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venerdì 5 giugno 2015

Quando in Cile anche un libro faceva paura


Questa mi mancava, lo scopro solo ora. Nel 1981 il Cile del dittatore Pinochet Don Quijote, nemmeno fosse un pericoloso pamphlet sovversivo.
non trovò niente di meglio che proibire il

Non so quali ragione spinsero a tanto. Forse fu la contagiosa possibilità di libertà che circola per quelle pagine. O peggio ancora,  fu l'inammissibile esempio di un uomo, tutt'altro cavaliere rispetto ai cavalieri nostrani, che coltivava i suoi sogni nella vita di ogni giorno. O anche l'altrettanto inammissibile idea che, nel dubbio, è sempre meglio tifare per chi parte lancia in resta contro i mulini a vento piuttosto che per chi getta la spugna.

Non lo e mi sa che nemmeno ho voglia di saperlo. La prendo come una bella misura dell'idiozia - ovviamente criminale - che sono capaci di manifestare i regimi militari.

Ha scritto Gian Luigi Beccaria sulla Stampa:

Borges diceva  che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri

Vero, verissimo. Ma mi va di guardarla anche in un altro modo: provo piacere al pensiero di questi dittatori, di questi eserciti armati fino ai denti, che si lasciano spaventare dalla carta. Come l'elefante con il topolino.

giovedì 24 ottobre 2013

Quando il dittatore proibì il Don Quijote

Questa mi mancava, lo scopro solo ora. Nel 1981 il Cile del dittatore Pinochet non trovò niente di meglio che proibire il Don Quijote, nemmeno fosse un pericoloso pamphlet sovversivo.

Non so quali ragione spinsero a tanto. Forse fu la contagiosa possibilità di libertà che circola per quelle pagine. O peggio ancora,  fu l'inammissibile esempio di un uomo, tutt'altro cavaliere rispetto ai cavalieri nostrani, che coltivava i suoi sogni nella vita di ogni giorno. O anche l'altrettanto inammissibile idea che, nel dubbio, è http://www.blogger.com/blogger.g?blogID=233193699762548709#editor/target=post;postID=2365600871977561500sempre meglio tifare per chi parte lancia in resta contro i mulini a vento piuttosto che per chi getta la spugna.

Non lo e mi sa che nemmeno ho voglia di saperlo. La prendo come una bella misura dell'idiozia - ovviamente criminale - che sono capaci di manifestare i regimi militari.

Cito da Gian Luigi Beccaria sulla Stampa:

Borges diceva  che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri

Vero, verissimo. Ma mi va di guardarla anche in un altro modo: provo piacere al pensiero di questi dittatori, di questi eserciti armati fino ai denti, che si lasciano spaventare dalla carta. Come l'elefante con il topolino.


giovedì 6 giugno 2013

Il dittatore che aveva paura del Don Quijote

Questa mi mancava, lo scopro solo ora. Nel 1981 il Cile del dittatore Pinochet non trovò niente di meglio che proibire il Don Quijote, nemmeno fosse un pericoloso pamphlet sovversivo.

Non so quali ragione spinsero a tanto. Forse fu la contagiosa possibilità di libertà che circola per quelle pagine. O peggio ancora,  fu l'inammissibile esempio di un uomo, tutt'altro cavaliere rispetto ai cavalieri nostrani, che coltivava i suoi sogni nella vita di ogni giorno. O anche l'altrettanto inammissibile idea che, nel dubbio, è sempre meglio tifare per chi parte lancia in resta contro i mulini a vento piuttosto che per chi getta la spugna.

Non lo e mi sa che nemmeno ho voglia di saperlo. La prendo come una bella misura dell'idiozia - ovviamente criminale - che sono capaci di manifestare i regimi militari.

Cito da Gian Luigi Beccaria sulla Stampa:

Borges diceva  che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri

Vero, verissimo. Ma mi va di guardarla anche in un altro modo: provo piacere al pensiero di questi dittatori, di questi eserciti armati fino ai denti, che si lasciano spaventare dalla carta. Come l'elefante con il topolino.

mercoledì 5 settembre 2012

Quel viaggio aveva il marchio indelebile dei commiati. Ovunque ci dirigessimo, sempre al sud del 42° parallelo, la gente ci diceva che tutto stava cambiando molto in fretta, e non in meglio. Se negli anni Settanta scomparivano le persone ingoiate dalla macchina dell'orrore, in quei giorni scomparivano cose che fino ad allora erano sempre naturalmente esistite, come parte indiscutibile della vita.

E' facile convincersi che in Patagonia niente possa cambiare. E' facile, se guardi il suo cielo stellato, se macini gli infiniti chilometri delle sue distese, se semplicemente ti abbandoni al vento che non cessa un attimo, vento che passa, vento che dura più delle rocce.

E' facile, però succede che un giorno, bevendo mate a Parigi, uno scrittore come Luis Sepulveda e un fotografo come Daniel Mordinski concepiscano un viaggio in Patagonia. Scenderanno l'Argentina fino a Capo Horn, risaliranno il Cile fino all'Isola Grande di Chiloè. Tremilacinquecento chilometri, più o meno, da cui distillare un libro come un atto di amore.

Poi per anni quell'idea - il libro, non il viaggio - rimane lì, come sprofondata in un sonno che è meglio non disturbare. I libri sono davvero bestie molto strane, imprevedibili, non li puoi forzare, devi attendere che si sveglino da soli.

E quando il momento arriva, il libro è già diventata un'altra cosa. La Patagonia è cambiata, non è più quella di Bruce Chatwin o di Francisco Coloane, si respira un'aura di inesorabilmente perduto.

E queste pagine sono allora un inventario delle perdite, un prezzo esoso pagato al tempo, l'ennesima domanda che insegue il verso di Kavafis:

E ora che faremo senza i Barbari?

giovedì 1 settembre 2011

Tito e Don Patagonia, cacciatori di ombre

C'è una frase che ci arriva dall'antica saggezza greca, per diventare un titolo di Antonio Tabucchi ma anche la chiave di lettura dell'ultimo bellissimo libro del mio amico Tito Barbini (Il cacciatore di ombre, Vallecchi, collana Off the Road)

Inseguendo l'ombra il tempo invecchia in fretta

E questo è davvero un libro in cui si insegue un'ombra per trovare molte ombre, popoli di ombre. Un libro che in questo inseguimento si impasta di tempo, si fa tempo, si preoccupa del tempo. Senza che in questo modo, necessariamente, il tempo debba invecchiare in fretta. Anzi, mi sa che è solo così, facendo in modo che il viaggio non sia solo distanza, ma anche profondità (e quindi tempo), che il tempo si rinnova e torna a farci compagnia.

Ho cominciato, in questo modo. Ma forse avrei dovuto dire subito che Tito questa volta ha spiazzato anche me. Spiazzerà anche voi, se grazie alle sue pagine vi siete fatti portare tra i ghiacciai della Terra del Fuoco o se con lui avete attraversato le distese dell'Antardide o risalito le correnti del Mekong.

Mi ha spiazzato, perché nel momento stesso in cui ci racconta un viaggio autentico -  e si respira la sua stessa aria, si sente la sua stessa fatica  - Tito riesce a sovvertire convenzioni, luoghi comuni, dati di fatto troppo scontati per non diventare prigione.

Insegue un'ombra, Tito, l'ombra di un uomo straordinario, Alberto Maria De Agostini (per inciso, il fratello del De Agostini sulle cui carte abbiamo tutti studiato e sognato), geografo, alpinista, fotografo, esploratore (uno degli ultimi grandi esploratori della nostra storia), missionario controcorrente, testimone del genocidio degli ultimi indios dell'America australe (altre ombre...). Un uomo che in Italia ci siamo troppo facilmente dimenticati, sarà perché pone qualche domanda imbarazzante, sarà che troppo spesso ci fa fatica guardare oltre il risaputo. In Argentina e in Cile, no, De Agostini è Don Patagonia, un mito, un monumento, un chiaro ricordo.

Ma non è questo, ovviamente, a spiazzare. Tito non cerca la biografia, ma il viaggio. E non il viaggio sulle orme di chi è già passato. Il viaggio in compagnia.


Non ho mai provato a definire in modo preciso le ragioni per cui mi sono messo a viaggiare con De Agostini, anche perché mi sembrava che fosse naturale. Succede che quando incontri per la prima volta alcune persone ti sembra di conoscerle da sempre.
Comunque uno dei motivi è di sicuro che con lui potevo andarmene via, puntare altrove

Viaggiano insieme, Tito e Don Alberto. L'ex militante comunista e il missionario cattolico. L'uomo che ci è contemporaneo e l'uomo a cavallo dell'Otto e del Novecento. Il vivo e il morto. I due vivi, anzi. I due cacciatori di ombre.

martedì 21 giugno 2011

Il dittatore che si lasciò spaventare da un libro

Questa mi mancava, lo scopro solo ora. Nel 1981 il Cile del dittatore Pinochet non trovò niente di meglio che proibire il Don Quijote, nemmeno fosse un pericoloso pamphlet sovversivo.

Non so quali ragione spinsero a tanto. Forse fu la contagiosa possibilità di libertà che circola per quelle pagine. O peggio ancora,  fu l'inammissibile esempio di un uomo, tutt'altro cavaliere rispetto ai cavalieri nostrani, che coltivava i suoi sogni nella vita di ogni giorno. O anche l'altrettanto inammissibile idea che, nel dubbio, è sempre meglio tifare per chi parte lancia in resta contro i mulini a vento piuttosto che per chi getta la spugna.

Non lo e mi sa che nemmeno ho voglia di saperlo. La prendo come una bella misura dell'idiozia - ovviamente criminale - che sono capaci di manifestare i regimi militari.

Cito da Gian Luigi Beccaria sulla Stampa:

Borges diceva  che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri

Vero, verissimo. Ma mi va di guardarla anche in un altro modo: provo piacere al pensiero di questi dittatori, di questi eserciti armati fino ai denti, che si lasciano spaventare dalla carta. Come l'elefante con il topolino.


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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...