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venerdì 20 marzo 2015

Quando dalle parole degli intellettuali discende il peggio

Quando le parole sono l'uovo del serpente: il crimine che fa la prova generale. Quando non è solo questione di idee, sballate come tante nella storia del pensiero. Quando le parole sono esse stesse crimine per cui non è possibile invocare libertà.

Tutto questo mi è venuto in mente leggendo Precursori dello sterminio (edizioni Ombre Corte), libro curato dagli storici Ernesto De Cristofaro e Carlo Saletti, intorno a un documento di due rispettabilissimi intellettuali della Germania di Weimar, un giurista e uno psichiatra. Era il 1920, Hitler era ancora un pittore fallito e rancoroso, nessuno si sarebbe mai potuto immaginare come sarebbe andata a finire, in questo paese uscito a pezzi dalla Grande Guerra.

Erano sostenitori dell'eugenetica, i due. Persone che si ponevano seriamente il problema della "degenerazione della razza" e dell'impoverimento genetico di un popolo. Discorsi che potevano far presa in una Germania che aveva visto morire al fronte la sua "meglio gioventù": perché ci si doveva far carico degli storpi e dei matti?

Poi sarebbe arrivato Hitler e quelle idee diventarono "buone pratiche": sterilizzazioni ed eutanasie, magari spacciate da "morte caritatevoli". Quindi altri "trattamenti" cominciarono a essere autorizzati: tutto nel rispetto delle regole, perché quello era un regime che sapeva darsi le regole e che quelle regole faceva rispettare.

Si arrivò al programma T4, per "disinfettare" la nazione ariana. E decine di migliaia di persone sparirono nelle cliniche. E per la prima volta si usarono i gas. Prove generali anche queste, di quello che sarebbe successo in terre più a est, con la guerra nazista.

Anni più tardi medici e scienziati si sarebbero difesi nei processi: erano solo idee; era un modo di manifestare pietà; in ogni caso non avevano fatto altro che obbedire agli ordini e stare dentro le procedure.

E dunque è un libretto da leggere, questo: un piccolo grande insegnamento su ciò che è e non è responsabilità.

lunedì 23 gennaio 2012

Auschwitz non è stato solo laggiù

Auschwitz, dunque, è stato non solo laggiù, nella campagna polacca sulla quale la cenere dei forni ha continuato a depositarsi per molto tempo dopo, ancora

Così scrive Elena Loewenthal in suo bellissimo articolo su Tuttolibri di questa settimana - L'Europa non volle vedere il treno per i Lager - un articolo che prima ancora che sul genocidio direi che è sulla responsabilità. Una responsabilità che è troppo facile scaricare addosso sugli aguzzini dei campi di concentramento, sorvolando su tutta la macchina dello sterminio che c'era prima, c'era intorno.

Se Auschwitz è il buco nero della nostra storia, dice Elena Loewenthal, quel buco nero è stato reso possibile anche dai tanti luoghi di mezzo della Shoah.

E forse non c'è niente di più eloquente, quanto a questo, dei treni che solcarono l'Europa, con i loro carichi di morte, anzi, di vita destinata alla morte. Treni in movimento sui binari di un continente, treni che si fermavano nelle stazioni, che sostavano anche a lungo, perché anche il viaggio della deportazione era già pena, raffinata crudeltà del gatto che gioca col topo e non ha fretta.

L'Europa si è fatta attraversare da questi treni come una pista di ghiaccio dove i pattini passano e lasciano una minuscola riga, che subito sparisce.

Sono un dito puntato, quei treni, una tragedia dell'inerzia, una disfatta della responsabilità che è troppo facile liquidare come polvere sotto un treno.

27 gennaio, Giornata della memoria: Auschwitz, certo, ma non dimentichiamo quei treni.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...