia che Philip Roth ci racconta in Pastorale americana. Ascesa e declino, sogno e tragedia, parabola individuale e storia collettiva, legami famigliari e guerra del Vietnam, con le ferite che il terrorismo ha inferto anche all'America.

E poi il punto di vista di chi racconta, quel Nathan Zuckerman che è il consueto alter ego di Philip Roth, lo sguardo di chi non riesce davvero a vedere, di chi capisce che la semplicità non è poi così semplice, che c'è qualcosa che suona falso ma che è quasi impossibile penetrare, perché fa parte del mistero e forse dell'insensatezza della vita.

E anche il fascino di quel punto interrogativo che è lo Svedese:

Ho passato i sessant'anni, non sono propriamente uno che abbia, nella vita, le stesse prospettive che aveva da ragazzo, eppure l'incanto non si è mai dissipato del tutto, perché fino a oggi non ho dimenticato lo Svedese che, placcato dagli inseguitori, si rialza lentamente, scrollandoseli di dosso, alzando lo sguardo ribelle al cielo autunnale, sospirando mestamente, e torna al piccolo trotto verso il gruppo dei compagni.

Così americano, come un sogno, un sogno che non vorresti mai abbandonare, solo che alla fine non si può più dare tempo al tempo.

domenica 16 gennaio 2011

La perla nascosta dell'umorismo ebraico

Sorpresa, sorpresa.

Un libro uscito tanti anni fa per Giuntina, forse oggi fuori catalogo, ripescato quasi per caso dalla libreria e attaccato senza un vero perchè, forse solo per puntiglio.

Titolo: Stern. Autore: Bruce Jay Friedman. Alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare.

E fin dalle prime pagine scopro l'autore che non mi aspettavo, trovo le radici di Mordecai Richler e, perché no, forse anche di Woody Allen, trovo gli accenti di Philip Roth, trovo l'umorismo intelligente e stringi stringi desolato che percorre una certa fetta della cultura ebraica americana, combattuta tra fedeltà e voglia di liberarsi del fardello...

Bello, soprattutto nella prima parte, e degno anche di diverse riflessioni: per esempio sulle traettorie che consegnano a un rapido oblio autori che meriterebbero ben altro...

martedì 23 novembre 2010

Da qualche parte verso la fine, con Diana

Sono stati scritti libri su libri sulla giovinezza, e ancora di più sulle complesse e ardue esperienze legate alla procreazione, ma non c'è un granché sull'invecchiamento. E visto che ho ormai imboccato da un po' quella strada, (...) mi sono detta: "Perché non provarci?" E quindi ecco, ci provo

Ci ha provato, Diana Athill, straordinaria editor che per oltre mezzo secolo ha lavorato per regalarci le pagine dei grandissimi della letteratura mondiale (Philip Roth, John Updike, Mordecai Richeler, V. S. Naipul, Margaret Atwood.... può bastare?). Ci ha provato ed è venuto fuori questo piccolo grande gioiello, che a me incanta già dal titolo: Da qualche parte verso la fine (Bur).


Diana Athill ha ormai da tempo varcato la bella soglia dei 90 anni, può permettersi di guardarsi indietro e raccontare la sua vita per intero. Ma in realtà non è questo che fa, questo libro non ci squaderna la sua carriera, non indugia più di tanto su incontri con personaggi famosi e su storie personali. Questo libro ha per argomento la vecchiaia, la sua vecchiaia. Raccontata senza piangersi addosso, ma anche senza tanta retorica sulla saggezza dell'età.


Quando si comincia ad accusare l'età è consolante stare con qualcuno che ha i tuoi stessi acciacchi, dice Diana Athill, ma in realtà è come se avesse invitato tutti noi nel salotto di casa, avesse preparato il tè e ora, con molto garbo, avesse iniziato a intrattenerci con le sue parole.

E non ci risparmia niente, questa bella signora. E dunque eccomi qui, nella vecchiaia inoltrata, diretta verso la mia fine inevitabile.... E non c'è nemmeno il conforto della religione, la realtà è nuda e cruda. C'è piuttosto un corpo che ogni giorno perde qualcosa, c'è una vita che si dirada di possibilità, c'è il rimpianto sempre in agguato.

Eppure, eppure, c'è anche il sorriso. C'è la forza di guardare in faccia le cose e poi di viversele. Gustandosi fino in fondo tutto quello che c'è da gustarsi.


Non sono sicura che scavare nel passato in cerca di peccati sia un'occupazione utile per chi è molto anziano, considerato che ormai si può fare ben poco per porvi rimedio. Ho raggiunto una fase in cui si spera di essere perdonati per la concentrazione esclusiva con cui ci si dedica a vivere il presente

E che grande lezione di vita.

venerdì 30 luglio 2010

Philip Roth e quel libro scritto proprio per te

Non conosco molto bene Nathan Englander come autore - di lui credo di aver letto solo Per alleviare insopportabili impulsi - ma ieri, sul paginone centrale di Repubblica, ha scritto una cosa molto bella, che mi piace condividere con voi.

Englander parla di Philip Roth, ma soprattutto di come Philip Roth è entrato nella sua vita; di come riuscì a mettere le mani su Lamento di Portnoy nascosto in un cassetto da sua madre (donna molto religiosa ma anche amante della buona letteratura, che come si sa non è sempre moralmente impeccabile); di come scoprì un altro libro, Addio, Columbus, che lo scosse profondamente.

E' a proposito di quest'ultima lettura che dice:

Non sono più religioso per quanto riguarda la religione, ma sono profondamente religioso per quanto riguarda i libri. E vi dico che ci sono momenti di scoperta in cui capisci - non come metafora, non come esagerazione - che la storia che stai leggendo è stata scritta appositamente per te. Da qualche parte uno scrittore dà alle stampe qualcosa, e lo fa perché tu solo possa trovarlo.

Sa di miracolo, ma è così. Vale anche per tutti noi, anzi, per ognuno di noi, preso singolarmente. Perché la magia della lettura è proprio questa. Provare la sensazione che quel libro, precisamente quel libro, sia stato scritto proprio per noi. Non importa in quante copie sia stato stampato. In realtà quello scrittore ha bussato alla nostra porta ed è la sua voce ora che ci parla.

Capita di rado, ed è bene che sia così. Ma credo che se si continua a leggere è proprio per poter provare qualche altra volta nei nostri giorni una cosa così.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...