giovedì 3 giugno 2021

La Grecia e e parole volano come frecce


Hanno ali le parole, ma non volano come gli uccelli, piuttosto come frecce, che solcano l'aria e puntano dritte al bersaglio. Era Omero a dire qualcosa del genere ed è come se questa convinzione fosse alla base di tutta la civiltà greca e quindi della nostra stessa civiltà, che bene o male lì affonda le sue radici. 

Cercano il bersaglio le parole e lo trovano grazie alla maestria e alla fortuna di chi le scaglia. E in questo i greci furono maestri, con le loro opere teatrali che erano avvenimento di popolo, con la loro propensione a discutere in assemblea e nei tribunali, con i loro maestri che sapevano "rendere più forte il discorso più debole".

Qualcosa vorrà dire se il verbo che noi traduciamo "ubbidire" in realtà significa "essere persuaso". E alla parola che centra il bersaglio,  persuade, convince, spinge a una decisione piuttosto che un'altra, è dedicato il libro di Laura Pepe, edito da Laterza, La voce delle sirene. I greci e l'arte della persuasione

Eh sì, si inizia con le sirene che col loro canto seducono e fanno perdere chi ascolta - canto e incantesimo - ma poi si prosegue con Elena di Troia, con Pericle, con Socrate, con i sofisti sbeffeggiati nelle commedie di Aristofane...

Diceva per l'appunto uno di loro, Gorgia: "La parola è un grande sovrano, che con un corpo minuscolo e invisibile compie le imprese più divine"

Le imprese più divine e anche quelle più diaboliche, verrebbe da aggiungere.  Perché la parola è arma potente, da maneggiare con cautela. Può ispirarsi al giusto - ma quante volte rovescia il giusto nell'ingiusto e viceversa - come piegarsi agli intenti più inconfessabili. 

La persuasione: arte nobile, certo, rispetto a ben altri mezzi per piegare la volontà altrui, dono condiviso da cittadini che tali vogliono essere, nel prendere insieme decisioni. Ma anche strumento a disposizione dei demagoghi, dei bugiardi, dei sobillatori.

La Grecia antica - e soprattutto Atene - offre la storia degli uni e degli altri. Storia di altri millenni, ma anche storia nostra. Non è un libro per cultori del mondo classico, questo. Mette i piedi nel nostro tempo: e ci chiama alla consapevolezza dinanzi a chiunque ci domandi voti e fiducia.



 

lunedì 31 maggio 2021

I reportage di Simenon nell'Europa in bilico


Come i dottori di una volta, per lo meno come i dottori delle barzellette di una volta: "Dica 33". E i pazienti dicevano 33, mentre loro appoggiavano l'orecchio e auscultavano. Solo che in questo caso il 33 non è solo un numero, è un anno spartiacque, una corda sospesa per i passi incerti di un funambolo. Mentre lo stato di salute da verificare è quello di un intero continente.

Inverno 1933, ecco il Georges Simenon che non ti aspetti, quello che sembra prescindere dal suo  commissario con la pipa e dai romanzi di miserie umane, nebbie fitte, bicchieri di acquavite svuotati troppo in fretta. In Europa '33 la casa editrice Adelphi raccoglie i suoi reportage in vari paesi - Belgio, Polonia, Lituania, Romania, Unione Sovietica e altri - realizzati in un anno cruciale, lo stesso in cui Patrick Leigh Fermor parte per raggiungere a piedi Costantinopoli, cammino da cui discenderà un capolavoro assoluto della letteratura di viaggio. 

"C'è stata un'Europa di prima del 1914, poi un'Europa squarciata dale trincee e infine un'Europa del dopoguerra - scrive Simenon - Ma forse è ancora un'altra Europa questa Europa del 1933 che sonnecchia sotto la neve, e che, come chi dorme male, è scossa da bruschi e terrificanti sussulti".

La stessa Europa che si spalanca allo sguardo di Fermor: un mondo secolare irrimediabilmente cancellato dalla tempesta trascorsa e un'altra tempesta in arrivo, le cui avvisaglie non sono solo le camicie brune che hanno preso il potere a Berlino. 

Troppi trafficanti di illusioni e spacciatori di speranze, troppi sciacalli che si aggirano per le macerie della crisi. E paesi che non c'erano prima e che ora pretendono un posto al sole, ideologie pronte a macinare umanità. E fame, soprattutto fame, un continente affamato in una misura di cui oggi è difficile rendersi conto. 

Tutto questo Simenon racconta da par suo - e anche fotografa: meravigliose le immagini che in questo libro accompagnano le sue parole. Senza tirare le sue conclusioni, senza nemmeno azzardare una visione complessiva, uno sguardo di insieme - che semmai spetta a noi. Conta il dettaglio, conta l'istantanea: come del resto succede nei suoi romanzi, trama ma soprattutto atmosfera.

All'inizio la neve cade silenziosa, a larghe falde, il suo manto cancella i confini, regala una confortante sospensione di pretese e frenesie. Appena una tregua, fragile: ma cosa succederà con la neve sciolta, le frontiere di nuovo visibili, le strade pronte per gli eserciti?

lunedì 24 maggio 2021

Nelle case degli scrittori, dove eravamo già stati


 Inseguendo l'ombra degli scrittori, incontriamo la nostra. Sulle loro pagine ci si siamo riconosciuti, nello loro stanze li riconosciamo. 

Credo sia proprio questo l'alchimia che sprigiona i suoi effetti ogni volta che mi avvicino a una casa abitata da un qualche scrittore che ho avuto già modo di frequentare con le mie letture. Si tratti della casa natale di Dino Campana a Marradi, come della residenza estiva di Thomas Mann a Nida, in Lituania: solo per citare le prime due che mi vengono in mente. 

Irresistibile l'attrazione che esercitano, obbligatorio una visita che peraltro, per quanto mi riguarda, ha poco a che vedere con le fatiche e gli scrupoli dello studioso. In ogni caso non cerco le bacheche con i manoscritti, le lettere autografe, i documenti e i cimeli. Punto sulle emozioni, respiro un'atmosfera, provo a insinuarmi in una vita. 

Per tutto questo mi sono trovato perfettamente a mio agio nelle pagine de La finestra di Leopardi di Mauro Novelli (Feltrinelli), una viaggio da viaggiatore vero, che mette in gioco la sua curiosità e ha il gusto della narrazione. Niente a che vedere con un  approccio professorale e nemmeno da guida alla visita: piuttosto tanta voglia di tessere fili per tenere insieme luoghi, letture, storie. 

Forse vale anche come un gigantesco ripasso della letteratura italiana - male non fa. Eppure è altro quello che trovo in questo libro perfetto per chi sa che nei libri si viaggia, ma anche che i viaggi sono fatti di tanti buoni libri. 

Le scoperte non mancano, benché la più bella sia in verità una conferma di qualcosa che vien facile dimenticare: Nelle case degli scrittori siamo già stati anche senza averci mai messo piede. 

Sempre pronti comunque a ritrovarle e a mettersi in ascolto: perchè forse è di tutte le case, ma sono soprattutto le case degli scrittori a possedere la capacità di raccontarci storie.




 

 

lunedì 17 maggio 2021

Il fabbricante di giocattoli che voleva cambiare il mondo


Questa volta è proprio vero, non è una di quelle cose che si dicono per assecondare autore ed editore, col libro che è nel vivo della distribuzione. Questa volta lo dico e ci credo, non c'entra nemmeno che Tito Barbini sia un amico, uno scrittore per di più con cui negli anni ho condiviso ben quattro libri scritti insieme. 

Forse è proprio perchè di lui ho letto e apprezzato molto che posso affermare che Il fabbricante di giocattoli (Arkadia), appunto il suo ultimo libro, tra tutti è il più bello, intenso, convincente. E che in esso sa ricomporre e armonizzare tutti gli ingredienti adoperati in ordine sparso in altri titoli, sa essere riepilogo, volo di uccello, colpo d'occhio capace di abbracciare molte altre storie che gli sono care.

La storia in realtà è quella Simòn Radowitsky, ebreo e anarchico in fuga dalla Russia dello zar, emigrato e ribelle in Argentina, attentatore condannato al bagno penale di Ushuaia, inferno sulla terra, e in seguito, dopo la liberazione, vagabondo ed esule ancora pronto a spendersi, dalla Spagna della guerra antifascista al Messico di Frida Kahlo e del suo connazionale Lev Trotsky

Simòn, uomo che ha provato a cambiare il mondo inseguendo la bellezza e la follia di una splendida utopia, uomo che il mondo non lo ha cambiato e che alla fine ha vissuto fabbricando giocattoli (per certi versi un altro modo di perseguire la bellezza, forse di rendere anche migliore il mondo).

Ma ecco che la storia di Simon si connette a quella di tanti altri che Tito ci ha restituito in altri libri. Pascalini, l'ultimo pirata della Patagonia protagonista della tentata evasione di Simòn; Don Patagonia, il missionario testimone del massacro degli ultimi indios della Patagonia; Severino di Giovanni, anarchico di Buenos Aires, con la sua breve vita segnata insieme dall'odio e dall'amore. Tutti personaggi che qui si fanno mosaico, sono acqua di uno stesso fiume cui appartiene tutta una umanità segnata dalla speranza e dalla sconfitta.

Le storie raccontate e le storie che ancora aspettano, che qui fanno capolino. La ruota della curiosità che non si stanca di girare. A volta basta una pagina, come quella degli emigrati italiani che nel secondo dopoguerra partirono per la Patagonia: che fine fecero? A volte basta un rigo, come quello che mi è entrato dentro e non se n'è più andato - sul progetto di trasferire le spoglie di Dante a Buenos Aires: non è già il seme di un romanzo? E Luce Fabbri, chi era davvero e come erano le sue poesie? 

Storie che hanno bisogno dei luoghi a cui appartengono per essere raccontate. E' un lungo viaggio quello che Tito fa in questo libro: dall'Ucraina all'Argentina, dall'Uruguay alla Spagna, per poi varcare di nuovo l'oceano e terminare in Messico. 

E non so se sono più i luoghi a ispirare la scrittura, o è più quest'ultima a spingere verso il viaggio. Alla fine va bene comunque. Basta non fermarsi. Basta continuare a interrogare il mondo e chi lo abita.




 



 

lunedì 10 maggio 2021

Dalla Georgia alla città dell'acqua alta

 


Mi ero messo in testa di scoprire qualcosa di più sul viaggio in Italia di quell'anarchico georgiano....

Vai a sapere com'è che viene in mente di indagare su un personaggio, su una storia, per poi provare a farne un libro. C'è chi dice che non sei tu a scegliere, che è il personaggio, la storia, che ti sceglie. 

Ci credo e non ci credo: però confido nella miscela di caso e curiosità. Anch'io l'ho sperimentato una volta: un nome che faceva capolino da una nota a piè di pagina e io che ho provato a tradurlo in molte - forse troppe - pagine. 

Di certo anche questo è il fascino de L'acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini, altro piccolo grande libro di una casa editrice - Exòrma - e di una collana - Scritti Traversi - su cui si va sul sicuro. Non racconta solo una storia singolare, nascosta nelle pieghe della grande Storia, racconta anche di come l'autore c'entra dentro e prova a farla sua.

Capita poi che questa storia sia un intreccio di altre storie, una matassa che si dipana, un  filo che collega ciò che non avremmo mai considerato insieme: e magari è proprio questo che ci emoziona di più. 

E il come non lo dico, però enumero alcuni degli ingredienti che qui ci sono: le atmosfere della laguna più famosa del mondo, una libreria di gatti e acqua che sfiora gli scaffali, l'isola di San Lazzaro, custode della cultura armena dopo il genocidio; monaci di antichi riti, ribelli pronti a tutto contro lo zar di Russia, anarchici dell'Adriatico; Venezia, ma anche i posti più remoti del Caucaso, da cui all'alba della nostra civiltà pare sia arrivata anche la parola vino - e sul vino di Georgia ci sarebbe parecchio da dire; la stessa Georgia da cui un giorno arrivò il personaggio indicato nel sottotitolo: uomo che in fondo è un mistero, nonostante tutte le evidenze che da lui sono discese, un mistero di cui avremmo fatto a meno.

Uomo che, soprattutto nei suoi anni più giovani, è stato molte vite e molte possibilità, non a caso affidate a pseudonimi di volta in volta diversi. Il suo vero nome spicca in copertina. Il nome con cui è stato consegnato alla memoria non ve lo dico. 

Il gioco è a carte scoperte, ma va bene così, magari potrete beneficiare della mia stessa distrazione o della mia stessa ignoranza. Per arrivare al colpo di scena conclusivo. Come in un giallo. O come in una delle storie di Corto Maltese, non a caso evocato da Emanuele Termini.

Perché questa, sicuro, è una storia che sarebbe piaciuta a Hugo Pratt. E chissà che in effetti non se la sia trovata tra le mani.


 

giovedì 6 maggio 2021

Vita di Blu, la bambina nata da una risata


 

Perfetto.

E' che la chiamano tutti Blu, professore.

Blu?

 

Blu: la bambina nata da una risata.  

 

Sarà che di lei avevo già letto un libro importante, Guasti (Voland), uno di quei libri che ti spiazza, ti prende e non ti molla. Sarà che in questo nuovo romanzo sceglie la narrazione in seconda persona e non è facile, se lo fai sei un funambolo sospeso tra distanza e intimità, succede di precipitare, però se arrivi in fondo tanto di cappello; sarà che mi sembra una delle voci inconfondibili tra le tante dei nostri giorni, anche se c'è chi nelle sue pagine rintraccia persino qualcosa di grandi autrici del passato - per esempio l'amico Simone Innocenti, che chiama in causa nientemeno che Alba de Cèspedes e Goliarda Sapienza. 

Sarà per questo e sarà anche per altro, certo, ma Blu di Giorgia Tribuiani (Fazi editore) è un libro che non mi viene da rimettere sullo scaffale tanto facilmente, terminata la lettura. Anche la copertina mi ha catturato, questo lago di celeste, insieme onirico e malinconico, un tuffo in una piscina di bellezza che può farsi ossessione. 

Ma poi soprattutto questa voce, questa voce che ti aggancia fin dal primo rigo - Blu, riapri gli occhi - e sei anche tu occhi che interrogano Blu, che provano a seguire il dentro e il fuori di questa vita, chissà non si possa costruire una mappa dei dolori, delle aspirazioni, dei sogni, dei sensi di colpa. 

Blu che in realtà si chiama Ginevra, però così la chiamano sin da bambina.  Blu che porta su di sè un peso della vita assai più grande di quanto possa pretendere l'età. Blu che conta, perché a volte i numeri vengono meglio delle parole. Blu disarmata nel gioco dei sentimenti, ma che forse ama davvero solo l'arte

Solo un accenno, un modo di cominciare, attraverso pagine che poi sono deflagrazione di emozioni, caleidoscopio di istanti, fragile ponte tra le varie identità che possono nascondersi denro una persona. 

Provateci: a me Giorgia, per la seconda volta, mi ha spiazzato e preso senza mollarmi. E ancora provo ad ascoltare la sua voce.






lunedì 3 maggio 2021

Dall'ambasciatore delle foreste al geografo anarchico


 Ci sono personaggi - e anche libri - che fanno capolino per anni e per anni rimangono dove sono. Sbucano come richiami, citazioni, indizi, ma restano possibilità non colte, per pigrizia o disattenzione. Poi succede qualcosa - finalmente la connessione giusta - e ci si chiede perché debba essere passato tanto tempo. 

Questo è esattamente quanto mi è successo con Élisée Reclus, un nome che più volte mi è venuto incontro e che sempre ho lasciato da parte, come una di quelle figure che possono rientrare nella cultura generale, ma che non accendono niente. Così mi è successo, almeno fino a quando non ho scoperto la via che da lui mi riportava a George Perkins Marsh, il mio ambasciatore delle foreste: un ponte di parole, alimentato da una discreta corrispondenza e da una visione ecologica in anticipo sui tempi e sorprendentemente affine. 

Sorprendentemente, certo, perché se Marsh era un diplomatico di carriera, il rappresentante degli Stati Uniti in Italia, Reclus, oltre a essere uno straordinario geografo era un convinto anarchico: e una buona fetta del suo fascino risiede proprio nella sua capacità di coniugare la scienza della terra con la sua idea di libertà. 

E dunque ecco che di lui ho appena terminato Storia di un ruscello, nell'edizione di Eleutheria: il libro in cui racconta un corso d'acqua dalla sua prima goccia di sorgente. 

"L'uomo è la natura che prende coscienza di se stessa", affermava Reclus, un secolo prima dei paladini dell'ecologia profonda. Ma in queste pagine non mette solo in gioco questa sua concezione del rapporto tra uomo e natura. Sperimenta la possibilità che la geografia si faccia narrazione: sicuro che anche il più modesto ruscello - "quello di cui seguiremo il corso non ha nulla che lo segnali particolarmente all'attenzione degli uomini" -  abbia comunque molto da dire.

E il libro sarebbe da tenersi stretto anche solo per la sua dichiarazione iniziale, che per me ha la forza di un'illuminazione:

"La storia di ogni ruscello, anche di quello che nasce e si perde fra il muschio, è sempre la soria dell'infinito"



mercoledì 28 aprile 2021

E questo è niente, c'è un'altra vita davanti


 Ci sono libri che sono come visite inattese: bussano alla porta di casa e non sai bene che cosa ne verrà fuori. Piombano tra le letture che non avevi messo in conto, ne scompigliano l'ordine. Potenza della curiosità e direi anche del passaparola tra buoni lettori, lettori amici. La scoperta di uno diventa la scoperta dell'altro: e quasi sempre è in questo modo che ci ritroviamo sotto gli occhi i libri che più finiranno per contare. 

 Ecco, più o meno è andata così con E questo è niente di Michele Cecchini (Bollati Boringhieri): sono bastate poche pagine per riconoscere una voce particolare, vera, una voce che sa raccontare e che si fa ascoltare. 

Voce che mi ha portato lontano, ma poi non troppo, perchè mi sono ritrovato negli anni Sessanta del secolo scorso, nella campagna toscana che è anche la mia campagna, quella da fiorentino in gita. Ma la lontananza non è solo una questione di tempo e di luogo, è la distanza che bisogna percorrere tutta per entrare dentro una storia, per farsi persona, anzi, per dare parola proprio a quella persona. 

Michele è riuscito nell'impresa di darla a un ultimo tra gli ultimi, in un'epoca in cui per un ultimo così tutto era ancora più difficile. Perché Giulio ha sedici anni, ma ne dimostra almeno la metà. Durante il parto il maledetto forcipe lo ha devastato, è tetraplegico. "Un coso che ha due braccia e due gambe, ma non funziona nulla", e quanto è toscana questa espressione, coso. E' immobilizzato su un lettino che più giusto sarebbe chiamare prigione. Però osserva, studia gli adulti intorno a lui, legge a suo modo la realtà e a suo modo la reinventa e ce la restituisce. 

 In quegli anni una persona così era solo un errore di natura, vergogna da nascondere, grattacapo cui riservare la stessa attenzione domandata dai canarini in gabbia. Perchè qualcosa iniziasse a cambiare - come per i matti quando c'erano dei manicomi - ce n'è voluto di cuore e di coraggio. Doveva arrivare qualcuno che si levava in piedi, per sfidare luoghi comuni, per aprire un varco. 

Bene, questo libro, racconta anche un qualcuno così. Un "dottore alla rovescia" che sa vedere dove gli altri non riescono o non vogliono vedere, che sa regalare speranza e dignità. Una persona così è esistita davvero - era Adriano Milani, il fratello di don Lorenzo. Qui irrompe nel mondo di Giulio ed è come il vento che comincia a spirare in un'altra direzione. 

E così questa fiaba senza il fiabesco, questo romanzo tenero e crudele allo stesso tempo, sa mescolarsi anche alla verità dei fatti: ai gesti e alle parole che possono restituire un senso alla vita e riscattarla.