giovedì 23 gennaio 2020

Se si sopravvive alla guerra grazie a Proust

Inverno 1940-1941: i tempi più cupi per l'Europa, un inverno che non è solo il gelo fuori, la neve in cui affondano i piedi, il vento di bufera. E' anche l'inverno della speranza, spazzata via nei campi di battaglia e soffocata nei campi di prigionia. 

Hitler imperversa con la sua guerra e può ancora coltivare sogni di vittoria. Le sue armate per ora glielo consentono. Dall'altra parte i polacchi piangono un paese che di nuovo non c'è più, cancellato dallo scellerato patto russo-tedesco. E chi, tra gli ufficiali dell'esercito, è sopravvissuto alle fosse di Katyn, ora è prigioniero. 

Questo il contesto, perchè ci sono libri in cui il contesto è importante, addirittura più importante di ciò che c'è dentro. Per esempio Proust a Grjazovec di Josef Czapski (Adelphi).

Il contesto: nel campo di prigionia sovietico di Grjazovec sono ammassati migliaia di ufficiali polacchi. C'è gelo, non speranza, ma per far fronte a tutto questo viene l'idea di coltivare l'intelligenza. E se manca il cibo da mettere sotto i denti perché non provare a sfamare lo spirito?

Viene organizzata una serie di conferenze. E Czapski propone ai suoi compagni di prigionia una lezione su Proust e sulla Recherche. Per prepararla non ha nemmeno una pagina da consultare, solo la memoria che lo riporta alle letture di un tempo. Tanto non potrà essere solo una questione di memoria, ma di cuore. 

Parlerà nel refettorio, davanti a compagni smagriti, a guardie che magari bolleranno l'iniziativa come controrivoluzionaria - per questo altri conferenzieri sono stati già deportasti verso ignota destinazione. Ma lo farà, perché questo è l'unico modo per combattere lo sconforto, tenere a bada l'angoscia, appartenere a un tempo che non è quello della detenzione, sentirsi pienamente uomo.

Proust - ricorderà un giorno Czapski - si sarebbe meravigliato e commosso se qualcuno gli avesse detto che, a vent'anni di distanza dalla sua morte, un manipolo di prigionieri polacchi, dopo un'intera giornata trascorsa sulla neve, in un freddo che arrivava spesso a quaranta gradi sotto lo zero, avrebbe ascoltato col il massimo interesse la storia della duchessa di Guermantes... La gioia di poter condividere uno sforzo intellettuale ci dimostrava come fossimo ancora capaci di pensare.

Solo quattrocento dei quindicimila prigionieri polacchi .- tra ufficiali e soldati - sarebbero sopravvissuti. Come in una lotteria in cui esce il numero giusto e non c'è ragione. 

Eppure io credo che anche Proust abbia contato. E' servito regalare cultura, condividere bellezza, anche in quella situazione. Non fosse che per queste parole che un giorno Czapski potrà mettere nero su bianco:

Su questo sfondo sinistro, le ore trascorse in compagnia dei miei ricordi su Proust e Delacroix mi sembrano oggi le più felici della mia vita.

E' importante il contesto e io lo dedico a quanto oggi sembrano poter prescindere dai libri.   





lunedì 13 gennaio 2020

Nella guerra d'Algeria come il macchinista ferroviere di Guccini

Come il bombarolo di De Andrè, o meglio ancora come il macchinista ferroviere di Guccini con la sua locomotiva scagliata a bomba. Sogni ed esplosivi, aneliti di giustizia e destini crudeli. 

Non ha bisogno di artifici ed effetti speciali un libro come Dei nostri fratelli feriti di Joseph Andras (Fazi), potente romanzo di esordio che ci porta nell'Algeria francese e negli anni della guerra di indipendenza. C'è già una storia che parla da sè, una storia autentica e triste, che ha bisogno solo di una voce misurata, allergica agli artefici. 

E' la storia di Fernard Iveton, operaio francese comunista, che sceglie consapevolmente di stare con gli algerini, la parte sbagliata che è anche la parte giusta. Sarà solo, sempre più solo, in ciò che farà discendere da questa scelta. E come un anarchico dell'Ottocento cercherà la strada dell'azione solitaria, del gesto esemplare. Un giorno del 1956 proverà a piazzare un ordigno nella fabbrica dove lavora. Non farà in tempo ad allontanarsi che lo cattureranno e lo porteranno via.

Un attentato sventato, soprattutto un attentato che difficilmente avrebbe potuto mettere a repentaglio la vita di qualcuno. Ma con lui - il traditore, il senzapatria - la giustizia francese sarà implacabile. Contro ogni aspettativa e previsione e malgrado le prese di posizione di gente come Albert Camus, Fernard Iveton sarà condannato a morte e la sentenza sarà eseguita: l'unico europeo ghigliottinato durante la guerra d'Algeria.

Di quest'uomo - che appare nell'immagine di copertina al momento del suo arresto, non si sa se più incredulo per quello che ha fatto o quello che non ha fatto - Andras sa raccontare splendidamente la breve parabola. E' la storia di un cuore puro, di un sognatore e di un colpevole meno colpevole di tanti che lo hanno giudicato. La storia di una follia politica e di un delitto per cui è stato pagato troppo. 

Dentro c'è anche una storia d'amore, perché poi è questo che sfugge alle cronache giudiziarie. Soprattutto c'è il silenzio, c'è la mancanza di pietà, che certo è dote che quasi sempre difetta alle istituzioni: in Francia, incredibile, la ghigliottina è stata cancellata solo nel 1981.

Ps: non ha necessariamente un indizio sulla qualità dell'opera, ma sull'autore sì. Con questo libro Joseph Andras ha vinto il Goncourt Opera Prima, premio da lui rifiutato con questa motivazione: la competizione, la concorrenza e la rivalità per me sono nozioni estranee alla scrittura e alla creazione. Applausi.

 

mercoledì 8 gennaio 2020

Arte del giardinaggio, arte della vita

Il tuo rapporto verso le cose è cambiato. Se piove, affermi che piove sul giardino; se splende il sole, non splende cosi semplicemente, ma splende sul giardino; se è notte, ti compiace che il giardino riposi.

Pensare che Karel Capek, scrittore ceco vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, si ricorda a malapena per essere il padre della parola robot. E invece c'è anche questo piccolo libro, pubblicato qualche anno fa da Sellerio, che bisognerebbe tenersi stretti, direi quasi a portata di mano. 

Solo apparentemente è un manuale di giardinaggio. Non lasciatevi ingannare, questi articoli pubblicati su un quotidiano di Praga fino ad attraversare tutte le stagioni - non a caso la raccolta si chiama L'anno del giardiniere - è assai di più di questo. Non solo il diario pubblico di un appassionato di giardinaggio, scritto con penna garbata e divertita,  dentro c'è una formidabile lezione di vita. 


Piccolo formato, grandi insegnamenti: un libro da tenersi vicino perché fa bene, perché capace di consigliare come un amico fidato, perchè può sempre strappare un sorriso. 

I giardini - dice proprio all'inizio Capek - si possono creare in diversi modi: il migliore modo è assumere a questo scopo un giardiniere. 

Verità lapalissiana riguardo agli esiti, ve lo dice uno sterminatore seriale di piante, in terrazza come nel suo giardinetto. Eppure per niente al mondo chi ci ha provato vorrebbe poi rinunciarci. E' un po' come lo zen e il tiro con l'arco. In ogni movimento c'è un senso, in ogni momento una possibilità di essere veramente noi stessi. 

E soprattutto la pratica - non dico l'arte - del giardinaggio ci restituisce al tempo, al suo trascorrere, al suo ripetersi uguale e diverso. 

Con la bellezza specifica di ogni stagione. Con la forza della vita che c'è e resiste anche quando sembra cedere alla sua fine.

Che cos'è mai una foglia cadente su questa ricca fioritura autunnale? Ma non vedete che la stanchezza non esiste? 

Così è, ci spiega Capek, e  gli alberi che si spogliano in autunno sono solo un'illusione ottica. In realtà sono già cosparsi di tutto ciò che si aprirà e si svilupperà in primavera.

Così è la vita. Questo è ciò che ci insegna anche il più umile dei giardini.


lunedì 30 dicembre 2019

A chi importa della rivoluzione perduta e dei suoi poeti

Anni di poeti. Anni del Nicaragua, l'ultima rivoluzione del '900. Andammo tutti a vederla, almeno tutti coloro che potevano permetterselo, tutti coloro che avevano gli anni per farlo, noi che eravamo ancora vivi nelle utopie.

A chi volete che importi del Nicaragua, di cosa è successo e di cosa succede? E perchè rivangare le storie di un paese che si fa fatica a rintracciare nelle carte dell'America, di una rivoluzione che come quasi tutte le rivoluzioni va archiviata tra i fallimenti?

Si capisce che è questa domanda che ha accompagnato la scrittura impetuosa, appassionata, autentica di Andrea Semplici ne La rivoluzione perduta dei poeti  (Polaris edizioni). Si capisce che con questa domanda ha combattuto fino all'ultimo, provando a sommergerla con la forza liquida delle parole, dei sogni, dei desideri, persino dei desideri che non si sono realizzati. Si capisce anche che questo libro - tra i più belli che abbia letto in questi anni anni, potrei non dirlo malgrado l'amicizia che mi lega ad Andrea, ma lo dico - è compimento di un lavoro tenace e di una promessa mantenuta, perché c'è un passato che deve sempre concedersi un varco per il futuro, ci sono conti che comunque devono essere regolati.

Il Nicaragua me lo ricordo anch'io, benchè fossi poco più di un ragazzino dalle confuse idee di rivolta e la fame di altri paesi. I crimini della dittatura di Somoza, le porcherie delle multinazionali, il coraggio e la persevanza dei ribelli sandinisti. La rivoluzione che -  incredibile - ebbe la meglio, solo che non fu come una fiaba che può concludersi col vissero felici e contenti. Dopo ci furono l'America di Reagan che si mise di traverso, la guerra sporca dei contras, il blocco navale. Il governo nato dalla rivoluzione arrivò stremato alle elezioni, le perse e - incredibile - passò la mano senza colpo ferire. 

Accantonai alla svelta la delusione, seguirono altri eventi, altre inquietudini e urgenze. In fondo era successo anche nel Burkina Faso, la terra degli uomini libri e di Thomas Sankara tradito. Geografie remote, cicatrici che tutto sommato si rimarginano. 

L'ultima rivoluzione? Intanto c'era il comandante Marcos nelle foreste del Chiapas, intanto si poteva far festa per la caduta del Muro di Berlino, intanto c'era qualcosa che stava succedendo nelle terre dei curdi. Le cose non rimangono mai uguali a se stesse, le cose si mettono sempre sempre in movimento.

 Insomma, a chi volete che importi del Nicaragua? Questa domanda vale per tutti, vale anche per me. Meno male che Andrea l'ha messa a tacere questa domanda. La sua risposta è un atto di amore, una storia di viaggio che è speranza, dolore, malinconia. 

Nicaragua, la rivoluzione dei poeti, perché non c'è nessun posto al mondo dove la poesia è più coltivata, amata, condivisa, capace di farsi resistenza e possibilità. Da Rubèn Dario, padre della poesia latinoamericana, fino a quel monaco dai capelli bianchi e dagli umori impossibili, Ernesto Cardenal, che fu ministro della cultura nel governo sandinista. 

Poesia che precede, alimenta, accompagna la rivoluzione, grande poesia che tale rimane al di là delle contingenze della politica e delle pretese dell'ideologia, poesia per un continente intero e per tutti noi, poesia che fa di questo libro un libro di poesia e sulla poesia. Allo stesso modo di un minuscolo saggio di tanti anni fa che mi destò analoghe emozioni, Una generazione che ha dissipato i suoi poeti di Roman  Jacobson, su Majakovskij, Esenin, Blok e gli altri poeti della Rivoluzione Russa. 

Poeti che attrraversarono la storia, che la animarono e ne furono animati, tranne poi dalla storia essere travolti. Perché è così con i poeti, in Russia come in Nicaragua:sono un passo avanti, sono i primi a cadere. Forse sospettano fin dall'inizio che le rivoluzioni più belle sono quelle che non vincono. O che perdono poco dopo aver vinto. Come in Nicaragua, con quella sconfitta impossibile che fu anch'essa poesia. E meno male che rimane la poesia, capace, lei sì, di sopravvivere ai governi.

 
PS. Tra i molti meriti del libro c'è anche la prefazione della grande Gioconda Belli, donna che di poesia e di rivoluzione se ne intende come poche al mondo.

venerdì 20 dicembre 2019

Prima di tutto fermarsi, per una birra e una storia

Prima di tutto fermarsi, prima di tutto ritrovare il piacere di una birra in compagnia, di una storia che è bello condividere.

A volte inventata, ma solo a volte, perché in genere la realtà sa essere molto più fantasiosa di ogni nostra fantasia.

Prima di tutto inseguire le vite, a volte restituire loro quella vita che le parole consentono. E dopo essersi fermati ripartire, con i viaggi nello spazio e nel tempo che si possono fare anche al tavolino di 
un pub o in attesa di un treno alla stazione.

In tutti questi anni ho scritto di viaggi, di cammini e montagne, di vite dimenticate, di memorie ai margini. Una trentina di libri, ma questo è il primo che raccoglie i miei racconti.

Dentro queste pagine il mercante che regalò a Firenze la Cappella Brancacci, un poeta del Mugello fatto schiavo dai corsari berberi, i morti del Cimitero degli Inglesi e i morti della più grande tragedia del Mediterraneo. E altro ancora, seguendo le scintille della curiosità, le traiettorie della divagazione, il senso della parola necessaria.

lunedì 16 dicembre 2019

Tra il Danubio e il Levante, i mille mestieri del vagabondo

Panait Istrati io l'ho scoperto solo poco tempo fa, grazie a una vecchia edizione dell'Universale Economica Feltrinelli scovata su una bancherella, la carta ingiallita, la costola consumata, il prezzo ancora in lire - 1.500 lire. Non ne avevo mai sentito parlare, allo stesso modo, sono convinto, di molti di voi. Diciamo che l'occhio mi era cascato sul titolo indecifrabile e sulla copertina orientaleggiante (nel frattempo, va detto, è uscita una nuova edizione).

L'ho preso e così, prima di entrare nella sua scrittura, sono entrato nella vita di Panait Istrati, che dalla prima peraltro è difficilmente separabile. E che vita, per questo uomo nato in un porto del Danubio romeno, figlio di una lavandaia e di un contrabbandiere greco di Cefalonia. 

Vagabondo per indole e per necessità Istrati consumò i suoi anni a girare per i porti di un Mediterraneo che ancora era levantino e ottomano. Si guadagnò da vivere con mille mestieri, di volta in volta venditore ambulante e cabarettista, uomo-sandwich e scaricatore, imbianchino e pasticciere. Andava di porto in porto, spesso clandestino a bordo delle navi. Annusava i refoli di rivoluzioni improbabili. Divorava libri e accumulava storie. 

Fece la fame e a lungo non riuscì a pubblicare niente. Nel 1916, nel bel mezzo della Grande Guerra, si ammalò di tubercolosi. Nel sanatorio svizzero dove venne ricoverato imparò il francese e si innamorò delle opere di Romain Rolland. Cinque anni più tardi, quando provò a farla finita con un colpo di rasoio alla gola, fu proprio a Rolland che indirizzò la lettera di addio. 

Si salvò e quella lettera mosse qualcosa. Rolland lo incoraggiò a scrivere un romanzo. Questo: Kyra Kyralina. Con tutto il mondo di Panait Istrati tra il delta del Danubio e i porti del Levante. La sua vita e un mondo di gente che sono voci e colori. 


E' una storia minima che si fa epica, l'epica di un Omero venditore di noccoline, come qualcuno lo ha definito. E' un narratore nato - scriverà Rolland nella prefazione - un narratore orientale che si incanta e si commuove ai suoi stessi racconti e si lascia prendere talmente da essi che quando ha cominciato una storia nessuno sa, nemmeno lui, se durerà un'ora o mille e una notte.

Provare per credere.