Possono scrivere un libro insieme il chitarrista di un gruppo folk-rock e un docente universitario di storia contemporanea che in passato si è occupato di democrazia divisa e nazione perduta, temi, sia detto per inciso, che mi suonano maledettamente attuali?
Sì, possono scriverlo, la prova ce l'ho sotto gli occhi. Possono scriverlo, se alle spalle c'è una lunga passione condivisa. Possono, se a unirli sono una banda come i Rolling Stones, con tutto ciò che questo richiama e comporta.
Il libro si chiama semplicemente I Rolling Stones, è stato scritto a quattro mani da Andrea Orlandini e Luca Polese Remaggi ed è edito da Ediesse, in una collana bella e autorevole, dove, per dire, sono usciti lavori seri dedicati a Maria Montessori e a Fernando Pessoa.
E questo è davvero un libro serio: documentato, attento, che non indulge a compiacimenti, che se necessario mette il dito nella piaga. Un libro, tra l'altro, che offre un bel punto di osservazione per seguire oltre 50 anni di storia, dalla grigia, sonnolenta, conformistica Inghilterra del dopoguerra a oggi. Un libro, aggiungo, che potrebbe essere letto con piacere anche da chi dei Rolling Stones conosce solo Satisfaction e poco altro.
Ma soprattutto un libro scritto con passione - serietà e passione, perfetto equilibrio - una passione condivisa da due amici, esplosa tra i banchi del liceo, tra una versione di latino e l'ascolto di un Lp, una passione che ci ha messo 30 anni per arrivare a questo libro.
E io che dei Rolling Stones non sono un grande conoscitore, me lo sono goduto, questo libro. E per due tre sere, stravaccato sul mio divano, ho letto, preso appunti, riascoltato Sticky Fingers o Let it Bleed. Che bellezza.
Sì, possono scriverlo, la prova ce l'ho sotto gli occhi. Possono scriverlo, se alle spalle c'è una lunga passione condivisa. Possono, se a unirli sono una banda come i Rolling Stones, con tutto ciò che questo richiama e comporta.
Il libro si chiama semplicemente I Rolling Stones, è stato scritto a quattro mani da Andrea Orlandini e Luca Polese Remaggi ed è edito da Ediesse, in una collana bella e autorevole, dove, per dire, sono usciti lavori seri dedicati a Maria Montessori e a Fernando Pessoa.
E questo è davvero un libro serio: documentato, attento, che non indulge a compiacimenti, che se necessario mette il dito nella piaga. Un libro, tra l'altro, che offre un bel punto di osservazione per seguire oltre 50 anni di storia, dalla grigia, sonnolenta, conformistica Inghilterra del dopoguerra a oggi. Un libro, aggiungo, che potrebbe essere letto con piacere anche da chi dei Rolling Stones conosce solo Satisfaction e poco altro.
Ma soprattutto un libro scritto con passione - serietà e passione, perfetto equilibrio - una passione condivisa da due amici, esplosa tra i banchi del liceo, tra una versione di latino e l'ascolto di un Lp, una passione che ci ha messo 30 anni per arrivare a questo libro.
E io che dei Rolling Stones non sono un grande conoscitore, me lo sono goduto, questo libro. E per due tre sere, stravaccato sul mio divano, ho letto, preso appunti, riascoltato Sticky Fingers o Let it Bleed. Che bellezza.


Insomma, la Londra degli anni Cinquanta, gli anni prima di tutto. Un ponte tra due epoche, l'Inghilterra vittoriana e un'altra Inghilterra. L'idea di essere ancora ombelico del mondo e un altro mondo che intanto si annuncia. E quanta cultura, quanta arte, in questa Londra.
In Lettere da Londra (Adelphi) Alberto Arbasino vi si tuffa come un pesce nel suo mare. Incontra, intervista, racconta. L'indice del libro sembra lo scaffale dei classici di una libreria: T.S. Eliot, E. M. Forster, EW. H. Auden, (chissà perché questi scrittori ce li immaginiamo solo con le iniziali puntate), Christopher Isherwood, William Golding, Stephen Spender... senza dimenticare gli angry young men che si affacciano sulla scena, e poi i grandi attori tipo Laurence Olivier e Alec Guinness... senza dimenticare la grande musica e il balletto e la pittura...
C'è tutto in questo libro di Arbasino, che lo confesso, non è di agile lettura, perché Arbasino è sempre Arbasino, uno degli scrittori a massima densità di riferimenti, citazioni, rimandi.
Però queste lettere - che forse sarebbe meglio chiamare corrispondenze - non destano solo una spaventosa invidia. Perché anche noi entriamo in punta di piedi in una di queste case, ci sediamo a uno di quei tavolini apparecchiati per un afternoon tea. Anche noi salutiamo Forster a Piccadilly Circus, una sera piovigginosa e un treno della notte che sembra un sipario calato...