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domenica 26 agosto 2018

Vale la pena, quel nome in copertina?

In effetti, se sei qui devo dedurre che non avrò mai successo come scrittore.

Domanda, fatta col senno di poi: è questo che desideravi? O meglio ancora, con l'ineffabile crudeltà di chi gode a rigirare il coltello nella piaga: ne valeva davvero la pena?

Quante altre domande, altrettanto impietose, ci sarebbero. Però mi fermo qui. Tanto è solo per dire che è un gioco maledettamente serio quello che ci propone Marco Visinoni con Il caso letterario dell'anno, prima notevole uscita della collana Senza rotta che Marino Magliani cura per la casa editrice Arkadia. Maledettamente serio, malgrado l'inventiva della trama e l'immaginario pop, l'overdose di ironia e le volte che non sai se indugiare per goderti la scena o se proseguire per vedere come andrà a finire. 

Maledettamente serio: e forse proprio per tutto questo.

Da una parte ecco lo scrittore - o l'ex scrittore - da giovane (o da quasi giovane),  che trascina le sue giornate più o meno come un universitario fuori sede e fuori corso, storie di bar e di letto, una casa che è un disastro e i conti che non tornano più. Qualcosa cova sotto la cenere, ma non c'è più fiamma, tanto vale mantenersi vendendo buone idee per libri di altri.

Dall'altra parte ecco il suo io futuro che un giorno bussa alla porta e dal futuro porta qualcosa che potrà cambiare il suo presente: e quindi anche lo stesso futuro. I biglietti per vincere alla lotteria, per esempio, ma con essi anche la possibilità di mettere il proprio nome e cognome sul caso letterario dell'anno. 

Tante saranno le cose che succederanno e non sarò certo io a raccontarvele. Però è da quando ho terminato questo libro che mi gira per la testa l'idea della macchina del tempo, messa in movimento non per scoprire altre epoche e altri mondi ma per ritrovare la nostra vita e cambiarla. Ci penso e penso al mio io futuro che bussa alla porta e mi cambia le carte in tavola: ipotesi inquietante, persino se le nuove carte fossero migliori.

Un best-seller per esempio, il tappeto rosso della fama letteraria, con un bel conto in banca per di più. Assai più di uno specchietto per le allodole. Però poi quella macchina del tempo mi sembra come un'astronave capace di cogliere con un solo colpo d'occhio la vita intera, tutta la vita che ci è data.

E allora sì che c'è quella domanda - e le altre che ne discendono. Mica solo perché siamo in tempi in cui si legge poco ma tutti smaniano di essere pubblicati. Non è solo questione di vanity press, come la chiamano gli inglesi. Piuttosto, conta davvero quel nome e cognome in copertina?

ps: di questo ottimo libro dovrei dire molte altre cose, per esempio che dentro c'è un viaggio in Islanda. Dimostrazione, tra l'altro, che Visinoni non viaggia solo nel tempo, viaggia anche nel nostro mondo: e che dentro il nostro mondo sa raccontare altri mondi. 

venerdì 29 luglio 2016

Paradiso e inferno nell'Islanda che fu

Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi.

Comincia così questa storia aspra e poetica, che appartiene profondamente all'Islanda, ai suoi mari tempestosi, alle sue montagne magnifiche e inospitali, e che pure sa andare alle cuore dei misteri della vita che sono di tutti.

Paradiso e inferno di Jon Kalman Stefansson, ex professore e bibliotecario di Reykyavik, di cui molti si stanno accorgendo, anche grazie a questo romanzo, da molto considerato tra i migliori della letteratura islandese degli ultimi anni. Meno male che in Italia Iperborea non ha mancato di farcelo scoprire.

Pochi elementi, essenziali come la natura di questa isola dei ghiacci e allo stesso modo potenti. Un ragazzo segnato dalla solitudine, un pescatore di merluzzo innamorato dei libri. Un comunità di pescatori di tempi in cui si esce in mare con la forza dei remi e non si sa mai se un'onda finirà per rovesciare la barca e frantumarla sugli scogli.

Un giorno tra le mani del pescatore capita tra le mani un libro - il Paradiso perduto di Milton - che è allo stesso tempo raro, complesso, splendido. Inseguendo le parole che uniche sono in grado di consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, il pescatore andrà incontro al suo destino.

Parole che aiutano a illuminare il buio dell'universo e del cuore, parole che a volte possono essere anche letali. La bellezza, il mistero, il destino. E in questa danza di vita e morte, il cerchio che si chiude, il viaggio che si completa.


sabato 17 maggio 2014

Cosa ci può insegnare l'Islanda

Non esiste un luogo fisico che incarna il nostro ideale. E per quanto l'ammissione sia dolorosa, è necessario farci i conti fin da subito. In questo lavoro mi sforzerò di non proiettare sulla vicenda islandese i desideri di una società più giusta, di una rivalsa popolare sulle istituzioni finanziarie mondiali; cercherò di essere il più oggettivo possibile, pur senza la pretesa di essere imparziale.

Ecco, così mette le mani avanti Andrea Degl'Innocenti, nelle prime pagine del suo Islanda chiama Italia (Arianna editrice), per mantenere poi la promessa: così che ci sa raccontare una delle storie più straordinarie -e per quanto ci riguarda ignorate - degli ultimi anni, senza fare dell'Islanda una sorta di di Paradiso in terra riscattato dopo il Purgatorio del crack finanziario, o anche soltanto di paese modello, dato che da molto tempo siamo rimasti decisamente a corto di paesi modello.

Non è l'Ultima Thule, l'Islanda, e non è il nemmeno la terra felice di un popolo beato tra i ghiacci, i banchi di pesce e le acque calde dei geyser.  Piuttosto è il paese che non troppo tempo fa è stato occupato da una nuova generazione di Vichinghi, spregiudicata e famelica. Predatori che non sono arrivati da altre isole con i loro drakkar, ma dai territori del Far West della finanza.

In poco tempo hanno saccheggiato un intero paese, primo nel mondo a fare bancarotta. Erano i tempi in cui dell'Islanda si parlava solo per quel vulcano dal nome impossibile che mise in ginocchio il mondo intero. Nel frattempo gli islandesi reagivano con la loro "rivoluzione silenziosa". Mandarono a casa tutti i responsabili del disastro e respinsero con ben due referendum la tentazione di far pagare a tutti i cittadini le malefatte delle banche, più forti anche dei diktat dei poteri forti internazionali. Scrissero una nuova costituzione, con un metodo senza precedenti.

Islanda chiama Italia: solo il titolo, auspicio che faccio mio ma che temo difficile, si sottrae al rigore e alla forza di questo libro, che è molte cose insieme, forse anche più di quanto pronosticasse lo stesso autore: saggio sull'economia dei nostri tempi, reportage, ma anche bel libro di viaggio.




sabato 14 dicembre 2013

Non ci credo, con i libri tasse più leggere

Magari finirà per sparire tra un passaggio parlamentare e l'altro - e così sarà anche peggio. E' che sono tempi così deprimenti che alle buone notizie non ci viene da credere. O le registriamo con la reazione del riccio di fronte al pericolo: dove sarà la fregatura?

Ci sto rimuginando, ma indubbiamente questa è una buona notizia: dal prossimo anno, dunque, gli acquisti di libro - fino a 2 mila euro - saranno detraibili dalle tasse, allo stesso modo delle spese mediche o delle attività sportive dei figli.

Voglio crederci. E non so se la proposta del governo arriverà in fondo. Non so se sarà colta in tutta la sua importanza da un paese che ormai sembra essersi rassegnato al divorzio dal libro, così come all'idea che la lettura sia qualcosa di sostanzialmente superfluo: al massimo un fastidio scolastico o il passatempo di chi non sa far di meglio.

Intanto è una bella inversione di rotta, per un paese che in questi anni ha fatto di tutto per liquidare la cultura, senza preoccuparsi che senza cultura non si perdono solo le radici, ma anche le prospettive di futuro. Perché si può precipitare anche nella crisi più nera - prendete per esempio l'Islanda, con la sua bancarotta - ma dalla crisi è più facile uscire con la cultura - prendete ancora l'Islanda, con il suo popolo di lettori voraci.

Verrebbe da dire che uguali detrazioni potrebbero essere pensate anche per chi, con le sue scelte e la sua intelligenza, decide di sostenere l'informazione. Ma lo so che è un altro discorso, decisamente più spinoso. Per il momento mi accontento così.

giovedì 25 luglio 2013

Invidia per l'Islanda: con la crisi comprano più libri

Un famoso proverbio islandese dice: "Cieco è colui che non legge".

"In Islanda tutti, a Natale, ci scambiamo libri", conferma Audur Ava Olafsdottir, una delle più grandi scrittrici viventi.

"Poi, certo", continua, "mica li leggiamo tutti. Ma pensi che, nonostante la grave crisi del 2008, oggi gli islandesi comprano più libri e frequentano di più teatri e concerti"

(da Antonello Guerrera, Il vero segreto? Sconfiggere la crisi con lo humour, Repubblica del 16 luglio 2013)

martedì 9 luglio 2013

Un giallo nel grande gelo dell'Islanda

E alla fine mi sono letto un giallo islandese, che non è una cosa che proprio mettevo in conto, malgrado tutta la valanga di gialli che ci arrivano dal Nord, è sempre come sentire un concerto di musica celtica di una band polacca.

Non conoscevo Arnaldur Indridason, che pure è già tradotto in Italia, e tanto meno il suo ruvido, taciturno, introverso investigatore, l'agente Erlendur Sveinsonn - nomi, entrambi, che certo non aiutano. Un grande gelo, questo è il titolo, mi è capitato tra le mani quasi per caso, per gli impulsi che precedono la partenza per un viaggio, quando devi scegliere qualche lettura accattivante, ma anche "leggera", per peso e contenuti.

E dunque, mi sono fatto accompagnare da Arnaldur Indridason, e all'inizio non è stato facile, sarà che il gelo del titolo in qualche modo pervade anche il tipo di scrittura. Ma poi, scoperta, non finisce nemmeno lì con il gelo.

Il gelo è quello di una società dove tutto parrebbe o dovrebbe funzionare, ma dove un ragazzino di nove anni, immigrato, muore accoltellato all'uscita della scuola. E allora, davvero, non è tutto oro ciò che luccica. E si scopre che anche in Islanda ci sono problemi di razzismo e di integrazione per gli immigrati, che magari sono proprio i più piccoli, i più indifesi, a pagare caro.

E il gelo arriva fino all'ultima pagina. Che ho chiuso contento di aver letto Arnaldur e forse di aver imparato qualcosa di più anche sul gelo dell'Islanda, che non è solo quello del ghiaccio, sarà che è un gelo che esiste anche a ben altre latitudini.

giovedì 23 agosto 2012

E se sono stati gli islandesi a inventare il romanzo?

 Diceva il grande Jorge Luis Borges, che era argentino e con l'Islanda apparentemente non c'entrava nulla:

A partire dal dodicesimo secolo gli islandesi scoprono il romanzo, l'arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga

Solo apparentemente non c'entava nulla, è ovvio: perché a qualsiasi lingua appartengono i libri alla fin fine si ritrovano tutti nella stessa biblioteca, una biblioteca universale che non può non essere di tutti. Però è vero, questa cosa dell'Islanda si conosce poco.

Nemmeno io ho mai letto le saghe, e sì che anche in Italia ormai sono disponibili in diverse buone traduzioni. Sarà che le ho sempre classificate come una lettura da addetti ai lavori o da adepti di un folclore nordico che alla fine stanca. Con tutta la simpatia per i vichinghi e per le loro straordinarie navi con cui sfidavano i mari più gelidi.

Però che fascino, queste saghe, parola che di per se stessa fa vibrare sensazioni di lontananza, ma pure di intimità, come a evocare sere di neve e vento e racconti condivisi intorno a un fuoco.

Saga, in lingua norrena (l'antica lingua dei popoli della Scandinavia), significa proprio racconti. Da qualche parte ho letto che l'origine della parola richiamerebbe la figura di una dea misteriosa, della stessa stirpe di Odino e Thor, definita come "colei che vede".

Credo che mai o quasi mai si conoscano gli autori delle saghe. Molte notti, molte veglie, molte versioni passarono prima che qualcuno trovasse il modo di metterle per scritto. Ho letto anche che nell'islandese di oggi la parola "autore" richiama un'altra parola che significa "chi inizia una storia".

In fondo come per quell'altra "saga", che parlava di una guerra sotto le mura di Troia, solo che invece dei ghiacci e i vulcani di Islanda c'erano i lidi del Mediterraneo. I versi di Omero come le saghe dell'Islanda.

Vedere, raccontare, iniziare.

Appena posso me le vado a comprare le saghe, me le porto a casa per regalarmi un sogno del Nord.

venerdì 13 gennaio 2012

Morte del giornalismo e sua smentita

La notizia della mia morte è stata ampiamente esagerata

Così diceva Mark Twain, immagino dopo aver fatto tutti gli scongiuri del caso. Succede, che a volte si dipinga il futuro più nero di quanto sia, succede che la vista del presente tagli completamente le gambe all'ottimismo. Però c'è un'altra morte che è stata ampiamente esagerata e comunque data prima del tempo: quella del giornalismo.

Che è un po' un ritornello di questi tempi, come se la crisi dovesse essere un tunnel che non finisce più, come se con la fine dei gironali di carta (ma finiranno) rimanesse solo il chiacchiericcio di blog e social network, come se la società dell'informazione, così la chiamano, non avesse bisogno di lavoratori dell'informazione.

Per fortuna ci sono libri come questo di Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo che sanno guardare oltre, non volando sulle ali di qualche bella teoria della comunicazione, ma andando semplicemente in giro, da bravi giornalisti, a vedere quello che nel mondo già si fa e si tenta.

Il titolo del libro, magari, intriga ma non rassicura: La scimmia che vinse il Pulitzer. Che poi non è nemmeno vero, il verbo casomai va girato al futuro e il soggetto non è una scimmia, è un sofistificato software in grado di sfornare cronache di partite di baseball per conto suo. Non rassicurante certo, anche se poi si parla di reporter che si inventano siti per smascherare le bugie dei politici, di ragazzini capaci di battere sul tempo le più grandi agenzie, di piattaforme di giornalismo partecipativo in grado di raccontare l'Africa che nessuno vuole vedere, di hacker che aprono una nuova era nella cronaca investigativa, magari approdando in un'isola, l'Islanda, che un giorno ricorderemo non solo per i vichinghi ma anche per la sua lezione di libertà.

Sì, forse si può pensare al momento in cui la parola crisi potrà essere sostituita dalla parola transizione. Malgrado gli editori, malgrado quanti si definiscono tali e a volte non lo sono nemmeno di lontano.

giovedì 20 ottobre 2011

Se agli islandesi mancano le parole per i boschi

Ricordate Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg? Benchè, a distanza di anni, faccia gran fatica a riannodare i fili della trama, rammento un particolare che all'epoca mi colpì e che, a ripensarci, mi colpisce ancora. Io la neve l'ho sempre chiamata neve, ma grazie a Peter Høeg ho saputo che gli eschimesi hanno un'impressionante quantità di modi per chiamare quella che per me è soltanto neve.


Questo mi è tornato in mente leggendo quello che lo scrittore Jon Kalman Stefansson scrive a proposito dei boschi. Stefansson è islandese e nel suo paese non dico i boschi ma anche gli alberi sono spettacoli piuttosto inusuali. Tanto che circola questa battutra: Cosa fai se ti perdi in un bosco islandese? Alzati in piedi!


Stefansson ci ricorda che in Islanda persino una distesa di cespugli sembra un bosco e questo ha le sue conseguenze anche sul linguaggio:


Nella lingua islandese ci sono tanti vocaboli per parlare del mare, dei monti, del tempo, del buio - ma pochissimi relativi ai boschi.


In un vecchio dizionario, aggiunge, la parola skòg è associata non solo a un posto dove si trovano molti alberi, ma anche, e la dice lunga, a una sensazione di soffocamento.


Per noi il bosco è sinonimo di libertà, per l'islandese evoca una sensazione di oppressione. Per noi è la bellezza del paesaggio, per l'islandese è un paesaggio rubato.


Meraviglie della lingua, imprese della traduzione, fascino della navigazione tra letterature diverse e lontane.

martedì 11 ottobre 2011

Ci sono ancora le antiche parole di Islanda

Mi hanno acceso qualcosa, le riflessioni che lo scrittore islandese Jon Kalman Stefansson dedica alla letteratura della sua terra, che tra l'altro è il paese ospite alla prossima Fiera del libro di Francoforte (bella occasione, tra l'altro, per prendere confidenza con alcuni di questi autori di Islanda dai nomi impossibili): Dice Stefansson:

Credo che ogni islandese porti le saghe nel sangue, anche se non ne ha mai letto nemmeno una parola, perché per secoli sono state lette a voce alta dai miei connazionali nelle loro case di torba, generazioni e generazioni le hanno assorbite: i personaggi, le battute, gli atteggiamenti. E questo ci ha formati. Quindi è probabile che le saghe siano una parte di me, che mi scorrano nel sangue, ma raramente si presta attenzione alla circolazione sanguigna; il sangue continua a scorrere e nel frattempo si va avanti a vivere...

Ragionamento che  sfonda una porta aperta con me, toscano che ha il cuore dalle parti della montagna dove per secoli e secoli gente analfabeta si alzava in piedi nelle lunghe veglie intorno al fuoco e improvvisava poesia (storia che ho provato a raccontare con Beatrice).

Però mi piace sentirmela dentro di nuovo, questa cosa. Sei islandese e magari non hai letto niente delle saghe che sono il fondamento della letteratura del tuo popolo. Eppure quelle parole antiche, quei versi che hanno risuonato nell'aria di chissà quali sere di inverno sono ancora con te. Come dentro di me abitano ancora le ombre di quei poeti che non sapevano né leggere né scrivere.

Potenza della parola che racconta e si fa poesia, capace di resistere anche se non diventa scrittura, o lettura.

martedì 4 gennaio 2011

Tra il fuoco e il ghiaccio, le saghe di Islanda

 Diceva il grande Jorge Luis Borges, che era argentino e con l'Islanda apparentemente non c'entrava nulla:

A partire dal dodicesimo secolo gli islandesi scoprono il romanzo, l'arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga

Solo apparentemente non c'entava nulla, è ovvio: perché a qualsiasi lingua appartengono i libri alla fin fine si ritrovano tutti nella stessa biblioteca, una biblioteca universale che non può non essere di tutti. Però è vero, questa cosa dell'Islanda si conosce poco.

Nemmeno io ho mai letto le saghe, e sì che anche in Italia ormai sono disponibili in diverse buone traduzioni. Sarà che le ho sempre classificate come una lettura da addetti ai lavori o da adepti di un folclore nordico che alla fine stanca. Con tutta la simpatia per i vichinghi e per le loro straordinarie navi con cui sfidavano i mari più gelidi.

Però che fascino, queste saghe, parola che di per se stessa fa vibrare sensazioni di lontananza, ma pure di intimità, come a evocare sere di neve e vento e racconti condivisi intorno a un fuoco.

Saga, in lingua norrena (l'antica lingua dei popoli della Scandinavia), significa proprio racconti. Da qualche parte ho letto che l'origine della parola richiamerebbe la figura di una dea misteriosa, della stessa stirpe di Odino e Thor, definita come "colei che vede".

Credo che mai o quasi mai si conoscano gli autori delle saghe. Molte notti, molte veglie, molte versioni passarono prima che qualcuno trovasse il modo di metterle per scritto. Ho letto anche che nell'islandese di oggi la parola "autore" richiama un'altra parola che significa "chi inizia una storia".

In fondo come per quell'altra "saga", che parlava di una guerra sotto le mura di Troia, solo che invece dei ghiacci e i vulcani di Islanda c'erano i lidi del Mediterraneo. I versi di Omero come le saghe dell'Islanda.

Vedere, raccontare, iniziare.

Appena posso me le vado a comprare le saghe, me le porto a casa per regalarmi un sogno del Nord.

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