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lunedì 18 maggio 2020

Con Mordecai (o con Barney) in un localino di Montreal

 "Richler, cosa fai?" gli chiedevano. E lui: "Scrivo romanzi". "Ah, bene. E di lavoro?" 

E' sempre così, con Mordecai Richler, un sorriso e una strizzata di malinconia, una battuta corrosiva e una lacrima che fa capolino. Se c'era bisogno di una conferma, ecco che la ritrovo in questo libro di Christian Rocca, Sulle strade di Barney (Bompiani).

Uno di quei libri che uno compra quasi per dovere - come potrei altrimenti visto che la Versione di Barney me lo porterei sulla famosa isola deserta? - e che invece uno finisce per divorare solo per piacere, per immenso piacere.

E sarà che hai delle idee su quello che deve esserci dentro e che queste idee vengono da subito deliziosamente smentite. Sarà che non si tratta di un saggio su Mordecai Richler - lui avrebbe certamente detestato i saggi su Mordecai Richler - ma piuttosto di un viaggio in Canada sulle sue tracce, di una memoria affettuosa, di un gioco delle parti. 

Sarà che il titolo ti spiazza e ti porta altrove. 

Pensate. Sulle strade di Barney. Mica Sulle strade di Mordecai. Un viaggio all'inseguimento di quel magnifico personaggio, Barney Panofski, che ebbe la magnifica sorte di uscire dalle sue pagine e di confondersi con lo scrittore che lo mise al mondo... 

E questo libro è anche questo, una dolce, commovente, divertente tentazione di equivoco tra Mordecai e Barney. Con lo stesso Christian che si mette in mezzo tra i due, magari per una bella bevuta insieme in quel localino di Montreal, non prima delle quattro del pomeriggio, però...

venerdì 15 settembre 2017

Il Vietnam di Kim, così vicino, così distante

La storia del Vietnam e dei vietnamiti - dice Kim Thúy - vive, cresce e diventa complessa senza essere né scritta né raccontata.

Vero - e ho potuto scoprirlo solo a Mantova, in un incontro al Festival che nemmeno avevo messo in conto. Sono contento di aver scoperto questa scrittrice dal sorriso irresistibile e dalla straordinaria empatia, ancora più  sorprendente alla luce di una scrittura che invece si distingue per la sua rarefazione, la sua leggerezza poetica. 

E' tant'altro la storia del Vietnma, soprattutto per chi come me è più o meno rimasto ancorato al Vietnam di Apocalypse Now e dintorni o che al massimo ha orecchiato qualcosa sulle impetuose trasformazioni della città che un tenpo si chiamava Saigon. E in questa storia c'è anche la storia dei vietnamiti che hanno abbandonato il loro paese su barconi che non possono non rammentare altri barconi, altri mari dei nostri tempi: i nostri mari.

Kim, ragazzina, fu una delle persone che ce la fecero. Scampò ai naufragi e ai pirati. Insieme a tanti altri fu accolta in Canada. Ai suoi familiari venne data la possibilità di ricostruirsi una vita, magari ripartendo dia lavori più umili. Oggi - spiega - molti vietnamiti in Canada sono medici o dentisti o ingegneri. 

C'è tutto questo in Il mio Vietnam (Nottetempo), libro di poche pagine e grande poesia: il Vietnam dell'infanzia, il Vietnam del ritorno, il Vietnam trapiantato in Canada. 

Una finestra su un mondo che non conoscevo, la storia di una vita che è la storia di molti.  

lunedì 11 settembre 2017

A Mantova saluto l'estate e mi porto via libri e promesse

Ieri in treno, di ritorno da Mantova, dopo le giornate trascorse al Festival della Letteratura che ogni settembre fa di questa città la capitale del libro e prima ancora dei lettori. Di questo sto parlando, non della mia ultima lettura, per una volta. Di un ritorno in  treno, una domenica pomeriggio: e non c'è niente che mi mette più tristezza delle stazioni dei treni la domenica pomeriggio. Un giorno di fine estate, poi.
Come ogni anno è a Mantova che saluto i viaggi, i libri, i festival dell'estate.Ragione sufficiente per una robusta dose di malinconia. Eppure, eppure. Quante cose mi sono portato dietro.

Per esempio gli incontri con alcuni autori da cui quest'anno mi sono fatto coccolare - Jan Brokken e Martin Pollack su tutti - con i loro reportage narrativi, carichi di storia e storie, buona letteratura per entrare nello spirito dei luoghi.

La scoperta di altri autori, che non avevo ancora avuto la fortuna o la capacità di incrociare. Diego Marani, per dirne uno, con il suo libro sul bar del paese e su quel personaggio - Nullo di nome, non di fatto - che pare un personaggio universale: e io a interrogarmi sulle analogie e le corrispondenze che tengono insieme quel bar di paese e il mio pub di quartiere.

Le 400 persone che domenica mattina di buon'ora hanno affollato una sala perboat people dei nostri tempi e dei nostri mari - e non sapevo decidermi: 400 persone riunite così erano un'enormità o erano maledettamente poche, a fronte di un paese che non sa più ascoltare queste storie?
Kim Thúy, scrittrice vietnamita scappata ragazzina dal suo paese su un barcone, per essere bene accolta in Canada. E pensando a lei e alle storie degli altri vietnamiti che in Canada hanno trovato casa e lavoro - e che sono diventati medici, dentisti, ingegneri - pensavo anche ad altre persone -

Le chiacchiere da bar, i discorsi col vicino di sedia, le parole e i sorrisi presi al volo per le strade e le piazze di Mantova. Complicità e connivenze, magari innaffiate di lambrusco. Persone che ho ritrovato qui, dopo averle già incontrate grazie a qualche altro libro che fu galeotto in altre parti di Italia.Altre persone che solo fino all'altro ieri erano un profilo su Instagram o un blog senza volto. L'idea di far parte di una comunità di gente che legge e partecipa e senz'altro rende migliore l'Italia.

Quanti siamo, però! Sì, è vero, magari siamo tutti qui.

I ragazzi che per giornate intere hanno provato a promuovere un bel festival di poesia in Emilia, avvicinando tutti in piazza Sordello, invidia per i loro sorrisi, il loro entusiasmo e la loro maglietta: La poesia è un invito alla felicità.

Tutte le persone che agli incontri hanno sfoderato taccuini, bloc notes, quaderni, pezzi di carta su cui prendere appunti, nemmeno si fosse di nuovo sui banchi di scuola, a prepararsi per un'interrogazione.

Il solito zaino pieno di volumi che presumibilmente si accatasteranno sopra il mio baule delle "letture in attesa".

Pensare che sul treno per qualche attimo, sul treno, ho sentito come una sensazione di vuoto. Sbagliavo, certo. Con tutte le voci, tutte le parole che mi terranno compagnia. In autunno e poi in inverno, prima di ripartire.

martedì 18 aprile 2017

Storia dalla lunga notte dei popoli dei ghiacci



Le sue giornate. Le sue notti. Com'erano le sue mani? Che occhi aveva? Cantava a volte? non lo so. Ma c'era. C'era davvero.

E' da qui che bisogna partire, non dai numeri che danno la dimensione di ciò che è stato fatto. Le statistiche rendono assai meno, di fronte alle parabole di vita e morte che vorremmo strappare al silenzio. Non inquadrature su scene di massa, piuttosto obiettivi che vorremmo puntate su quel viso, sulla persona che ha avuto quel nome e quel destino, su quelle parole che ci sono state strappate e mai più saranno restituite.

Ed è così che Matteo Meschiari ci prende per mano e ci accompagna nella lunga notte dei popoli dei ghiacci, con le pagine di Artico nero, altro piccolo grande libro che ci viene proposto da Exòrma. Sette storie - non sempliemente sette saggi - che ci portano in Canada, in Norvegia, in Siberia, in Groenlandia e in Alaska, insomma, nel Nord più remoto e difficile da collocare, nella nostra geografia e nella nostra storia. Anche su una mappa avremmo difficoltà a collocare molte di queste terre, figurarsi sapere qualcosa dei popoli che per millenni le hanno abitate, a prescindere ovviamente dall'immaginario che li vuole felici negli igloo e nei giochi con le foche.

 Artico nero, Artico rosso sangue, invece. Perché i popoli dei ghiacci non hanno avuto sorte migliore di tanti altri popoli indigeni, destinati a soccombere nell'urto con la nostra civiltà, in una lunga teoria di crimini che vanno dalla deportazione all'eugenetica.

Triste è questa storia dimenticata, come è facile dimenticare la storia dei popoli che non hanno voce e tanto meno scrittura. Triste, dolorosa e vergognosa: tanto più che non è imputabile solo alla vecchia Russia zarista, per cui i siberiani erano stranieri nella loro terra, ma anche alle solide democrazie del welfare della nostra Europa.

Il peggio si è consumato e ora tutto tace, tutto è stato inghiottito nella lunga notte. Come se niente fosse successo, in effetti. Ben vengano allora pagine a ripristinare la parola che racconta, o che almeno domanda e si domanda: e cerca di riitrovare quel volto, quel nome, quella storia. 

mercoledì 29 giugno 2016

Troppa felicità e quello che succede dopo

E' sempre lei, straordinaria nella dimensione di racconti che per densità e profondità potrebbero essere grandi romanzi, capace di scrivere con la scioltezza di un pittore ispirato,  ogni pennellata una nuova luce sulla nostra umanità. Alice Munro, canadese, premio Nobel qualche tempo fa, per quanto questi riconoscimenti possano contare qualcosa. Per me significano poco, quello che mi importa è la capacità delle pagine di catturarti e non lasciarti più.

Mi mancavano, i dieci racconti della raccolta Troppa felicità (Einaudi). Dieci storie, dieci luci che si accendono su mondi, che irrompono nella quotidianità di famiglie, di comunità di provincia, di esistenze che potrebbero passare per serene, quasi soddisfatte. Qui ci sono persino padri che uccidono i loro figlioletti in un raptus o figli che fanno fuori anziani genitori per una casa. Però potrebbero anche non esserci, perché poi è altro che alimenta la narrazione di Alice Munro, ciò che sta alla superficie ma soprattutto ciò che si agita dentro; illusioni che vengono meno, improvvise prese di coscienza, attimi di straniamento che cambiano tutto, amori che vengono meno non si sa come, pulsioni che incitano alla bugia o a sottili crudeltà.

Racconti da cui ho fatto fatica a separarmi. Più una sorpresa, l'ultimo racconto, quello che dà anche il titolo alla raccolta, inatteso perché con un'ambientazione storica e con una protagonista scovata tra le pagine di una biografia, Sofia Kovalevskaja, donna e matematica russa, con le sue vicissitudini nell'Europa dell'Ottocento.

"La verità è che la matematica richiede molta immaginazione", diceva Sofia. Mi emoziona a pensare alla potenza dell'immaginazione che accomuna quella donna dell'Ottocento ad Alice Munro.

venerdì 27 maggio 2016

Wild, come ritrovarsi nel cammino più difficile

Me ne stavo andando. La California scorreva dietro di me come un lungo velo di seta. Non mi sentivo più una sprovveduta. E nemmeno un'amazzone cazzutissima. Mi sentivo fiera e umile e pacificata interiormente, come se anch'io fossi al sicuro lì.

Cheryl ha solo 26 anni e la sua vita è già entrata in un tunnel del quale non si scorge l'uscita. La morte della madre, divorata da una malattia, l'ha spinta sul ciglio del precipizio. Ha sfasciato un matrimonio, sta giocando pericolosamente con le droghe. Vai a sapere com'è che a un certo punto intravede un'altra strada. Una strada che è davvero una strada: lunga, difficile, solitaria. Eppure proprio su quella strada potrà ritrovare se stessa e recuperare un senso.

Così un giorno parte, per l'esperienza meno prevedibile della sua vita che è disordine all'ennesima potenza. Percorrerà a piedi l'intero Pacific Crest Trail, il sentiero che taglia da nord a sud gli Stati Uniti, dal Messico al Canada, attraversando deserti e scalando cime innevate. Tutt'altra cosa rispetto alla nostra via Francigena, per intendersi: vera wilderness, dove gli incontri che devi mettere in conto sono con serpenti a sonagli, orsi e uomini meno raccomandabili dei serpenti e degli orsi.

Fa pena vederla partire con quello zaino più grande di lei, dove ha stipato tutto alla rinfusa, a partire dalle cose più inutili e pesanti. Una sprovveduta, appunto: senza esperienza, senza fiato, il corpo fiaccato dagli eccessi.

Eppure parte, va avanti, non si arrende. Eppure va avanti e arriva in fondo.

Da leggere, di Cheryl Strayed (Piemme): una storia di tenacia, fuga, rinascita
Wild

lunedì 1 settembre 2014

La strada blu, in Canada, estremo Nord

Il Labrador. Avevo undici anni quando questo paese - la terra che Dio diede a Caino, come la chiamava il capitano Cartier - mi fece segno. Fu grazie a un libro e alle immagini che conteneva: indiani, eschimesi, montagne, pesci, e lupi bianchi che ululavano alla luna.

Ecco, non può essere per qualcosa del genere. Per le dita che frugano su un mappamondo fino a fermarsi su un colore e un contorno. Per la fantasia che galoppa a briglia sciolta sulle pagine di un libro. Per le scelte che solo a un'età tenera possono essere tanto pure e determinate da sentirsele come una pelle, che c'è ed è quella che è.

E' così che una terra diventa l'altrove, il tuo altrove. Te ne sei innamorato prima ancora di metterci piedi. Anzi, forse i piedi non ce li metterai mai. Non importa. Come, per quanto mi riguarda, non mi importa nemmeno capire se il mio autentico altrove è la Scozia di un viaggio adolescenziale e di alcuni film oppure il Sarawak di Emilio Salgari.

Per Kenneth White l'altrove è invece il Canada (un ottimo altrove, aggiungo io), anzi, più che il Canada il Labrador, l'estreno nord che anche per i canadesi non merita. Non c'è nulla, perché andarci?

Ma è proprio quel nulla che da sempre ha rapito Kenneth White. In quel nulla ci sono silenzi, spazi. In quel nulla, in effetti ci sono anche storie, persone.

Vite di ieri, come quelle dello scozzese che bruciò la Bibbia e si fece sciamano o del nobile francese che si confinò in un faro "lontano dagli imbecilli e, soprattutto, lontano dagli intellettuali". E vite di oggi come quelli di indiani che non si sa bene come vivano oggi, perché con loro il mondo è stato una corriera che non si è fermata e li ha abbandonati sul ciglio della strada. Però non rimangono solo bottiglie da scolare, ci sono segreti da conservare, orizzonti da scrutare, feste a cui invitare quello svitato di straniero.

Quante cose, davvero, in quel nulla. Silenzi da ascoltare, vuoti che non sono vuoti. E più si sottrae, più c'è. Più si può cogliere la possibilità di una poesia. La poesia definitiva che solo l'altrove personale, questo altrove, può davvero consentire.

Perché questo succede con la strada blu. Quella del titolo di un libro di viaggio, proposto da Amos edizioni, che e tra i più originali e intensi che mi siano capitati negli ultimi tempi.

Non ho capito bene cosa sia la strada blu. Però sto già indagando sulle parole che mi aiuteranno a designarla davanti ai miei passi...

giovedì 28 agosto 2014

La strada blu, nel silenzio blu del Labrador

Forse la strada blu è questo paesaggio fra i silenzi blu del Labrador.

Forse l'idea di andare il più lontano possibile - fino al limite di se stessi - fino a un territorio dove il tenpo si converte in spazio, dove le cose appaiono in tutta la loro nudezza e il vento soffia, anonimo.

Forse.

La strada blu, forse, è semplicemente il cammino del possibile.

In ogni caso, volevo uscire, andare lassù e vedere.

(Kenneth White, La strada blu (viaggio in Canada), Amos edizioni)

venerdì 15 novembre 2013

Se ci si sente a casa nella provincia canadese

Prendiamo il Nobel a Alice Munro.

Oltre a una sapienza narrativa poco imitabile, il premio certifica una vocazione regionale in cui la scrittrice canadese non è sola.

Benché i suoi raccomti seguano le vicende di provinciali che in qualche caso tentano la carta della metropoli, il fuoco narrativo arde sempre dalle parti di quella Huron County in cui molti lettori italiani si sentono misteriosamente a casa.

Sebbene poco sembrerebbe legarci a una dura terra protestante dove la temperatura va spesso sottozero e la tenacia del pregiudizio ricorda quella di una provincia da noi quasi scomparsa, l'impressione è che i fondamentali della vita (guerre famigliari e scontri sentimentali, bisogno di affrancamento, elaborazione del lutto e gestione della solitudine) abbiano più speranza di venire in evidenza tra un emporio di ferramenta e una chiesa presbiteriana che sotto i tabelloni luminosi di Times Square.

(Nicola Lagioia, La caduta di Metropolis, Repubblica)

mercoledì 6 febbraio 2013

Non dimenticate le mogli dei grandi scrittori russi

C'è Nadezda, l'amata moglie di Osip Mandelstam, che salvò i versi del marito, perseguitato da Stalin e deportato in un gulag, imparandoli a memoria. E c'è Sofia Tolstoi che, rimasta vedova, ebbe il merito di salvare parte del manoscritto di Guerra e pace. Ma non furono soltanto questo, le donne dei grandi della letteratura russa. Senza di loro, senza il loro lavoro nell'ombra, forse non ci sarebbero stati alcuni dei capolavori che oggi riconosciamo come tali. O non ci sarebbero così come noi possiamo leggerli.

Decisamente intrigante il libro per ora uscito solo sull'altra sponda dell'Atlantico - traduzione italiana del titolo: Le mogli: le donne dietro i giganti della letteratura russa - opera di Alexandra Popoff, giornalista e scrittrice russa trapiantata in Canada, assolutamente convinta che tutte le mogli degli scrittori fossero coinvolte nel lavoro creativo del marito tanto quanto lo era la madre.

Come per il grande Nabokov: perché se è vero che sarebbe difficile scrivere della moglie Véra a prescindere dal marito, è decisamente vero anche che sarebbe impossibile scrivere di Vladimir senza fare riferimento a Véra.

E che quello della moglie di scrittori così sia quasi un mestiere, un mestiere difficile e ingrato, in fondo ce lo prova una battuta di Anna Dostoevskij, rimasta anche lei vedova:

Ma chi mai potrei sposare, dopo Dostoevskij? Solo Tolstoi! 

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...