giovedì 7 gennaio 2021

Le viole fragili e tenaci di Matilde Serao


Viva le case editrici piccole per i numeri, ma grandi per idee e coraggio. Più facile che siano loro a proporre libri che escono dal solco delle solite novità e consentono piaceri inconsueti.

A questo pensavo ieri sera, la testa sul cuscino e gli occhi ad accarezzare la copertina de Le violette di Matilde Serao, grato all'editore Spartaco per aver riproposto un testo di cui non sospettavo l'esistenza. 

Non che abbia letto molto, in effetti, della grande Matilde. Conoscenza superficiale la mia, con qualche supponenza che la vuole relegata al suo mestiere di giornalista - grande giornalista - e a romanzi che non mi hanno ancora tentato.

Non sapevo che sua fosse un'opera quale L'anima dei fiori, riproposta ora da Spartaco in piccoli libretti che sono una gioia per gli occhi, ben curati da Donatella Trotta

Eccomi così cominciare con Le violette: un caso, lo giuro, che niente ha a che vedere con le personali smanie di tifoso. Del resto questo fiore rimanda a qualità che non sono quelle che verrebbe da augurare alla squadra del cuore: modestia, fragilità, delicatezza.

E proprio questo è il bello della violetta: niente a che vedere con i gigli, le orchidee, le rose. La sua è bellezza discreta, la stessa di chi schiva riflettori e applausi. Timida, appartata, malinconica. E certo inguaribilmente romantica. Umile, anche, e per questo cara agli dei, ai santi, ai mistici.

La grande Matilde ne coglie l'anima e in questo modo regala a tutti noi un brivido poetico che forse è anche una visione della vita. Poche pagine dove sentiamo risuonare le parole di Giovanni Pascoli:

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole

anzi d'antico: io  vivo altrove, e sento

che sono intorno nate le viole

Così umili, le viole, pertanto così fedeli, così autentiche. Regalano la poesia delle cose passate e del ricordo, eppure, proprio per questo, sono allo stesso modo spiraglio di futuro.

 

 

 

lunedì 4 gennaio 2021

Dopo l'Erasmus, in Europa come a casa


 Gennaio 2000, inizio del nuovo millennio, un nuovo capitolo di vita anche per questo studente fiorentino, iscritto a Legge. E' un giorno di nebbia e il cielo grigio potrebbe esprimere qualcosa anche dell'umore. Leicester, Midlands, cuore trascurato dell'Inghilterra: certo non è Londra, non è Liverpool, tanto meno è Oxford. Eppure, sì, è davvero qualcosa che comincia: un progetto Erasmus, ovvero un'esperienza di studio all'estero. Buona per il curriculum ma anche per tutto ciò che si tira dietro, compreso pub, feste e amori più o meno provvisori.

Vent'anni dopo si stringe il cuore al pensiero che di viaggi Erasmus in Gran Bretagna non ci saranno più, causa Brexit: ed è di scarso conforto che a perderci non saranno solo i ragazzi italiani, anche gli inglesi. 

Vent'anni dopo però è un altro anche il protagonista di Berretti Erasmus, l'ultimo libro di Giovanni Agnoloni (Fusta editore). Un altro che però è rimasto fedele a quel ragazzo: l'università ormai alle spalle, ma una fame di Europa che ormai è parte costitutiva della sua vita, della sua cultura, del suo lavoro. 

Per lui forse è più facile, visto che nel frattempo di Legge non si occupa più e vive di scrittura e traduzioni: e l'Europa è piena di occasioni - stage, workshop, scambi, residente letterarie. Basta cercarle, volerle, costruirsele.

Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa, è questo il sottotitolo di questo libro, che è molte cose insieme: viaggio e memoir, romanzo di formazione e riflessione su cu ciò che siamo e ciò che dovremo imparare a essere ancora di più. 

Dopo l'Inghilterra, quanti altri posti: l'Olanda e la Lituania, la Polonia e l'Irlanda. Fino a quell'isola in mezzo al Baltico, Gotland, che per quanto mi riguarda è uno di quegli altrove che da anni mi coltivo dentro, senza averci mai messo piede. Con una certa invidia, dunque, per Giovanni, che ne ha respirato l'aria e se n'è portato dietro i colori, i suoni, le voci.

Luogo dell'anima per lui che anno dopo anno è maturato, uguale ma anche diverso da quello studente Erasmus che era, capace ora di rinunciare a certe libertà e a certe storie, più pronto casomai a cercare certi silenzi, certe rarefazioni nordiche. 

Ma anche per questo luogo dell'anima. Come l'Europa tutta in effetti.


sabato 26 dicembre 2020

Dove giacciono i poeti, qui c'è la vita



Ci vai per rendere omaggio, per soddisfare curiosità, per riannodare i fili di una relazione consentita dai libri. Ci vai per ascoltare il silenzio, oppure per ascoltare ciò che ancora c'è da dire. Ci vai, ancora, nella speranza di affidarti a ciò che è duraturo, ma anche per constatare la vanità di tutto ciò che ci riguarda.

Questi e altri sono i motivi che possono spingere verso la tomba di un poeta. Tutti più o meno sono poesia essa stessa. Moltissimi si ritrovano in Qui giace un poeta (Jimenez edizioni), raccolta di 60 visite di autore ad altrettante tombe d'artista. 

Si comincia con John Keats e la sua lapide al cimitero acattolico di Roma, quelle parole che si inchinano alla bellezza che è ancora più bella perché fragile: Qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua. E si va avanti, per cimiteri e tombe. Raymond Carver, Giacomo Leopardi, Jack Kerouac, Robert Frost, Dylan Thomas, Dino Campana, solo per ricordarne alcuni che mi sono particolarmente cari, solo alcuni, appunto. 

Come se dopo il libro che abbiamo riposto sulla nostra libreria si sperasse in una postfazione, in un bis, in un fuori programma. E quasi mai succede, però ci fa bene. 

Queste tombe non ispirano un sentimento di morte, semmai manifestano l'ostinato potere della scrittura. Ce ne allontaniamo con una imprevista leggerezza, sarà che dentro ci siamo svuotati di tante inutili cianfrusaglie. 

Forse scrivere è proprio questo - diceva lo scrittore peruviano Renato Cisneros - invitare i morti a parlare attraverso noi.

Forse vale lo stesso per le visite alle tombe dei poeti. Forse è proprio così che si cede alle pretese non della morte, ma della vita. 


lunedì 21 dicembre 2020

Dal tramonto a mezzanotte prima della sedia elettrica


Ottobre 1943: gli Stati Uniti sono in guerra, ma il sole al tramonto sui campi di cotone della Louisiana è lo stesso di sempre. Sarà l'ultimo per un ragazzo,Willie, appena 18 anni e la pelle nera. La sua guerra non l'ha persa al fronte, ma in casa, forse non l'ha nemmeno combattuta. Lo accusano di aver stuprato una giovane bianca, a mezzanotte lo aspetta la sedia elettrica. Funziona così, al Sud. 

L'ultima notte di Willie Jones di Elizabeth H. Wintrop (edizioni Solferino) potrebbe essere un romanzo sulle sue ultime ore, sui riti che precedono l'esecuzione, su ciò che si agita dentro e su ciò che muore addirittura prima della morte. Sull'ultimo sole, appunto, oppure sull'ultima pioggia che Willie non si ricorda quando è stata e che non ha avuto modo di salutare. 

Ma contrariamente a ogni mia aspettativa, questo è un potente romanzo corale, un mosaico di voci e punti di vista che si affollano in un tempo esiguo, dal tramonto alla mezzanotte appunto.

C'è chi dubita della colpevolezza del ragazzo e chi si mette in marcia per il tribunale smanioso di vederlo "friggere". Chi gli prepara l'ultimo pasto e chi lo vorrebbe appeso a un albero,  per un linciaggio come vuole tradizione. Chi dubita della colpevolezza, chi è alle prese con la sua responsabilità, chi in fondo non fa che fare il suo lavoro, così si dice. C'è un padre che sta penando per trasportare la lapide per il figlio - per procurarsela ha dovuto persino indebitarsi - e c'è l'uomo che invece sta arrivando con la sedia elettrica mobile, la leggendaria e lugubre Gertie, che non è finzione narrativa: su di essa finiranno per morire ben 87 persone, la sua struttura annerita dalle scariche, segnata dalla paura e dagli spasimi dei condannati.

Tutto un mondo in questo libro - lo stesso mondo che credo di aver incontrato nelle pagine di William Faulkner e di Harper Lee. Tutto un mondo e il cuore che si stringe, mentre pagina dopo pagina ci si domanda come andrà a finire una storia che sembra già tutta scritta.

 

 

 

 

venerdì 18 dicembre 2020

Buzz, la luna e il Grande Nord: la strana normalità


Mattias è fatto così, è una persona che si è sempre tenuto lontano dalla luce dei riflettori. Gli piace essere invisibile, comunque non arrivare mai primo. Ci sono persone così al mondo. Sono strane, in un mondo dove l'importante è vincere, non partecipare, ma ci sono. Sono strane perchè pretendono di essere normali e lo sono.

Mattias da ragazzino era uno di quelli che non si siedono al primo banco, non alzano la mano per primi, non trovano mai le parole giuste per attaccar discorso con la compagna di classe che gli piace. Quando ha scoperto di avere una straordinaria predisposizione per il canto non ha cominciato a sgomitare per guadagnarsi un posto al sole.

Da sempre fantastica sulle avventure spaziali, ma il suo eroe non è Neil Armstrong, il "primo" uomo sulla luna, è Buzz Aldrin, il "secondo" uomo sulla luna, quello di cui nessuno si ricorda, e che, per inciso, era il più esperto e capace tra i due. Mattias guarda la luna ma sa farsi bastare un pò di terra per il suo lavoro di giardiniere.

Non è un libro sulla luna, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea) di Johan Harstad, giovane autore dalla Norvegia. O forse lo è, anche se tiene i piedi ben piantati sulle terre dei mari del Grande Nord. Lo è perchè bisogna sempre andare lontano per ritrovare se stessi, e questo è il viaggio che racconta Harstad, il viaggio più difficile.

Norvegia e poi le Faroe, isole distanti da tutto, sferzate dal vento e dal mare. Perdersi e poi ritrovarsi. La difficile battaglia della solitudine per investire in autenticità e poi riscoprire i legami.

Non tutti hanno bisogno del mondo intero.
Io volevo solo stare in pace. 


E un nuovo inizio che forse avrà il colore di altri mari, il calore dei Caraibi. Prima inseguiti leggendo e rileggendo una guida fino a consumarla, poi possibilità, vita che svolta, capitolo che comincia. Imbarcazione che lascia il suo molo:

Le Faroe erano ridotte a una parentesi nell'oceano e noi eravamo scomparsi 

E fai fatica a scioglierti da questo viaggio di 450 pagine e accettare la separazione. Magari vorresti gettarti in acqua e raggiungere Mattias e i suoi amici, nemmeno ti sentissi già in colpa per non essere partito con loro.

Ps: Consiglio su consiglio, questo è un libro che metto idealmente accanto a un altro di qualche anno fa, altra scoperta, libro per me davvero necessario. La scoperta della lentezza di Sten Nadolny. Altra storia di anomala normalità o di normale anomalia, di saggezza che procede per la tangente, di vittorie che rovesciano il buon senso e le attese.

lunedì 14 dicembre 2020

L'Oriente dei nostri sogni e dei nostri desideri


La chiave è già nel titolo: perché questo non è un libro sull'Oriente - qualsiasi cosa sia l'Oriente - ma un libro su come l'Occidente ha raccontato, guardato, sognato, inventato l'Oriente. E quindi un libro su noi stessi, sul nostro continente, la nostra civiltà, che in qualche modo nell'Oriente si è specchiata, attraverso l'Oriente si è confessata.

E' un grande libro Il grande racconto del favoloso Oriente di Attilio Brilli (edizioni Il Mulino), grande anche per il formato che, assieme a uno splendido apparato iconografico, ne fa un bellissimo "oggetto" da regalare, sfogliare, tenere in bella vista. Ma soprattutto grande per ambizioni e larghezza di vedute, per estensione nel tempo e nello spazio. Non a caso opera di uno dei più importanti studiosi italiani di storia dei viaggi, capace di ricostruire con grande cura i vari capitoli della "scoperta" dell'Oriente, ma anche di proporli con la forza del narratore di razza. 

Da Lady Montagu - iniziamo da una donna - a Robert Louis Stevenson; da John Lewis Burckhardt a Victor Segalen; da Luigi Barzini a Richard Burton e Lafcadio Hearn: solo per accennare alla straordinaria galleria di personaggi che animano questo racconto. Viaggiatori di epoche e intenzioni diverse, ma che sempre hanno permesso alla curiosità di dare un senso diverso al loro viaggio. Mercanti di sogni - non solo di spezie - che al loro ritorno hanno saputo ridisegnare le nostre geografie

Brilli parte dall'Oriente più vicino - Istanbul e i domini dell'impero ottomano - ma il suo movimento è largo, si spinge sempre più a Oriente, come ad assecondare il desiderio di luoghi ancora autentici, ancora incontaminati. Fino al Giappone che da poco ha aperto i suoi porti, fino addirittura a Tahiti

Si ferma nei luoghi deputati all'ospitalità - siano oasi o caravanserragli - e prova a sbirciare negli harem. Traversa l'oceano Indiano in una lunga navigazione fatta di silenzi e fosforescenze, raggiunge gli altipiani dell'Asia dove come fiumi sono confluite diverse civiltà, esplora la Cina della rivolta dei Boxer, rimane a bocca aperta davanti ai tempi nella giungla di Angkor

Viaggia anche nel tempo, Brilli, fino a pedinare i primi turisti che sono già qualcosa di diverso dai viaggiatori di una volta, gente abituata al breakfast all'inglese anche nel deserto. 

Il tempo gira e muta tutto: eppure resisterà a lungo - resiste ancora? - l'idea di un Oriente come scrigno dell'esotico, del pittoresco. Mistero, pericolo, seduzione. Più l'illusione che il tempo, almeno laggiù dove il sole nasce, si sia fermato. 

Illusione tutta nostra, ovvio. Illusione da occidentali: di uomini che per i tibetani erano solo coloro che si vedono attraverso le montagne.




 

 

 

lunedì 7 dicembre 2020

Alessandro Vanoli e tutta la bellezza dell'autunno


C'è l'autunno degli antichi greci, con le loro feste ed ebbrezze, e c'è l'autunno dei romantici dell'Ottocento, con i loro languori e le loro malinconie; ci sono i giorni delle liturgie e ci sono i piaceri della tavola, perchè l'autunno anche in questo non è stagione da poco; ci sono i quadri ora pieni di colori ora ingrigiti dalle foschie, ci sono le musiche di Vivaldi e Schubert; e ancora, ci sono i poeti, con i loro versi, compresi quelli che a scuola ci facevano mandare a memoria: e sì, c'è persino la nebbia che agli irti colli piovigginando sale.

C'è tutto questo e molto altro ancora in Autunno, terzo libro che Alessandro Vanoli dedica alle stagioni - non dico terza fatica perché è chiaro che per lui scriverli è prima di tutto un piacere. Manca l'estate e lui giura che si prenderà diverso tempo prima di proporcelo. Non so se dispiacermene oppure se provare una gioia sottile per questo autunno che così mi terrò stretto più a lungo. Magari aspettando il giorno in cui Il Mulino ci riproporrà insieme le quattro stagioni (meraviglioso cofanetto da regalare). 

Il fatto è che Alessandro le stagioni ce le propone da par suo: ovvero non solo da studioso che domina la materia, ma da straordinario affabulatore, contento di condividere il piacere del racconto. 

Il suo viaggio attraverso le stagioni è anche un viaggio attraverso il tempo della storia, nei secoli che hanno cambiato, e non di poco, la percezione e anche l'estetica dell'autunno. La più bella delle stagioni, per quanto mi riguarda. O almeno la più intrigante ed evocativa. Direi anche la più complessa e sfuggente.

Stagione di trapasso, certo. Ma anche stagione di sospensioni, rivelazioni, attese. Annuncia l'inverno, eppure allude già alla primavera. Sa di epilogo, ma intanto è il tempo del raccolto, della fatica che viene ripagata. Induce alla tristezza, ma intanto si concede all'ebbrezza. E' Halloween, ma anche la festa per la vendemmia.... 

Così ricco di umori, l'autunno. Così promettente nella bellezza che è capace di ispirare e nei pensieri che mettono radici nei suoi giorni... Scrivessi un romanzo, rimuginavo l'altro giorno, è nell'autunno che lo vorrei ambientare. 

Però prima di metterci mano vorrei sedermi a tavola con Alessandro. Una bottiglia di vin novo, i funghi fritti, le castagne arrosto: e starmene lì a lungo, ad ascoltare le sue storie. 




 


lunedì 30 novembre 2020

Scendendo dal monte con l'acqua della torrenta


Scendendo la torrenta si incontrano storie di pietre e alberi, di esseri umani e animali. L'acqua ci racconta, acqua pulita, acqua che scorre libera, acqua che se ne frega dei confini umani, acqua che qualcuno tenta di imbrigliare....

Non c'è refuso nel primo rigo, è proprio torrenta, non torrente. E la torsione dal maschile al femminile, rivendicata orgogliosamente anche nel titolo, è solo una delle sorprese che ci riserva uno dei libri più notevoli tra quanti in questi anni hanno dato voce all'Appennino. 

E' un libro liquido, un libro d'acqua, La Torrenta di Federico Pagliai, ultimo uscito nella collana Appenninica dell'editore Tarka. 

Liquido, perché racconta un corso d'acqua dal suo cominciare, che è opinabile come lo è sempre per ogni corso d'acqua: per il Danubio di Claudo Magris forse un rubinetto che sgocciola, in questo caso forse un fiocco di neve che scende lieve e si adagia al suolo.

Perché questo corso è seguito in tutto il suo divenire successivo, rigagnolo che incontra e scivola sulla prima pietra e dopo fiotto che si getta nelle pendenze, rimbalza sulla roccia, fa festa di balzo in balzo. Finché più giù si acqueta di suo, il resto lo combina l'uomo, che lo imbriglia, lo argina, lo blocca con una diga. Come la vita di tutti noi,  lo scorrere della torrenta. 

Perchè non solo lo racconta, Federico, ma in qualche modo si fa lui stesso acqua: discende a piedi le sue sponde, ma a un certo punto non gli basta più, entra dentro con una barchetta, galleggia, registra corrispondenze con i fluidi del corpo, asseconda desideri e attrazioni. 

E perché non solo lo racconta, ma lascia che sia esso stesso a raccontare, a farsi voce. Una storia di acque in risonanza, recita lo stesso sottotitolo. Ora gorgoglio, ora fragore, ora silenzio persino rassegnato.

Il torrente - o meglio la torrenta - è La Lima, sull'Appennino Pistoiese. Poche decine di chilometri giù dai monti e stesso nome del paese più in ombra di Italia. Con l'acqua vengono via anche molte storie di pietre e alberi, di uomini e animali. A volte anche qualche parola, sembrano pepite che il setaccio trattiene: petricore, per esempio, l'odore dei sassi quando si bagnano di acqua nuova. 

Storie, nomi, voci: e la voce di Federico, che all'acqua si mescola e scende a valle.