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lunedì 3 agosto 2020

Nel Maine, che è come il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. 

C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, intanto sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e da un po' di tempo, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno; straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. 

Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge: lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Questo ci regala Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo che è anche nostro. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

venerdì 4 marzo 2016

Complicazioni e maldicenze in una piccola cittadina del Maine

Aveva sposato una ragazza dell'estate. E, come vi direbbero, in molti, non era quasi mai una buona idea. Aveva sposato una ragazza dell'estate che veniva dal Massachusetts, e già solo questo presentava complicazioni.

West Annett, cittadina del Maine, terra di antichi pionieri e protestanti particolarmente rigidi. America rurale, un altro pianeta rispetto a New York e San Francisco, ma stesso pianeta rispetto alla Guerra Fredda e alla paura dell'atomica. Tyler Caskey è un giovane pastore di anime, brillante nei suoi sermoni, forte nei sentimenti per la comunità che è chiamato a guidare. Solo che ha una moglie che non ti aspetti per un uomo di religione e che certo non si aspettano i suoi fedeli: una donna bella, giovane, sensuale, annoiata.

Cosa può succedere con una moglie così in un piccolo mondo antico come quello? E soprattutto cosa può succedere dopo che la morte piomba sulla famiglia di Tyler e  Tyler sembra aver smarrito le parole giuste per rivolgersi ai suoi fedeli?

 Grande romanzo Resta con me di Elizabeth Strout (Fazi editore), scrittrice che come poche altre sa disegnare con tratti essenziali e precisi  movimenti dell'animo, relazioni complesse, storie di vita ordinaria. 

Romanzo di solitudini e incomprensioni, Resta con me. Ma anche romanzo corale, del pregiudizio che fa presto a mettere radici, della maldicenza che è l'altro verso di una vita insoddisfatta e insicura.

Difficile trovare un varco quando tutto questo assedia una vita già colpita duro. A meno che non si spazzi via il tavolo delle carte, con il più clamoroso dei gesti. Il più autentico, quello di un cuore che non si preoccupa delle conseguenze. Quale sia, spetta a voi scoprirlo. 

mercoledì 21 ottobre 2015

Nel Main con la grande Elizabeth Strout

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

domenica 7 luglio 2013

Elizabeth Strout e il suo mondo, lassù nel Maine


Elizabeth Strout è una delle scrittrici più profonde e raffinate della scena letteraria americana.

Schiva, ironica ed estremamente acuta, vive nel Maine, limitando le frequentazioni sociali: il mondo culturale newyorkese è una realtà con cui si confronta a piccole dosi e con la massima cautela, mentre il mondo rurale dello stato in cui è nata rappresenta il retroterra imprescindibile di una commedia umana nella quale sa individuare con ammirevole capacità introspettiva splendori e miserie, speranze e delusioni.

Non è un caso che nelle sue storie ci siano personaggi ricorrenti. Prima che un piacere, la scrittura per la Strout rappresenta una necessità catartica, che lei affronta con rigore quasi monastico: da questo punto di vista, il suo lavoro è paragonabile a quello di Alice Munro e Annie Proulx.

(da Antonio Monda, Pastorali Americane, intervista all'autrice premio Pulitzer su Repubblica)


giovedì 17 novembre 2011

E quello che succedeva in Asia, quelle spaventose carneficine... non me ne sono accorta che molto più tardi. Ma non c'è un mattino, da tanti anni a questa parte, in cui, alzandomi, io non pensi prima di tutto allo stato del mondo per partecipare, condividere per un istante la sofferenza universale. Pure, a volte, nonostante questo, si riesce a essere felici, ma è un'altra specie di felicità

Diffido, in genere, dai libri intervista agli scrittori. E pensare che questo è anche piuttosto corposo, altro che pochi capitoletti giusto per fissare un cammino intellettuale, una visione del mondo o una giratina più o meno frettolosa nel laboratorio di scrittura di un autore.

Ma Ad occhi aperti -  volume, edito da Bompiani, che raccoglie le conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar - è molto di più e ci restituisce pienamente il fascino, la complessità, la singolarità di questa scrittrice.

Conversazioni appunto. E sembra quasi di vederli, i due, nella veranda di Petite-Pleasance, la casa dell'isola dell'Atlantico, davanti alla costa del Maine, che la Yourcenar aveva scelto di abitare. Casa di silenzi, di gesti antichi come fare il pane in casa, di parole distillate dalle letture.

Diceva la grande Marguerite:

Molti si raccontano meno di quanto non si ripetano

Certamente non è il suo caso. 

venerdì 2 settembre 2011

Quell'angolo del Maine, il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

giovedì 12 agosto 2010

Quelle conversazioni nella veranda sull'Atlantico

E quello che succedeva in Asia, quelle spaventose carneficine... non me ne sono accorta che molto più tardi. Ma non c'è un mattino, da tanti anni a questa parte, in cui, alzandomi, io non pensi prima di tutto allo stato del mondo per partecipare, condividere per un istante la sofferenza universale. Pure, a volte, nonostante questo, si riesce a essere felici, ma è un'altra specie di felicità

Diffido, in genere, dai libri intervista agli scrittori. E pensare che questo è anche piuttosto corposo, altro che pochi capitoletti giusto per fissare un cammino intellettuale, una visione del mondo o una giratina più o meno frettolosa nel laboratorio di scrittura di un autore.

Ma Ad occhi aperti -  volume (edito da Bompiani) che raccoglie le conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar - è molto di più e ci restituisce pienamente il fascino, la complessità, la singolarità di questa scrittrice. Conversazioni appunto. E sembra quasi di vederli, i due, nella veranda di Petite-Pleasance, la casa dell'isola dell'Atlantico, davanti alla costa del Maine, che la Yourcenar aveva scelto di abitare. Casa di silenzi, di gesti antichi come fare il pane in casa, di parole distillate dalle letture.

Quasi impossibile non trovare in questo libro spunti capaci di alimentare la nostra curiosità o la nostra riflessione.

E così, spizzicando in qua e là:

La convinzione che anche per una grande scrittrice non è facile essere compresa dai suoi lettori: Sono sicura del contrario. Certi lettori si cercano in ciò che leggono e non vedono altro che se stessi

La consapevolezza che scrivere non è una sofferenza: E' un lavoro, ma è anche quasi un gioco, e una gioia, perché l'essenziale non è la scrittura, è la visione

E i personaggi dei propri romanzi che continuano ad abitare la vita: Sono tutti presenti, come sono presenti anche i vivi che amo o che mi interessano, presenti o passati

Le ragioni di una sana reticenza: Molti si raccontano meno di quanto non si ripetano

L'idea curiosa che gli scrittori sono portati a situare avvenimenti e personaggi nelle stagioni contrarie a quelle in cui scrivono (lo aveva già notato Jean-Jacques Rousseau, a lei è successo sia per le Memorie di Adriano che per L'opera in nero)

Ma soprattutto quel sorprendente senso di compassione.

Basta qui, sono già andato "lungo", ma di questi spunti e altri voglio continuare a parlare qui.

mercoledì 2 giugno 2010

Quando a vincere il Pulitzer è lo sconosciuto


Del libro, che non credo sia stato ancora tradotto in italiano, so solo quello che ho letto su Repubblica Donne, supplemento che, provare per credere, parla di scrittura e di viaggi come pochi altri in Italia. Dell'autore, Paul Harding, ancora meno: un perfetto sconosciuto. Ma proprio questo è il senso della storia che ho incontrato grazie a Stefano Pistolini. La storia di un perfetto sconosciuto che con un suo libro, Tinkers, ha vinto il Pulitzer 2010.

E dunque, Paul Harding viene dal Maine, da un'America che è un'America a parte, foreste e silenzi, neve, mestieri che reclamano sudore e perizia, tempo per riflettere sul significato della vita. E poi le lezioni di gente come Emerson e Thoreau. Un'adolescenza che è anche una straordinaria esperienza spirituale: l'uomo che ritorna alla natura. Che poi è anche la sostanza con cui, quasi ossessivamente, Harding monta, smonta e rimonta Tinkers. Un altro mondo che fa fatica a farsi largo attraverso le parole.

Paul Harding ha anche tutte le caratteristiche per essere classificato come un intellettuale fallito, uno con l'inedito nel cassetto destinato a rimanere dov'è. Manoscritti e ambizioni messe via insieme. Mi ero convinto che sarei stato uno scrittore non pubblicato.

Storia vista e rivista: il libro che viene mandato a un'infinità di editori e che da tutti viene rifiutato.

Alla fine salta fuori una persona, Erika Goldman, disposta a pubblicarlo. La sua è davvero la più improbabile delle proposte, perché rappresenta la Bellevue Literary Press. La minuscola casa editrice di un grande ospedale di New York, un progetto no profit che non so nemmeno spiegare, forse ha qualcosa a che vedere con la parola come terapia.

Erika Goldman evidentemente è una donna a cui piace tentare la sorte. Iscrive Tinkers al Pulitzer, il premio dei premi, dove, per inciso, da trent'anni vincono solo i più grandi editori. L'organizzazione gli abbuona anche i 50 dollari di iscrizione: è un ospedale, non un editore, e poi sarebbero soldi buttati via.

Vince Paul Harding. Pare che la sorpresa sia stata tale che gli organizzatori si sono dimenticati di avvertire il vincitore.

Poi è cominciato il mea culpa dei grandi critici. Di tanto in tanto non ci accorgiamo di un buon libro. Non entra nei nostri radar, ha attaccato Gregory Cowles sul New York Times. L'ammissione è diventato pentimento corale.

La storia di un libro che potrebbe a sua volta diventare un libro. E a me non resta che farmi qualche domandina

Per esempio, quali possibilità avrebbe avuto Paul Harding a un Campiello o a uno Strega?

E quanti critici avrebbero intonato il mea culpa, qui in Italia?

Domande, domande.

E per finirla: Tinkers può essere tradotto come "stagnai". Mestiere di altri tempi, mestiere andato.

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