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mercoledì 20 giugno 2018

La Cina con Hugo Pratt per maestro (di Mauro Bonciani)

La città e l'Italia si sono accorti di loro due anni fa quando, dopo un controllo ad un capannone, all'Osmannoro, la zona industriale a cavallo con Sesto, è scoppiata la rivolta. Ma la comunità cinese di Firenze è vecchia di decenni e numerosa. Ed un romanzo giallo, per la prima volta, ci racconta questo mondo e la vecchia e nuova mafia cinese, con una lingua lucida e tagliente, una trama incisiva e appassionante, un'immersione profonda in culture e tradizioni millenarie.

C'è il protagonista sempre un po' fuori posto, mister Onofri, ci sono femmes fatales di hugoprattiana memoria, delitti efferati e misteriosi, le arti marziali, la passione per il gioco di azzardo e le auto di lusso tipiche degli orientali, un gioco di specchi dove praticamente nulla è come sembra, una Firenze inconsueta; c'è la Triade e non solo.

La storia di Little china girl (Betti Editore) - opera prima del cinquantenne Massimiliano Scudeletti, che dopo una zigzagante esperienza lavorativa e un'antica passione per la Cina e l'Oriente si occupa si scolarizzazione di immigrati adulti - inizia proprio in un anonimo capannone all'Osmannoro, zona di confine tra italiani e cinesi, dove si trova quasi nascosta la casa da gioco delle Otto Fortune. E dove Alessandro Onofri perde una fortuna e si trova a non poter dire di no alla richiesta di aiuto per fare luce su un feroce assassinio all'interno della comunità cinese. 

Il thrilling è incalzante, gli omicidi si moltiplicano come gli interrogativi e l'ex video reporter di guerra deve cercare rapidamente risposte, stando attento a salvare assieme la pelle e la faccia, come impongono i rigidi codici della comunità cinese che frequenta senza l'illusione di farne parte, legato alla famiglia dello Zio Hu più di quanto vorrebbe ammettere  a se stesso, agli amici, alla ex fidanzata Lien, alla bella Phoung che gli è stata messa a fianco, più per controllarlo che per aiutarlo.

Scudeletti squaderna situazioni e sentimenti, certezze ed ambiguità, usa la chiave del giallo per un viaggio in un mondo che evidentemente lo affascina, evitando ogni esotismo, ogni luogo comune, qualsiasi scorciatoia o ammiccamento per conquistare il lettore; spostando continuamente il confine tra le due comunità che a Firenze, come a Prato o Milano, sembra invalicabile.
L'idea di Little china girl, il cui titolo riecheggia la famosa canzone di David Bowie, è vecchi di anni ed il lungo lavoro dell'autore è evidente in ogni pagina, in ciascuna frase, nell'assoluta mancanza di cali di tensione, impresa certo non facile per un esordiente che non vive di scrittura. Il romanzo è stato finalista al concorso di Radio Rai1 Tramate con noi e Claudio Gorlier ha spiegato "mi ha conquistato una singolare capacità di fondere l'avventuroso, il realistico e il simbolico, con una naturalezza che mi ha sbalordito. Ho cercato di cogliere l'autore in fallo, ho assunto un atteggiamento aggressivo ma mi sono arreso", sintetizzando il valore dell'opera. 

Perché Scudeletti, come l'amato Hugo Pratt, scrivendo di avventura racconta molto altro.

(Mauro Bonciani)

giovedì 12 aprile 2012

Perché si dà un nome alla vetta della montagna

Così scriveva la grande scrittrice tedesca Christa Wolf a chi le chiedeva che cosa sanno fare, in effetti, gli intellettuali:


Sanno dare nomi alle cose.

Può sembrare poco, a me sembra molto, moltissimo. Tutto ciò che ci permette di guardare oltre, di scoprire un'altra possibilità di vita, di fare propria un'idea o una scoperta, alla fine ha a che vedere con questa capacità di dare nomi.

Mi è venuto in mente l'altro giorno, leggendo il libro di Mauro Bonciani su Amerigo Vespucci - Il fiorentino che inventò l'America, questo l'eloquente sottotitolo -  e che la inventò davvero perché a differenza di Cristoforo Colombo seppe comprendere che non si trattava delle Indie ma di un Mondo Nuovo (un Mondo Nuovo che pretendeva un nome nuovo): per cui l'America si chiama America e non Colombia.

Ci ripenso ora leggendo quanto Alessandro Baricco scrive su Repubblica a proposito della curiosa cricostanza per cui per molto tempo le vette della montagna non hanno avuto nomi.

La tanto sapiente gente di montagna dava un nome ai colli, ai passi, perché era utile darglieli, ma non era arrivata alla sublime astrazione di nominare vette su cui non era mai salita, poiché era inutile farlo. Solo quando in qualcuno insorse l'irragionevole istinto a salire là sopra, per il puro gusto di portare a compimento la Creazione, nacquero i nomi delle montagne. Lo stesso vale per la geografia più invisibile dell'umana sensibilità. 

Quel che è proprio degli intellettuali, che siano poeti o studiosi, è salire su vette apparentemente inutili del sentire umano e dar loro un nome.

Intellettuali o gente di montagna, non importa. Non sottovalutate mai il fatto di dare nome a ciò che prima taceva: ignorato o dimenticato che fosse.

lunedì 2 aprile 2012

Con Amerigo la scoperta è una parola

Non si tratta di un funerale di un ricco o di un nobile. Un funzionario qualunque del re è condotto all'ultima dimora, un certo Despuchy o Vespuche. Nella città straniera nessuno sospetta che si tratti dello stesso uomo che ha dato il nome alla quarta parte del mondo....

Così racconta Stefan Zweig, che alla storia dell'uomo che ha dato il  nome alla quarta parte del mondo dedicò il suo ultimo libro (Amerigo, ora ristampato da Elliot). E la storia - storia incredibile di equivoci, sorprese, riconoscimenti tardivi - sta tutta in quel nome.

Il nome dell'uomo che la gente non sapeva nemmeno come si chiamava, il giorno in cui fu seppellito in un cimitero di Siviglia. Il nome che dall'uomo si è trasferito a un intero continente, l'America, assegnando così una sorta di immortalità al mercante fiorentino che aveva viaggiato per conto del re del Portogallo.

Di Amerigo Vespucci parleremo molto in occasione dei 500 anni della sua morte e già sono usciti alcuni bei libri, come Il fiorentino che inventò l'America del giornalista Mauro Bonciani.

E più che di Vespucci forse avremo modo di parlare di questa parola, del suo incredibile viaggio attraverso il tempo e lo spazio per conquistare il suo posto nella geografia del pianeta.

Perché Amerigo Vespucci e non Cristoforo Colombo? Perché quest'ultimo aveva parlato di Indie raggiunte  buscando el levante por el ponente.

Amerigo invece aveva inviato una lettera a Lorenzo dei Medici, in cui aveva parlato di Mundus Novus, nuovo mondo.

E questa è forse la storia di ogni scoperta. Non è solo approdare per la prima volta in una terra. E' dare un nome a quella terra.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...