Visualizzazione post con etichetta Margaret Atwood. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Margaret Atwood. Mostra tutti i post

sabato 7 dicembre 2013

Un grande poeta è la meno poetica delle creature





Se aveste comprato il pacchetto completo del genio romantico - o la sua versione successiva, il supremo esteta, per il quale la vita stessa doveva essere una meravigliosa composizione - avreste avvertito con molta probabilità la pressante esigenza di un doppio: qualcuno che potesse recitare le parti più esaltate mentre voi russavate a bocca aperta.


O viceversa, qualcuno che russasse mentre scrivevate la poesia.

"Un grande poeta, un poeta davvero grande, è la meno poetica delle creature", dice Lord Henry Wotton nel Ritratto di Dorian Gray, sgonfiando l'idea romantica del Grande Poeta col portarla alla sua conclusione logica; e la conclusione logica è che se la poesia è espressione di sé e un grande poeta mette nella sua opera tutto ciò che di buono è dentro di sé, non ne resta molto per la sua vita.

(Margaret Atwood, Negoziando con le ombre, Ponte alle Grazie)

sabato 30 novembre 2013

Leggere è come interpretare uno spartito

Un libro può sopravvivere al suo autore, e anch'esso si muove, e si può anche dire che cambi, ma non allo stesso modo della narrazione orale. Cambia il modo in cui lo si legge.

Come hanno sottolineato molti critici, le opere letterarie sono ricreate da ciascuna generazione di lettori, che le rinnovano trovando in esse nuovi significati. Così il testo stampato di un libro è come una partitura musicale, che non è in sè musica, ma diventa musica quando è suonata - o "interpretata", come diciamo - da musicisti.

L'atto di leggere un testo è come suonare musica e ascoltarla allo stesso tempo, e il lettore diventa anche l'interprete.

(Margaret Atwood, Negoziando con le ombre, Ponte alle Grazie)

sabato 21 gennaio 2012

Tanto di cappello alla signora Atwood

Mi sono avvicinato a Negoziando con le ombre di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie) con circospezione, anzi, diciamolo pure, con la diffidenza di chi teme un libro per addetti ai lavori - roba da chi esercita il mestiere o la passione della critica.

Lo sapevo, lo avevo letto su qualche giornale: non si trattava di lezioni, per di più pronunciate da un podio importante? Cosa avrei dovuto aspettarmi, se non ragionamenti coriacei e magari anche paludati?

E magari c'era pure da temere l'operazione commerciale, l'occasione colta al volto dall'editore che intende sfruttare la notorietà di un'autrice fortunata.

Poi entri in quelle pagine ed è un momento farsi catturare.

Perchè qui c'è grande, raffinata cultura, senza pedanteria. C'è un discorso che si fa alto e coinvolgente, capace di dirti molto sul dono della parola e su quelle ombre che accompagnano sempre l'avventura di chi si sfida con la scrittura... Una sorpresa, una bella sorpresa, nel grande mare dell'editoria.

martedì 12 luglio 2011

Pagina bianca, i dieci consigli di Margaret Atwood

Non so se ne abbiate mai sofferto e se, in ogni caso, per voi è un problema. Non so se avete altre strategie per sconfiggere la sindrome del foglio bianco. Però mi piace il decalogo contro il cosiddetto blocco dello scrittore che ci dona Margaret Atwood, una delle più grandi scrittrici viventi (ma evidentemente anche una persona che di tanto in tanto ha sofferto di questo blocco, come tutti del resto). 

Ve lo ripropongo con una netta predilezione per il consiglio sulla cioccolata e con molta curiosità per il modo con cui ognuno di voi esorcizza la paura della pagina bianca.


In molti continuano a chiedermi consigli circa il “blocco dello scrittore”. Ecco alcuni suggerimenti, un decalogo di pronto intervento.

1. Uscite a fare una passeggiata, fate il bucato, o mettetevi a stirare, o piantate dei chiodi. Andate a fare una nuotata in piscina, fate uno sport, qualunque cosa che richieda concentrazione e comporti una ripetuta attività fisica. Al limite: fate una bella doccia, o un bel bagno.

2. Prendete in mano il libro che rimandavate da tempo.

3. Scrivete, ma in qualche altra forma: anche una lettera, o una pagina di diario, o la lista della spesa. Lasciate che quelle parole fluiscano attraverso le vostre dita.

4. Formulate con precisione il vostro problema, e quindi andatevene a dormire. Il mattino dopo potreste avere la risposta.

5. Mangiate del cioccolato. Non troppo. Deve essere scuro (almeno il 60% o più di cacao), organico, biologico.

6. Se state scrivendo fiction: cambiate il tempo verbale (dal passato al presente, o viceversa).

7. Cambiate la persona (prima, seconda, terza).

8. Cambiate il genere (maschile/femminile).

9. Pensate al vostro libro in progress come a un labirinto. Avete incontrato un muro. Tornate al punto dove avete sbagliato direzione e ripartite da lì.

10. Non siate arrabbiati con voi stessi. Fatevi, anzi, un piccolo regalo di incoraggiamento.

Se nessuno di questi consigli fa effetto o funziona, mettete il libro in un cassetto. Potrete sempre tornarci su più avanti. E iniziate qualcosa d’altro.

martedì 23 novembre 2010

Da qualche parte verso la fine, con Diana

Sono stati scritti libri su libri sulla giovinezza, e ancora di più sulle complesse e ardue esperienze legate alla procreazione, ma non c'è un granché sull'invecchiamento. E visto che ho ormai imboccato da un po' quella strada, (...) mi sono detta: "Perché non provarci?" E quindi ecco, ci provo

Ci ha provato, Diana Athill, straordinaria editor che per oltre mezzo secolo ha lavorato per regalarci le pagine dei grandissimi della letteratura mondiale (Philip Roth, John Updike, Mordecai Richeler, V. S. Naipul, Margaret Atwood.... può bastare?). Ci ha provato ed è venuto fuori questo piccolo grande gioiello, che a me incanta già dal titolo: Da qualche parte verso la fine (Bur).


Diana Athill ha ormai da tempo varcato la bella soglia dei 90 anni, può permettersi di guardarsi indietro e raccontare la sua vita per intero. Ma in realtà non è questo che fa, questo libro non ci squaderna la sua carriera, non indugia più di tanto su incontri con personaggi famosi e su storie personali. Questo libro ha per argomento la vecchiaia, la sua vecchiaia. Raccontata senza piangersi addosso, ma anche senza tanta retorica sulla saggezza dell'età.


Quando si comincia ad accusare l'età è consolante stare con qualcuno che ha i tuoi stessi acciacchi, dice Diana Athill, ma in realtà è come se avesse invitato tutti noi nel salotto di casa, avesse preparato il tè e ora, con molto garbo, avesse iniziato a intrattenerci con le sue parole.

E non ci risparmia niente, questa bella signora. E dunque eccomi qui, nella vecchiaia inoltrata, diretta verso la mia fine inevitabile.... E non c'è nemmeno il conforto della religione, la realtà è nuda e cruda. C'è piuttosto un corpo che ogni giorno perde qualcosa, c'è una vita che si dirada di possibilità, c'è il rimpianto sempre in agguato.

Eppure, eppure, c'è anche il sorriso. C'è la forza di guardare in faccia le cose e poi di viversele. Gustandosi fino in fondo tutto quello che c'è da gustarsi.


Non sono sicura che scavare nel passato in cerca di peccati sia un'occupazione utile per chi è molto anziano, considerato che ormai si può fare ben poco per porvi rimedio. Ho raggiunto una fase in cui si spera di essere perdonati per la concentrazione esclusiva con cui ci si dedica a vivere il presente

E che grande lezione di vita.

domenica 13 giugno 2010

La signora dei libri e l'arte della vecchiaia



Un'autrice che mi dispiace di non aver avuto mai modo di conoscere e un libro, scritto da una signora di 93 anni, che mi riprometto di fare mio quanto prima.

Beh, su di me ha avuto davvero un buon effetto il titolo presentato sulla Repubblica di ieri da Leonetta Bentivoglio. Pensare che spesso solo alla parola "recensione" ci si tira indietro: più o meno sensatamente, credo. E invece quell'articolone su doppia pagina mi ha permesso di prendere confidenza con Diana Athill, inglesissima signora del libro nata, pensate, nel 1917 (l'anno di Lenin e di Caporetto), donna che ha attraversato il secolo con il suo lavoro di editor (ha lavorato tra gli altri con Philip Roth, Norman Mailer, Mordecai Richler, Margaret Atwood, Simone de Beauvoir, può bastare?).

Leggo che oggi Diana Athill si è ritirata in una casa di riposo piena di splendidi amici, così dice lei; che è un po' sorda e che cammina con un bastone. Ma evidentemente ha ancora molto da dirci e lo fa con un libro, Da che parte verso la fine, che la Bentivoglio racconta così:

Lei, che dopo i settant'anni ha cominciato a firmare saggi e critiche letterarie, riferisce di averlo scritto, già ultranovantenne, su precisa indicazione dell'editore. "Mi disse che avrebbe voluto leggere qualcosa sull'essere vecchi". Da quell'impulso è fiorito questo volumetto che è un po' autobiografia, un po' collage di prospettive esistenzialie un po' raccolta di riflessioni sul momenti dell'addio. Un testamento che si lascia assaporare come un piccolo-grande viaggio capace d'illuminare la giornata a chi lo sta leggendo e d'inculcargli la voglia di regalarlo alle ersone a cui vuole bene...

Come un bel regalo è quello che ci fa Diana, con la sua arte della vecchiaia.

Diana è diversa. Lieta dell'essere, del non rammaricarsi, del non cavillare, del non invidiare, del godere in pieno di se stesso, per questo va ringraziata.

giovedì 20 maggio 2010

Le ombre di Margaret Atwood


Ti avvicini a queste pagine con circospezione, anzi, diciamolo pure, con la diffidenza di chi teme un libro per addetti ai lavori - roba da chi esercita il mestiere o la passione della critica: e in fondo si tratta sempre di lezioni, pronunciate da un podio importante.

Magari temi anche l'operazione commerciale, l'occasione colta al volto dall'editore che intende sfruttare la notorietà di un'autrice fortunata.

Poi entri in quelle pagine e fai presto a esserne catturato. Perchè in Negoziando con le ombre di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie)c'è grande, raffinata cultura, senza pedanteria.

C'è un discorso che si fa alto e coinvolgente, capace di dirti molto sul dono della parola e su quelle ombre che accompagnano sempre l'avventura di chi si sfida con la scrittura...

Perché dice, la Atwood: Forse, allora, scrivere ha a che fare con il buio, e un desiderio o forse una compulsione a entrare nel buio e, con un po' di fortuna, illuminarlo, e riportare qualcosa alla luce. Questo libro riguarda quel genere di buio, e quel genere di desiderio.

Ps: e per dire, ci sarebbe da fondere le meningi, ripensando alla convinzione che è anche ragione del titolo di questo libro: Non solo alcuni, ma tutti gli scritti di narrativa, e forse tutti gli scritti in generale, sotto sotto trovano la loro motivazione nella paura e nella suggestione che la mortalità suscita in noi

venerdì 30 aprile 2010

Che cosa fa di chi scrive uno scrittore?


Dice Margaret Atwood nel suo splendido Negoziando con le ombre:

C'è una caratteristica che distingue lo scrivere dal maggior numero delle altre arti: la sua apparente democrazia, intendendo con questo che quasi chiunque può servirsene come mezzo d'espressione

Verissimo, scrivere è un'attività decisamente diffusa. Soprattutto in un paese come il nostro dove in effetti mi pare che si scrive assai di più di quanto in effetti si legga.

Ma questa apparente democrazia qualche domanda la pone. E io per un pezzetto ho indugiato su quella pagina dell'Atwood a chiedermi semplicemente questo (si vede che avevo tempo): che cosa fa di chi scrive uno scrittore? Che cosa lo rende un ruolo socialmente riconosciuto?

Il successo? Non direi
Il fatto di aver pubblicato? Meno ancora.
La bravura? Discutibile
La vita che precede quel libro, magari un'infanzia alimentata dalla solitudine e dalle letture? Ugualmente discutibile.

In realtà non so darmi davvero una risposta - mi piacerebbe che anche voi provaste a darne qualcuna - però mi piace quella che prova a suggerirci la stessa Atwood:

La maggior parte delle persone è segretamente convinta di avere un libro dentro di sè, che scriverebbe se solo riuscissero a trovare il tempo di farlo. E c'è del vero in questa idea. Molti hanno davvero un libro dentro di sé: cioé, hanno fatto un'esperienza che altre persone potrebbero desiderare di leggere in un libro. Ma non è la stessa cosa di 'essere uno scrittore'.
O per dirla in nun modo più sinistro: chiunque può scavare una fossa in un cimitero, ma non tutti sono becchini. Quest'ultimo ruolo richiede molta più resistenza e perserveranza


Resistenza e perseveranza, perché no?

sabato 24 aprile 2010

Quando lo scrittore è l'oca del paté


Sto tornando a leggere, anzi a centellinare come si fa con qualcosa che ci piace davvero molto, Negoziando con le ombre, straordinario libro con cui Margaret Atwood non si limita a raccontare la sua storia di scrittrice, il suo mondo narrativo, cosa interessante ma fino a un certo punto. Piuttosto ci prende per mano e ci porta oltre, verso i territori della lettura e della scrittura, per cercare di capire qual è la ragione per cui i libri entrano, e meno male, nella nostra vita.

Infiniti gli spunti e vi assicuro che ben presto le pagine di Margaret si tradurranno anche in qualche altra riflessione su questo blog. Una però voglio condividerla subito con voi. Ed è il rapporto tra l'opera e la vita dell'autore.

Tema vasto, vabbene, ma che Negoziando con le ombre affronta soprattutto dal punto di vista del lettore: quel genere di lettore che, innamorato dell'opera, va alla ricerca dell'autore, dell'autore come è davvero nella vita. Io sono tra questi: degli scrittori che per me contano cerco anche la biografia.

Domanda della Atwood:

Qual è la relazione tra le due "entità" che fondiamo in un unico nome, quello di "scrittore"? Quel particolare scrittore. Per "due", intendo la persona che esiste quando non scrive affatto - la persona che porta a spasso il cane, mangia crusca in nome della regolarità, fa lavare la macchina e così via - e quell'altro personaggio, più ombroso e nel complesso più equivoco, che condivide lo stesso corpo e che, quando nessuno guarda, se ne impadronisce e lo usa per cominciare a scrivere.

Bello: detto bene.

Subito dopo la nostra scrittrice ci dice dell'aforisma che tiene in bella evidenza, sulla bacheca del suo studio:

Voler conoscere un autore perché amate le sue opere è come voler conoscere un'oca perché vi piace il patè.


C'è del vero.

martedì 30 marzo 2010

Margaret Atwood e il blocco dello scrittore


Solo oggi mi sono imbattuto nel decalogo contro il "blocco dello scrittore" che ci propone Margaret Atwood, una delle più grandi scrittrici viventi (ma evidentemente anche una persona che di tanto in tanto ha sofferto di questo blocco, come tutti del resto). Ve lo ripropongo con una netta predilezione per il consiglio sulla cioccolata e con molta curiosità per il modo con cui ognuno di voi esorcizza la paura della pagina bianca.


In molti continuano a chiedermi consigli circa il “blocco dello scrittore”. Ecco alcuni suggerimenti, un decalogo di pronto intervento.

1. Uscite a fare una passeggiata, fate il bucato, o mettetevi a stirare, o piantate dei chiodi. Andate a fare una nuotata in piscina, fate uno sport, qualunque cosa che richieda concentrazione e comporti una ripetuta attività fisica. Al limite: fate una bella doccia, o un bel bagno.

2. Prendete in mano il libro che rimandavate da tempo.

3. Scrivete, ma in qualche altra forma: anche una lettera, o una pagina di diario, o la lista della spesa. Lasciate che quelle parole fluiscano attraverso le vostre dita.

4. Formulate con precisione il vostro problema, e quindi andatevene a dormire. Il mattino dopo potreste avere la risposta.

5. Mangiate del cioccolato. Non troppo. Deve essere scuro (almeno il 60% o più di cacao), organico, biologico.

6. Se state scrivendo fiction: cambiate il tempo verbale (dal passato al presente, o viceversa).

7. Cambiate la persona (prima, seconda, terza).

8. Cambiate il genere (maschile/femminile).

9. Pensate al vostro libro in progress come a un labirinto. Avete incontrato un muro. Tornate al punto dove avete sbagliato direzione e ripartite da lì.

10. Non siate arrabbiati con voi stessi. Fatevi, anzi, un piccolo regalo di incoraggiamento.

Se nessuno di questi consigli fa effetto o funziona, mettete il libro in un cassetto. Potrete sempre tornarci su più avanti. E iniziate qualcosa d’altro.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...