domenica 5 dicembre 2021

Le parole giuste per ritrovare il padre



Cominci le prime pagine e subito ti ronza per la testa quella frase di Tolstoi sulla famiglie che infelici lo sono ognuno a suo modo. E vai a sapere se è davvero così, se sia possibile anche solo trovare un punto fermo su cosa sia davvero una famiglia infelice, se tutto non sia più complicato, con la felicità che si annida nell'infelicità, l'infelicità che prorompe dalla felicità e i conti che comunque non tornano mai. 

Poi vai avanti, tanto avanti che questo libro lo divori, arrivi di un fiato alla fine, ma già da molto prima capisci che la frase di Tolstoi non serve, è come minino inappropriata, perché ciò che si racconta non è una storia singolare e irripetibile, è una storia che mi riguarda, ci riguarda. Per questo è necessaria, per questo è qualcosa di più di una buona lettura. Non fosse che certe cose capitano, o non capitano, ma ciò che conta è saperle riconoscere, se possibile sottrarle al silenzio. 

Ed è questo ciò che riesce a Giulio Perrone con America non torna più (HarperCollins), memoir famigliare e romanzo di formazione sincero fino alla crudeltà.

Un padre, un figlio e la sabbia della clessidra che si sta esaurendo per una malattia che non lascia scampo. Avanzano sgoccioli di tempo per scongiurare rimpianti e rimorsi. Ma è lunga la scia delle cose dette e non dette, fatte o non fatte, che comunque non sono andate come dovevano. Delle reciproche aspettative e delle relative delusioni. Chissà se ci sarà ancora modo, se finalmente tutto questo avrà il suo riscatto. Meno male che ogni tanto c'è almeno una battuta, un cenno di intesa, un'attenzione di più, un abbraccio, fosse solo per la vittoria della Roma. 

Però io stesso mi rivedo in quel figlio che non è stato quello che i genitori avevano per la testa, anche se poi una sua strada nella vita l'ha comunque trovata. E che ha rifuggito responsabilità per poi, da genitore, scoprirsi non molto diverso dai suoi genitori, di cui nel frattempo ha scoperto insospettabili indizi di libertà e passione, all'età in cui davvero siamo fascio di possibilità. 

Storia che si ripete, forse. Storia che ha fame di voci che sappiano raccontarle. Di parole precise, illuminanti, direi anche coraggiose. Giulio Perrone le ha trovate: e un po' lo invidio.   




lunedì 29 novembre 2021

Tabucchi per compagno di viaggio


E poi mi ha chiesto se conoscevi il rumore del tempo. No, ho detto io, non lo conosco. Bene, fa lui, basta mettersi a sedere sul letto, durante la notte, quando uno non riesce a dormire, e restare a occhi aperti nel buio, e dopo un po' si sente, è come un muggito in lontananza, come l'alito di un animale che divora la gente....


Che fortuna doversi scegliere un libro per un viaggio - un libro abbastanza voluminoso, magari, in grado di accompagnarti per l'intero viaggio - e per una volta scegliere bene. Uno di quei libri su cui è bello anche indugiare su una singola pagina, lasciandosi andare al suono di una frase, alla sensazione che può lavorare dentro di noi, tra un gesto e un passo.

E dunque: per cinque giorni in Spagna, a Valencia, mi hanno fatto compagnia i Racconti di Antonio Tabucchi (Feltrinelli). E lo so che sarebbe stato meglio a Lisbona. Ma non si può volere tutto. Sono contento così.

Davanti ai banchi delle tapas o beandomi al sole di un tiepido inverno alla Città delle arti e delle scienze mi è capitato di gustare a poco a poco uno di questi racconti. Alcuni di essi capolavori - come Il gioco del rovescio, Piccoli equivoci senza importanza, I treni che vanno a Madras - altri forse meno.

In ogni caso sempre accogliendo dentro di me uno scrittore che sento amico, senza averlo mai conosciuto se non nei suoi libri (una volta o due, di sfuggita, a qualche incontro). Come un amico che se n'è andato troppo presto, privando il mondo di molte altre storie degne della sua parola
.

lunedì 22 novembre 2021

8 settembre 1943: la lunga notte delle scelte


E' perchè sono fatto così, mi piace classificare, ordinare i libri per genere, sistemarli ognuno con una sua etichetta. E quindi arrendermi all'evidenza: i libri più convincenti quasi sempre quelli che non si lasciano catturare in questo modo, sono farfalle che si posano solo per un  istante, sistematiche invasioni di campo

Sono fatto così e con La lunga notte - l'ultimo libro di Leonardo Gori e tredicesima avventura del capitano Bruno Arcieri (Tea edizioni) - ho prima ceduto alla solita tentazione e poi, prima e più piacevolmente di altre volte, mi sono arreso. Vien facile sostenere che è un noir, però poi senti che questo genere, per quanto largo, è gabbia; che Leonardo questa volta ha voluto davvero sperimentare, aggiungere, contaminare, ignoro se consapevolmente o se posseduto dal piacere della narrazione; che questo libro è anche romanzo bellico, romanzo sentimentale, romanzo di spionaggio, romanzo di viaggio, elenco che potrebbe persino allungarsi; e che tutto questo corrisponde all'ambizione, legittima e soddisfatta, del romanzo-romanzo: a tutto tondo. 

E' un gran libro, questo: a mio parere uno dei più importanti di cui Leonardo ci abbia finora fatto dono. Pieno di spunti importanti, che si riconnettono all'8 settembre 1943, ovvero a uno dei passaggi più tragici del nostro Novecento, certamente il più vergognoso

Tutto si svolge in solo quattro giorni, in una Roma dove per opportunismo e ipocrisia si prende le distanze dal fascismo che fino a poche settimane prima riempiva le piazze, ma le cose sono cambiate solo alla superficie; dove si attende l'annuncio dell'armistizio ma nessuno si prepara ad affrontarne le conseguenze, anzi, dove l'unica cosa che si prepara è la grande fuga, il rompete le righe generalizzato. 

L'8 settembre: ovvero il tutti a casa, il disfacimento di un paese e delle sue istituzioni. Ed è in questo contesto che Leonardo sgrana la sua narrazione, introducendoci a un altro scenario possibile, che molto avrebbe potuto risparmiare all'Italia. 

E' sempre affascinante giocare al cosa sarebbe successo se, ma in questo caso c'è molto di più. Perché questa è anche l'ora delle scelte, da maturare alla svelta, magari nello spazio di una sola notte, lunga perché affollata di eventi e conseguenze. 

Mentre il disfacimento del paese  è anche il disfacimento di una storia di amore, mentre il romanzo si fa viaggio nell'Italia della guerra vera, anche lontano dal fronte, mentre le pagine svoltano ora verso un atto di amore per l'America del jazz e dei film, ora verso un complesso dialogo con chi sceglierà di stare dalla parte della Repubblica di Salò, questo romanzo ci sollecita sul tema della responsabilità, su ciò che si può comunque fare e non fare, malgrado tutto. 

Ps: per i lettori seriali di Leonardo Gori. Non disperate se arrivando verso la fine ancora non avrete incontrato l'amico Bordelli e Firenze. Salteranno comunque fuori....

 

 

martedì 16 novembre 2021

Sogni, desideri, aspettative di un viaggio in treno


E' un movimento magnifico che bisogna aver sentito per rendersene conto. Di una rapidità inaudita... Le città, i campanili e gli alberi danzano e si mischiano follemente all'orizzonte...
 

Così Victor Hugo scriveva in una lettera alla moglie, raccontando la folle e sconvolgente esperienza di un viaggio in treno da Bruxelles ad Anversa, sulla prima strada ferrata dell'Europa continentale. Era l'Alta Velocità di allora, cinquanta chilometri all'ora che erano sfida, sogno, azzardo per un mondo che fino a quel momento si era mosso con le carrozze a cavallo.

Insieme a quell'altra fenomenale invenzione - l'illuminazione elettrica che nelle case e nelle strade ha cambiato persino il rapporto tra il giorno e la notte - nient'altro come il treno ha dato senso e forza alla nostra idea di progresso. Anzi, è stato il progresso, finché progresso c'è stato: fiducia, ottimismo, rapidità, tecnologia ma anche emozione. 

Quante cose sono cambiate da quando Victor Hugo ha scritto quelle righe. Abbiamo davvero l'Alta Velocità capace di portarci in poche ore da Roma a Milano, ma intanto i treni hanno patito la concorrenza di auto e voli low cost, hanno battuto in ritirata, hanno lasciato dietro di sé stazioncine abbandonate e linee secondarie abbandonate come rami secchi. 

Erano la quintessenza del progresso, i treni, oggi sembrano argomento per pochi strampalati appassionati, roba da rievocazione storica. Meno male, allora, che ci si può imbattere in un libro come Il fascino del treno di Romano Vecchiet, bibliotecario di Udine esperto di locomotive.

Il fascino del treno, piuttosto che la sua storia. Divagazioni su binari e stazioni piuttosto che un saggio su un mezzo di trasporto. Perché i treni, che comunque sono sempre stati grandi testimoni della nostra storia, sono anche i libri che hanno ispirato e i libri che è bello leggersi in viaggio. 

Sono gli scompartimenti dove ci si sedeva e ci si guardava uno di fronte all'altro e ogni tanto si attaccava anche discorso. Sono la possibilità di incontro, a volte persino la possibilità di cambiare la vita. 

Sono le notte in cuccetta, risvegli all'alba in un'altra città, in un paese di lingua diversa. Sono i pasti consumati in carrozza ristorante e le attese di una coincidenza su una panchina. Sono l'Interrail di quando ero ragazzo e con poche lire collezionavo tratte e abbracciavo l'Europa. 

Divagazioni, appunto, che ben figurano nella collana Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo. Con tanta nostalgia e qualche spicchio di speranza, perché mica è detto che tutto debba sempre finire e basta. A volte le emozioni si accompagnano al buon senso. All'idea di un paese che anche così potrebbe essere migliore.

giovedì 4 novembre 2021

Albert Camus, l'uomo che non sfuggiva alla verità



E' il giugno 1939, mancano ancora pochi mesi alla guerra di Hitler, Albert Camus è un ragazzo di 25 anni alle prese con le sue emozioni e le sue letture, cui la tbc ha sottratto la passione per il calcio ma non la possibilità di ingegnarsi in mille mestieri. 

Legge Nietszche e Kierkegaard, si è iscritto al partito comunista, ha appena terminato di scrivere alcuni racconti lirici, in cui medita sulla assurdità della condizione umana e sulla possibile felicità. 

Vive in Algeria, nella sua Algeria, l'Algeria che è dei francesi che si sentono diversi dai francesi che abitano l'altra sponda del Mediterraneo. E su un giornale di Algeri, modesto nei mezzi più che nelle ambizioni, firma un reportage in undici puntate: una sua inchiesta sulla schiavitù e la miseria della Cabilia, terra tra mare e monti baciata dalla bellezza della natura e dannata dagli orrori dell'uomo. 

E' un piccolo grande libro da leggere, Miseria della Cabilia, questo il titolo scelto da Aragno per l'edizione italiana (e meno male che possiamo  contare su piccoli editori capaci di proposte del genere). Da leggere perché ci racconta molto sull'Algeria, anche alla luce di tutto ciò che è successo dopo, dalla guerra di liberazione fino alla terribile guerra civile di non troppi anni fa. 

Da leggere però anche per Albert Camus. Non per lo scrittore che sarà, ma per il giornalista che è: capace di far buon giornalismo, giornalismo allo stesso tempo militante e di verità. Senza nascondere niente, a costo di incorrere nelle reazioni della censura. Senza nascondersi, a dispetto anche delle proprie convinzioni. 

Nella bella prefazione che precede il reportage Laura Barile afferma che senza questo rapporto con la verità non si riuscirebbe nemmeno a capire il personaggio più grande e inquietante uscito dalla penna di Camus, il Meursault de Lo Straniero. Perché, infatti, Mersault non sta al gioco? Cosa rifiuta? Lo stesso Camus risponde nella prefazione all'edizione universitaria americana dell'opera del 1955: "La risposta è semplice. Rifiuta di mentire... Lo anima la passione dell'assoluto e della verità". 

Sulla passione per l'assoluto ci sarebbe di che dire. Ma sulla passione per la verità basta aprire queste pagine. E sentirne il richiamo.

lunedì 25 ottobre 2021

I pugni di Sonny, rabbia e improvvisazione jazz

Era solo il diavolo che era: Charles L., il più potente degli uomini, e il più elegante. Aveva più passati di quante calze abbia la maggior parte della gente. Va' avanti, prendi un passato, uno qualunque. Erano tutti uguali per lui: pantani sabbiosi e vicoli, salette di bar e celle di prigione, gangster cattivi dal grosso culo di lusso e raccoglitori di cotone piegati verso il basso...

Charles Liston, detto Sonny, era un poco di buono da cui non ci si poteva che aspettare che crimini e anni di galera. Charles Liston, detto Sonny, non sapeva leggere né scrivere ed era nato in un luogo che non figurava in alcuna mappa e che le gente chiamava Pantano di sabbia. Charles Liston, detto Sonny, aveva la pelle scura, viveva in un posto di piantagioni e Ku Klux Klan e secondo ogni logica era in quello stesso posto che doveva morire. Charles Liston, detto Sonny, era il più grande pugile, il campione che l'America attendeva e che a un certo punto l'America tradì: o forse, più semplicemente, fu lui a tradirsi. 

Il diavolo e Sonny Liston: il titolo dice già molto. E se non vi piace la boxe - a me non piace - non importa. Anche se la detestate, non importa. Sarà che le storie di boxe, le grandi storie di boxe, sono sempre impastate di grandezza e miseria, sono poesia dolente. Sono albe livide, cadute nella polvere, sangue in bocca, lama dritta al cuore.

Questo libro di Nick Tosches, che trovate negli Oscar Mondadori, non è solo una grande biografia, è romanzo, è improvvisazione jazz. Storia di un campione maledetto che la boxe la scoprì in prigione - fu il reverendo del carcere al mettergli i guantoni alle mani. Storia di un uomo che poteva ben dire: La prigione non mi dispiaceva. Tanto se la portava dentro, tranne provare ogni volta la Grande Evasione.

lunedì 11 ottobre 2021

La frontiera come vaccino contro l'epidemia dei muri


Una frontiera riconosciuta è il miglior vaccino possibile contro l'epidemia dei muri.

Ecco, se c'è bisogno di una citazione che sintetizzi tutto una riflessione, che abbracci un intero libro di poche pagine ma di grande densità, non può che essere questa. E' il succo di ciò che ci vuole trasmettere Règis Debray

In Elogio delle frontiere (Add editore), più un pamphlet che un saggio, il navigato intellettuale francese non smarrisce certo le qualità che da anni possiamo riconoscergli. Verve polemica, allergia al politicamente corretto, frasi secche e taglienti, ragionamenti al limite della provocazione, ma appunto ragionamenti. 

 In questo mondo sempre più diviso, ci si divide anche tra chi vuole confini come muri e chi i confini proprio non li vuole. E per tanta gente - intendo gente come per esempio il sottoscritto - è bello riconoscersi tra i secondi: perché è giusto, perché alla fine siamo tutti uguali, perché sogniamo un mondo libero da paura, perché è perfino emotivamente appagante.... 

Eppure, eppure, è una bella trappola anche la retorica del mondo senza frontiere. Non fosse altro che i confini sono anche mappa, visione del mondo, ordine. 

A forza di volerne farne a meno, si lascia il campo a chi su quei confini intende costruire muri - e quanti ce ne sono oggi. Abbiamo bisogno di confini da attraversare. Abbiamo diritto alla frontiera

Per fare fronte - afferma Debray - agli scivoloni mortali del va bene tutto, tutto si equivale, dunque nulla ha valore. Perché no? Un libro che come minimo rimette in discussione molte delle nostre convinzioni.

lunedì 27 settembre 2021

L'Appennino sotto casa come un altro continente


Che poi si tratta di un'idea semplice se ci pensi: fare di un piccolo cammino un viaggio vero e proprio. 

Un'idea semplice, però poi hai bisogno di quella mattina in cui ti chiudi la porta di casa alle spalle e chiedi alle gambe di fare il loro lavoro, alla testa pure, perché non dia più niente per scontato. Anche se i luoghi sono gli stessi di sempre, gli stessi di villeggiature, gite fuori porta, cene tra amici. Così conosciuti, ancora così da conoscere: perché il cammino è questo che fa, ci assicura il mistero dei luoghi già frequentati, ci spiazza col dono della sorpresa: poco importa se ti sei fermato a Roncobilaccio.

Ecco, è un'idea semplice, ma Alessandro Vanoli sa restituircela col fascino dell'esplorazione di un luogo remoto, con l'affabulazione che solitamente è l'incanto di chi ritorna da altri continenti, da geografie incerte e mete imporbabili  (lui però è uno che questo incanto saprebbe suscitarlo anche per due passi sul pianerottolo del condominio). 

Pietre d'Appennino (Ponte alle Grazie) narra un suo itinerario per le montagne che sono anche le mie montagne, solo che apparteniamo a versanti diversi, lui emiliano, io toscano (ma queste montagne, si sa, uniscono tanto quanto separano): e incredibile quanto ci porti lontano questo viaggio sotto casa.

Pietre d'appenino: e le pietre, si sa, raccontano storie se presti loro voce, se coltivi la curiosità, se sai che il senso del viaggio, come ci dice Alessandro, è ricordare, ritrovare tracce e segni

Cammini e nel cammino ritrovi i cammini di millenni: pellegrini, mercanti, soldati, banditi. Cammini e recuperi ciò ciò che è stato, ciò che forsa sarà: perché non ci si pensa spesso, ma si fa Storia anche camminando.