lunedì 23 maggio 2022

La diga e i tulipani in fondo al mare


Quante cose ci sono dentro: queste pagine sono vento di parole che gira di colpo, magma di sentimenti che scende per molti rivoli, fantasia che non si stanca e fruga in continuazione nella vita. E' rivelazione, è sorpresa, Senza disturbare i tulipani di Federico Guerri, altro toscano che l'ottimo editore Spartaco propone ora nel suo catalogo.

Questo libro, sono sincero, mi ha incantato fin dal titolo - e dalla copertina. Fin dai personaggi che in esso prendono vita.

 C'è il signor Alberto, vedovo dai capelli bianchi e anziano rider (lui senz'altro direbbe fattorino) che sa ben adoperare l'arma della gentilezza con i clienti più insopportabili; c'è Margherita, adolescente più saggia di tante sue coetanee - e se per questo anche di tanti miei coetanei - che ha trasformato una cabina telefonica dismessa in una sorta di porto delle Storie; c'è Simona, un tempo amica inseparabile di Margherita, a cui la stessa età non ha portato saggezza, semmai un dolore che scava dentro e produce fiele; e c'è Eva, signora centenaria che possiede una motocicletta della guerra di Hitler e vive in un lago di tempo dove si confondono le acque del passato, del presente, del futuro.

E i sentimenti, che vanno e vengono: sono come risacca. Le parole, che raccontano storie e possono riassumere una vita, non sempre ce ne vogliono molte. La nostalgia, che si fa arredare da molti oggetti che pare non ci siano più o non servano più - la cabina telefonica, ma anche la polaroid o il sidecar. E l'infanzia, che vien prima di ciò che in seguito distruggiamo con troppa disinvoltura. 

E anche una gigantesca diga dei Paesi Bassi, che per quanto mi riguarda rammento di aver attraversato un giorno di venti potenti e di pensieri che intuivano la profondità. Una diga con cui gli olandesi prosciugarono il mare e crearono nuove terre, ma che nel libro di Federico richiama varie traiettorie di vita, vai a sapere poi cosa ne è rimasto. 

Sogni - o promesse - di un campo di tulipani in fondo all'oceano. Perché non crederci? In fondo l'Olanda da secoli fa terra dell'acqua. Mai sottovalutare la forza dei desideri - e la tenacia dei racconti.

Ciò che conta è resistere al tempo. Difendere la nostra diga, non di cemento armato ma di memoria, per tenere fuori l'oceano dell'oblio. 

"Quando qualcuno se ne va - scrive Federico - infiliamo il dito nel buco della diga e ce lo teniamo finché regge, per non dimenticare tutto".

Per non dimenticare e per trattenerlo con noi: con la potenza della narrazione che a volte si fa sorriso, a volte poesia. 

 

 

 

giovedì 5 maggio 2022

I fari di Scozia e il mare che è dentro

 


La Scozia che già da adolescente riconobbi come luogo dell'anima; i fari che a quella stessa età accarezzavo come un possibile rifugio; e ancora, Robert Luis Stevenson, i cui romanzi allora contendevano a Salgari il miglior posto nella libreria e nel cuore. 

C'è una bella fetta del mio immaginario di ragazzo nell'ultimo bel libro di Claudio Visentin, Luci sul mare. Vaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland (Ediciclo editore). Avventurarmi nelle sue pagine è stato come riportarmi ai tempi in cui fantasticavo su mappe del tesoro e notti di tempesta. E uscirne - dopo molti crampi di nostalgia - è stato possibile solo riprottendomi lo stesso viaggio. Almeno questo, se non il libro sui fari che per molti anni mi è ronzato per la testa, prima di soccombere definitivamente all'indolenza. 

Meno male che ci ha pensato Claudio, con le sue qualità di viaggiatore e narratore. Questo libro si porta dietro l'odore della salsedine, il rumore della risacca, lo spettacolo di coste frastagliate, battute dal vento, coperte di erica. Ma dentro ci sono anche le storie che danno un senso al viaggio. Prima tra tutte quella dell'autore dell'Isola del tesoro, discendente dalla famiglia che costruì i fari di Scozia. 

Oggi non ci sono più gli uomini che custodivano i fari, sono stati sostituiti dalle macchine e dai controlli a distanza: uno dei tanti mestieri spazzati via, insieme a qualche sogno. Però restano le loro storie. Restano le luci che un tempo erano loro a governare. Quelle luci che sono alfabeto per la gente di mare: raccomandazione, riferimento, possibilità di salvezza.

E forse ancora di più. Perché i fari possono essere anche linguaggio interiore, rivelazione, spazio che, soprattutto in un viaggio come  questo, appartiene sia al dentro che al fuori.

"Noi siamo il faro, ma siamo anche il mare intorno", scrive Visentin verso la conclusione. Io da questa frase mi faccio accompagnare anche finita la lettura. E davvero mi sento faro, mi sento mare. 




 

martedì 3 maggio 2022

Sorrisi e misteri in cammino con gli etruschi


Vennero dal mare, gli etruschi. E al mare si ritorna in questo cammino, che parte dalle necropoli del Centro Italia, attraversa la Toscana meno battuta dal turismo di massa, raggiunge le coste su cui una volta spadroneggiavano i mercanti e i pirati di questo popolo. 

È un lungo cammino che dalle antiche città di Chiusi e Cortona tocca la Val d’Orcia con i suoi scenari da cartolina, il Monte Amiata con i suoi mistici e i suoi minatori, le città del tufo e delle tombe la Maremma dei briganti e dei tombaroli, ma anche di scrittori come Luciano Bianciardi e Italo Calvino, infine le spiagge e i promontori del Tirreno.

Tra chiacchiere con gli amici, bevute cospicue, divagazioni varie, ma soprattutto in compagnia degli etruschi e dei loro affascinanti misteri

Comincia come un viaggio per riscoprire le proprie radici – per cercare ciò che il tempo comunque ci lascia, magari nella lingua o nei paesaggi. Poi arriva la pandemia e parte un altro viaggio, subito dopo il lockdown: e le ombre etrusche, incredibilmente, ora sembrano in grado di dare una risposta – e un senso – a ciò che ci è successo. 

Magari grazie ai loro enigmatici sorrisi.

lunedì 4 aprile 2022

Fiordicotone e il ritorno difficile


 C'è il ritorno più difficile, quello che non doveva nemmeno esserci perché era previsto un viaggio di sola andata, quello che è ancora più difficile perchè non si sa più chi torna davvero, se non sia un'ombra di se stesso, se addirittura non abbia perso la sua stessa ombra.

C'è l'orrore della Storia con la esse maiuscola e c'è l'intreccio delle molteplici storie individuali, che in qualche modo fanno la Storia ma soprattutto la Storia la subiscono.

C'è la fame di Memoria, anche questa con la emme maiuscola ma senza uno straccio di retorica, il bisogno di ricordare, di non uccidere due volte con la nostra disattenzione, di assicurare quel minimo di riparazione che può consentire l'allergia all'oblio.

C'è anche tanta tenerezza, che è un termine che mi piace più di empatia, benché forse si intenda lo stesso sentimento, la stessa disposizione verso le cose del mondo. 

E certo c'è anche molto altro, in Fiordicotone di Paolo Casadio (Manni editore), autore che avevo avuto modo di apprezzare con libri quali La quarta estate e Il ragazzo del treno. A semplificare, quest'ultimo titolo sembrerebbe andare a completare una trilogia di romanzi tutti ambientati all'epoca della guerra di Hitler e Mussolini. A semplificare, appunto, perché in questo ultimo libro mi sembra che la sfida narrativa sia più alta, il personaggio centrale più intenso e complesso, la lingua ancora più poetica.

Lei, Alma, è la donna che ritorna da Auschwitz: la sua bellezza l'ha salvata e allo stesso tempo l'ha schiacciata sotto il peso di una colpa che non ha. Salvata, parola grossa, che mi rimanda al Primo Levi de I sommersi e i salvati. Ci si poteva davvero salvare da un lager nazista? Cosa significava sopravvivere?

Alma ritorna, ritrova la sua Lugo di Romagna, prima della bufera abitata da un'importante comunità ebraica, ma cosa ritrova davvero? Ha una figlia da cercare, ma intanto si scopre straniera. 

E mi fermo qui, il resto è il piacere di una lettura mai banale, dentro una storia che ha moltissima verità. 



martedì 15 marzo 2022

Bobi, così superfluo, così necessario


«Bobi era la persona che arrivava prima - e non si sapeva dove».

Bobi, ovvero Roberto Bazlen: uno che a ogni tentativo di definizione te lo ritrovi più lontano, come una di quelle palline elastiche di cui cerchi di catturare il rimbalzo. Per altri le parole servono per approssimazione, nel suo caso no, servono solo a misurarne l'insufficienza. 

Scrittore, critico letterario, traduttore, si legge sulla voce che gli dedica wikipedia. Ok, ma che senso dare a tutto questo per un uomo che in vita non ha pubblicato niente, meglio, non ha voluto pubblicare niente?

Sfuggente, imprendibile, tuttora da decifrare. Eppure personaggio da cui non si può prescindere, per come ha attraversato la cultura del Novecento, per come l'ha cambiata.

Protagonista dietro le quinte solo con le sue letture: già una ragione di vita sufficiente, un merito da riconoscergli. Rabdomante della letteratura mondiale, esploratore di lingue e culture, suggeritore di scommesse editoriali, senza calcolo, solo per la tentazione della curiosità, il gusto della scoperta, il dovere della bellezza. 

C'è lui dietro alcuni versi di Eugenio Montale, c'è lui, in particolare dietro la nascita di una casa editrice quale l'Adelphi: che oggi è facile dire che ci ha cambiato, anzi moltiplicato le visioni del mondo con i suoi titoli della Mitteleuropa  e dell'Oriente, con le sue investigazioni metafisiche, con le sue fughe verso il sacro, il marginale, l'altrove, ma provatelo a dire in altri anni, quando ciò che veniva prima, indiscutibile, era la saggistica della rivoluzione. 

Bobi invece era uno che della rivoluzione poteva scrivere così:
«E quando scoppia io mi metto il mio smoking e mi accendo una sigaretta, leggo un volume di Henry James e aspetto che il figlio della mia portinaia mi venga a prendere per portarmi alla ghigliottina».

A Bobi ha dedicato le ultime sue pagine Roberto Calasso, l'anima più che l'editore di Adelphi: come se poco prima di andarsene avesse voluto ricongiungersi idealmente all'amico con cui sognò e condivise un'avventura fatta di libri eppure non solo di libri.

Ed eccolo in queste pagine ripercorrere un'amicizia nata per caso e subito indispensabile - «Presto diventò la persona che più desideravo conoscere in quel luogo ignoto che si chiamava Roma»; eccolo ammirato e affascinato dalla sua capacità di riconnettere le pagine più diverse, di accostare titoli e autori apparentemente senza un filo; eccolo mancare il bersaglio nella definizione che comunque gli è andata più vicino - «Bazlen era inadatto a qualsiasi funzione, se non quella di capire e di essere».

Così superfluo. Così necessario.

 

 

 

 

lunedì 28 febbraio 2022

Viaggiatori di carta in 26 città


 C'è Lisbona, dove l'amore si rincorre, si accontenta, si perpetua all'infinito, con le ombre di Fernando Pessoa e dei suoi eteronimi che ancora si aggirano per le vie e sostano ai caffé. Oppure Barcellona, dove non sai se attardarti nei sogni di pietra di Gaudì o cercare il Cimitero dei Libri Dimenticati. 

Sull'altra sponda dell'oceano invece c'è l'Havana, dove ancora si può confidare in un daiquiri al Floridita in compagnia del vecchio Hem. Oppure Bahia, in Brasile, che trattiene ancora i colori e i suoni raccontati nei libri di Jorge Amado

E ritornando sul Vecchio Continente, c'è Amsterdam, dove Anne, la ragazzina ebrea, è ancora ricordo straziante, ma dove è facile sperimentare quanto sia vera un'affermazione del grande Cees Nooteboom: "Di  cosa è fatta una città? Di tutto ciò che vi viene detto, sognato, distrutto, vissuto".

E  queste sono solo alcune delle 26 tappe tra l'Europa e le Americhe che ci racconta Riccardo Jannello in Città da sfogliare, ennesimo bel libro uscito per l'editore Tarka

Jannello è giornalista col mestiere nel Dna e viaggiatore instancabile che sa spremere l'anima dei posti. Perché viaggiare non è raggiungere mete, è coltivare la sorpresa, alimentare la curiosità, abbandonarsi alle suggestioni, stabilire connessioni. 

E si viaggia meglio grazie ai libri che sono finestre di luce, fasci di emozioni, guide emotive. 

Questo libro ne è affascinante dimostrazione. Ogni città ci rimanda agli scrittori che vi sono nati o che le hanno amate. Ogni città è anche una città di carta che fa sì che il viaggio sia davvero viaggio.

 A volte l'unico viaggio che ci è consentito: e questo non ci rende meno viaggiatori.

 

 

 

sabato 12 febbraio 2022

Le 99 storie del cronista innamorato di Firenze


 L'angelo blasfemo. Il balcone rovesciato. Il fantasma di Baldaccio. Il coccodrillo di Montughi. I vichinghi sul colle. Il Dio Arno. La Madonna e gli Ufo. Il patagone. La prima statua della Libertà.... 

Basta scorrere l'indice per intendere che Novantanove volte Firenze di Mauro Bonciani (Le lettere) non è il solito libro su Firenze. E anche per tirare un respiro di sollievo: non è un altro libro su questa città, è un libro che aggiunge qualcosa di nuovo. 

Meno male, insomma: contro ogni pronostico Firenze ha ancora molto da raccontare. Può addirittura riuscire sorprendente - aggettivo che balza agli occhi nel sottotitolo - esserlo nonostante la quantità di carta con cui ha già stipato gli scaffali delle biblioteche. 

Certo tutto questo non è scontato. Ci vuole una buona dose di curiosità da parte dell'autore, che poi la curiosità è proprietà transitiva, che passa al lettore; ci vogliono tanti passi per le strade e le piazze, senza mete apparenti, gli occhi spesso all'insù per cogliere un nome su una targa, il dettaglio di una lapide; ci vogliono innumerevoli domande e il desiderio di spremere una risposta, direi in primo luogo come prova d'amore per una città. 

E allora, se questo è un libro intrigante, un libro che funziona malgrado tutto il già detto su Firenze, onore al merito dell'autore. E se funziona, aggiungo, credo sia perché Mauro Bonciani non è un saggista, non è né uno storico locale né un esperto del Rinascimento. E' un giornalista, anzi, come credo lui stesso sia orgoglioso di dirsi, un cronista: dunque uno che consuma le suole delle sue scarpe per cercare in giro le notizie del giorno. 

Solo che a un cronista di tanto in tanto salta per la testa di applicare il suo mestiere a una prospettiva più lunga, a un tempo più ampio: a un libro e non più a un quotidiano, ma anche a un passato che va ben oltre il giorno per giorno. 

E quindi la curiosità, quindi le domande giuste. Più l'amore per la propria città, presumo anche questa dote da cui non può prescindere un buon cronista. Amore non passionale, magari, amore maturo, rafforzato dalla consuetudine e dalla confidenza. 

Detto questo, ciò che questo libro ci propone è un vero e proprio viaggio per la città. Con occhi nuovi per una città non nuova, occhi che non sono del turista, casomai del flaneur.  

Verrebbe voglia di comporre una mappa con tutti i luoghi che i 99 capitoletti di Mauro toccano. Per poi aggiungere una crocetta, o un cerchietto, fate voi: la centesima storia, quella a disposizione di ogni lettore. 








lunedì 31 gennaio 2022

Scoprire Los Angeles con l'immenso Hank


Ci sono città che si insediano nelle pagine di uno scrittore come se quelle stesse pagine fossero le sue coordinate geografiche; ci sono scrittori che hanno bisogno di una certa città come dell'aria che respirano - e poco importa se si tratta di aria avvelenata dai gas di scarico. E poi ci sono altri scrittori che sanno raccontare sia la città che l'autore, mescolando i luoghi e i tempi: ed è in questo modo che ci prendono per mano e ci tengono compagnia.

E' quanto riesce a fare Enrico Franceschini, con la qualità della sua penna e l'intensità dell'esperienza in prima persona. A Los Angeles con Bukowski, uscito per Passaggi di dogana di Giulio Perrone editore, è anche la sua storia: ovvero la storia di un ragazzo che a 20 anni attraversò l'oceano per incontrare il suo mito letterario: il caro vecchio Hank, che da parte sua non fece niente per smentire il mito. 

Pensate, bussare alla sua porta e farsi aprire da lui, rigorosamente in mutande a una certa ora del giorno; e da lui essere accolti in casa, previo regolare pedaggio di qualche lattina di birra. Non è come essere finiti dentro uno dei suoi libri?

E' solo uno degli episodi raccontati in pagine che si leggono di slancio, tra moti di invidia, sussulti di nostalgia, slanci di empatia. 

E' così che Enrico sottrae Bukowski ai luoghi comuni, che comunque non mi dispiacciono. "Non è un ubriacone che scrive - dice di lui - ma uno scrittore che si ubriaca". Uno scrittore a tutto tondo, oltre il personaggio da lui stesso creato. Uno scrittore che per riconoscersi e farsi riconoscere come tale è dovuto transitare per l'inferno e rimanerci a lungo. 

Ma diversi sono i luoghi comuni che vengono meno anche su Los Angeles, questa non città, inconcepibile per i criteri europei: senza una vera piazza, ma con le autostrade che la solcano; senza particolari monumenti da segnalare, ma proprio per questo ideale meta di un viaggio che non impone obblighi al turista; con una scritta su una collina - Hollywood - che è la sua immagine iconica, una scritta, sia detto per inciso, nata per lanciare la campagna di un'agenzia immobiliare. 

Una non città eppure anche la metropoli che più di tutti custodisce il nostro immaginario per restituircelo ogni volta: capitale del cinema e ambientazione di mille libri divorati, amati, trattenuti dal ricordo. 

Quante cose dentro libro: il Sunset Boulevard e l'ippodromo dove Hank scialava dollari e pomeriggi; le leggendarie spiagge californiane e i reading di poesia in librerie improbabili; le sequenze di La La Land e il John Fante di Chiedi alla polvere, per unanime giudizio il più bel romanzo scritto su L.A.

E certo anche lui, Enrico Franceschini. Lui e con lui tanti altri ragazzi - tra loro mi metto anch'io - che a un certo punto della loro vita capirono di essere cambiati: avevano smesso di inseguire la rivoluzione, ma avevano incontrato le parole di uno scrittore ubriacone che sapeva stare vicino ai diseredati più di tante penne sopraffine, gonfie di proclami dalla parte giusta.