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lunedì 5 agosto 2013

Boris, se tu sei qui a raccontarlo


A quasi cent'anni, ho imparato la sopportazione.

Così dice il grande Boris Pahor in un'intervista di Antonio Gnoli, pubblicata su Repubblica qualche settimana fa, mentre si avvicina al secolo di vita e ancora gira per l'Europa per raccontare i suoi libri e coltivare la memoria. Del resto per spostarsi prende l'autobus e per un'intervista può fissare ancora a un bar. Ma perché va ancora in giro?

Vado perché sta crescendo il disinteresse per il passato. Dilaga l'oscurità e con essa l'indistinzione.

Domanda: e il futuro?

Non mi aspetto granchè. Se ragiono con la mente mi fido poco dell'uomo e delle sue pulsioni. Basta vedere cosa è accaduto nel Novecento. Ma poi mi dico: Boris, se tu sei qui a raccontarlo, e qualcuno ancora ascolta, allora non si è proprio soli. Non abbiamo del tutto fallito.

mercoledì 13 febbraio 2013

Nel lager, tra i turisti di oggi e le ferite di ieri

Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale.

E' una domenica pomeriggio, molto tempo che tutto è successo: lo stesso attacco di un altro grandissimo libro della memoria, Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani: sarà che abbiamo bisogno di questo tipo di sguardo, dalla quiete del dopo, per provare a capire cosa significa ricordare.

Boris Pahor, sloveno di Trieste, ripercorre la strada che lo porta al luogo che un tempo fu il suo lager; si mescola, lui sopravvissuto, ai turisti della memoria che scendono dai pullmann e scattano foto; comincia ad avvertire strane sensazioni, al cospetto di quegli estranei, come se di nuovo indossasse la giubba a strisce e gli zoccoli del campo di concentramento; e forse nemmeno lui saprà raccontare fino in fondo l'orrore - lui che la sorte ha voluto tra i "salvati" e non tra i "sommersi", per dirla con Primo Levi - ma intanto ricorda e racconta.

Libro di enorme dolore, libro non facile, Necropoli di Boris Pahor (Fazi editore). Libro sospeso tra diversi tempi, il presente dei turisti e il passato dei deportati. Libro che per noi italiani è quasi doveroso, per non archiviare le responsabilità del fascismo anche nella persecuzione della minoranza slovena.

Racconta Luigi Magris nell'introduzione che anche lui ha scoperto relativamente tardi Pahor, questo critico e appassionato cantore della mia e della sua Trieste. Distrazione e rimozione di uomini e donne che, con un'altra lingua, hanno reso ricca e vitale questa città che è la quintessenza della Mitteleuropa.

Da leggere due volte, Necropoli, non fosse che a dispetto di tutto quanto racconta è un regalo al domani. E nelle parole di Magris:

Perfino in quella necropoli tale resistenza umana è una speranza.

venerdì 25 gennaio 2013

Incontrando i turisti in quello che fu il mio lager

Sarò strambo ma mi pare che i visitatori, mentre tornano alle loro automobili, mi osservino come se di colpo fosse riapparsa sulle mie spalle la giubba a strisce e io stessi camminando sulla ghiaia con gli zoccoli. 

Si tratta certo di un'idea bislacca: però è vero che a volte, in momenti particolari, si è capaci di emettere un fluido invisibile ma potente, che gli altri percepiscono come la vicinanza di un'atmosfera insolita, eccezionale, e ne vengono colpiti come un'imbarcazione da un'onda anomala.

E chissà, forse sulla mia persona è rimasto davvero un qualcosa di com'ero in quel tempo.

Perciò tento di camminare tutto raccolto in me stesso, e quasi mi disturbano i sandali leggeri che ho ai piedi, che mi consentono un passo molto più elastico di quello che potrei permettermi se le mie calzature fossero ancora di tela e le suole di legno spesso.

(da Boris Pahor, Necropoli, Fazi editore)

sabato 1 maggio 2010

Perché il romanzo non si farà ammazzare


Che futuro per i romanzi? Cosa gli succederà dopo che per anni e anni sono stati dati per finiti, spacciati, morti, costretti alla ripetizione, alla citazione, all'effetto speciale solo per tirare avanti? (non che ci sia da stupirsi, in effetti, è dai tempi di Flaubert e Tolstoi che si va avanti con questa solfa)

Leggo solo ora le pagine che il supplemento libri di Repubblica ha dedicato a una questione che comunque, negli ultimi anni, è stata complicata dall'irruzione delle nuove tecnologie, dalla minore propensione alle letture lunghe e dai ritmi di quella che Boris Pahor chiama "società della fretta".

Tanti gli spunti di riflessione, ma qui mi piace condividere con voi la riflessione con cui Gabriele Romagnoli finisce il suo articolo. Regalandoci almeno una certezza: che in salute o meno che sia niente potrà ammazzare il romanzo, e in genere il bisogno di storie:

Un romanzo ci seppellirà. Se non altro per una ragione. Volete sapere qual è la frase più seducente che si possa pronunciare nel buio di una qualunque stanza? Se pensate sia "Questo diamante è per te" o "Non porto lingerie", anni di stupidità hanno ammazzato voi, non il romanzo. La frase è: "Adesso ti racconto una storia". E un romanziere è qualcuno solo nel buio di una stanza affollata da milioni di persone che dice quella frase, poi comincia a scrivere

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...