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sabato 20 giugno 2020

Dare ordine ai libri, una questione metafisica

Come ordinare la propria biblioteca è un tema altamente metafisico. Mi ha sempre meravigliato  che Kant non gli abbia dedicato un trattatello. Di fatto potrebbe offrire una buona occasione per indagare una questione capitale: che cos'è l'ordine.

E sì, l'incipit è folgorante - e capace di scatenare un turbine di pensieri fino all'imbarazzo. Il resto è al livello delle tante pagine a cui Roberto Calasso ci ha ormai abituato, nella sua erudizione che non è mai polvere e spocchia. 

Come ordinare una biblioteca (Adelphi) prende il titolo dal primo dei quattro testi che  qui compaiono. E non è che gli altri - sulle riviste della prima metà del Novecento, sulla nascita della recensione, sulla qualità delle librerie - non  siano di interesse. Ma la questione che si pone fin dall'incipit sopra è di quelle che afferrano e non mollano di più. 

E' la questione che hanno ben presente tutti coloro che, benché di mestiere non facciano i bibliotecari, in casa dispongono di un discreto numero di libri. Come sistemarli, come fare sì che, all'occorrenza, quel titolo salti fuori? Oppure: come lasciar spazio alla sorpresa? 

Sì, perché anche quest'ultimo aspetto è importante. Vale come per le carte geografiche che non possono rappresentare tutto e comunque non devono sacrificare l'immaginazione, altrimenti tanto vale il Gps. 

E allora, come ordinare i libri? Per autore, per collana, per casa editrice, per tema, per colore? Questione che - con Roberto Calasso - acquista dignità e riserva spunti a ripetizione: per esempio sulle novità che sono una fonte di disturbo per il buon lettore e sul bisogno di comprare libri che non si leggeranno subito. 

C'è tanto divagare in queste pagine, ma in realtà è proprio questo il sale della lettura - e anche dell'ordine che si tenterà di assicurare a una libreria. Regole poche, se non forse quella del "buon vicino" formulata da Aby Warburg, secondo cui nella biblioteca perfetta cercando un libro si finirà per prendere quello che gli sta accanto e che ci tornerà persino più utile. 

Questa regola - se è tale - e una certezza che da parte mia ha trovato sempre conferma: l'impossibilità di trovare il libro di cui riteniamo di avere bisogno.



lunedì 17 settembre 2018

La liberia di Algeri per chio amava la letteratura e il Mediterrraneo

Un uomo che legge ne vale due.

E' questa la frase che compare sulla quarta di copertina de La libreria della rue Charras di Kaouther Adimi (L'Orma editore), un gran bel libro che parla di altri libri, delle passioni che la parola scritta accende, dei fili di vicende, luoghi, nomi che anche una libreria di pochi metri quadri può tessere

E' una storia presa dalla fine. Algeri, più o meno nei nostri anni: Ryad, studente universitario a Parigi, poche  idee e poche motivazioni, arriva per svuotare e chiudere una libreria, Les Vraies Richesses. Dentro ci sono volumi ingialliti, quadri, foto sbiadite che rimandano a un'altra vita, a un'altra storia. Quella di un altro ventenne, Edmond Charlot, arrivato da Parigi tanto tempo prima, lui sì con un'idea per la testa: fondare una libreria-casa editrice, capace di tenere insieme le due sponde del Mediterraneo. 

Sarà una biblioteca, una libreria, una casa editrice - si legge nel suo diario - ma sarà innanzitutto un luogo per gli amici che amano la letteratura e il Mediterraneo.    

Proposito da cui discenderà una straordinaria storia, umana e professionale. Perché quella piccola libreria,  al 2 bis della rue Charras, diventerà un ponte tra mondi diversi e un porto sicuro per una comunità di ingegni e affetti. Perchè la casa editrice - un giorno saranno ricordate come le mitiche Éditions Charlot - ospiteranno l'esordio di Albert Camus, diventeranno punto di riferimento per scrittori del calibro di Antoine de Saint-Exupéry e André Gide, faranno man bassa di premi e riconoscimenti.

Poi ci saranno altri anni, assai più tristi: i tempi difficili dell'editoria, la guerra d'Algeria, le due sponde sempre più distanti l'una dall'altra. Rimarrà solo quella piccola libreria, ormai chiusa. E quindi il dolore, che su queste pagine ho anch'io avvertito, per quella stessa libreria da svuotare. Lascerà il posto a un altro esercizio commerciale.

Pare la liturgia di un funerale, che lascia spazio solo alla nostalgia del passato. E invece no, se penso a tutte le vite che sono state alimentate da questa libreria-casa editrice, se solo provo a immaginarmi quanto ne deve essere disceso. 

Perchè un uomo che legge non ne vale solo due, ne vale quanti sono i libri che accoglie nella sua vita.




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venerdì 9 ottobre 2015

A Parigi, una mattina di inverno in libreria

Mettete Parigi una mattina di inverno. Mettete un incontro casuale con un grande poeta che si è scordato i soldi per pagare il barbiere. Mettete una piccola libreria gonfia di libri di ogni età e genere, con un libraio che deve provare una grande sofferenza solo all'idea di separarsi da un titolo.

Tutto qui. Bastano questi ingredienti - e una manciata di pagine - per regalarci uno straordinario atto di amore. Per la cultura, per i libri, ma anche per la possibilità di costruire ponti con le parole, di riconoscere una comune umanità attraverso le pagine scritte.

E' questo, soprattutto questo, Una mattina in libreria. Incontro con Rilke di Carl Jacob Burckhardt (Bompiani). La storia di un incontro tra una grande poeta, Rainer Maria Rilke, e un grande libraio, Lucien Herr. Due uomini che hanno modo di  trovarsi l'uno di fronte all'altro solo al tramonto delle loro vite, ormai malati. Ma che con uno sguardo e poche parole si riconoscono fratelli nella cultura, prima ancora di presentarsi. A volte non c'è proprio bisogno del nome.

E quelle ore trascorse quasi senza accorgersene, in mezzo ai libri. Quel fastidio per un cliente che è appena entrato e rischia di interrompere la loro conversazione. Quel mondo che è diverso e si fa migliore, grazie al loro riconoscersi.

Da leggere anche per la magnifica introduzione di Antonio Gnoli - in realtà più lunga dello stesso testo di Burckhardt. Con quell'attacco che è già dalle parti della poesia:

Ci sono storie di uomini e di città che si corrispondono. Immerse in una luce che il buio divora, devono dissolversi per essere amate. Ci sono storie in cui la cattiva reputazione del mondo non inquina la delicatezza dell'aria in cui si svolgono.

lunedì 3 giugno 2013

Passando in bicicletta davanti alle vetrine di libri

Sono anni che ci passo davanti in bicicletta, lungo la ciclabile che ogni mattina mi conduce in centro. Quasi sempre mi viene di frenare, mettere il piede a terra e indugiare per qualche istante.

Mi fanno stare bene, quelle vetrine. Si capisce dalla prima occhiata che i libri non sono disposti a caso, che non sono messi lì solo per le classifiche di vendita, per il richiamo dell'autore, per la forza della casa editrice. Se c'è un ordine, risponde prima di tutto a un gusto personale. Chi cura quelle vetrine - uso il verbo curare come lo userei per l'orto di casa o per una cena preparata per gli amici - è come se si presentasse in questo modo: amo i libri, leggo i libri, se vi fidate questi sono i miei consigli.

Col tempo sono diventate parte di me, quelle due vetrine tra la ferrovia e i viali, sotto un prestigioso istituto di cultura che non sembra quasi vero possa vivere e prosperare in una strada che è solo di passaggio - sempre che il passaggio non sia rallentato dall'ennesimo ingorgo. Sono meglio del supplemento letterario della domenica, da sfogliare in poltrona: quante idee, quanti suggerimenti azzeccati, prima di ripartire con un nuovo colpo di pedali.

Sono ripassato l'altro giorno, dopo alcune settimane. Gran parte delle vetrine ora sono occupate da alcuni manifesti a lettere cubitali che annunciano forti sconti. Ed è evidente che non è per qualche iniziativa di promozione, ma perché anche per questa libreria c'è aria di chiusura. Saldi per cessazione attività.

Con tutte le belle dritte che questa libreria mi ha dato, credo di esserci entrato non più di due volte. Forse non ho mai incontrato l'uomo - o la donna - che ogni giorno per anni ha curato le sue vetrine.

Sono grato a quelle mani che hanno maneggiato tanti volumi, a quegli occhi che hanno macinato pagine e pagine anche per me. Ma mannaggia, che rimorso.







Per quanto mi riguarda avrò ancora bisogno di posti dove sbirciare i libri altrui, farmi consigliare, scambiare quattro chiacchiere con quello sconosciuto che solo per il fatto di trovarsi lì mi fa ben sperare.

giovedì 16 maggio 2013

In un supermercato, se mi lasciassero accanto al reparto dei libri

Ma io non ci posso credere, davvero non ci posso credere che stiamo facendo questo a noi stessi, alla nostra storia, a quello che siamo.

Ai miei genitori non so come spiegarlo che se proprio non posso fare nemmeno la maestra vorrei aprire una libreria, se non fosse che non ho i soldi per farlo e comunque dopo dieci minuti verrebbero a chiedermi il pizzo.

Però davvero, farei la commessa in una libreria.

Anche in un supermercato, se mi lasciassero accanto al reparto dei libri.

Mi immagino che andrei dalle donne che fanno la spesa, le avvicenerei raccontando loro una storia e saprei convincerle, alla fine, a comprare insieme ai saponi anche un libro.

Mi pare un sogno. Mi pare in questo momento, sul serio, la cosa più utile e giusta che potrei fare nella vita.

(da Concita De Gregorio, Io vi maledico, testimonianza di Anna, Einaudi editore)

domenica 20 gennaio 2013

Il giorno che per caso entrarono in libreria

Insieme, un giorno di libera uscita, entrarono per caso in una libreria che vendeva libri usati. 

La letteratura non li aveva mai interessati particolarmente, ma un volumetto con la copertina consunta attirò la loro attenzione a causa del titolo.

Si immaginarono una storia avvincente di delitti. Quando lo diedero al libraio per pagarlo, quello li guardò con un sorrisetto, sul momento non capirono perchè. L'autore si chiamava Dostoevskij. Il libro "Delitto e castigo".

Da allora ci tornarono tutte le settimane. Rivendevano un libro e ne compravano un altro. Per dare la differenza, Rocco vendeva le uova che gli portava sua madre.

Conobbero così un mondo che non avevano mai neppure immaginato, spesso pieno di sofferenze non meno di quello in cui vivevano, ma dove c'era sempre una speranza, o un significato, o una possibilità di cambiamento.

(da Mariolina Venezia, Mille anni che sto qui, Einaudi)

giovedì 3 maggio 2012

Scusi, ce l'ha un libro marrone?

In questo caso, ho anche testimoni:
le librerie le vendete anche senza libri?


Leonardo Oliva è uno che qualche anno fa si è gettato in una delle imprese più coraggiose per chiunque intenda sbarcare il lunario in Italia: ha aperto una libreria, anzi un caffè letterario, in una cittadina della provincia toscana quale San Giovanni Valdarno.

Insomma, come dice lui, vende libri (a riuscirci) e siccome sa bene che fare il libraio non è solo vendere, da qualche anno è l'anima di un coraggioso festival. Come terza attività, "annota strafalcioni".

Che poi non sono solo strafalcioni, quelli raccolti nel suo libro, pubblicato dalla Ouverture Edizioni di Grosseto, Ce l'ha un libro marrone? (titolo impeccabile e che sa di maledettamente autentico). Il sottotitolo la dice lunga: L'agra vita di un libraio, eloquente riferimento a Luciano Bianciardi, all'uomo di cultura alle prese con i disastri di un paese.

Lo dice in premessa, Leonardo Oliva:

Fare questo mestiere offre comunque una visuale privilegiata sul mondo e sull'umanità.

Da quel banco accanto alla cassa, lo sguardo che si leva sulla porta che si apre, in attesa di vai a sapere quale richiesta, c'è un mondo che si squaderna, anche a non fare un passo.
E di tanto in tanto può scapparci perfino un sorriso. Tanto non vale farsi il sangue cattivo.

domenica 12 febbraio 2012

Una bambina italiana in un altro Giappone

Lo so che La nave per Kobe  di Dacia Maraini è un libro che può non piacere, che può perfino deludere qualcuno, che magari si aspettava un romanzo e invece si è scoperto a inoltrarsi nei territori delle memoria privata.

Ed è vero, dipende proprio da ciò che ci si aspetta. Io l'ho comprato quasi per caso, solo perché mi era cascato l'occhio sulla copertina mentre gironzolavo tra gli scaffali di una libreria amica. Ora però posso dire di aver fatto davvero un buon affare. 

Certe volte capita così, non devi tuffarti nella trama, ma abbandonarti al flusso delle parole, che sono prima di tutto ricordi di luoghi, persone, stagioni. La memoria può essere più affascinante di qualsiasi invenzione letteraria.

Dacia Maraini ritrova i diari compilati dalla mamma in Giappone, il paese in cui la sua famiglia decise di trasferirsi, lontano dall'Italia fascista. Diari privati, come dovrebbero sempre essere, chiaramente non pensati in vista di un qualsiasi lettore. Poche righe di tanto in tanto, senza nessun ordine, seguendo solo l'istinto o un'urgenza del cuore, più promemoria che altro.

Parole su cui si innestano i ricordi di Dacia bambina, ma anche le riflessioni della donna più matura, della scrittrice affermata. Non so dire bene cosa ne venga davvero fuori. Però è quasi come un film costruito con un montaggio nervoso e continui salti di tempo e di luogo.

Bella la storia di questa famiglia che prova ad allontanarsi dalla storia di un mondo che sta andando per il verso sbagliato, che dice no al fascismo e ai suoi tentativi di impero per andare in un posto che davvero sta su un altro pianeta.

E intrigante questo Giappone, paese enigmatico e gentile, prima delle devastazioni della guerra e le accelerazioni del dopoguerra.

E quante cose vengono in mente, tranne poi ricredersi e convincersi che poi niente di tutto questo è davvero importante, che è il Giappone ma potrebbe essere anche il paese di Heidi, che quello che conta qui dentro sono solo gli affetti di una famiglia e il lavorio del tempo che passa e tutto cambia.

giovedì 8 dicembre 2011

E voi come li sistemate i vostri libri?

Avete un pomeriggio libero e avete deciso di mettere a posto i vostri libri. Non avete un pomeriggio libero, ma se non mettete a posto la libreria saranno i libri a mettere a posto voi... In ognuna delle due possibilità, mettetevi all'opera con animo sereno...

Così ragiona Stefano Bartezzaghi su Repubblica, sollevando la vecchia e mai troppo dibattuta questione dell'ordine da dare ai nostri libri.

E voi, come li sistemate nella vostra libreria? Pura casualità - non ci credo - o un qualche criterio più o meno logico, più o meno applicato con coerenza?

Per esempio, il colore. C'è anche chi ha deciso di ordinarli così i suoi libri. Lo scaffale rosso, quelle verde, quello blu.... Esteticamente può valere la pena, anche se, con Bartezzaghi, è evidente che sia pratica che gli intellettuali considerano in genere troppo frivola, degna di coloro che comprano i libri a metro perché facciano bella figura in salotto.

domenica 20 novembre 2011

Anche il Porcellino nel cimitero delle librerie

E dunque, anche la Libreria del Porcellino non ce la fa più, l'ho letto questa mattina sul giornale. All'elenco delle librerie che chiudono, senza prospettive di riapertura, se ne aggiungerà presto un'altra, che era quasi un'istituzione. Il Porcellino, nel cuore di Firenze, appena dietro Palazzo Vecchio, a un passo dalla fontana del Tacca dove da bambino mi capitava di gettare una monetina per inseguire qualche sogno - e la libreria era già lì, lo era da molto tempo.

Non che l'abbia frequentata molto, per essere sinceri. Le librerie sono come le amicizie, o come dovrebbero essere le amicizie, le incontri per caso, prosegui per ragioni che ti è difficile indagare, però sai che la fedeltà conta. O magari, semplicemente, il Porcellino non era sulla mia strada.

Però quando passavo lì davanti mi piaceva sbirciare, indugiare davanti alla vetrina che rimandava ad altri tempi, con tutti quei libri stipati, disordine che in realtà pareva ordine dettato dal gusto e dal piacere, non un titolo che non sembrasse scelto. Non mi consola più di tanto nemmeno che possa avere un futuro come libreria on line: è un'altra cosa, comunque.

Mi è venuta in mente la libreria di Charing Cross 84, Londra, autentica protagonista di un bellissimo film di tanti anni. Mi è venuta in mente la libreria di Buenos Aires raccontata e rimpianta da Tito Barbini nel suo bellissimo ultimo libro, Il cacciatore d'ombre (Vallecchi). Me ne sono venute in mente alcune altre, che mi mancano.

Un'altra adesso fa loro compagnia, nel cimitero delle librerie che c'erano e non ci sono più.

mercoledì 26 ottobre 2011

Mettete una mattina di inverno in libreria, a Parigi

Mettete Parigi una mattina di inverno. Mettete un incontro casuale con un grande poeta che si è scordato i soldi per pagare il barbiere. Mettete una piccola libreria gonfia di libri di ogni età e genere, con un libraio che deve provare una grande sofferenza solo all'idea di separarsi da un titolo.

Tutto qui. Bastano questi ingredienti - e una manciata di pagine - per regalarci uno straordinario atto di amore. Per la cultura, per i libri, ma anche per la possibilità di costruire ponti con le parole, di riconoscere una comune umanità attraverso le pagine scritte.

E' questo, soprattutto questo, Una mattina in libreria. Incontro con Rilke di Carl Jacob Burckhardt (Bompiani). La storia di un incontro tra una grande poeta, Rainer Maria Rilke, e un grande libraio, Lucien Herr. Due uomini che hanno modo di  trovarsi l'uno di fronte all'altro solo al tramonto delle loro vite, ormai malati. Ma che con uno sguardo e poche parole si riconoscono fratelli nella cultura, prima ancora di presentarsi. A volte non c'è proprio bisogno del nome.

E quelle ore trascorse quasi senza accorgersene, in mezzo ai libri. Quel fastidio per un cliente che è appena entrato e rischia di interrompere la loro conversazione. Quel mondo che è diverso e si fa migliore, grazie al loro riconoscersi.

Da leggere anche per la magnifica introduzione di Antonio Gnoli - in realtà più lunga dello stesso testo di Burckhardt. Con quell'attacco che è già dalle parti della poesia:

Ci sono storie di uomini e di città che si corrispondono. Immerse in una luce che il buio divora, devono dissolversi per essere amate. Ci sono storie in cui la cattiva reputazione del mondo non inquina la delicatezza dell'aria in cui si svolgono

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...