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martedì 10 dicembre 2013

Quando si comincia ad abitare la nostra lingua

 Io, gli dissi, non riuscirei mai a imparare l'arabo nel mondo in cui stai facendo tu con l'italiano.

Molte cose ci ha raccontato l'altro giorno Eraldo Affinati, nell'incontro organizzato dalla Fondazione Baracchi alla Villa Mausolea di Soci, in Casentino. Molte cose, per spiegarci come nelle sue pagine scrittura ed esperienza sono così strettamente intrecciate che non ci sarebbe scrittura senza esperienza. E che, anzi, la scrittura in realtà è l'unico modo per dare un senso all'esperienza. Mica solo per lui. Anche per i ragazzi che incontra ogni giorno nel suo lavoro di insegnante.

Perchè saranno i cosiddetti ragazzi difficili, magari arrivati in Italia da altri paesi, portandosi dietro altre culture e altre lingue. Eppure il futuro lo cominciano a costruire solo nel momento in cui abitano davvero anche la nostra lingua. Quando con questa lingua cominciano anche a raccontarsi.

Non so se tra le tante domande che avevo in testa di fargli c'era anche questa storia - oppure se c'è capitato lui, sull'onda di un'altra domanda. Ma è stato bello sentire Eraldo raccontare di una "promessa mantenuta", la storia del viaggio con Omar e Faris, due suoi allievi che, dopo anni di assenza, ha voluto riaccompagnare in Marocco.

Un viaggio raccontato nel suo La città dei ragazzi. Un viaggio, insieme a due specialisti della lontananza, che difficilmente ha uguali in tanta letteratura che pretende di portarci ai quattro angoli del mondo.

Con quante domande era partito: perché erano fuggiti dalla loro terra? Da cosa erano esattamente scappati? Chi erano i loro padri? E quante risposte, in un villaggio dimenticato del Marocco.

Quante parole, per raccontarsi e per raccontare a tutti noi.

mercoledì 2 maggio 2012

I luoghi più lontani, in quel lembo di Nord

Il ricordo è un vento freddo, incessante, che in estate increspa un mare colore del piombo e che di inverno spazza una distesa di ghiaccio.

Il ricordo è un lembo di terra sigillato nel silenzio, nella rarefazione degli affetti, nella sensazione che la vita è tutta qui, che non ci sia una seconda chance, una possibilità di fuga.

Però il ricordo sa essere anche sogno, intuizione di libertà, crampo di nostalgia.

E' un libro singolare, I luoghi più lontani di Per Petterson, norvegese che ambienta questa sua storia nell'estremità più settentrionale della Danimarca. Singolare soprattutto per le emozioni che ti fa scorrere dentro. Libro ruvido come carta vetrata, accogliente come il tepore di un camino.

Forse le stesse sensazioni che possono procurare certe terre settentrionali, dove la sottrazione delle cose e delle persone sa conquistare con ciò che è davvero essenziale.

Una donna spinge il suo ricordo fino all'adolescenza, in questo Nord che è vero Nord, senza tanti fronzoli, gelo, alcol, inni religiosi, solitudine. Lei, una ragazzina. E lui, il fratello, di qualche anno più grande, come un fiore nel deserto, con il suo carattere solare e ribelle.

Quanti sogni, nelle giornate dei due ragazzi, quante parole condivise e gelosamente serbate. Quanti luoghi che sono altri luoghi, mondi interi coltivati in questa lingua di terra.

Luoghi come sogni, in effetti, o sogni come luoghi. L'altrove di altre possibilità. Lei la Siberia, lui il Marocco. I luoghi più lontani, e allo stesso più vicini, perché non è mai una questione di geografia.

Poi la guerra, l'invasione nazista, la separazione, il cammino di una liberazione che non è solo liberazione da un nemico... e il ricordo che forse non è più quel vento freddo, che forse ora è il camino che riscalda.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...