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venerdì 3 luglio 2020

Le poesie in prosa di Goffredo Parise

Dodici anni fai giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. 

Così scriveva Goffredo Parise nel 1982, spiegando la genesi dei suoi Sillabari. In realtà si racconta anche un'altra storia, di lui che un giorno scorse nella piazza sotto casa un bambino con in mano un sillabario. Gli si accostò e lesse: L'erba è verde. Erano tempi di furori ideologici, ragionamenti astratti, pulsioni complesse. Parise fu spiazzato dall'essenzialità di quella frase, qualcosa del genere volle tentare in una prosa che si faceva poesia. Gli uomini d'oggi - spiegò - secondo me hanno pù bisogno di sentimenti che di ideologie

Fatto sta che solo ora, a distanza di tanti anni, ho finalmente letto i suoi racconti di sentimenti (non so se chiamarli così), riuniti nell'edizione Adelphi, dopo averli tanto tenuti a distanza. 

Come ci si sbaglia, temevo una scrittura cerebrale e spocchiosa, un eccesso di letterarietà. Del resto mi ero immaginato lo stesso anche per la poesia della Szymborska (non a caso stessa collana, stesso celeste in copertina).

Folgoranti, soprattutto gli incipit, che piombano come fulmini a ciel sereno, sentimenti subito in scena, situazioni che si illuminano, nonostante l'assenza di riferimenti abituali. Un giorno, un uomo, una donna, in genere è così che si inizia. Per esempio: 

Un giorno un uomo che amava la sua vita e quella degli altri comunque fosse ma non si guardava mai allo specchio, uscendo dal bagno si vide un attimo e gli bastò quell'attimo per capire tutto. 

Ecco, poi come si fa a non continuare?

Peccato che alla fine sia stato Goffredo Parise a smettere di sillabare i nostri sentimenti in pagine che di per sè sono microromanzi di raro nitore e capacità evocativa. 

Si arenò alla lettera S. La poesia - si giustificò - va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l'amore.

Tanto basta per il nostro piacere di lettori. Grazie ai Sillabari persuasi che sia raccontabile - chi l'avrebbe detto - anche ciò che è più vago e sfuggente.


sabato 14 marzo 2015

La vita di tutti i giorni, fonte di stupore

E' una sensazione terribile, ci disse, leggere di sé, ma siccome vi siete date tanto da fare, va bene, faremo le necessarie "precisazioni".

Così alla fine la grande, grandissima  Wislawa Szymborska decise di concedersi alle due giornaliste polacche che si erano messe in testa di raccontare la sua vita. Lei, splendida poetessa che era approdata al Nobel e che, incredibilmente, aveva fatto la fortuna degli editori con i suoi versi (pensate, 180 mila copie vendute anche in Italia), fino a quel momento aveva centellinato le sue interviste. E se le aveva concesse non era stato certo per parlare di sé, ma di poesia:

Confidarsi in pubblico è come perdere l'anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé. Non si può disseminare tutto così.

Invece ecco che l'impresa di Anna Bikont e Joanna Szczesna è stata finalmente coronata dal successo. Non l'ho ancora letta, questa ponderosa biografia di oltre 400 pagine, che mi tenta fin dal titolo, in perfetta sintonia con la vita che l'ha ispirata: Cianfrusaglie del passato (Adelphi).

Però lo farò presto, tanto più che  mi si dice che dentro non ci siano rivelazioni e pettegolezzi. Niente di sopra le righe, niente di piccante. Ma solo la vita di una persona che è sempre stata se stessa, anche una volta conquistata la fama: semplice e attenta alle gioie della vita.

Una donna che aveva una predilezione per i ninnoli - mi vengono in mente le buone cose di cattivo gusto di Guido Gozzano - per le cartoline postali, per le lotterie e i telequiz. Che non sopportava il Monopoli, ma si lasciava accompagnare dai film di Woody Allen e dalla voce di Ella Fitzgerald. Che fino all'ultimo non ha rinunciato alle chiacchiere con gli amici e ai bicchierini di vodka.

La vita di tutti, quella consueta, è fonte incessante di stupore.

Così affermava la grande Wislawa. Ed ecco perché in lei, più che in tanti altri, avverto il miracolo della vita che si fa poesia e della poesia che è vita. Perché cosa è la grandezza di Wislawa se non lo sguardo di meraviglia sulle cose dei nostri giorni?

giovedì 19 febbraio 2015

Szymborska, il miracolo e l'enigma in ogni cosa


La sua convinzione è che in ogni esperienza personale, anche la più apparentemente insignificante, siano nascosti un enigma e un miracolo.

Ovunque "sonnecchiano forze segrete" e la poesia "con l'aiuto di parole opportunatamente scelte riuscirà a risvegliarle". Facendo comunque attenzione ad abbordare di sbieco le questioni ultime dell'esistenza, come dimostra la celebre e meravigliosa poesia sulla morte del compagno di una vita, Konrad Filipowicz, vista attraverso gli occhi del suo gatto.

"Non so", così Szymborska esordisce nel discorso di investitura di Nobel. E proprio tale socratica ignoranza la spinge a fare domande senza trovare mai risposte.

Il suo maestro filosofico è Montaigne, il suo nume pittorico Vermeer, il suo fratello d'umorismo Woody Allen, che prova verso di lei un'ammirazione sconfinata.

(Franco Marcoaldi da Repubblica, Limpida, ironica Szymborska, i segreti di una poetessa popolare senza mai volerlo)


mercoledì 16 luglio 2014

Wislawa mi insegna cos'è la poesia

Una raccolta da tenere sul comodino e da aprire a caso, con il rispetto per le cose belle e rare. Versi che ci porgono un dono inestimabile, il senso dell'attenzione, la sua necessità.

Attenzione che è rispetto, capacità di ascolto, gratitudine. Profondità, anche.

Torno e ritorno a La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska, la raccolta, credo completa, delle sue poesie\, pubblicata da Adephi. Non mi stanco di questo libro. Un giorno sono riuscito a domare la mia riluttanza per un nome troppo difficile, che mi evocava una scrittura fredda e astrusa e ho scoperto tutto questo.

Sono contento di aver scoperto Wislawa Szymborska. Le sono grato, perché continua a farmi compagnia.
Perché  mi rammenta insieme cos'è la poesia, in primo luogo: dare valore a ciò che rischia di scivolare via, frettolosamente bollato come irrilevante.

venerdì 13 giugno 2014

Il musicista che con le parole cerca il silenzio

Quando pronuncio la parola silenzio, lo distruggo.

Così diceva la grande Wislawa Szymborska ed è un verso che deve aver scavato e risuonato a lungo dentro Mario Brunello, il grande violencellista.  Che al silenzio - cosa non scontata per un musicista - ha dedicato persino un libro. Silenzio, appunto, uscito recentemente per Il Mulino.

Non l'ho ancora letto, ma lo leggerò certamente, perché mi piace il silenzio, mi piacciono, paradossalmente, le parole che parlano di silenzio. E so che vale lo stesso anche per la musica, che non è fatta solo di note, ma anche delle pause tra una nota e l'altra.

Spiega Mario Brunello a Brunella Schisa, in un'intervista al Venerdì di Repubblica:

L'ho cercato a lungo e credo che non smetterò mai di rincorrerlo. Io l'ho incontrato, l'ho conosciuto anche se ancora non ho capito da che parte sta. 

Dice anche:

Prendevo appunti da diversi anni, all'inizio sotto forma di note, e quando mi sono messo a scrivere ho creduto di suonare. Più penso al silenzio più mi sembra di sentire la musica.

Bello, un grande musicista che scrive un libro come fosse uno spartito. Che scambia le note con le parole, la musica con il silenzio.

giovedì 12 settembre 2013

Seguì una sensazione di disagio


Dei pescatori tirarono fuori dagli abissi una bottiglia.

Dentro c'era un pezzo di carta, con scritte queste parole: "Aiutatemi! sono qui. L'oceano mi ha gettato su un'isola deserta. Sto sulla sponda e aspetto aiuto. Fate presto. Sono qui!".

"Non c'è data. Sicuramente ormai è troppo tardi. La bottiglia può aver galleggiato in mare per molto tempo" disse il primo pescatore.

"E non c'è indicazione del luogo. Non si sa neanche quale oceano sia" disse il secondo pescatore.

"Non è né troppo tardi né troppo lontano. L'isola Qui è ovunque" disse il terzo pescatore.

Seguì una sensazione di disagio, calò il silenzio. E' quel che accade con le verità universali.

(Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere, Adelphi)

domenica 7 aprile 2013

Una parola sfrontata e gonfia di boria


Tutto -
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta tra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

(da  Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie, Adelphi)

mercoledì 2 gennaio 2013

Finché quella donna verserà latte dalla brocca

Finché quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.
(Wislawa Szymborska, Vermeer 2009)

lunedì 31 dicembre 2012

Per un anno da giocare senza disattenzione

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l'altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell'uscire di casa e del tornarsene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l'ho preso solo per uso ordinario.


Nessun come e perché -
e da dove è saltato fuori uno così -
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro

oppure
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l'altro avvenivano cambiamenti
perfino nell'ambito ristretto d'un batter d'occhio.

Su un tavolo più giovane, da una mano d'un giorno più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia era
come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La Terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E' durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-faire cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po' di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita questo gioco
con regole ignote.

(Wislawa Szymborska, Disattenzione, da La gioia di scrivere, Adelphi)

lunedì 8 ottobre 2012

Se Roberto Saviano consacra l'autore sconosciuto

Che cosa può fare qualche parola di Roberto Saviano, perfino per rianimare il più che depresso mercato del libro....

Legge in tv qualche verso di Wislawa Szymborska, la poetessa polacca, e un nome impronunciabile diventa un best-seller. E si dirà, sempre di un premio Nobel comunque si tratta.

Però succede anche che nella sua rubrica su L'Espresso parla - e parla assai bene - di uno semisconosciuto autore romagnolo, Eugenio Baroncelli, a cui finora l'attenzione dei lettori non aveva fatto seguito agli indubbi meriti. Ed ecco che in pochi giorni i suoi titoli scalano le classifiche.

E dunque, sono contento per Baroncelli, di cui avevo già parlato. Lo stesso Espresso, con Maria Simonetti, nell'ultimo numero riflette su quanto è successo - titolo quasi obbligato, Mi manda Saviano - e così parla di Baroncelli:

L'hanno definito un eccentrico, uno sfacciatamente bravo, un raffinatissimo letterato, un maestro di erudizione appassionato di tassonomia, l'arte dell'erudizione. Certo non scrive per le masse, con quelle citazioni astruse, collegamenti, doppi sensi e giochi di parole che più colti non si può. Però è un ricercatore indefesso e le sue storie sono affascinanti.

Mi piace tutto e darò anch'io una mano alle classifiche di Baroncelli. Però, che ci sia voluto Roberto Saviano...

martedì 20 marzo 2012

Se una poetessa polacca diventa un best seller

Non solo notte fonda, nella realtà del libro e della lettura in Italia. Forse c'è qualche speranza per la poesia, l'invendibile poesia, la poesia per cui gli editori lamentano sempre e solo perdite e gli autori spesso e volentieri devono rimetterci di tasca loro.

Prendete Wislawa Szymborska, per esempio, la grande poetessa scomparsa qualche settimana fa. La raccolta completa delle sue poesie - uscita per Adelphi con il titolo La gioia di scrivere - ha scalato la classifica dei libri più venduti, ha perfino conquistato il primo posto, pensate, quel posto di solito occupato dai Camilleri e dai Ken Follett.

Un premio Nobel, va bene. Ma anche una poetessa polacca dal nome impronunciabile, con un libro di circa 700 pagine, di cui la metà con il testo in lingua originale, e tutto questo in un paese dove si dice e si ridice che la poesia è roba di pochi - a parte gli studenti che imprecano sulle antologie scolastiche.

Aggiunge Roberto Calasso, l'editore, intervistato su Repubblica da Loredana Lipperini:

Questo è il bello: di norma, i lettori di poesia sono lettori che leggono sempre poesia, mentre in questo caso sono stati gli inabituali a scoprire in Wislawa Szymborska cose che non si trovano altrove.

E sarà anche l'effetto Roberto Saviano, con i versi letti a Che tempo che fa. Ma che bello pensare che si possa ancora scommettere sulla qualità e catturare perfino gli inabituali.

Sarebbe contenta la grande Wislawa, proprio lei che una volta su tutto questo scrisse la poesia Ad alcuni piace la poesia, rassegnata all'idea che la poesia piaccia a non più di due persone su mille. Che poi non è nemmeno tanto male.

venerdì 16 dicembre 2011

Trecento poesie che valgono il Nobel

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto



Trecento poesie per vincere un premio Nobel per la letteratura, diciassette per regalarci un libretto prezioso come pochi, capaci di prenderci per mano nei misteri di vita e morte, negli incanti del sentimento e nell'irrimediabilità della separazione, negli incroci del caso e della possibilità. Senza effetti speciali, senza sperimentazioni accanite, senza poesia che affoga nella poesia stessa per eccessi di ambizione e arroganza.

Non conoscevo Wislawa Szymborska, avevo colto qua e là due o tre citazioni che mi avevano trafitto con la forza della verità che è anche stupore, appunto, ma poi me ne ero guardato bene, temevo una poesia astratta, chiusa nella sua forma, poco comunicativa.

Poi l'altro giorno ho letto un'intervista che mi ha reso subito simpatica questa donna, esattamente agli antipodi della scrittrice arrivata. E ora questo libretto, che consiglio di leggere e rileggere. Fa bene perché aiuta a recuperare fiducia nel potere della parola.

Attenzione anche al significato dei due punti del titolo: sono i due punti del fare poesia. Un movimento dell'anima che nasce dalle domande, ma non si esaurisce nel punto fermo che chiude una risposta.

martedì 1 novembre 2011

Incredibile, le mucche sono mucche

Incredibile, capitare dalle parti della Polonia dei nostri tempi e scoprire lo stesso stupore verso la vita di un monaco buddista nel Giappone di secoli fa. Eppure succede così, con Wislawa Szymborska, poetessa che in genere non ama parlare di sè, ma che questa cosa dello stupore in qualche modo l'ha anche spiegata:


Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza... qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi attraversati dalle radiazioni delle stelle.... - questo mondo è stupefacente

Due paesi - Il Giappone e la Polonia - due mondi e due lingue a me completamente ignote. Ma così come mi ricorderò sempre dello stupore del monaco giapponese di fronte alla rana che si getta nello stagno, mi rimarrà impressa la meraviglia di Wislawa di fronte ai miracoli della vita ordinaria. Uno su tutti:

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Perché tutto in realtà è miracolo:

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.

mercoledì 9 febbraio 2011

Il tutto è un brandello di bufera

Ancora un regalo in versi della grande Wislawa Szimborska - non la mollo più la sua poesia. Sette versi scarni per riflettere sul tutto e sul niente. Sulla nostra vita.

Tutto -
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta tra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

(da La gioia di scrivere. Tutte le poesie, Adelphi)


lunedì 24 gennaio 2011

Disattenzione vietata con la grande Wislawa

Lo sapete, la sua poesia mi piace molto. Cito spesso Wislawa Szymborska, anche perchè con i suoi versi ci porge un grande dono, il senso dell'attenzione, la sua necessità. Attenzione che è rispetto, capacità di ascolto, gratitudine. Profondità, anche. Credo che la poesia sia in primo luogo questo: dare valore a ciò che rischia di scivolare via in quanto irrilevante. Come nell'inizio di questa poesia, vero e proprio manifesto contro la disattenzione (da La gioia di scrivere, Adelphi)

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.


Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.


Inspirazione, espirazione, un passo dopo l'altro, incombenze, 
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell'uscire di casa e del tornarmene a casa.


Il mondo avrebbe potuto esser preso per un mondo folle,
e io l'ho preso solo per uso ordinario.

venerdì 14 gennaio 2011

Dal suono della campana ai tre pescatori

Vi ricordate Per chi suona la campana? - non il libro di Ernest Hemingway e relativo film -  ma la poesia inglese di John Donne, grande poeta del Seicento inglese, che a quel libro e a quel film dà il titolo. La straordinaria poesia che comincia con Nessun uomo è un'isola per finire con uno dei più grandi richiami alla responsabilità? E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. Ecco, oggi questo stesso straordinario richiamo lo ho ritrovato in una pagina della poetessa polacca Wislawa Szzymborska. Dall'Inghilterra alla Polonia, tre secoli più tardi. Lo stesso rigore, lo stesso senso di appartenenza a tutti, la stessa impossibilità della solitudine.

Dei pescatori tirarono fuori dagli abissi una bottiglia.
Dentro c'era un pezzo di carta, con scritte queste parole: "Aiutatemi! sono qui. L'oceano mi ha gettato su un'isola deserta. Sto sulla sponda e aspetto aiuto. Fate presto. Sono qui!".
"Non c'è data. Sicuramente ormai è troppo tardi. La bottiglia può aver galleggiato in mare per molto tempo" disse il primo pescatore.
"E non c'è indicazione del luogo. Non si sa neanche quale oceano sia" disse il secondo pescatore.
"Non è né troppo tardi né troppo lontano. L'isola  Qui è ovunque" disse il terzo pescatore.
Seguì una sensazione di disagio, calò il silenzio. E' quel che accade con le verità universali.

giovedì 6 gennaio 2011

Quando anche le mucche sono mucche

Incredibile, capitare dalle parti della Polonia dei nostri tempi e scoprire lo stesso stupore verso la vita di un monaco buddista nel Giappone di secoli fa. Eppure succede così, con Wislawa Szymborska, poetessa che in genere non ama parlare di sè, ma che questa cosa dello stupore in qualche modo l'ha anche spiegata:


Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza... qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi attraversati dalle radiazioni delle stelle.... - questo mondo è stupefacente

Due paesi - Il Giappone e la Polonia - due mondi e due lingue a me completamente ignote. Ma così come mi ricorderò sempre dello stupore del monaco giapponese di fronte alla rana che si getta nello stagno, mi rimarrà impressa la meraviglia di Wislawa di fronte ai miracoli della vita ordinaria. Uno su tutti:

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Perché tutto in realtà è miracolo:

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.

domenica 8 agosto 2010

Una domenica mattina e quella poesia sbucata fuori

Domenica mattina che comincia così e così, domenica di lavoro, altro che mare, c'è un computer che mi aspetta. C'è di peggio e l'umore è quello che è, non il top dell'entusiasmo, si capisce da come indugio prima di uscire di casa, piantato davanti alla libreria, per l'ennesimo censimento dei libri letti e dei libri che classifico "in attesa".

Ecco, questi sono i due scaffali di poesia - un'isola a parte in una libreria tutta ordinata per case editrici, a me viene meglio così. Guardo e rimugino. Ci sono Raymond Carver e T.S. Eliot (e chissà perché a lui gli si lasciano sempre solo le iniziali), Bukowski e Majakovski (che fanno rima in modo in altri tempi sospetti), i crepuscolari e i lirici greci, Pessoa, Borges e tutti gli altri, che senz'altro meriterebbero più tempo di quanto gli dedico.

Ma guarda, ho tempo e inerzia sufficiente per aprire un'antologia. E ci sono questi versi che sbucano fuori, questi versi che riesco perfino ad acchiappare, farfalle per cui ho il necessario retino. Sono di un grande poeta polacco, Czeslaw Milosz, vai a capire perché mi piacciono questi poeti polacchi dai nomi impossibili, tipo Wislawa Szymborska (e insomma, ho appena ricordato due premi Nobel)

Si intitola Il dono, questa poesia.

Un giorno così bello.
La nebbia s'è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c'era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno d'essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l'ho dimenticato.
Pensare che una volta ero lo stesso non mi imbarazzava.
Nel corpo non sentivo alcun dolore.
Quando raddrizzavo la schiena, vedevo il mare azzurro e le vele.

E non so dirvi perché, la poesia funziona così, ma subito dopo ho preso e sono uscito di casa. E il mondo mi è sembrato più largo e più vivo di quanto potessi presumere dal balcone di questo schermo.

martedì 29 giugno 2010

Le domande senza risposta della poetessa


Ci sono viaggi per conoscere, per scoprire, per rivelare con cui non si devono fare chilometri. Si rimane dove siamo, ma si va oltre, si scende. Di solito sono i viaggi più difficili: quelli nel cuore e nella testa delle persone. Quando si prova a inoltrarsi nei silenzi, a decifrare gesti, a far calare maschere.

L'altro giorno mi sono di nuovo imbattuto in questa poesia della grandissima poetessa polacca Wislawa Szymborska. Nemmeno una dozzina di versi per darci il senso di tutto ciò che si vorrebbe sapere e non si sa, per misurare tutto il non detto e il non fatto che si impiglia nella gigantesca rete delle relazioni umane.

Mi piace quando la poesia quando sa esprimere cose enormemente complesse con questa semplicità. Non a caso questa si intitola semplicemente ABC.


Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all'ultimo non mi abbia perdonato.
Perchè C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c'ero, lì accanto,
avesse un qualunque significato
e J. per K. e il restante alfabeto.


(Wislawa Szymborska - Due punti - Adelphi)

martedì 12 gennaio 2010

Szymborska, poesia che non mi fa più paura

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto



Trecento poesie per vincere un premio Nobel per la letteratura, diciassette per regalarci un libretto prezioso come pochi, capaci di prenderci per mano nei misteri di vita e morte, negli incanti del sentimento e nell'irrimediabilità della separazione, negli incroci del caso e della possibilità. Senza effetti speciali, senza sperimentazioni accanite, senza poesia che affoga nella poesia stessa per eccessi di ambizione e arroganza.

Non conoscevo Wislawa Szymborska, avevo colto qua e là due o tre citazioni che mi avevano trafitto con la forza della verità che è anche stupore, appunto, ma poi me ne ero guardato bene, temevo una poesia astratta, chiusa nella sua forma, poco comunicativa.

Poi l'altro giorno ho letto un'intervista che mi ha reso subito simpatica questa donna, esattamente agli antipodi della scrittrice arrivata. E ora questo libretto, che consiglio di leggere e rileggere. Fa bene perché aiuta a recuperare fiducia nel potere della parola.

Attenzione anche al significato dei due punti del titolo: sono i due punti del fare poesia. Un movimento dell'anima che nasce dalle domande, ma non si esaurisce nel punto fermo che chiude una risposta.

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