Regione in cui vivevano uomini e libri. Così la definva Paul Celan, che da quella regione di uomini e libri proveniva. Diceva della Galizia, terra per cui è obbligatorio l'impiego del passato. Non la Galizia della penisola iberica, certo, quella affacciata sulle distese dell'Oceano. Ma la Galizia che era al centro dell'Europa, era perchè non c'è più, perché di essa si è perso perfino il nome, che è stato cancellato dalla geografia.
E perché sia qualcosaGalizia di Martin Pollack, uscito per Keller.
di più di un vago ricordo, di un rigo dei manuali di storia su combattimenti che non sapremmo ritrovare sulle mappe, ecco un libro magnifico,
Reportage nella Mitteleuropa scomparsa, diario sentimentale, romanzo di romanzi, resoconto di letteratura e cronaca, omaggio poetico e filosofico, non so bene dire cosa siano davvero queste pagine - e anche questo a suo modo è un apprezzamento. Non so bene, come non so bene cosa sia stata la Galizia: e anche questo, forse, è un modo di coltivarne la nostalgia.
Un tempo era il regno di Galizia e Lodomiria - e che nome da fiaba, Lodomiria. Un tempo, dopo la prima spartizione della Polonia, era dominio della corona di Asburgo. Un tempo era provincia e allo stesso tempo cuore dell'impero.
Galizia, terra che a seguirla nelle vicende della storia c'è da perderci la testa. Mosaico di popoli, laboratorio di una convivenza sempre a rischio e sempre ritrovata: ruteni, come ai tempi si chiamavano gli ucraini, polacchi, ebrei, romeni, zingari e tanti altri che forse non avete mai sentito nominare (chi erano gli huzuli? chi erano i lipovani?)
Galizia, terra di città importanti, che hanno lasciato un segno, attraverso nomi che non ci sono più, dopo continue metamorfosi che sono come il gioco delle tre carte: dove è finita Leopoli? E dove Cernowitz?
La Galizia - diceva uno dei suoi figli, il grande Joseph Roth - vive in una solitudine trasognata, eppure non è isolata: vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare; il disordine è notevole, le singolarità lo sono ancora di più.
Galizia, terra di scrittori come Bruno Schulz, terra che attraverso i suoi scrittori appartiene al mondo. Non c'è più, o forse c'è più di prima, ora che il mondo a cui apparteneva è stato spazzato via. Terra dell'anima, terra di parole, terra di assenza che ci reclama.
E perché sia qualcosaGalizia di Martin Pollack, uscito per Keller.di più di un vago ricordo, di un rigo dei manuali di storia su combattimenti che non sapremmo ritrovare sulle mappe, ecco un libro magnifico,
Reportage nella Mitteleuropa scomparsa, diario sentimentale, romanzo di romanzi, resoconto di letteratura e cronaca, omaggio poetico e filosofico, non so bene dire cosa siano davvero queste pagine - e anche questo a suo modo è un apprezzamento. Non so bene, come non so bene cosa sia stata la Galizia: e anche questo, forse, è un modo di coltivarne la nostalgia.
Un tempo era il regno di Galizia e Lodomiria - e che nome da fiaba, Lodomiria. Un tempo, dopo la prima spartizione della Polonia, era dominio della corona di Asburgo. Un tempo era provincia e allo stesso tempo cuore dell'impero.
Galizia, terra che a seguirla nelle vicende della storia c'è da perderci la testa. Mosaico di popoli, laboratorio di una convivenza sempre a rischio e sempre ritrovata: ruteni, come ai tempi si chiamavano gli ucraini, polacchi, ebrei, romeni, zingari e tanti altri che forse non avete mai sentito nominare (chi erano gli huzuli? chi erano i lipovani?)
Galizia, terra di città importanti, che hanno lasciato un segno, attraverso nomi che non ci sono più, dopo continue metamorfosi che sono come il gioco delle tre carte: dove è finita Leopoli? E dove Cernowitz?
La Galizia - diceva uno dei suoi figli, il grande Joseph Roth - vive in una solitudine trasognata, eppure non è isolata: vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare; il disordine è notevole, le singolarità lo sono ancora di più.
Galizia, terra di scrittori come Bruno Schulz, terra che attraverso i suoi scrittori appartiene al mondo. Non c'è più, o forse c'è più di prima, ora che il mondo a cui apparteneva è stato spazzato via. Terra dell'anima, terra di parole, terra di assenza che ci reclama.

Fu tanto il sangue che quel giorno inzuppò la terra, tanta la sofferenza delle carni straziate e amputate. Quella sera, finito tutto, un uomo che sapeva essere visionario e concreto allo stesso tempo immaqinò qualcosa che non c'era mai stato prima. Era uno svizzero, un "neutrale" insomma, si chiamava Henry Dunant e da lì a
qualche anno avrebbe fondato la Croce Rossa.
Quante cose sono successe a Solferino e quante cose oggi non si possono nemmeno intuire, aggirandosi per quei luoghi. Io non ci sono mai stato, ma mi sa che nè le lapidi, né i monumenti e nemmeno gli ossari possono davvero raccontarci cosa successe.
Il tempo è stato come un sipario calato, in un teatro dove il pubblico se ne è andato da un pezzo.
Per questo è bella l'idea di Ulrich Ladurner, giornalista di Merano che a Solferino ci è tornato senza accontentarsi dei suoi occhi di uomo dei nostri tempi. Raccontandoci poi tutto in Solferino. Storia di un campo di battaglia, pubblicato da Il Mulino.
Aveva un tesoro in casa, Ulrich Ladurner, e a lungo nemmeno lo ha saputo: il diario del bisnonno, combattente di Solferino e sopravvissuto a quel giorno terribile.
Un diario rispuntato da un baule. L'unica cosa che di quell'uomo, un calzolaio tirolese, si è salvata.
Ed è perfino curioso, che di un'intera vita rimanga proprio ciò che appartiene a un solo giorno, votato allo scempio.
Ma insomma, intrigante tornare su quel campo di battaglia con gli occhi di un uomo che c'era. Viaggio, ma viaggio nel tempo, con uno sguardo diverso. Come è giusto, come è necessario.