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martedì 7 aprile 2020

Le lacrime che fanno davvero grandi gli eroi

Sul promontorio piangeva, seduto, là dove sempre 
con lacrime, gemiti e pene straziandosi il cuore,
al mare mai stanco guardava, lasciando scorrere lacrime.

Ecco, è così che entra in scena. Non mentre abbandona Troia vinta e saccheggiata, non mentre sfida il canto delle Sirene oppure trova il modo di sfuggire a Polifemo. Dopo aver narrato le vicende di Itaca e altri luoghi, Omero gli si avvicina e lo coglie così: un uomo che guarda il mare e piange, sospirando il ritorno per cui è disposto a rinunciare all'immortalità.

E' con questa immagine che si apre Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci (Einaudi), libro affascinante, per certi versi spiazzante, a cui sono tornato più volte. Mi sembra una lettura particolarmente adatta in tempi come questi, in cui l'inquietudine morde ma spesso non ci lascia sfogo. 

Comincia con Ulisse, questo libro, ma abbraccia tutto l'antico mondo degli eroi. Di loro conosciamo le imprese, li abbiamo seguiti nei loro combattimenti e nelle loro vendette, non riusciamo a immaginarceli senza le loro armi: sono tali per il coraggio, la fermezza, lo sprezzo del pericolo. Eppure - e di questo riusciamo a essere meno consapevoli - piangono, piangono molto.

Sono inzuppati di lacrime, i versi che gli sono stati dedicati. Lacrime di dolore e rabbia, di amore e nostalgia, ma in ogni caso lacrime.

Persino di Achille, dell'eroe dalla cui ira funesta discende un intero poema, ricordiamo più volentieri le lacrime sul corpo di Patroclo, oppure le lacrime al cospetto di Priamo, il re nemico che ormai è solo un anziano che piange i figli persi.

Lacrime e a volte - incredibile - persino il desiderio del pianto: desiderio nobile, debolezza che non sminuisce ma rende ancora più grandi. Desiderio che Matteo Nucci trasforma in un viaggio attraverso le storie e i sentimenti. Parlando al nostro tempo, alla nostra mortalità, a ciò che siamo e possiamo essere.

lunedì 2 marzo 2020

L'Odissea fa ritrovare un padre e un figlio

L'Odissea dunque non è solo una storia di mariti e mogli, è anche, e forse ancor di più, una storia di padri e figli. 

Vero: e il bello è che non riguarda solo i padri e i figli degli Achei, riguarda anche noi, padri e figli che vivono millenni dopo la guerra di Troia e il ritorno degli eroi, ma che sono sempre alle prese con le stesse passioni e gli stessi destini.

Ecco perché può succedere quello che succede a Daniel Mendelsohn, critico letterario e scrittore che io ricordo in particolare per Gli scomparsi, meravigliosa storia di viaggio per ritrovare le proprie radici in luoghi condannati al silenzio. 

In Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea (Einaudi) David si trova a organizzare un seminario universitario sul poema omerico. E tra gli studenti iscritti, diciottenni o poco più, ecco che sbuca la testa del padre, ottantenne matematico e ricercatore scientifico per niente disposto ad ascoltare in silenzio le lezioni del figlio. "Non capisco perché dovremmo considerarlo un grande eroe" dice il primo di Ulisse. "Sarà un incubo" pensa quest'ultimo già alla fine della prima mattinata e ha le sue ragioni.

Solo che poi succedono molte altre cose: per esempio che il figlio proponga al padre una crociera nel Mediterraneo, nei luoghi del mito, e che il babbo acconsenta. E che il loro viaggiare tra le pagine e sulle rotte marine diventi rivelazione, sorpresa, nuovo inizio.

A volte abbiamo ancora da scoprire il meglio di chi crediamo di conoscere. A volte succede grazie a un libro che parla di storie remote che sono ancora le nostre storie. 

lunedì 16 dicembre 2019

Tra il Danubio e il Levante, i mille mestieri del vagabondo

Panait Istrati io l'ho scoperto solo poco tempo fa, grazie a una vecchia edizione dell'Universale Economica Feltrinelli scovata su una bancherella, la carta ingiallita, la costola consumata, il prezzo ancora in lire - 1.500 lire. Non ne avevo mai sentito parlare, allo stesso modo, sono convinto, di molti di voi. Diciamo che l'occhio mi era cascato sul titolo indecifrabile e sulla copertina orientaleggiante (nel frattempo, va detto, è uscita una nuova edizione).

L'ho preso e così, prima di entrare nella sua scrittura, sono entrato nella vita di Panait Istrati, che dalla prima peraltro è difficilmente separabile. E che vita, per questo uomo nato in un porto del Danubio romeno, figlio di una lavandaia e di un contrabbandiere greco di Cefalonia. 

Vagabondo per indole e per necessità Istrati consumò i suoi anni a girare per i porti di un Mediterraneo che ancora era levantino e ottomano. Si guadagnò da vivere con mille mestieri, di volta in volta venditore ambulante e cabarettista, uomo-sandwich e scaricatore, imbianchino e pasticciere. Andava di porto in porto, spesso clandestino a bordo delle navi. Annusava i refoli di rivoluzioni improbabili. Divorava libri e accumulava storie. 

Fece la fame e a lungo non riuscì a pubblicare niente. Nel 1916, nel bel mezzo della Grande Guerra, si ammalò di tubercolosi. Nel sanatorio svizzero dove venne ricoverato imparò il francese e si innamorò delle opere di Romain Rolland. Cinque anni più tardi, quando provò a farla finita con un colpo di rasoio alla gola, fu proprio a Rolland che indirizzò la lettera di addio. 

Si salvò e quella lettera mosse qualcosa. Rolland lo incoraggiò a scrivere un romanzo. Questo: Kyra Kyralina. Con tutto il mondo di Panait Istrati tra il delta del Danubio e i porti del Levante. La sua vita e un mondo di gente che sono voci e colori. 


E' una storia minima che si fa epica, l'epica di un Omero venditore di noccoline, come qualcuno lo ha definito. E' un narratore nato - scriverà Rolland nella prefazione - un narratore orientale che si incanta e si commuove ai suoi stessi racconti e si lascia prendere talmente da essi che quando ha cominciato una storia nessuno sa, nemmeno lui, se durerà un'ora o mille e una notte.

Provare per credere.

lunedì 30 settembre 2019

Gilgamesh e il viaggio per trovare una risposta

Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica: e quando ritornò si riposò, su una pietra l'intera storia incise.

Ecco, questa è la storia di Gilgamesh, che ci arriva da un passato tanto lontano che i poemi di Omero sembrano dell'altro ieri. Abisso di tempo da vertigine, parole che però riescono ancora incredibilmente ad arrivare al nostro cuore.

Gilgamesh, l'uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. La sua epopea è stata custodita da tavolette d'argilla, i segni cuneiformi dei sumeri incisi su di essi. Mesopotamia, culla di civiltà e anche della storia che precede tutte le altre storie. 

Dentro c'è il Diluvio Universale, prima del racconto della Genesi. Dentro c'è la storia di un grande viaggio, prima dell'Odissea. Dentro c'è il bisogno di raccontare che fa sì che un ritorno sia davvero un ritorno. Dentro soprattutto c'è l'eterna questione che è dell'uomo, la domanda che getta ombra su tutte le altre. 

Perchè questa è la storia di Gilgamesh, creatura divina per due terzi e umana per un terzo, che dell'uomo ha preso la condizione di mortalità. La storia di un viaggio che non è l'inquietudine o la fame di conquista a spingere. Gilgamesh si spinge attraverso lande selvagge per raggiungere la Fonte dell'Eterna Giovinezza, là dove cercherà di sottrarsi al destino che è di tutti: e che sarà anche il suo destino, perchè persino lui, Gilgamesh, perderà la sfida delle sfide.

O Gilgamesh, era questo il significato del tuo sogno. Ti venne data la sovranità, questo era il tuo destino; una vita che duri in eterno non era il tuo destino. Non essere triste in cuor tuo per questo, non essere afflitto né oppresso.

Mortale tra i mortali anche lui. Ma capace di strappare quel tanto di immortalità che ci è concessa tramite le parole delle tavolette d'argilla. 

Perchè, appunto, quando ritornò su una pietra l'intera storia incise.





 

domenica 20 maggio 2018

In un'isola greca, perché arenarsi è un'arte

Ci sono libri che ti regalano l'emozione del viaggio anche quando non riguardano posti che solleticano la tua voglia di partire, perché sanno farsi luogo dell'anima a prescindere. E così è per le isole della Grecia che scopro nelle pagine di Paolo Ganz: è dai tempi dell'università che non cerco un volo o un traghetto per raggiungerle, quando qualcuno ne parla provo a esercitare l'arte del distacco, eppure cosa può fare un libro, un bel libro.

E questo è La Grecia di isola in isola di Paolo Ganz (Ediciclo), un libro bello, un libro che sa di Mediterraneo e che del Mediterraneo porta il vento, gli odori, il rumore della risacca, soprattutto la luce. Un libro che va oltre i luoghi comuni, i resoconti da supplemento viaggi di quotidiano, la facile seduzione per adescare gli eserciti di vacanzieri.

Qui c'è molto altro, c'è la Grecia di un viaggiatore vero, c'è la parola meditata su libri importanti, colta sulla linea dell'orizzonte o tra le voce di una caffetteria, filtrata e fermata su un taccuino. Parole che rimandano a letture, a miti, a pensieri. E che dilagano fino a tornare alle sorgenti della nostra civiltà o a interrogarsi su ciò che può essere l'Europa oggi, un'Europa che non necessariamente è quella che si ha per la testa Berlino o Parigi: perché questo è il Mediterraneo, il mare che va in Africa.

Da  Rodi, con la sua storia così intrecciata alla nostra, a Megisti, che non è solo il set di uno dei film più fortunati del cinema italiano. Da Corfù, per alcuni studiosi dell'Odissea la terra dei Feaci, fino a Matala, la spiaggia di Creta che non è più degli hippie ma dove ancora sembra risuoni una canzone di Joni Mitchell.

Paolo Ganz salta di isola in isola e ovunque ci sono storie e oltre le storie c'è una storia che scava dentro e riguarda tutti: perché arrivare e partire, di isola in isola, in fondo riguarda tutti.

Arenarsi è un arte - spiega a un certo punto Paolo - un dono di pochi capaci di lasciarsi andare all'agrodolce piacere di non riuscire più a salpare.

Ecco, in queste pagine vien voglia di essere una di quelle barche, che si arrendono al fondale e al destino. Senza partire più, per un pezzo almeno. Stranieri e cittadini in una di queste isole: con un canto di Omero e un bicchiere di ouzo a tenere compagnia. 

sabato 26 ottobre 2013

Quella era l'isola raccontata da Omero

"Sapete di Marathonìssi, nei tempi antichi?" chiede improvvisamente. "Molti anni fa?".

"Zanetbey aveva là il suo castello" dissi io.

Il cameriere liquidò bey e castello con un gesto. "Quella è roba recente... il mio trisnonno era uno dei pallicari di Zanet. Voglio dire molto molto tempo fa".

Dichiarammo di non sapere altro. 

"Ah!" fece, acceso dalla prospettiva di darci una notizia. "Quando Paride, un principe troiano, rubò la bella Elena al marito, il re di Sparta, è là"  indicò Marathonìssi "che i fuggiaschi gettarono l'ancora. Scesero dal caicco e passarono la prima notte insieme sull'isola. L'ha raccontato Omero. L'isola allora si chiamava Cranae".

Restammo sbalorditi. Cranae! Mi ero sempre chiesto dove fosse. Tutta Githion si trasformò di colpo. Sembrò che ogni isola svanisse, tranne il profilo scuro dell'isola dove migliaia d'anni fa era cominciata, tra l'erbe mormoranti, quella fatale e incendaria luna di miele. 

(Patrick Leigh Fermor, Mani. Viaggi nel Peloponneso, Adelphi)

martedì 24 settembre 2013

Mani, libro perfetto per chi sogna la Grecia

Sono le cose strane dell'editoria: nel giro di un niente Bruce Chatwin viene tradotto in Italia e diventa un autore di culto (oggi un po' meno), oggetto della venerazione di tutti gli appassionati di letteratura di viaggio; lo stesso non succede con Patrick Leigh Fermor, altro scrittore viaggiatore inglese, a mio parere ancora più grande e autentico di Chatwin, in ogni caso maestro e amico di quest'ultimo. Poco importa che Chatwin debba molto a Fermor: siamo ancora alle prese con il  Che ci faccio qui? del primo e trascuriamo il secondo.

C'è modo di rimediare. Cominciando magari con Mani, forse il libro più bello di questo singolare inglese che percorse interi continenti a piedi. Mani, cioé uno dei più aspri e inaccessibili lembi di Grecia, penisola del Peloponneso che penetra nell'Egeo. Roccia e mare e popoli antichi che non hanno mai ceduto di un palmo dinanzi a qualsiasi esercito che ha provato ad assoggettarli. Un mondo a parte.

Perfetto da leggere in un viaggio in Grecia - io l'ho divorato a Creta. Perfetto per chi comunque sogna questa terra che, volenti o nolenti, fa parte della nostra storia e prima ancora del mito che ci ha reso ciò che siamo. Perfetto per abbandonarsi alla luce e alle ombre del Mediterraneo, per cullarsi ai venti che rendono meno torride le estati, per respirare gli odori della macchia mediterranea e della salsedine. Perfetto per abbracciare le storie che arrivano da lontano e ancora ci appartengono - ereditate con le parole di Omero e di tutti gli altri.

E poco importa se anche la Grecia di Fermor non è più la nostra Grecia... o forse sì, se anche a noi, come a Fermor, capiterà in dono di incantarsi, ascoltando due pastori parlare come saggi di Bisanzio o guardando un cameriere indicare l'isola di cui raccontò Omero. 

giovedì 5 settembre 2013

Tornando a Omero, per cui lo straniero è ospite

Più un uomo viaggia e più si trasforma in straniero. E dello straniero non bisogna avere paura, semmai bisogna avere paura di chi non sa trattare lo straniero come ospite, perché tra gli stranieri a volte ci sono anche gli dei, che così cammimano per la terra, quando vogliono incontrare gli uomini.

Queste sono le idee che appartengono all'inizio della nostra civiltà e quindi appartengono a noi, alla nostra storia, alla nostra identità. Questa è l'idea dello straniero - non nemico ma ospite - che ci viene tramandata dall'Odissea. Dal mito e dalla letteratura degli antichi Greci, ma anche di altri popoli di cui sui libri di scuola abbiamo appreso solo date e battaglie.

Per chi, come me, si è perso gran parte del resto consiglio un libro minuscolo nel formato, grande per intelligenza e passione, uno di quei libri che prima di tutto solleticano la voglia di sapere mettendo insieme curiosità e bellezza - e poi, per vie indirette, centrano il bersaglio delle cose che contano, con straordinario senso dei tempi - intendo anche del nostro tempo.

Si chiama L'ospitalità è un mito? - notate il punto interrogativo - Donatella Puliga, docente dell'università di Siena, lo ha pubblicato per la casa editrice Il melangolo. Eloquente il sottotitolo: Un cammino tra i racconti del Mediterraneo e oltre. E in effetti non ci sono solo i poemi omerici, ma anche la Bibbia, gli antichi versi babilonesi, le Metamorfosi di Ovidio...

Un cammino ricchissimo di poesia attraverso le culture per cui l'incontro con lo straniero era mistero e sacralità, comune bene prezioso. Con una precisa convinzione: Raccontare i miti dell'ospitalità - spiega Puliga nell'introduzione - è anche credere che l'ospitalità non sia un mito.

Da leggere abbandonandosi alla bellezza. Da rileggere con attenzione. E quindi da regalare a qualche conoscenza dei nostri giorni. Magari suggerendo una delle opposizioni fondamentali dell'Odissea: da una parte i prepotenti e i selvagi, dall'altro la gente come i Feaci, i philoxenoi, gli amici degli stranieri. Uomini (e donne) che davvero possono chiamarsi tali, perché in pace con se stessi e con gli altri.

martedì 20 agosto 2013

Quando Dioniso donò la gioia del banchetto

Prometeo aveva portato il fuoco, grazie al quale l'umanità uscì dalla sua condizione primitiva, Atena fece scaturire dalla terra la meraviglia dell'olivo, Demetra donò il grano che consentiva l'inizio dell'agricoltura.

Dioniso compì l'opera civilizzatrice degli dèi introducendo il piacere di vivere e la gioia del banchetto.

Fu un passo decisivo e infatti in Omero il selvaggio per eccellenza è il Ciclope antropofago, che appartiene al mondo arcaico della pastoriza, e vive contornato dai grappoli che crescono spontanei gonfiati dal sole, ma ignora il segreto del vino, e per questo sarà sconfitto da un piccolo uomo che invece ne sa governare la pericolosa energia.

(Giulio Guidorizzi, prefazione al Sermone in onore di Bacco)

martedì 13 agosto 2013

Chiacchierando sull'Iliade in una trincea della Grande Guerra

- Io, - disse rimettendo il turacciolo alla borraccia, - adoro l'Odissea d'Omero perchè, ad ogni canto, è un otre di vino che arriva.
- Vino, - dissi io, - e non cognac.
- Già, - osservò, - è curioso. E' veramente curioso. Né nell'Odissea, Nè nell'Iliade, v'è traccia di liquori.
- Te lo immagini, - dissi, - Diomede che si beve una buona borraccia di cognac, prima di uscire di pattuglia?

Noi eravamo un piede su Troia e un piede sull'Altipiano d'Asiago. Io vedo ancora il mio buon amico, con un sorriso di bontà scettica, tirare, da una tasca interna della giubba, un grande astuccio di acciaio ossidato, copricuore di guerra, e offrimi una sigaretta. Io l'accettai, e accesi la sua sigaretta e la mia. Egli sorrideva sempre, pensando alla risposta.

- Tuttavia....
E ripeté, dopo una boccata di fumo:
- Tuttavia.... Se Ettore avesse bevuto un po' di cognac, del buon cognac, forse Achille avrebbe avuto del filo da torcere....

(da Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, Einaudi)

sabato 25 maggio 2013

I nipoti d'Omero che si rompono il naso




Perché, non illudetevi, quasi tutti i nipoti d'Omero sono, a modo loro,
 più o meno ciechi; vedono ciò che noi non vediamo; 
i loro sguardi penetrano più in alto e più a fondo dei nostri;
ma essi non sanno vedere dritto dinanzi a sé la loro brava strada, 
e sarebbero capaci d'inciampare e di rompersi il naso contro
il più piccolo ciottolo, se dovessero camminare 
senza un sostegno in queste valli di prosa ove dimora la vita,

(Henry de Pène, giornalista e scrittore francese)

giovedì 23 agosto 2012

E se sono stati gli islandesi a inventare il romanzo?

 Diceva il grande Jorge Luis Borges, che era argentino e con l'Islanda apparentemente non c'entrava nulla:

A partire dal dodicesimo secolo gli islandesi scoprono il romanzo, l'arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga

Solo apparentemente non c'entava nulla, è ovvio: perché a qualsiasi lingua appartengono i libri alla fin fine si ritrovano tutti nella stessa biblioteca, una biblioteca universale che non può non essere di tutti. Però è vero, questa cosa dell'Islanda si conosce poco.

Nemmeno io ho mai letto le saghe, e sì che anche in Italia ormai sono disponibili in diverse buone traduzioni. Sarà che le ho sempre classificate come una lettura da addetti ai lavori o da adepti di un folclore nordico che alla fine stanca. Con tutta la simpatia per i vichinghi e per le loro straordinarie navi con cui sfidavano i mari più gelidi.

Però che fascino, queste saghe, parola che di per se stessa fa vibrare sensazioni di lontananza, ma pure di intimità, come a evocare sere di neve e vento e racconti condivisi intorno a un fuoco.

Saga, in lingua norrena (l'antica lingua dei popoli della Scandinavia), significa proprio racconti. Da qualche parte ho letto che l'origine della parola richiamerebbe la figura di una dea misteriosa, della stessa stirpe di Odino e Thor, definita come "colei che vede".

Credo che mai o quasi mai si conoscano gli autori delle saghe. Molte notti, molte veglie, molte versioni passarono prima che qualcuno trovasse il modo di metterle per scritto. Ho letto anche che nell'islandese di oggi la parola "autore" richiama un'altra parola che significa "chi inizia una storia".

In fondo come per quell'altra "saga", che parlava di una guerra sotto le mura di Troia, solo che invece dei ghiacci e i vulcani di Islanda c'erano i lidi del Mediterraneo. I versi di Omero come le saghe dell'Islanda.

Vedere, raccontare, iniziare.

Appena posso me le vado a comprare le saghe, me le porto a casa per regalarmi un sogno del Nord.

venerdì 4 maggio 2012

I Caraibi con i versi di Omero e Dante

E' uno dei più grandi poeti viventi, premio Nobel per la letteratura 1992, viene da una periferia del mondo, anche se una periferia di mari cristallini e spiagge bianche, dove i nuovi villaggi turistici congiurano a far dimenticare le baracche di sempre.

E' di St. Lucia, isola dei Caraibi, il grande Derek Walcott, e nel suo sangue circola il sangue degli schiavi. La sua lingua - la lingua della sua poesia - è l'inglese: parole dei vecchi coloni bianchi per versi che hanno la forza del riscatto.

E' questo il mondo di Derek Walcott: i Caraibi, con le loro bellezze mozzafiato e le sconvolgenti sofferenze. Però provate a interrogarlo sui debiti della poesia del suo mondo, come ha fatto recentemente Paolo Bertinetti, per Tuttolibri:


Anche se siamo caraibici, per quanto riguarda la poesia Omero e Dante sono i nostri antenati, i nostri veri antenati.

Non so se noi europei riusciremmo mai a dire qualcosa del genere, e forse non importa. E non credo che sia cosa solo di Derek Walcott,cioé di chi, con Omeros, ci ha regalato una rivisitazione dei poemi omerici filtrata attraverso le luci e i suoni dei Tropici (scrivendola per di più nelle terzine che furono di Dante).

Vero, Walcott e Walcott. Però è bello pensare a una radice comune, a un tesoro di bellezza che è di tutti, che importano le lingue e le latitudini.

sabato 24 marzo 2012

E' sempre la poesia dei pastori erranti

A volerla percorrere fino in fondo, questa è una storia che sembra fatta apposta per incantare e sedurre.


Una storia meravigliosamente generosa, che ci regala suggestioni a non finire: la poesia e la pastorizia, un sottile filo che si snoda attraverso i millenni. Non mi riferisco alle tante pagine che nel tempo si sono offerte a chi ama cibarsi di letteratura, dai lirici dell’antica Grecia ai cantori di tante finte Arcadie del nostro Seicento, fino al pastore errante dei versi di Leopardi, con il suo dolce canto notturno.


No, questa poesia è parola viva, parola che scappa via, parola di pastori veri. Poco importa che si trovi tra le rocce degli Abruzzi oppure tra i deserti solcati dalle carovane dei Tuareg. La domanda del poeta di Recanati – Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? – appartiene a tutti loro. È fatta delle loro vite, segnate da albe rarefatte e da irrimediabili distanze, dalle fatiche della transumanza e dall’immobilità di meriggi infuocati.


Il pastore ha tempo per immergersi nel tempo universale, vive nel silenzio che a volte è maestro nello scolpire la parola.

lunedì 7 novembre 2011

Trieste è un'altra, Trieste è dentro di noi

Trieste, quante cose che è per me Trieste, anche se non conosco bene Trieste, anche se in tutta la mia vita ci sarò stato solo una manciata di giorni. I palazzi degli Asburgo e le poesie di Umberto Saba, le maglie della Triestina e i traffici dei container, Italo Svevo e Claudio Magris, gli scacchi al Caffé San Marco e la frontiera che c'è stata, che non c'è più, che forse c'è ancora.... quante cose che è Trieste, centro e periferia, mare e cuore d'Europa, luogo dell'anima  e nostalgia....

Trieste è anche qualcosa di indefinibile, sfuggente, che forse ha a che vedere con il tempo, con la storia, anzi con la Storia, quella con la esse maiuscola, solo che è uno sbaglio, quella Esse maiuscola, perché poi il fiume degli eventi si spezza in mille rivoli, traccia i corsi delle singole vite, le segna e le porta via.

Forse è davvero il tempo che trascorre, a fare Trieste di Trieste. E per me, fiorentino, non è facile capirla, io che abito una città dal passato grande e statico. A Trieste, mi sa, il tempo si manifesta davvero come quel fiume, che passa e si lascia i suoi detriti.

Difficile capirla, ma poi per fortuna ti arriva tra le mani un libro come Trieste è un'altra di Pietro Spirito, giornalista e scrittore che Trieste la ama e la sa raccontare. Non un libro di storia, non una guida - non per caso è l'ultimo titolo della collana Le non guide di Mauro Pagliai - piuttosto un reportage, piuttosto un viaggio nella città e nel suo universo, una peregrinazione, una scommessa.

Una giornata errabonda in motocicletta, toccando i luoghi silenziosi e nascosti che possono svelare l'enigma Trieste. Chilometri e curiosità. L'itinerario di un Ulisse - più nel senso di James Joyce, per l'appunto triestino per elezione, che di Omero - di un Ulisse che cerca di restituire il tempo alla sua città.  E nessuna delle cose che vi suggerirà l'Azienda di promozione turistica: magazzini dello scalo marittimo, invece, valichi di confine, negozi all'ingrosso, stazioni ferroviarie abbandonate...

Eppure ogni tessera va al suo posto, la mappa si ricompone, il segreto rimane, ma come un amico che ti fa compagnia.

Bello, sorprendente questo libro di Pietro Spirito. Buono per chi Trieste non la conosce e forse non la conoscerà mai. Tanto Trieste è già orizzonte che si schiude, davanti a chiunque non si neghi al tempo e alle sue storie.

domenica 31 luglio 2011

I libri che non potremo mai leggere

Di tanto in tanto mi capita di pensarci. L'ultima volta leggendo il numero di luglio di Storica, bellissima rivista del National Geographic. Un bel servizio dedicato ad Alessandria di Egitto, ai tempi dei Tolomei e della biblioteca perduta.

Non potremo mai leggerli: questo è il titolo della pagina che racconta dei volumi persi con quella biblioteca in fiamme, dei libri che sono solo un titolo e una supposizione, a volte nemmeno quella, degli autori che sono come un'ombra che scivola lungo un muro.

Non potremo mai leggerli: è proprio questo che di tanto in tanto mi capita di pensare. Anche se solo ora sono in grado di indugiare su certi nomi.

Berosso, astronomo e storico babilonese che compilò una monumentale cronologia del mondo; Manetone, sacerdote egiziano che si prodigò per consegnare alle future generazioni la sua Storia dell'Egitto; Arctino, poeta di Mileto che compose il seguito dell'Iliade.

Per non dire di tutte le tragedie di Euripide, Sofocle ed Eschilo - così poche ce ne sono rimaste. Delle commedie di Aristofane  - irrimediabilmente perse tre su quattro. Dei nove libri della poetessa Saffo e della prima opera attribuita a Omero.... e poi... e poi....

Mi capita ogni tanto di pensarci. E provo qualcosa di simile a una struggente, inguaribile nostalgia. 

sabato 4 giugno 2011

Se è Omero che potrà salvarci

La guerra, per un attimo, era sembrata lontanissima. Molto tempo prima, avevamo bevuto alla stessa sorgente....

Che straordinaria occasione nel bel mezzo del massacro, quel giorno sotto il sole di Creta,  lo sguardo a scendere giù per le rocce fino al mare che era stato lo stesso mare di Odisseo. Il generale nazista e l'uomo che lo ha fatto prigioniero. E in mezzo una manciata di versi che arrivano dal mondo classico e che, per un istante, segnano la possibilità di una tregua.

E' con questo ricordo da Tempo di regali di Patrick Leigh Fermor (Adelphi) che comincia una bellissima pagina su Tuttolibri di Silvia Ronchey, titolo Omero, solo tu ci salverai. Dice, Silvia Ronchey:

L'antico sospende il tempo, l'eterno sconfigge la storia
Il classico, spiega Silvia Ronchey, sconfigge quelle che Braudel chiamava le increspature di superficie, le mode passeggere, gli appetiti più o meno devastanti, gli eventi che sembrano cambiare tutto e che invece svaniscono, lasciando quello che c'era prima.

Per Marguerite Yourcenar amiamo il passato perché è il presente sopravvissuto nella memoria dell'umanità. Per Walter Benjamin un classico è tale e resiste lungo i secoli poiché in qualunque tempo sia stato scritto usa sempre la lingua del presente.

Dice ancora Silvia Ronchey:

I veri classici non fuggono, sfidano e sono sempre pericolosi. Un classico è sempre eversivo, sempre trasgressivo, sempre anticonformista... Non ha quindi senso chiederci se i classici antichi abbiano un futuro. Pe definizione, ci aiutano a scavalcare il presente, le sue effimere ideologie, i suoi dibattiti, gli schemi del nostro pensare. E in questo senso ci avvicinano, più ancora che al passato - a noi in effetti sempre inconoscibile - al futuro. 

Non  so se ne sono completamente convinto, ma anch'io voglio crederci


giovedì 14 aprile 2011

L'uomo che scoprì Troia grazie a un ubriaco

Chissà se avrò mai il coraggio di tornare a leggere le pagine in cui raccontò la sua vita straordinaria, l'impresa con cui strappò la verità al mito. Temo di no, ed è meglio così, perché me lo voglio tenere come è, quel ricordo del bambino qual ero, che non sognava di diventare aviatore o pompiere, ma archeologo. E non un archeologo qualsiasi, ma Heinrich Schliemann.

Qualcuno se ne ricorda ancora? Schliemann, l'uomo che restituiva luce alle città sepolte. L'uomo che dimostrò al mondo che Troia non era il sogno di un poeta cieco.

Schliemann nella vita cominciò come garzone di bottega, figlio di un pastore protestante. Era poco più di un bambino, quando gli regalarono un libro di storia con un'illustrazione di Troia in fiamme. Su quella pagina gli esplose qualcosa.

Anni dopo fu costretto ad abbandonare gli studi, ma una sera gli capitò di sentire un ubriaco che recitava alcuni versi in greco antico. Continuò a pagargli da bere, purché lui continuasse. Solo più tardi seppe che era l'Iliade. Decise di imparare il greco. Ma soprattutto decise che Troia non era solo un sogno. Non era una leggenda. E se era esistita, Troia, lui l'avrebbe ritrovata.


Follia sembrava, ma gli anni passarono e lui lavorò duro. Si imbarcò su navi che solcavano gli oceani, fece il fattorino, imparò molte lingue, si dette al commercio, finì per arricchirsi.



Alla fine arrivò il momento in cui potè dedicarsi del tutto al suo sogno. Si lasciò guidare dai versi di Omero, nemmeno fosse una mappa del tesoro. E la trovò. Trovò la città che per tutti era solo leggenda.

Restituì luce. Restituì verità.

sabato 12 febbraio 2011

Siamo noi Omero, il poeta cieco

Lo diceva Victor Hugo:
Il mondo nasce, Omero canta. È l’uccello di questa aurora

Omero, dunque. O meglio, l’uomo che abbiamo imparato a chiamare Omero. L’antico greco che ci ha regalato i poemi con cui inizia la storia della nostra letteratura e forse della nostra bellezza. Il poeta cieco, che non aveva occhi per guardare, ma che proprio per questo sapeva guardare più lontano di chiunque altro e staccare dal suo silenzio parole che risuonavano a lungo nel cuore degli uomini.

Tutto questo è Omero: la grandezza dei versi dell’Iliade e dell’Odissea e, nel ricordo di molti di noi, il busto di un anziano dall’espressione saggia e solenne, e poi magari le traduzioni e gli studi dei tempi di scuola.

Penso spesso a lui, credo che si sia in diversi a farlo. Eppure, cosa si sa davvero di Omero?

Già nell’antichità si erano moltiplicate le biografie, le vite immaginarie, le leggende. E già allora non si contavano le città che si contendevano il vanto di avergli dato i natali, da Atene a Rodi, da Argo a Chio e Smirne. Città, per inciso, quasi tutte dell’Asia Minore, tanto per destarci il sospetto che la nostra poesia in effetti sia arrivata da lontano, dall’Oriente.

Qualcuno assicurava che Omero era nato pochi anni dopo la guerra di Troia, altri che era nato parecchio dopo. Anche sul significato del suo nome ci si accapigliava: discendeva da una parola con cui i greci si riferivano ai non vedenti o dalla parola che indicava, più misteriosamente, un ostaggio?

Ce n’è voluta per iniziare a convincersi che forse Omero non è mai esistito. Anzi, che non è mai esistito perché in realtà di Omero ce ne sono stati centinaia, migliaia.

Infiniti Omero prima di Omero che hanno raccontato di Achille e di Ettore, del re Agamennone e dell’astuto Ulisse. Infiniti poeti che hanno cantato nelle feste e nei banchetti, hanno improvvisato versi che poi sono passati di bocca in bocca, hanno tramandato la memoria delle gesta, delle imprese e delle miserie dei loro eroi.

Così la più grande poesia della nostra letteratura è nata dalla parola leggera, imprendibile, evanescente di tanti poeti senza volto e senza nome.

Ed è bello pensare a tutto questo e poi pensare ai nostri nonni e ai nostri bisnonni, alla nostra Toscana contadina dove si passava le sera a veglia alzandosi in piedi per una rima, per un’ottava improvvisata da chi non sapeva né leggere né scrivere. Credo che sia per questo che qualche tempo fa mi è venuto di scrivere Beatrice: un modo per provare a saldare qualche debito di gratitudine.

È bello pensare a tutto questo, perché permette a ognuno di noi di ritrovare il dono della parola. Perché aiuta ognuno di noi a sentirsi un po’ Omero.

Pensate, ognuno di noi come il grande poeta cieco.

martedì 4 gennaio 2011

Tra il fuoco e il ghiaccio, le saghe di Islanda

 Diceva il grande Jorge Luis Borges, che era argentino e con l'Islanda apparentemente non c'entrava nulla:

A partire dal dodicesimo secolo gli islandesi scoprono il romanzo, l'arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga

Solo apparentemente non c'entava nulla, è ovvio: perché a qualsiasi lingua appartengono i libri alla fin fine si ritrovano tutti nella stessa biblioteca, una biblioteca universale che non può non essere di tutti. Però è vero, questa cosa dell'Islanda si conosce poco.

Nemmeno io ho mai letto le saghe, e sì che anche in Italia ormai sono disponibili in diverse buone traduzioni. Sarà che le ho sempre classificate come una lettura da addetti ai lavori o da adepti di un folclore nordico che alla fine stanca. Con tutta la simpatia per i vichinghi e per le loro straordinarie navi con cui sfidavano i mari più gelidi.

Però che fascino, queste saghe, parola che di per se stessa fa vibrare sensazioni di lontananza, ma pure di intimità, come a evocare sere di neve e vento e racconti condivisi intorno a un fuoco.

Saga, in lingua norrena (l'antica lingua dei popoli della Scandinavia), significa proprio racconti. Da qualche parte ho letto che l'origine della parola richiamerebbe la figura di una dea misteriosa, della stessa stirpe di Odino e Thor, definita come "colei che vede".

Credo che mai o quasi mai si conoscano gli autori delle saghe. Molte notti, molte veglie, molte versioni passarono prima che qualcuno trovasse il modo di metterle per scritto. Ho letto anche che nell'islandese di oggi la parola "autore" richiama un'altra parola che significa "chi inizia una storia".

In fondo come per quell'altra "saga", che parlava di una guerra sotto le mura di Troia, solo che invece dei ghiacci e i vulcani di Islanda c'erano i lidi del Mediterraneo. I versi di Omero come le saghe dell'Islanda.

Vedere, raccontare, iniziare.

Appena posso me le vado a comprare le saghe, me le porto a casa per regalarmi un sogno del Nord.

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