lunedì 12 aprile 2021

Io, altrove: i viaggi per raccontare la vita

 


In fondo tutta la nostra vita potrebbe essere raccontata attraverso i viaggi: il primo viaggio da bambini, il viaggio della maturità, la prima volta in un altro continente...

Questa è la consapevolezza che guida l'ultimo libro di Andrea Bocconi, bello e pregnante già nel titolo - Io, altrove (Ediciclo editore) - che allo stesso tempo suona come una dichiarazione di amore, una scelta di vita e il verso di una poesia. Andrea mette a frutto la sua lunga esperienza, non solo di viaggiatore e di scrittore, ma anche di psicoterapeuta e docente di lungo corso alla Scuola del Viaggio. E più che mai riesce a tener bene insieme questi suoi percorsi, in una trama comune di interessi, passioni, riflessioni: c'è tutto lui, in queste pagine che si possono leggere in molti modi, allo stesso tempo autobiografia e manuale, riflessione sul viaggio e sulla scrittura, forse anche terapia.

E se proprio il viaggio fosse il filo giusto da dipanare, per raccontare la nostra vita? In fondo buona parte dei nostri ricordi è legata proprio a quest'esperienza. Spesso si tratta proprio dei ricordi più vividi, a dispetto del tempo che passa: ovvio, visto che nel viaggio si accetta la scommessa dello spaesamento e diamo un altro ritmo, un altro senso alle nostre giornate. 

E spesso è proprio cercando l'altrove che diventiamo qualcosa di diverso, come se oltrepassassimo confini interiori senza barriere e controllo documenti. Capita che solo la parola - la parola scritta - ce ne renda consapevoli.

E allora ecco Andrea, che ci accompagna nella sua vita perché anche noi si entri meglio nella nostra. Cosa intendiamo per casa? (domanda affatto scontata)? Qual è il primo viaggio che ricordiamo? Chi ci ha portato o con chi siamo andati? (concetti assai diversi) Quale posto hai sentito come un luogo dell'anima? (non è detto che ci si sia mai arrivati) C'è stato un viaggio che è stato come varcare la linea d'ombra dell'età adulta? (ci sto pensando) Cos'è il viaggio dal punto di vista del ritorno? (su questo sto scrivendo un libro) E degli amori da vacanza che hai da dire? (punto dolente, a cui mi sottraggo).

Con tanto di esercizi, uno dei quali  mi sta particolarmente a cuore. Scrivete di una città dove non siete mai stati, suggerisce Andrea. Poi andateci e osservate se la realtà è all'altezza del vostro racconto. Se qualcosa non torna, modificate la città, non lo scritto.

In effetti qualcosa di più di un esercizio. Piuttosto una pratica di vita, una visione di altrove, non meno autentico

 



martedì 6 aprile 2021

Cosa abbiamo perso perdendo l'arte delle lettere

 


Le lettere, dice Simon Garfield, hanno il potere di donarci una vita più grande. E non è cosa che dice tanto per dire. All'affermazione, piuttosto impegnativa, fa seguire un intero libro, generoso per pagine, storie, personaggi. Un libro in cui ci si tuffa per sentirsi subito a proprio agio, senza la minima intenzione di uscirne. 

 L'arte perduta di scrivere le lettere (Tea) non è solo una storia ambiziosa, che corre attraverso i secoli e i millenni, dagli antichi romani inchiodati nelle nebbie di Britannia fino ai nostri tempi. E' intensa riflessione sui motivi che hanno spinto (e spingono?) gli uomini a scrivere lettere e su ciò che da esse possiamo ricavare. E' galleria di capolavori, nella consapevolezza che siamo davvero di fronte a un'arte, praticata anche da persone che scrittori non si sono mai considerati. E' racconto di come quest'arte è andata di pari passo con lo sviluppo dei servizi postali, di ciò che hanno prodotto invenzioni che oggi ci stiamo lasciando disinvoltamente alle spalle, tipo i francobolli e le buche delle lettere. E del  modo in cui tutto questo è entrato nella vita quotidiana e ha addirittura plasmato intere comunità, legate dalle reti della corrispondenza e delle consegne a domicilio, più che da tanti fatti eclatanti.

In questa cavalcata si incontrano un'infinità di grandi della letteratura, alcuni bravi nelle lettere, altri sorprendemente no... Si scoprono gli insospettabili epistolari di gente come Charles Monroe Schulz, il babbo di Charlie Brown. Si inseguono episodi curiosi come le suffragette che si facevano recapitare - debitamente affrancate - al numero 10 di Downing Street, perché il regolamento postale così consentiva.

Soprattutto un libro malinconico, elegia di un'arte perduta, appunto,  ora che le lettere sono diventate obsolete, travolte da tecnologie che puntano sulla velocità e cancellano i supporti di carta. Tutto più facile, certo. Ma poi cosa rimane davvero?

Mi chiedo se non sia anche un libro sulla gentilezza, si domanda l'autore. E io con lui, consapevole di tutto ciò che riusciamo a spacciare su Facebook e Whatsapp.


 

venerdì 2 aprile 2021

Un libro, dieci libri, un'infinità di libri


È un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l'inizio di dieci romanzi d'autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro.


E' lo stesso Italo Calvino, in un'intervista, a introdurci in uno dei suoi libri più complessi e affascinanti, Se una notte d'inverno un viaggiatore. Libro che, colpevolmente, ho lasciato per anni a stagionare su uno scaffale della mia libreria. Ma che appunto, è ben stagionato: non come tante altre opere che con il tempo perdono il loro appeal e forse anche il loro senso.

Per dire, sono pagine che hanno retto benissimo alla definitiva liquidazione di un certo clima politico, sociale e culturale. E che forse proprio oggi, nella grande confusione dei ruoli e dei linguaggi, acquistano ulteriori significati.

Impossibile raccontare questo libro, che contiene almeno altri dieci libri, che sono libri possibili e quindi libri veri, più un undicesimo, che non è solo la cornice, ma piuttosto la chiave. E che chiave: così importante da aprire la porta che ci permetterà di sbirciare nei misteri della creazione letteraria, del rapporto tra l'opera e il suo autore e del libro con il suo lettore.

Come dire che ogni libro appartiene più al fiume di parole che lo fanno che a chi lo firma. Che ogni libro è in realtà il libro del suo lettore e che per ogni libro ci sono tanti libri come i suoi lettori. E dunque, comincia così:

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo"Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto....

domenica 21 marzo 2021

Sorpresa, dici entomologia, intendi poesia

 


Non vado a caccia d'insetti come una creatura superiore che dall'alto allunga la sua mano, bensì sprofondo in un abisso esposto all'incontro con l'imprevisto, l'atteso, la sospensione del sapere in un limbo d'incredulità.

Dici entomologia e la prima cosa che viene in mente, se non sei nella ristretta cerchia dei cultori, è una disciplina impastata di noia, senza sussulti. Esamini, ordini, classifichi, pare una burocrazia della scienza. In fondo non sai dire nemmeno perché: a cosa servono quelle collezioni di insetti, quegli avanzi di vita conservati in barattoli o trafitti da spilli? 

Poi ti capita in mano un libro come questo, Memorie dal sottobosco di Tommaso Lisa, sottotitolo che tra l'altro fa suonare un campanello di allarme: un coleottero dei funghi. Attenzione, non sarà mica una trattazione da bollettino per specialisti? 

Ma no, prima di tutto esce per Exòrma, che con i suoi Scritti Traversi raro deluda, piuttosto ci regala sguardi obliqui sulle pieghe del pianeta, linguaggi fuori dal consueto. Tommaso Lisa, scopri, coltiva l'entomologia fin da ragazzino e crescendo non pare aver perso una briciola di quella passione. E' dottore di ricerca in lettere, si occupa di poesia, ha scritto su Eugenio Montale, Edoardo Sanguineti, Valerio Magrelli

Attacchi il libro e, sorpresa, ti viene incontro Ludwig Wittgenstein, il suo esperimento col coleottero chiuso nella scatola che in realtà è un esperimento sul modo con cui proviamo a definire il mondo adoperando il bisturi delle parole. 

Sarà che tra entomologia e poesia c'è qualcosa in comune, qualcosa che nella sospensione di questo debutto di primavera mi viene da chiamare affinità elettiva? Sarà che l'una e l'altra in fondo maneggiano il bisogno di bellezza?

Comunque in questo libro mi ci sono tuffato dentro, sfidando nomenclature, descrizioni, procedure della scienza che non sono mie -o forse sì, forse ora un po' di più. 

Mi ci sono tuffato dentro e mi sono lasciato accompagnare da quel ragazzino che tra le dune della spiaggia o tra i tronchi marciti di un bosco cercava il suo coleottero

E in questo modo mi sono lasciato tentare da nuove letture - perché queste pagine tessono fili che si fanno rete: titoli che mi mancano come Cacce sottili di Ernst Junger, titoli a cui vorrei tornare come il meraviglioso Inventario della casa di campagna di Piero Calamandrei. Senza dimenticare libri che mi hanno già dischiuso il senso di una passione che non avevo mai molto considerato: L'arte di collezionare mosche, per esempio, di Fredrik Sjoberg con i suoi sirfidi e la sua isoletta svedese da massima invidia. 

Poi, verso la fine, una sorpresa che mi riguarda. Ecco che spunta anche Enrica Calabresi, l'entomologa di cui tanti anni fa ho raccontato la vita. Non perché entomologa - questo almeno all'inizio rappresentava una circostanza marginale - ma perché donna cancellata dalla persecuzione nazista

Mi aveva toccato la sua storia di scienziata che aveva trascorso la vita a classificare - cioè a nominare - gli esseri viventi, per poi essere lei stessa cancellata persino nel nome. Avevo capito meno la passione che - proprio come entomologa - l'aveva animata anche nei momenti più duri. 

Ora, attraverso il libro di Tommaso, mi pare di comprendere qualcosa di più. E questo qualcosa ha davvero a che vedere, con la bellezza, con la poesia, soprattutto con la tenacia della vita che resiste, insiste, della vita che è formicolio, riproduzione, futuro, malgrado tutto.

 Lezione anche per oggi, anche per questi tempi così faticosi. 



sabato 13 marzo 2021

Enea, l'uomo che resiste al tempo della pandemia


La verità è che questo libro non volevo scriverlo. Su Virgilio, avrei preferito continuare ad avere le idee confuse e oscillanti, incerta se la sua poesia mi piacesse oppure mi annoiasse a morte.

Così, proprio nelle prime righe de La lezione d'Enea (Laterza), Andrea Marcolongo si confessa ai suoi lettori: e questa, certo, non è una di quelle cose che capita di scrivere, magari per mettere le mani avanti, magari per cercarsi un alibi. Avesse prevalso quella volontà non avremmo solo perso un bel libro, capace di ricomporre cultura classico e visioni contemporanee. Peggio ancora, avremmo avuto triste conferma della prelvalenza di certi tipi di eroi e di miti su altri, cartolina tornasole di una costante predisposizione a privilegiare i forti e i vittoriosi. Guai ai vinti, come sempre. 

Perché è questo che succede - anzi, ci succede - con l'Eneide, con Enea, con Virgilio. Obbligati a studiare tutto questo a scuola - in ore da sbadiglio consegnate all'epica (e anche su questo termine ci sarebbe da dire), quindi pronti all'amnesia, alla rimozione, al gesto di fastidio a ogni involontario ritorno a galla. Volete mettere con Omero? 

Così è: l'Eneide si fa a scuola e si dimentica nella vita. Gli eroi sono Achille e Ulisse, non Enea, con quel nome che forse stava bene a un contadino di una volta. 

 Anch'io lo ammetto: sul mio comodino resiste una copia dell'Odissea, il libro che mi porterei nell'isola deserta. L'Eneide difficile che mi venga in mente.

E tuttavia racconta Andrea che Virgilio le è tornato sotto gli occhi poco tempo fa, nelle prime settimane del lockdown. Il mondo travolto dalla pandemia e lei che si ritrova a tu per tu con Enea. E incredibile cosa ne è venuto fuori: sorpresa, sconcerto, gratitudine. L'idea stessa di aver trovato parole capaci di parlare ai nostri tempi, alla nostra condizione di uomini fragili.

I versi di Virgilio sono stati una liberazione. La liberazione di riconoscere che il male fa il male e perciò è uno scandalo, che la paura non se ne va urlandole contro.

Eccola, la lezione di Enea: uomo sconfitto, profugo che ha perso tutto e cerca un'altra terra per ricominciare. Il suo valore non si misura con i nemici abbattuti, le città conquistate, i trofei raccolti. Casomai con la perseveranza, con la capacità di resistere e guardare avanti: con la sua resilienza, si direbbe oggi. 

Ma soprattutto, mi viene da dire, è l'uomo finito in mezzo a una Storia più grande di lui, a circostanze che sovrastano ed esigono. Non l'uomo che se le cerca, perché nessuno sano di mente aspira a fare l'eroe se non gli è forzatamente imposto. Così scrive Andrea: e io ci ritrovo qualcosa della poesia di Brecht. Con quest'ultimo penso alla sventura delle terre che hanno bisogno di eroi, alle ambizioni di conquistatori che alla fine hanno conquistato solo una fossa. 

Finalmente l'Eneide mi è apparsa necessaria, dopo essermi risultata incomprensibile e vacua per anni.

 E per quanto mi riguarda sono grato a quetso libro, perfetto per questo nuovo tempo triste, per noi che oggi più che mai siamo stati sradicati dalle certezze: non avremo mai la forza di Achille, l'astuzia di Ulisse, ma come Enea potremo sopportare, insistere, a volte forse tagliare i legami con una terra per reinventarsi altrove e in fondo continuare a essere noi stessi. 

 

 



 

 

 


lunedì 8 marzo 2021

Dante ombra a Firenze, Dante innamorato


 Hai scritto di aver viaggiato con il tuo corpo in carne e ossa tra le ombre dell'Aldilà sino al Paradiso, ora farai il viaggio opposto, viaggerai come ombra tra gli uomini in carne e ossa.

Anche al poeta del contrappasso tocca scontare la stessa sorte dei tanti cui ha assegnato castighi nell'aldilà, anche per lui c'è un contrappasso. Sarà ombra tra gli uomini in carne e ossa, ombra condannata a vagare per una notte all'anno nella stessa Firenze che da vivo fino all'ultimo non gli ha consentito il ritorno. Così ha disposto il Signore dell'Universo che forse è anche il Signore della Biblioteca Infinita che contiene tutti i libri, scritti o anche solo pensati e sognati.... e per inciso, come sarebbe piaciuto tutto questo al grande Jorge Luis Borges...

Ecco, questa è la sorte di Dante, questo si immagina e racconta un poeta dei nostri tempi, Giuseppe Conte, nel suo Dante in love (Giunti), una delle letture più intense, originali e persino divertenti che si propongono per questo settecentesimo del Sommo Poeta. 

Il quale, appunto, è sì Sommo Poeta, ma  in queste pagine viene restitituito alla sua umanità, oltre ogni retorica scolastica e accademia critica. 

Il Signore dell'Universo ha disposto: potrà liberarsi dalla sua condanna al ritorno in terra a condizione che una donna che ama corrisponda al suo amore. Ma come può un'ombra amare ed essere amato? 

A voi leggere e capire come andrà a finire, ma certo se c'è un uomo, un poeta, capace di realizzare l'impresa è proprio Dante. Non più l'uomo che declama, giudica, fustiga, l'uomo animato dalla passione politica, mosso dallo sdegno, abbattuto dall'amarezza dell'esilio, ma semplicemente l'uomo che ama. Fin da una giovinezza piena di poesia e leggerezza, trascorsa con amici quali Guido e Lapo, dove  la donna non era angelicata, era presenza reale, possibilità di piacere, spezia delle giornate. Prima che il suo stesso amore per Beatrice si trasfigurasse e diventasse energia per raggiungere la meta di quel viaggio che ancora oggi ci incanta.

Ma qui il discorso si fa serio. E preferisco salutare qui il Dante innamorato di Giuseppe Conte, qui mentre gira per Firenze, in strade e piazze svuotate dall'epidemia, presidiate solo da qualche senzatetto e da pochi passanti celati da una mascherina: ombra tra uomini in carne e ossa che il virus ha reso più simili alle ombre.

 

 

lunedì 1 marzo 2021

Dal bordello al fronte, donne libere nella Guerra di Spagna


 Tranquille: qui, con la rivoluzione o senza, gli uomini vengono sempre per la stessa cosa

 Doveva essere una gran persona - prima ancora che uno scrittore di valore - Antonio Rabinad, con la sua aria di lupo di mare che molte ne ha viste e con la sua bancarella di libri usati al mercato San Antonio di Barcellona. Uno di quegli uomini con cui l'empatia scatta subito e invita al bicchiere e alla chiacchiera. 

Mi dispiace non averlo scoperto prima e magari di non averlo incontrato nella città che ai suoi romanzi ha procurato assai più di un'atmosfera. Mi dispiace essere arrivato tardi anche a leggere La suora anarchica - e pensare che raramente mi lascio sfuggire qualcosa che abbia a che vedere con la Guerra di Spagna, con la sua storia che mi sembra concentri tutta la grandezza e l'orrore del Novecento. 

Tardi, ma ci sono arrivato: e ancora una volta sono grato alle Edizioni Spartaco, al suo catalogo di proposte che molto spesso sono piacevoli sorprese, nel segno della qualità e dell'anticonformismo. E dunque ecco questo romanzo, che mescola storia e inventiva, tragedia e umorismo, movimenti di massa e singolari traiettorie di vita. 

Juana è una giovane suora travolta dagli eventi successivi alla sollevazione di Franco. Le forze popolari - con gli anarchici in prima linea - riescono a difendere Barcellona, per molti religiosi scatta l'ora del si salvi chi può. Juana ripara in un bordello, tra donne da cui avrà molte cose da imparare. Presto però anche per le nuove compagne la vita prende un'altra strada. Volenti o nolenti, c'è chi provvede a emanciparle e ad arruorarle in un reparto libertario. Da donne di piacere a combattenti in prima linea contro il fascismo. 

E quante cose succedono nelle pagine che seguono, in una storia alimentata fino all'ultimo dal piacere di raccontare, ma senza voltare le spalle alla verità di certe vicende e di certi personaggi -  da Ernest Hemingway inviato di guerra al leggendario capo delle forze anarchiche Buenaventura Durruti

E sarà che così ho trovato ulteriore conferma alle mie convinzioni sulla Guerra di Spagna, esplosione di sogni ed eccessi. Sarà che Juana e le sue compagne mi sono entrate nel cuore, come è più facile con chi non intende plasmare la storia, ma semplicemente cavarsela come può. Ma questo è un libro che mi è già caro. 

Prima o poi avrò modo di vedere anche il film che ne ha tratto Vicente Aranda (Libertarias, con Victoria Abril e Miguel Bosè), poi mi sa che vorrò rileggerlo.    


lunedì 22 febbraio 2021

A colori, in bianco e nero, Pavese mi emoziona sempre


Aggiungerà qualcosa a ciò che questo libro mi ha già dato, da quando ero un ragazzo del liceo, con tutte le volte che l'ho ripreso in mano, letto e riletto, segnato e citato? Figurarsi che sono incerto persino su come chiamarlo, questo libro da un libro. Graphic novel, ok: ma è maschile o femminile?

A quest'ultima domanda non so ancora rispondere, all'altra sì. Certo che aggiunge e molto: i tratti dei personaggi e la forza di  frasi che avevo seppellito in diari giovanili; la bellezza aspra delle Langhe, il rosso, il blu e il verde che dilagano secondo gli umori; la malinconia che sale alta da ogni pagina ed è come certi odori di novembre, quando si bruciano le stoppie e arriva il vin novello; e ancora una volta, il bisogno di un paese, eterna fame, quel paese che nessun altrove può contrabbandare.

 Appunto: La luna e i falò di Cesare Pavese. Libro per me essenziale, magnificamente restituito in versione graphic novel (prima o poi a dirlo imparerò anch'io) grazie alle parole di Marino Magliani e alle illustrazioni di Marco D'Aponte. Insieme i due ci avevano già ottimamente restituito un capolavoro del Novecento quale Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, sempre per Tunué. Nemmeno questa volta deludono. 

E così ancora una volta mi sono tuffato in questa storia che in realtà è mosaico di storie, galleria di persone, narrazione attraverso i tempi e i luoghi. L'America e la collina piemontese; il mare di Genova e l'oceano dove finisce anche la California; l'adolescenza e la maturità; la guerra e il dopoguerra, ma anche la miseria di sempre; la Resistenza che è ferita, orgoglio, conto in sospeso, occasione mancata; e le stagioni che ritornano ogni anno uguali e ogni anno diversi, il tempo scandito dalla luna e dai falò....

 E queste parole - un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via - queste parole che porto scolpite, tranne cambiarne talvolta un verbo: un paese ci vuole, non fosse per il gusto di tornare - perché questo è prima di tutto il libro del ritorno, su ciò che si ritrova e su ciò che non c'è più, in questa Itaca rustica, villana, senza eroi.

E queste tavole colorate che a volte si  stingono nel bianco e nero che è altro tempo, altra storia, la vita di Pavese che fa la sua incursione e si mescola alle vicende di quello che fu il suo ultimo romanzo, prima del veleno in una camera di albergo, pochi mesi dopo.

Non fate troppi pettegolezzi. E no, nessun pettegolezzo. Ma la voglia di leggere ancora una volta La luna e i falò. L'ultima copia chissà a chi l'ho regalata. Ora chiudo qui e passo in libreria.