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lunedì 29 dicembre 2014

Tiziano Terzani, a nudo nei suoi diari


Pensare che all'inizio mi rigiravo tra le mani qualche grandi di diffidenza: ancora un libro di Tiziano Terzani, a dieci anni dalla sua scomparsa? I diari, poi? Non sarà come voler dar fondo al pozzo?

Poi ho finito per acquistarlo, fosse solo per l'enorme gratitudine nei confronti di altri titoli. Ho finito di leggerlo e devo ricredermi: Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria (Longanesi) è un libro importante, direi un libro necessario per tutti coloro che nel tempo hanno incontrato Tiziano e che ora hanno occasione di ritrovarselo sul loro cammino: intendo il Tiziano autentico, non il Tiziano imbalsamato in un personaggio nel quale, con tutta probabilità, lui non si sarebbe mani riconosciuto.

Non so quale fosse la molla che lo portasse a consegnare se stesso alle pagine di un diario. Forse il bisogno di un dialogo con se stesso, non più appesantito e distorto da troppe altre voci. Ma insomma, qui dentro questo uomo c'è tutto, senza infingimenti, senza manipolazioni. C'è con le sue contraddizioni, le sue debolezze, le sue asprezze. C'è con le sue molte domande e con i tanti incontri che poi si sono riversati nei suoi libri. C'è con la sua malattia ma anche con la sua vita professionale, da cui credo si debba sempre partire.

Tiziano, per quanto mi riguarda, prima di tutto giornalista: ovvero uomo che per lavoro doveva interrogare il mondo e ascoltarne le risposte. E certo anche grande firma - e chi è giornalista sa quanto   si tiene alla firma - che alla fine ha rinunciato perfino al suo nome.

Ma questo è il mio Terzani, il Terzani che il mio sguardo ha trovato su queste pagine. Sono sicuro che altri troveranno il loro Terzani, su queste stesse pagine.









venerdì 1 giugno 2012

Non basta il Nobel per un giallo così e così

Insomma, insomma, lo sapete che questi gialli del Grande Nord mi stanno venendo un po' a noia? Non vorrei gufare - e spero proprio di no anche per i bilanci di case editrici nostrane come la Marsilio - però mi sa che la grande onda della Scandinavia si stia ormai ritraendosi.

Prendete Il testamento di Nobel di Liza Marklund, che non è nemmeno male e che non manca certo degli ingredienti giusti. Un incredibile delitto nel giorno del grande ricevimento per il Premio Nobel, cosa che ci permette di dare uno sguardo negli ambienti e nei riti che accompagnano uno dei più grandi riconoscimenti internazionali. Un killer spietato che si muove negli ambienti della ricerca scientifica. Il mondo del giornalismo svedese raccontato con attenzione e competenza. E anche altro....

Però che dire, alla fine di tante pagine mi sembra che rimanga poco. Non può bastare una protagonista come Annika, giornalista alle prese non solo con un delitto, ma anche con i problemi del lavoro e con diverse relazioni complicate (ma anche con la difficoltà di conciliare professione e figli, rompicapo quotidiano che in effetti ci aspetteremmo più in Italia che in Svezia). Non possono bastare nemmeno il racconto della vita di Alfred Nobel, il padre del premio, uomo di affari che avrebbe voluto di più dall'amore e dall'arte.

Stringi stringi alla fine non rimane molto. Se non con qualche rimpianto, per un libro che prometteva di più e per il tempo che ci hai investito. Peccato.

lunedì 14 maggio 2012

Quando in giro per il mondo siamo noi l'altro

Qual è la loro visione del mondo? In che modo vedono gli altri? In che modo, ad esempio, vedono me? Perché se è vero che per me loro sono gli altri, è altrettanto vero che per loro l'altro sono io.

L'intera vita di Ryszard Kapuscinski, con il suo lavoro di inviato ai quattro angoli del mondo, in fondo non è stata che questo: il tentativo di dare una risposta a queste domande, inseguendo ovunque l'umanità.

Ed è l'altro il tema che viene affrontato in questo piccolo grande libro con cui Feltrinelli ha raccolto i testi di alcune conferenze. Tema affrontato, ma prima ancora accolto nella vita, fatto proprio, ricercato con curiosità, empatia, ostinazione.

Sono pagine importanti, queste. Importanti e intrigranti, soprattutto quando l'altro non è più l'altro, quando l'altro diventa colui che, perfino per professione, è chiamato a raccontarci l'altro.

 E allora il giornalista viaggiatore perde il suo nome,la sua identità. Diventa il bianco, il polacco, il cristiano. Diventa stereotipo e pregiudizio, a volte addirittura oggetto di investigazione e sorpresa. Come quando in Uganda i bambini lo toccano e poi si guardano le mani per vedere se non siano sbiancate.

 E forse, ridotto ad altro capisce meglio se stesso.

sabato 5 maggio 2012

L'immigrato, il giornalista e una vita che bastava

Sono arrivato da clandestino e ho imparato a confondermi con il paesaggio e il mio paesaggio è la città immersa nel traffico. 

In Manuale di sopravvivenza per immigrati clandestini c'è una storia che c'era bisogno di raccontare, come tante altre del resto, quella di Joan Lovinescu, immigrato rumeno, la sua vita disastrata tra mense della Caritas e baracche di lamiera, un presente che non potrà mai fare davvero i conti col futuro, un presente che è solo una mano tesa per l'elemosina e un'altra giornata da arrangiare.

C'è Piero Colaprico, l'autore, grande giornalista che con il suo lavoro ha già illuminato molte pieghe oscure dei nostri tempi e che ora sa accendere un cono di luce su una delle tante esistenze che, soprattutto in una città come Milano, sono polvere facile da nascondere sotto il tappeto.

E c'è una terza persona, immaginaria, che sta dentro il romanzo, non nella realtà di ogni giorno, questa strana figura di ex poliziotto che ha giocato la sua vita sui tavoli sbagilati e ora sta pagando un conto salatissimo, solo che ancra può tentare di dimenticarselo, impegnato com'è a pedinare Joan Lovinescu.

Di questa terza persona e di tutta la storia costruita intorno, lo dico francamente, si poteva fare a meno. Bastavano la prima e la seconda, bastava questa vita allo sbando, questa Milano degli ultimi e degli accampamenti nelle peggiori periferie, bastava un grande giornalista deciso a raccontare tutto questo.

sabato 26 novembre 2011

Quando quello che hai è ciò che ti manca

Sì, per prima cosa devi provarti a misurare con quel vuoto.

- Che cos'hai?
- Mancanza

E non hai parole, perché ci sono solo parole come queste (da Il Cielo sopra Berlino di Win Wenders), parole che sono una resa, un sipario calato, una lingua intraducibile.

E questo vuoto, questa mancanza, sono di una vita intera, dopo che una vita intera è stata rubata. Perchè Benedetta Tobagi si era appena affacciata alla vita quando la follia criminale dei terroristi gli portò via il padre.

Non è facile andare oltre quel vuoto, riempirlo di parole, di emozioni, di riflessioni. Non è facile nemmeno raccontare, quell'uomo che è stato sempre un'irrimediabile assenza, inchiodato a un ruolo pubblico, giornalista del Corriere, sindacalista, morto ammazzato per strada una mattina che sapeva di primavera.

martedì 19 aprile 2011

Indro Montanelli e il nonno che non ci credeva

Ci ricordiamo ancora, giustamente, di Indro Montanelli giornalista, il grande fustigatore, il grande scontento, la penna che scorrazzava sulle colonne dei quotidiani per inseguire le miserie della politica e i vizi degli italiani. Aveva una parola precisa e secca come uno schiocco di frusta, Montanelli, una parola che era un po' come la sua silhouette, allampanato e all'osso com'era.

Pochi però si ricordano del Montanelli dei racconti e dei bozzetti, l'altro Montanelli, con la sua bella lingua toscana riposante come un pomeriggio sull'amaca del giardino, con i suoi morsi di nostalgia, con gli odori della terra e i giochi inconsapevoli dell'infanzia.

Mi è ricapitato di rileggerli ora, nell'antologia Indro Montanelli racconta la sua terra, pubbicata dalla Fondazione che porta il suo nome e che anima la vita culturale della cittadina dove è nato, Fucecchio. Che belli che sono.

Tra tutti, l'ultimo che, tra le tante cose, racconta dei suoi primi passi di cronista. Racconta cioé di come in casa entrasse solo uno dei pochi giornali su cui lui non avrebbe mai scritto. Di come il nonno, che prendeva proprio quel giornale come il Vangelo, non lo prendesse sul serio. E di quanto ci rimaneva male lui, il ragazzino che sarebbe diventato uno dei più grandi inviati speciali della nostra storia.

Il successo, che nemmeno il nonno avrebbe più potuto mettere in discussione, arrivò troppo tardi.

E nelle parole di Indro c'è tutto il rimpianto che, per altri motivi, è cosa di ognuno di noi:

E penso con  malinconia quanto ci corbelli la Gloria: ci mettiamo alla sua ricerca sognando di vedercela riconoscere in famiglia da giovani, e invece ci vien tribitata negli anni della vecchiaia, quando (forse) non c'interessa più


venerdì 25 giugno 2010

Cosa si prova a varcare una frontiera


Estate, tempo di viaggi (per chi se li potrà permettere), tempo di confini varcati. Confini non più come separazione, ma come passaggio e possibilità, come porta per un altrove. E quasi sempre la testa guarda a quell'altrove, solo a quello.

Però quanto è importante proprio quel momento in cui portandoci dietro il nostro bagaglio di cose ed emozioni ci spingiamo avanti per attraversare.

Per tutti coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, per quanti potranno viverla solo sui libri, valgano le parole del grande Ryszard Kapuscinski, giovane giornalista che sta per abbandonare per la prima volta la Polonia per cominciare la sua straordinaria avventura:


Mi chiedevo cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinariamente emozionante. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Che aspetto aveva? A che cosa somigliava? Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile. In fin dei conti il mio massimo desiderio, quello che più mi tentava e mi attraeva era di per sé estremamente modesto: la pura e semplice azione di varcare la frontiera

giovedì 17 giugno 2010

Quando il viaggiatore non è un cinico


Ho già parlato del libriccino di Andrea Semplici In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire (Terre di Mezzo), una manciata di pagine che consiglio a chiunque sta per partire come si raccomanda l'antimalarica per certi paesi, lettura breve ma capace di alimentare molte e molte riflessioni che fanno bene. Eccone una, per esempio, che parte dal giornalismo - il mestiere di reporter del grande Kapuscinski - per abbracciare lo spirito che dovrebbe appartenere a tutti coloro che distendono le vele e salpano per il mondo.

Chi sei, Kapu? Una volta hai detto (ed è una delle tue frasi più famose e ripetute): "Un giornalista non può essere un cinico, non può dimenticare la sua umanità e quella delle persone che incontra". Ho provato a sostituire la parola "giornalista" con la parola "viaggiatore", e ho scoperto che il racconto (compresa la cronaca giornalistica) e il viaggio sono fratelli. Forse, anzi, sono sorelle, perché vi intravedo un'anima femminile. Il viaggiatore deve avere le stesse qualità di chi si mette in movimento per scrivere. Non può essere cinico o sbruffone. Deve essere "buono". Deve provare "benevolenza" verso l'umanità

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...