martedì 26 luglio 2022

Noi siamo viandanti, non camminatori


 Noi siamo viandanti, non camminatori. 

 Così si legge già nelle prime pagine di Non mancherò la strada. Che cosa può insegnarci il cammino di Luigi Nacci (Laterza): e  sospetto che forse l'autore avebbe rinunciato alla parola cammino anche nel sottotitolo. Ma certo questo è un libro che ci insegna molto: ci insegna a essere viandanti - e tali siamo anche quando non camminiamo - ci insegna molto sulla vita. Almeno sulla vita quale dovremmo riprenderci, dando forza alla lentezza, all'attenzione, alla curiosità, al desiderio di incontro con noi stessi e con gli altri. 

Ho letto molti dei libri di Luigi, ma questo mi sembra particolarmente importante, sarà che è un libro che riprende temi e suggestioni dei libri precedenti, come semi che si sono fatti pianta; o sarà piuttosto che queste pagine accolgono il lavoro di molti anni, una scrittura che a lungo si è interrogata. 

Quante cose ci sono dentro: l'Est e l'Ovest, la Spagna e i Balcani, Santiago e la Francigena, il decalogo del viandante e il decalogo della partenza, il bicchiere d'acqua e la porta aperta e l'Italia della gentilezza,  i passi dei Rolling Claps che nel perdersi ritrovano antiche strade, il ricordo di Marco, viandante che non c'è più. 

Quante cose, in un libro per cui Luigi, nell'avvertenza iniziale, suggerisce diverse possibilità di lettura: Può essere aperto a caso, essere letto dall'inizio alla fine o viceversa, essere letto a pezzi, a lacerti, o non essere letto affatto, può essere lasciato chiuso, nell'ombra, in attesa che una mano incerta venga, prima o poi, ad aprirlo

Per me, invece, è da leggere per intero. Facendo tesoro delle sue pagine. Indugiando poi nelle poesie che Luigi sparge tra un capitolo e l'altro. Come questa, distillato di saggezza.

 

Rendi il tuo passo incerto

Scansa la strada maestra

Attardati nei margini

Cerca semi nelle pietraie

Compi gesti fertili

Fiorisci in ogni stagione

Confida nella sconfitta

Mettiti i piedi in testa

Cresci senza invecchiare

Stai dalla parte dei fragili




 

martedì 5 luglio 2022

Cosa ci dice il mare di Lorenza


 I Bretoni nascono con l'acqua del mare intorno al cuore, affinché l'acqua salata non abbia mai il sapore delle lacrime


Questo adagio popolare ci viene incontro all'inizio dell'ultimo libro di Lorenza Stroppa, Cosa mi dice il mare (Bottega Errante), e dentro c'è già molto di ciò che troveremo nelle pagine successive: il mare, la Bretagna, i dolori della vita. 

Molto altro lo troveremo in seguito: l'ossessione dei numeri per ansia di ordine, gli intrecci tra diverse generazioni, le amicizie tra adolescenti, meravigliosamente intense, meravigliosamente crudeli; e ancora, le attese, i sensi di colpa, le fughe dagli altri e ancora di più da se stessi.

E quante cose succedono, spalmate nel tempo e nello spazio. E' ciò che siamo, ciò che diventiamo. Le nostre vicende e sopra di esse, oltre di esse,  il rumore del mare, la sua voce incessante.

E davvero, cosa ci dice il mare?

Molte cose, certo, se solo si abbia l'umiltà di ascoltarlo. 

In questo libro ci sono molte persone in piedi sulla battigia o su un molo, molte che tendono l'orecchio o assecondano il movimento della risacca, molte che semplicemente attendono che il mare restituisca qualcosa. 

E per il resto c'è la penna potente e dolce di Lorenza, c'è il suo amore per il mare, ovvio, e per quella Bretagna che è luogo dell'anima, coltivato con le storie di re Artù e dei suoi cavalieri. C'è la sua pagina, sempre, che è un tuffo nel mare delle parole, per riportare in superficie perle di vita. 




lunedì 6 giugno 2022

Il mare in quattro miliardi di anni


In principio.

Mi sa che debba cominciare così una storia del mare,

In principio era l'acqua. Ma non come la immaginate voi. 

 Ecco, è questo il principio di  Storia del mare di Alessandro Vanoli (Editori Laterza). Ovvero il principio davvero di tutto, qualcosa come quattro miliardi di anni fa. La geologia più antica, una vertigine di tempo prima ancora dei pesci primitivi e dei dinosauri. 

Ma è solo il principio, appunto: e poi le ere si succedono le une alle altre, fino a che si arriva al tempo dell'uomo, al suo incontro con il mare. La preistoria e poi la storia: il nostro passato, poca cosa ma quello che abbiamo. Fino al presente, alle questioni drammatiche dei nostri giorni.

Abbracciando tutto il pianeta, per di più, perché c'è tutto un pianeta oltre il Mediterraneo che, malgrado la sua ricchezza e varietà, abitiamo come rane intorno a uno stagno (per dirla con Platone). 

Una straordinaria cavalcata attraverso il tempo e lo spazio, per un libro in cui è bello tuffarsi rimanendo in apnea fino all'ultimo. Centinaia di pagine in cui perdersi, per rintracciare poi fili sottili, connessioni e suggestioni che sono le spezie di una storia in cui, per inciso, le spezie hanno contato moltissimo. 

Bisogna essere studioso serio e preparato per portare a compimento un'opera così, e non basta. Perché poi c'è bisogno di un affabulatore, di un narratore di qualità. E prima ancora di un uomo curioso e generoso nel condividere i frutti della sua curiosità. Di un uomo deciso a custodire le sue passioni, anche, siano pure le passioni dell'adolescente che sognava di fare l'oceaonografo, alimentando i suoi sogni con Jacques Cousteau e Folco Quilici.

Alessandro è tutto questo. E per questo la mole della sua Storia del mare non deve mettere soggezione. E' come un amico a parlarci. Sembra divaghi, ma non è vero, a prescindere dal fatto che non ci sarebbe niente di male. Ogni tanto sembra prendere respiro, ma la pausa è solo il racconto di qualcosa che meriterebbe un libro a parte: la storia delle tartarughe, per esempio, o delle perle

Mi piace accostare Alessandro a un grande autore di linga inglese che mi è particolarmente caro, Bill Bryson, con le sue robuste storie sulla vita privata o "su (quasi) tutto". Che sia lui il Bill Bryson italiano?

Intanto questo è un libro che consiglio caldamente: non fosse che per sapere cosa collega elefanti e trichechi, genovesi e vichinghi; per apprendere la differenza tra sommergibili e sottomarini; per scoprire perché le grandi navigazioni di scoperta dell'antichità siano sempre andate controvento; e vqual è l'ultimo viaggio che ci potrebbero trasmetterci i delfini abbandonando il nostro sventurato pianeta.....









 

 

lunedì 23 maggio 2022

La diga e i tulipani in fondo al mare


Quante cose ci sono dentro: queste pagine sono vento di parole che gira di colpo, magma di sentimenti che scende per molti rivoli, fantasia che non si stanca e fruga in continuazione nella vita. E' rivelazione, è sorpresa, Senza disturbare i tulipani di Federico Guerri, altro toscano che l'ottimo editore Spartaco propone ora nel suo catalogo.

Questo libro, sono sincero, mi ha incantato fin dal titolo - e dalla copertina. Fin dai personaggi che in esso prendono vita.

 C'è il signor Alberto, vedovo dai capelli bianchi e anziano rider (lui senz'altro direbbe fattorino) che sa ben adoperare l'arma della gentilezza con i clienti più insopportabili; c'è Margherita, adolescente più saggia di tante sue coetanee - e se per questo anche di tanti miei coetanei - che ha trasformato una cabina telefonica dismessa in una sorta di porto delle Storie; c'è Simona, un tempo amica inseparabile di Margherita, a cui la stessa età non ha portato saggezza, semmai un dolore che scava dentro e produce fiele; e c'è Eva, signora centenaria che possiede una motocicletta della guerra di Hitler e vive in un lago di tempo dove si confondono le acque del passato, del presente, del futuro.

E i sentimenti, che vanno e vengono: sono come risacca. Le parole, che raccontano storie e possono riassumere una vita, non sempre ce ne vogliono molte. La nostalgia, che si fa arredare da molti oggetti che pare non ci siano più o non servano più - la cabina telefonica, ma anche la polaroid o il sidecar. E l'infanzia, che vien prima di ciò che in seguito distruggiamo con troppa disinvoltura. 

E anche una gigantesca diga dei Paesi Bassi, che per quanto mi riguarda rammento di aver attraversato un giorno di venti potenti e di pensieri che intuivano la profondità. Una diga con cui gli olandesi prosciugarono il mare e crearono nuove terre, ma che nel libro di Federico richiama varie traiettorie di vita, vai a sapere poi cosa ne è rimasto. 

Sogni - o promesse - di un campo di tulipani in fondo all'oceano. Perché non crederci? In fondo l'Olanda da secoli fa terra dell'acqua. Mai sottovalutare la forza dei desideri - e la tenacia dei racconti.

Ciò che conta è resistere al tempo. Difendere la nostra diga, non di cemento armato ma di memoria, per tenere fuori l'oceano dell'oblio. 

"Quando qualcuno se ne va - scrive Federico - infiliamo il dito nel buco della diga e ce lo teniamo finché regge, per non dimenticare tutto".

Per non dimenticare e per trattenerlo con noi: con la potenza della narrazione che a volte si fa sorriso, a volte poesia. 

 

 

 

giovedì 5 maggio 2022

I fari di Scozia e il mare che è dentro

 


La Scozia che già da adolescente riconobbi come luogo dell'anima; i fari che a quella stessa età accarezzavo come un possibile rifugio; e ancora, Robert Luis Stevenson, i cui romanzi allora contendevano a Salgari il miglior posto nella libreria e nel cuore. 

C'è una bella fetta del mio immaginario di ragazzo nell'ultimo bel libro di Claudio Visentin, Luci sul mare. Vaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland (Ediciclo editore). Avventurarmi nelle sue pagine è stato come riportarmi ai tempi in cui fantasticavo su mappe del tesoro e notti di tempesta. E uscirne - dopo molti crampi di nostalgia - è stato possibile solo riprottendomi lo stesso viaggio. Almeno questo, se non il libro sui fari che per molti anni mi è ronzato per la testa, prima di soccombere definitivamente all'indolenza. 

Meno male che ci ha pensato Claudio, con le sue qualità di viaggiatore e narratore. Questo libro si porta dietro l'odore della salsedine, il rumore della risacca, lo spettacolo di coste frastagliate, battute dal vento, coperte di erica. Ma dentro ci sono anche le storie che danno un senso al viaggio. Prima tra tutte quella dell'autore dell'Isola del tesoro, discendente dalla famiglia che costruì i fari di Scozia. 

Oggi non ci sono più gli uomini che custodivano i fari, sono stati sostituiti dalle macchine e dai controlli a distanza: uno dei tanti mestieri spazzati via, insieme a qualche sogno. Però restano le loro storie. Restano le luci che un tempo erano loro a governare. Quelle luci che sono alfabeto per la gente di mare: raccomandazione, riferimento, possibilità di salvezza.

E forse ancora di più. Perché i fari possono essere anche linguaggio interiore, rivelazione, spazio che, soprattutto in un viaggio come  questo, appartiene sia al dentro che al fuori.

"Noi siamo il faro, ma siamo anche il mare intorno", scrive Visentin verso la conclusione. Io da questa frase mi faccio accompagnare anche finita la lettura. E davvero mi sento faro, mi sento mare. 




 

martedì 3 maggio 2022

Sorrisi e misteri in cammino con gli etruschi


Vennero dal mare, gli etruschi. E al mare si ritorna in questo cammino, che parte dalle necropoli del Centro Italia, attraversa la Toscana meno battuta dal turismo di massa, raggiunge le coste su cui una volta spadroneggiavano i mercanti e i pirati di questo popolo. 

È un lungo cammino che dalle antiche città di Chiusi e Cortona tocca la Val d’Orcia con i suoi scenari da cartolina, il Monte Amiata con i suoi mistici e i suoi minatori, le città del tufo e delle tombe la Maremma dei briganti e dei tombaroli, ma anche di scrittori come Luciano Bianciardi e Italo Calvino, infine le spiagge e i promontori del Tirreno.

Tra chiacchiere con gli amici, bevute cospicue, divagazioni varie, ma soprattutto in compagnia degli etruschi e dei loro affascinanti misteri

Comincia come un viaggio per riscoprire le proprie radici – per cercare ciò che il tempo comunque ci lascia, magari nella lingua o nei paesaggi. Poi arriva la pandemia e parte un altro viaggio, subito dopo il lockdown: e le ombre etrusche, incredibilmente, ora sembrano in grado di dare una risposta – e un senso – a ciò che ci è successo. 

Magari grazie ai loro enigmatici sorrisi.

lunedì 4 aprile 2022

Fiordicotone e il ritorno difficile


 C'è il ritorno più difficile, quello che non doveva nemmeno esserci perché era previsto un viaggio di sola andata, quello che è ancora più difficile perchè non si sa più chi torna davvero, se non sia un'ombra di se stesso, se addirittura non abbia perso la sua stessa ombra.

C'è l'orrore della Storia con la esse maiuscola e c'è l'intreccio delle molteplici storie individuali, che in qualche modo fanno la Storia ma soprattutto la Storia la subiscono.

C'è la fame di Memoria, anche questa con la emme maiuscola ma senza uno straccio di retorica, il bisogno di ricordare, di non uccidere due volte con la nostra disattenzione, di assicurare quel minimo di riparazione che può consentire l'allergia all'oblio.

C'è anche tanta tenerezza, che è un termine che mi piace più di empatia, benché forse si intenda lo stesso sentimento, la stessa disposizione verso le cose del mondo. 

E certo c'è anche molto altro, in Fiordicotone di Paolo Casadio (Manni editore), autore che avevo avuto modo di apprezzare con libri quali La quarta estate e Il ragazzo del treno. A semplificare, quest'ultimo titolo sembrerebbe andare a completare una trilogia di romanzi tutti ambientati all'epoca della guerra di Hitler e Mussolini. A semplificare, appunto, perché in questo ultimo libro mi sembra che la sfida narrativa sia più alta, il personaggio centrale più intenso e complesso, la lingua ancora più poetica.

Lei, Alma, è la donna che ritorna da Auschwitz: la sua bellezza l'ha salvata e allo stesso tempo l'ha schiacciata sotto il peso di una colpa che non ha. Salvata, parola grossa, che mi rimanda al Primo Levi de I sommersi e i salvati. Ci si poteva davvero salvare da un lager nazista? Cosa significava sopravvivere?

Alma ritorna, ritrova la sua Lugo di Romagna, prima della bufera abitata da un'importante comunità ebraica, ma cosa ritrova davvero? Ha una figlia da cercare, ma intanto si scopre straniera. 

E mi fermo qui, il resto è il piacere di una lettura mai banale, dentro una storia che ha moltissima verità. 



martedì 15 marzo 2022

Bobi, così superfluo, così necessario


«Bobi era la persona che arrivava prima - e non si sapeva dove».

Bobi, ovvero Roberto Bazlen: uno che a ogni tentativo di definizione te lo ritrovi più lontano, come una di quelle palline elastiche di cui cerchi di catturare il rimbalzo. Per altri le parole servono per approssimazione, nel suo caso no, servono solo a misurarne l'insufficienza. 

Scrittore, critico letterario, traduttore, si legge sulla voce che gli dedica wikipedia. Ok, ma che senso dare a tutto questo per un uomo che in vita non ha pubblicato niente, meglio, non ha voluto pubblicare niente?

Sfuggente, imprendibile, tuttora da decifrare. Eppure personaggio da cui non si può prescindere, per come ha attraversato la cultura del Novecento, per come l'ha cambiata.

Protagonista dietro le quinte solo con le sue letture: già una ragione di vita sufficiente, un merito da riconoscergli. Rabdomante della letteratura mondiale, esploratore di lingue e culture, suggeritore di scommesse editoriali, senza calcolo, solo per la tentazione della curiosità, il gusto della scoperta, il dovere della bellezza. 

C'è lui dietro alcuni versi di Eugenio Montale, c'è lui, in particolare dietro la nascita di una casa editrice quale l'Adelphi: che oggi è facile dire che ci ha cambiato, anzi moltiplicato le visioni del mondo con i suoi titoli della Mitteleuropa  e dell'Oriente, con le sue investigazioni metafisiche, con le sue fughe verso il sacro, il marginale, l'altrove, ma provatelo a dire in altri anni, quando ciò che veniva prima, indiscutibile, era la saggistica della rivoluzione. 

Bobi invece era uno che della rivoluzione poteva scrivere così:
«E quando scoppia io mi metto il mio smoking e mi accendo una sigaretta, leggo un volume di Henry James e aspetto che il figlio della mia portinaia mi venga a prendere per portarmi alla ghigliottina».

A Bobi ha dedicato le ultime sue pagine Roberto Calasso, l'anima più che l'editore di Adelphi: come se poco prima di andarsene avesse voluto ricongiungersi idealmente all'amico con cui sognò e condivise un'avventura fatta di libri eppure non solo di libri.

Ed eccolo in queste pagine ripercorrere un'amicizia nata per caso e subito indispensabile - «Presto diventò la persona che più desideravo conoscere in quel luogo ignoto che si chiamava Roma»; eccolo ammirato e affascinato dalla sua capacità di riconnettere le pagine più diverse, di accostare titoli e autori apparentemente senza un filo; eccolo mancare il bersaglio nella definizione che comunque gli è andata più vicino - «Bazlen era inadatto a qualsiasi funzione, se non quella di capire e di essere».

Così superfluo. Così necessario.