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lunedì 13 aprile 2015

Sherwood Anderson e la voce del torrente

Erano venticinque anni che scrivevo, avevo pubblicato qualcosa fra i venti e i venticinque libri, mi ero fatto un nome come uno degli scrittori americani più importanti del mio tempo, i miei libri erano stati tradotti in varie lingue: eppure, con tutto ciò, ero sempre senza soldi, sempre a un passo o quasi dalla rovina.

Era destino che il paese che più di tutti gli altri ha trasformato la  cultura in una gigantesca macchina per fare soldi fosse lo stesso paese che in maniera più realistica, direi anche più cruda, si è interrogato sui rapporti tra arte e mercato, tra creatività e successo. Ed è dagli Stati Uniti, non di oggi ma addirittura degli anni Trenta, che arriva un racconto perfetto per meditare su tutto questo. Pare scritto solo ieri.

Si chiama Le voci del torrente  (in Italia edito da Melangolo), porta la forma di Sherwood Anderson, autore che forse non è conosciuto come meriterebbe, non fosse altro che per i suoi Racconti dell'Ohio.

C'è molto della vita di Anderson in questo libriccino: e questo ce le rende ancora più intrigante. Ma c'è molto anche di quello che vorremmo leggere e che soprattutto vorremmo ritrovare nel nostro mondo.

Ecco lo scrittore che si fa i conti in tasca e i conti non gli tornano e allora si piega alle richieste degli editor e dei dirittori delle riviste che pagano profumatamente. Dovrà scrivere cose scorrevoli, gradevoli, accattivanti, cioé accomodanti. Cose che non disturbino, che vadano giù come acqua.

E lui inizia. Solo che poi si blocca. Si blocca e non va più avanti come un apparente buon senso gli imporrebbe. E sarà per quella notte insonne passata ad ascoltare i suoni del torrente vicino a casa. Sarà che tra quei suoni gli pare di scorgere anche i passi dei vecchi amici, le voci delle donne che ha amato. Ma con la luce del giorno, la nuova mattina, ha deciso:

Ero di nuovo deciso a non impormi, a lasciare che il racconto che stavo cercando di scrivere si scrivesse da sé, a essere ancora una volta ciò che ero sempre stato, uno schiavo degli abitanti del mio mondo immaginario.

Racconto dentro il racconto, ma soprattutto racconto che profuma di libertà.

Racconto come un antidoto, buono non solo per gli scrittori, ma per chiunque sia pronto ad arrendersi alle sirene di un sì troppo comodo.

Ps: Nella vita di Anderson, poi, le cose non andarono propriamente così. Un giorno si imbarcò per la Colombia, dove avrebbe dovuto tenere una conferenza a pagamento. Mangiando un panino inghiottì uno stuzzicadenti e morì di peritonite. Morte assurda, certo. Morte che è insieme esclamazione e irrisione. E mi sa che è meglio finirla qui.

venerdì 5 settembre 2014

Amoz Oz: uno prende e se ne va altrove

Uno prende e se ne va altrove. Quel che si è lasciato alle spalle resta lì e lo osserva mentre se ne va. Nell'inverno del Sessantacinque Yonatan Lifschitz decise di mollare sua moglie e il kibbutz in cui era nato e cresciuto. S'era messo in testa di cominciare una nuova vita.
 
Comincia così, in questo modo fulminante, quasi conclusivo, Una pace perfetta di Amos Oz, libro che mi sono deciso a leggere dopo essersene rimasto parecchio tempo sulla mia pila delle letture in attesa. Vai a sapere, non mi fidavo troppo, rischiava di essere un mattone. Certo conservavo ancora l'incanto di Una storia di amore e di tenebra, lettura non meno impegnativa, anzi. Certo era stato proprio grazie ad Amos Oz che avevo compreso qualcosa di più di Israele. Però....

Però ti capita di aprire questo libro e cogliere questo incipit: uno prende e se ne va altrove. Parole che richiamano qualcosa, che mettono in movimento la curiosità. Parole in cui qualche volta, nella mia vita avrei voluto riconoscermi. S'era messo in testa di cominciare una nuova vita. Se solo ci fosse stata l'occasione. Se solo non mi fosse mancato il coraggio.

E dunque, è molte cose questo libro di magnifica scrittura e affascinante complessità. Anzi, poteva essere un libro solo con alcune di queste cose, e sarebbe bastato: perché ci accompagna dentro un kibbutz, cioé dentro un mondo che voleva costruire un altro mondo; perché ci racconta impietosamente un'epoca di passaggio, di pionieri invecchiati, di ideali appannati, di giorni che non sono come ci si era immaginato, benché molti traguardi siano stati tagliati, e forse proprio per questo; perché ci spiega molte cose di Israele, colta alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni.

Poteva essere anche un libro sul complesso passaggio di consegne tra una generazione e un'altra, passaggio che tristemente, ma forse anche necessariamente, è più di responsabilità che di convinzioni. E anche questo sarebbe bastato.

E invece è in primo luogo un grande romanzo sulla libertà. Sulla libertà e sulla terra in cui essa deve esprimersi. Sulla libertà che può oltrepassare i confini. Con tanto Baruch Spinoza dentro: e la cosa non spaventi.

Il resto è la grande capacità di narrazione di Amos Oz. E mi rimarrano dentro a lungo Yonatan, il ragazzo che voleva cominciare una nuova vita, Azariah, così strampalato, così ingenuo, così capace di cambiare le vite altrui con la sua affabulazione. Mi rimarranno dentro a lungo pagine quali il picnic dei ragazzi del kibbutz al villaggio arabo abbandonato. Pagine che mi sembra dicano più di qualsiasi saggio su Israele e sul suo dramma.

martedì 23 luglio 2013

I pensieri che svaniscono appena in Asia

E' strano come i tetri pensieri svaniscono appena si mette piede in Asia.

Solo ieri eravamo ancora sballottati nel mare del pensiero europeo, con le sue ansie politiche, le sue miserie sociali e le sue irrequiete aspirazioni, eredità dell'instabile razza di Giapeto, mentre ora ci sembra di scivolare sull'acqua immobile dove possiamo riposarci e dimenticare e rendere grazie.

L'incanto dell'Est è l'assenza di riflessione intellettuale, è la libertà che la mente si prende dall'ansia di guardare avanti e dal dolore di guardare indietro.

Nessuno qui pensa al passato o al futuro, ma solo al presente, e fino al giorno della morte, credo che sia solo il presente a durare. 

(da Anne Blunt, A Pilgrimage to Nejd, 1881)

lunedì 17 giugno 2013

Quando la libertà viaggiava sui velocipedi di Firenze

Giocava facile, Curzio Malaparte, a ricordare che sia Giotto che Ginettaccio erano nati dalle parti di Firenze. Però non era questo, non era decisamente questo. Piuttosto era ancora un'idea di leggerezza e meraviglia.

Libertà, leggerezza, meraviglia. Gli stessi sentimenti dei velocipedisti delle Cascine, centauri che sfidavano i tempi e che quella gelida mattina di febbraio, ultimo anno di Firenze capitale, non erano lì solo per disputarsi una medaglia.
 

Perché c'era un'idea di progresso che pedalava con le loro gambe.
 

Un'idea di libertà, leggerezza e meraviglia. E di bellezza, tanta bellezza.

(da Paolo Ciampi, La prima corsa del mondo, Mauro Pagliai)

lunedì 27 maggio 2013

Amsterdam raccontata come in una biografia

E' il sottotitolo a dire tutto: biografia di Amsterdam.

Mica storia di Amsterdam, come sarebbe fin troppo scontato. Ma biografia, lo stesso termine che siamo abituati a leggere o ad adoperare per un pittore o un capo di Stato.

Bello e sorprendente, Un'idea di libertà di Geert Mak (Bruno Mondadori editore). Per come è scritto e per tutto ciò che racconta di questa straordinaria città, fuori da ogni luogo comune - tulipani e droga libera, per intendersi.

Amsterdam, città letteralmente strappata alle acqua, villaggio di pescatori che nasce intorno all'anno Mille da un tratto del fiume Amstel interrato. Amsterdam che nel giro di poche generazioni impone al mondo un'incredibile egemonia, con i suoi commerci e le sue navi che solcano gli oceani. Amsterdam che non si rinchiude nelle mura e che si fa forte dei profughi che gli arrivano dal resto d'Europa, siano gli artigiani inglesi o gli ebrei sefarditi del Portogallo. Amsterdam, ancora, che sarà luogo di tolleranza e libertà, come tale ricordata da Descartes e Voltaire. E non a caso sarà proprio ad Amsterdam che John Locke scriverà la sua Lettera sulla Tolleranza.

E ancora i grandi pittori, gli esploratori, i banchieri. Fino ad alcune indimenticabili - e da me finora completamente ignorate - figure del ventesimo secolo, uomini che hanno provato a reinventare la città, inseguendo utopie sociali e ideali urbanistici.

Che bel libro. Uno di quei libri che ci si fa un torto a voler riassumere in poche righe. Perché in realtà è un mare intero di storie, in cui è semplicemente bello perdersi.

domenica 3 marzo 2013

Con Wu Ming, inseguendo quello strano sogno di libertà

Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.

Sono passati quasi quindici anni da quando Wu Ming, allora col nome di Luther Blisset, pubblicarono quel gran romanzo che è Q, un libro che, a distanza di tanto tempo, ancora mi trasmette il piacere della lettura. E proprio quindici anni più tardi l'epilogo di quella storia prende avvio Altai, ricominciando dalla stessa città, l'Istanbul degli imperatori ottomani, città sfarzosa, caotica, incline al lusso e al misticismo, all'intrigo e alle decisioni che cambiano la storia.

Da Q ad Altai forse il passo è più lungo ancora e forse il piacere della lettura non è stato lo stesso. Non pretende di essere un sequel, sull'onda di un successo lungo e inatteso, ma piuttosto un altro pezzo di storia e di storie che vanno al loro posto, con assonanze, rimandi, ritorni. In questo non bara, Altai, ed è senz'altro meglio per tutti.

E quante cose che scorrono sotto gli occhi: il sultano con i suoi visir, gli ebrei sefarditi, i giannizzer con le loro scimitarre. le galee della Serenissima, l'assedio di Famagosta con l'eccidio dei veneziani, la battaglia di Lepanto... pagine di storia su cui fantasticai già da ragazzino, magari con l'aiuto di Emilio Salgari e le sue pagine che raccontavano di fughe rocambolesche, di duelli all'ultimo sangue, di prigionieri impalati... e poi del povero Marcantonio Bragadin, il comandante dei veneziani, scuoiato vivo al termine di altri terribili supplizi.

Solo che con Wu Ming non è solo avventura, cappa e spada, è sempre storia di uomini che si mettono in cammino, di uomini che tra molteplici vicissitudini inseguono quello strano sogno chiamato libertà.

venerdì 19 ottobre 2012

Che fine fece la donnina malvagia di Dickens

E' bella la storia che qualche giorno fa, sulle pagine della cultura di Repubblica, ci ha raccontato Emmanuel Carrère a proposito di Charles Dickens. La sintetizzo così.

E dunque Charles Dickens era ormai un autore di successo, che pubblicava i suoi romanzi sui giornali, suscitando un'attesa via via crescente. Stava succedendo anche per il David Copperfield, con lettori frementi per ogni nuova puntata.

Nel romanzo aveva fatto la sua comparsa una donnina - Miss Mowcher - che era tutt'altro che piacevole. Personaggio scaltro e viscido, la sua bassezza morale sembrava rispecchiarsi anche in quella fisica, visto che l'autore l'aveva ritratta come una nana.

Un giorno però a Charles Dickens arrivò una lettera. La firmava una donna che si lamentava perché, per le comuni caratteristiche fisiche, tutti gli abitanti del suo paese avevano preso a identificarla con Miss Mowcher. La sua vita era diventata un inferno.

E dunque, Charles Dickens non ci pensò due volte. Poco importa che Miss Mowcher ormai fosse entrata nella storia e che in un certo modo vivesse già di vita propria. Poco importa che il romanzo avesse in qualche modo bisogno della sua cattiveria. Dalla puntata successiva Miss Mowcher divenne tutt'altro: un angelo che abitava un corpo sgraziato. E così rimase, per sempre.

Riflessione di Emmanuel Carrère:

Penso che cambiare la trama di un libro per non ferire una donnina di uno sperduto paesino di provincia significhi, da parte di uno scrittore, dar prova non solo di una generosità senza limiti, ma di una libertà senza limiti.
Non è la stessa cosa in fondo?

E assai di più si potrebbe e dovrebbe dire sul rapporto tra vita e romanzi e sulla responsabilità dello scrittore nei confronti della vita. Ma già questo, basta e avanza.


martedì 19 luglio 2011

Emilio, Cesare e i sogni fuori di città

Gli spazi aperti, il mare come la natura tutta, sono gli unici luoghi possibili per la libertà d'azione e la ricerca della felicità

Anni di letture salgariane e non mi era mai venuto in mente. Eppure è così, si parli del Borneo come dei Caraibi. I mari sono libertà, sono possibilità, sono occhi che spaziano lontano e cuore che asseconda i sogni. Volete mettere con le città, che chiudono lo sguardo e celano trappole? Maracaibo o Sarawak,  non importa. Se proprio dev'essere terra, che sia terra donata al mare, protetta dal mare, isole come lo possono essere solo la Tortuga oppure Mompracem.

Ed è sempre stato così, in compagnia di Emilio Salgari. Solo che mi ci è voluta una bella pagina di Felice Pozzo da Il Corsaro Nero. Nel mondo di Emilio Salgari, (Franco Angeli) per capirlo davvero.

E per alimentare altre suggestioni. Il mare per Emilio come la campagna per Cesare Pavese. Il luogo dei sogni, della giovinezza.

Cesare che come Emilio si lascia spezzare quei sogni proprio in città. A Torino. Emilio che scrive: Vi saluto spezzando la penna. Cesare che si congeda più o meno allo stesso modo: Non parole. un gesto. Non scriverò più.

E chissà quant'altro ci avrebbero regalato, con altri mari davanti a loro, di acque o di colline. 

martedì 21 giugno 2011

Il dittatore che si lasciò spaventare da un libro

Questa mi mancava, lo scopro solo ora. Nel 1981 il Cile del dittatore Pinochet non trovò niente di meglio che proibire il Don Quijote, nemmeno fosse un pericoloso pamphlet sovversivo.

Non so quali ragione spinsero a tanto. Forse fu la contagiosa possibilità di libertà che circola per quelle pagine. O peggio ancora,  fu l'inammissibile esempio di un uomo, tutt'altro cavaliere rispetto ai cavalieri nostrani, che coltivava i suoi sogni nella vita di ogni giorno. O anche l'altrettanto inammissibile idea che, nel dubbio, è sempre meglio tifare per chi parte lancia in resta contro i mulini a vento piuttosto che per chi getta la spugna.

Non lo e mi sa che nemmeno ho voglia di saperlo. La prendo come una bella misura dell'idiozia - ovviamente criminale - che sono capaci di manifestare i regimi militari.

Cito da Gian Luigi Beccaria sulla Stampa:

Borges diceva  che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri

Vero, verissimo. Ma mi va di guardarla anche in un altro modo: provo piacere al pensiero di questi dittatori, di questi eserciti armati fino ai denti, che si lasciano spaventare dalla carta. Come l'elefante con il topolino.


lunedì 4 aprile 2011

Consolazione per lo scrittore mancato



Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto. 

Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall'esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.

(Italo Calvino, dalla prefazione del 1964 a Il sentiero dei nidi di ragno)

sabato 5 marzo 2011

Se la poesia fa paura anche quando parla di rose

E' molte cose insieme, Parole in libertà, antologia di scrittori che per le loro parole hanno perso la libertà. Molto più di un rapporto di Amnesty International, anche se questo libro nasce dall'impegno di un'associazione, il Pen Club, che combatte a livello mondiale per la libertà di espressione. Molto di più di un documento che mette in fila alcuni casi eclatanti o meritevoli di indignazione.

Prima di tutto è un libro di scrittori, un libro dove ci sono pagine di bella letteratura. Ed è un libro sulla parola, sulla parola che resiste, sulla parola che viene imprigionata, sulla parola che ritrova sempre la sua voce, malgrado tutto. E' un libro sulla parola e il suo difficile rapporto con il potere. Sempre e comunque.

Perché come dice Umberto Eco nell'introduzione: La poesia fa paura, anche se parla di rose.

Pensiamo al linguaggio dei regimi. Ci sono studi sull'impoverimento della lingua sotto il nazismo e tutto questo non è l'incubo fantascientifico di Fahrenheit 451. Ricordate? Il capolavoro di Ray Bradbury su un ipotetico futuro in cui leggere i libri è considerato un reato, mentre la televisione viene usata dal governo per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato....

La parola libera, ma prima ancora la parola esatta, la parola vera fa paura al potere e fa paura alle burocrazie.

E allora bisogna provare a tenerle strette, convinzioni come queste.

Le parole sono coraggio.

Le parole sono memoria.

Le parole sono speranza.

Le parole sono medicina per la vita, rimedio che allieva la sofferenza, incantesimo che allarga perfino le porte di una prigione.

E per tutto questo  le parole sono fatti. E proprio per questo fanno paura ma sono anche indispensabili.




mercoledì 23 febbraio 2011

La libertà di Dante, la libertà di Enrica

Libertà va cercando, ch'è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta

Non ci avevo mai pensato. Perché Dante mette Catone l'Uticense - uno dei più bei personaggi di tutta la Divina Commedia - a guardia del Purgatorio, sottraendolo alla condanna all'Inferno? Perchè non gli fa condividere la sorte degli altri suicidi?

Sono tornato a leggermi i primi versi del Purgatorio. L'alba luminosa sulla spiaggia, i primi passi di Dante e Virgilio appena usciti dal regno delle anime senza speranza. L'invocazione alle Muse, perché sostengano ancora il canto del poeta. E' mattino, a oriente splende ancora Venere e con Venere ci sono le quattro stelle che rappresentano prudenza, giustizia, fortezza e temperanza - e Dante si lamenta che esse non siano viste dagli uomini come dovrebbero.

E poi l'apparizione di quel vecchio dall'aria severa, i lineamenti del volto scolpiti dalla luce.  Catone, il guardiano del Purgatorio. L'uomo che si è tolto la vita, nel 46 avanti Cristo, mentre l'esercito dei nemici, ormai completamente vittorioso, avanza verso la sua città.



In che cosa è stato diverso dagli altri suicidi? In questo: che non si è ucciso per sottrarsi alla vita, ma per non cedere alla sconfitta e alla schiavità. E' stata una scelta, quel gesto. Una scelta di libertà.

Non ci avevo mai pensato, e a dire il vero, è anche difficile pensare che un uomo del Medioevo, com'era comunque Dante, potesse coltivare un sentimento della libertà superiore alla consapevolezza del peccato.

Poi con il pensiero sono scivolato a una persona che mi è cara, alla professoressa Enrica Calabresi, la scienziata ebrea che si tolse la vita in carcere il giorno prima della partenza del treno per Auschwitz.

Ho scritto un libro su di lei, Un nome (edizioni Giuntina), senza aver mai il coraggio di entrare davvero dentro la sua scelta conclusiva, senza la presunzione di poterla comprendere e tanto meno giudicare.

Chissà se Enrica Calabresi - la scienziata che divorava i classici della letteratura - aveva mai incontrato Catone l'Uticense, ai piedi del Purgatorio. 



giovedì 17 febbraio 2011

Quando la parola porta oltre il filo spinato

Così scrive Visar Zhiti, poeta albanese che ai tempi del regime fu condannato a 10 anni di carcere per aver inviato un manoscritto di poesie ermetiche e pessimiste a un editore (che poi ero lo stesso Stato, perchè allora non c'era niente che non fosse sotto lo Stato). Figlio di arte, peraltro, perchè prima di lui era stato il padre, attore e drammaturgo, a finire dentro:

Ecco infine un segreto: scrivevo in carcere, non solo perché volevo lasciare la mia testimonianza, il mio testamento di poeta.... ma, cosa più importante, volevo trovare, e ci riuscii, l'emozione viva, incredibile, bella, di chi crea, quella che fose mi fece sopravvivere nell'abisso, una sorta di miracolo, perché quando scrivevo mi sdoppiavo e il mio doppio come un fantasma varcava il filo spinato della recinzione e così restavo a lungo con tutti quelli che scrivevano nelle stesse mie condizioni, o che leggevano.... Così potevo emigrare nel destino, nel ruolo stabilito dalle divinità e non restare nella sventurata esistenza assegnatami dagli assassini

E' una grande lezione di libertà malgrado tutto, di libertà grazie alla forza della parola scritta. E' una lezione contenuta in un libro, Parole di libertà, che sono felice di poter presentare lunedì prossimo, 21 febbraio (sala Pistelli della Provincia, via Cavour, ore 16.30), in un'iniziativa promossa insieme da Associazione Stampa Toscana (il sindacato dei giornalisti) e Pen Club (l'associazione internazionale che difende il diritto all'espressione degli scrittori).

Una lezione che fa bene tenere stretta, sempre. Perché come dice Grigorij Pas'ko, un altro degli autori del libro:


Il lettore forse è stufo delle memorie di prigionia, ma l'argomento non si esaurisce

martedì 21 dicembre 2010

Un libro per ragionare su se stessi

Quante volte ci riempiamo la bocca di parole che suonano alte ma che non sappiamo bene quali concetti si portano dietro. Verità, giustizia, libertà....

Parole importanti, che spesso sono consegnate all'esercizio retorico o alla riflessione filosofica, ma che in realtà hanno a che vedere con la vita, con quanto fa sì che l'uomo sia davvero uomo. Come in quella gran pagina di Shakespeare dove Antonio, di fronte al cadavere di Bruto che si è appena suicidato, esclama: “Questo era un uomo!”. E Bruto era addirittura il nemico...

Essere un uomo, cioè essere autentico. E con La vita autentica (Raffaello Cortina editore) Vito Mancuso non ci offre una lezione di teologia, ma ci stana, ci provoca, esige da noi di interrogarci.

Autentico, cioè che riguarda noi stessi. Ma cosa effettivamente ci riguarda?

Che risposte importanti, che si colgono tra queste pagine. Che la condizione della autenticità è la libertà. Che la libertà è una conquista e una sfida. Che la libertà non è vuota, ma ha bisogno di una vocazione, di una missione, di qualcosa comunque più grande di noi...

Un libro che fa bene, un libro che ci dà profondità....

venerdì 12 novembre 2010

Il teologo e il suo compagno di viaggio

Lo diceva Norberto Bobbio, grande filosofo laico del nostro Novecento e amava ripeterlo un religioso della statura del cardinale Carlo Maria Martini:

La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa

Un libro come Disputa su Dio e dintorni si rivolge a tutti coloro che vogliono pensare. A quanti sanno che pensando e ragionando insieme sui nostri pensieri non si può che migliorare noi stessi e il mondo che stiamo abitando. Senza verità da imporre, senza appartenenze da rivendicare. Con la consapevolezza che solo la libertà fa bene alla verità.
E quanti ponti uniscono il teologo Vito Mancuso all'intellettuale - che mi piacerebbe definire illuminista - Corrado Augias. Nel caso, il teologo parla a nome di entrambi:  

Forse mi sbaglio, ma comincio a intuire che in questa nostra disputa su Dio noi ci divideremo soprattutto sull’uomo, perché in fondo la questione dell’esistenza e della natura di Dio si traduce nella questione della natura e del destino dell’uomo 

Dividersi per ritrovarsi, sempre. Per riconoscersi. Ed è proprio vero, non abbiamo bisogno di verità da imporre. Non ne abbiamo bisogno, per dare un senso al nostro cammino. 

Piuttosto abbiamo bisogno di compagni di viaggio. Abbiamo bisogno di parole che scavino. Come queste.


La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...