lunedì 26 ottobre 2020

Dickens, lo scrittore che ha fatto felice il mondo


E' un saggio di poche pagine che si legge di un soffio, un libriccino in cui mi sono imbattuto solo per caso e che capisco possa essere trascurato. Si può prescindere, in effetti, dalle opinioni che Stefan Zweig coltivava su Charles Dickens

Dalle opinioni forse, vorrei dire, meno dal modo con cui Stefan Zweig sapeva illustrarle. Una volta che si comincia con i suoi ritratti di personaggi, più o meno celebri, si sviluppa infatti una singolare forma di dipendenza.

Fatto sta che in queste poche pagine Zweig adopera l'opera di Dickens come un trampolino per tuffarsi nei più svariati argomenti. Ragiona su ciò che lega un autore al suo tempo, discute sui rapporti tra talento e tradizione, sintetizza lo spirito della nazione inglese e della relativa letteratura, indugia su ciò che rende uno scrittore popolare o lo condanna all'oblio

Insomma, cosa ha fatto sì che Dickens diventasse Dickens, il più amato dei romanzieri britannici? 

In fondo è intorno a questa domanda che gira tutto il saggio. Se Shakespeare appartiene all'epoca eroica dell'Inghilterra, al secolo delle avventure e delle conquiste, Dickens appartiene all'epoca della comoda conservazione, delle buone maniere, della rispettabilità: il primo è incendio, il secondo fuoco nel caminetto. Dici Dickens e ti viene in mente una lettura confortevole in poltrona, allietata anche da un buon tè. 

Per più Dickens rammenta nel suo destino quello di Gulliver che mentre dorme viene immobilizzato a terra con migliaia di corde dai Lillipuziani. Laddove le corde - spiega Zweig - sono i molti condizionamenti della tradizione inglese.

Eppure Dickens è l'autore per cui le famiglie inglesi trepidavano, ogni mese in attesa del postino che avrebbe consegnato il fascicolo col nuovo capitolo di un suo romanzo. E una ragione c'è:

Più di tutti gli altri autori del suo secolo, Dickens ha reso felice il mondo. 

Non so dire se sia per la sua capacità di descrivere le situazioni o scolpire certi personaggi, se sia per il modo in cui racconta l'infanzia o in cui ci consegna la figura di certi matti che poi tanto matti non sono. 

Quello che è certo è che con lui la parola si fa poesia che illumina i giorni, tregua dagli assilli, piacere semplice ma non scontato. Ad altri  gli ardori stilistici, i compiacimenti della forma, le frenesie dell'avanguardia. 

Con Dickens quel piacere si fa bastare: col rimpianto per quel tempo in cui la gente andava incontro al postino, impaziente di sapere come sarebbero andate le cose a Samuel Pickwick o a David Copperfield.







 

lunedì 19 ottobre 2020

Da Fiume a Trieste, profuga e innamorata della vita


In origine la sua famiglia non faceva Madieri, ma
Madjarić e quindi Madierich: un'intera storia a volte si condensa e rivela in un nome, sia esso di una persona o di un luogo. 

E c'è tutta l'Istria in questo caso, l'Istria che è terra di confini, convivenze, esodi. L'Istria e con essa una famiglia costretta ad abbandonare Fiume per un campo profughi a Trieste. 

Una storia tra le tante degli italiani di Istria, trascurati, abbandonati all'oblio e all'imbarazzo,  oppure piegati alle visioni e agli interessi delle parti politiche. Una storia tra le tante, sì, ma che ha trovato le parole giuste per farsi racconto.

Verde acqua di Marisa Madieri è uno di quei libri che fa bene leggere e che entrano dentro per toccare corde sensibili.

Memoria famigliare di una donna che ritorna alla sua infanzia e alla sua adolescenza, è assai di più di un album di ricordi. Dentro ci sono le atmosfere e le nostalgie del mondo perduto assieme all'impero austro-ungarico. Ci sono sapori, parole, mescolanze felici: gulash e salsedine. C'è la terribile lacerazione che si produce dopo la seconda guerra mondiale, il passaggio dalla casa abitata a una sistemazione nei silos accanto a una stazione ferroviaria, anni di miseria, promiscuità e attesa.

Un giorno, dopo tanti stenti e privazioni, per Marisa comincerà un'altra vita. Riuscirà a proseguire gli studi, sceglierà Firenze per i suoi studi universitari e qui incontrerà Claudio Magris, che diventerà suo marito.

Ciò che è successo prima è nelle pagine di questo piccolo libro, insieme intenso e garbato. Soprattutto senza rancori e recriminazioni, sentimenti troppo spesso da altri cavalcati. La storia più tragica nel segno di una comune umanità, capace di trascendere le vicende specifiche perché anche noi si sappia farne parte.

Non le circostanze della storia, ma il senso stesso della vita muove Marisa: la forza degli affetti, il cuore che conta più di ogni ragione e colora in altro modo anche iu momenti più duri. Come il verde acqua del titolo, il colore di un vestito che sua madre riuscì ad acquistarle impegnando un braccialetto al Monte di Pietà, in modo da non farla sfigurare davanti alle sue compagne.

Fuori, la notte chiara, frusciante di stelle, custodisce volti e parole che non saprò ma dire. Molta parte della mia storia affonda in questa dolce oscurità.

E stelle, mi sembra, possono essere le parole. Stelle - nel mistero della vita - sono le persone che hanno regalato affetti, necessari sempre ma ancora di più nei naufragi della storia. 

lunedì 12 ottobre 2020

Cancho e le molte persone che ci abitano dentro


Diceva
Tomas Tranströmer, poeta svedese e Nobel per la letteratura: Mi porto dietro i miei volti precedenti, come un albero contiene i suoi anelli. Parole che entrano in testa e non vanno più via. Parole che non a caso spiccano in epigrafe de I rifugi della memoria di José Luis Cancho, piccolo grande libro che ci propone Arkadia, con la traduzione dallo spagnolo di un autore come Marino Magliani.

Quante vite dentro una vita? E quanto sono ancora vive dentro il nostro presente? Come è che siamo abitati dal nostro passato? Ecco, sono domande come queste che sollecita questo scrittore ancora inedito in Italia - cosa che, certo, mi fa pensare. 

Poco più di cento pagine in cui José Luis si racconta, prima e dopo l'episodio chiave della sua vita, la mattina in cui dopo le torture della polizia di Francisco Franco fu scaraventato fuori dalla finestra del commissariato di Valladolid. Poteva diventare il Giuseppe Pinelli di Spagna, solo che stranamente sopravvisse sia alle torture che alla caduta. In ogni caso da allora si considererà in qualche modo morto ed è così che vorrà scrivere di se stesso.

Il mio proposito è scrivere dal punto di vista di un morto. In almeno un'occasione lo sono stato: morto.

Eppure c'è un prima in cui Cancho è stato un uomo consacrato alla militanza politica fino allo sperpero totale del tempo e al deserto degli affetti. E c'è stato anche un dopo, dove si è scoperto maestro di scuola senza vocazione, vagabondo per vari continenti, infine scrittore forse solo per curarsi dall'irrequietezza, per ripararsi in una bolla non diversa dalle celle che più volte ha conosciuto sotto la dittatura - incredibile, a volte con un sospiro di sollievo. 

E ora chi è davvero? Chi sono le persone che sono lui?

Mi domando se ogni nuovo ciclo vitale non alteri anche la natura dei ricordi.

In ogni caso quelle persone non smettono di intromettersi. Come folletti decisi a tirare qualche brutto scherzo, comunque sempre pronti a scombinare il filo logico della narrazione, a sovvertire l'ordine dei tempi, a prendere la parola per scomode confessioni.

Rendendo indimenticabile quest'ultima uscita della collana Xaimaca - ottimamente curata da Marino Magliani insieme a Luigi Marfé e ad Alessandro Gianetti. Risuonerà a lungo questa voce sconveniente, indomabile, sincera fino all'autolesionismo. 

 

 




 




lunedì 5 ottobre 2020

Cosa c'entrano le scarpe Bata con la giungla del Brasile?


Me lo ricordo come se fosse ieri il negozio di Bata a due passi dalla stazione e da piazza Santa Maria Novella, la serie di vetrine e l'insegna con le lettere rosso vive. Bata era un marchio conosciuto, quasi di casa. Le sue scarpe stavano nel mio mondo e non c'era altro d'aggiungere, niente che la curiosità potesse fiutare. 

Bata: un nome così semplice, così famigliare, che per me era un'azienda italiana, come la Nutella e il Mulino Bianco. Ci ho messo molto per scoprire che la sua storia comincia in quella che un tempo era la Cecoslovacchia per poi resistere alle guerre e alle dittature del Novecento. Che questa impresa con fabbriche e punti vendita in tutto il mondo discende da una modesta famiglia di calzolai. Che per scampare al nazismo e allo stalinismo a un certo punto l'Europa viene lasciata per la giungla del Brasile, dove anche una birra è nostalgia. E che questa destinazione non è solo fuga, non è solo investimento produttivo, è anche la possibilità di una nuova vita, in città comunità che nascono dal niente. 

Sì, tutto questo l'ho appreso solo l'altro giorno, immerso nelle pagine di Con Bata nella giungla della scrittrice ceca Markèta Pilàtovà, proposta da Miraggi con l'ottima traduzione di Alessandro de Vito (mi piace, per inciso, che il nome del traduttore figuri in copertina).

E' una gran bella storia da leggere, questa, densa di personaggi affascinanti, umori vari, sviluppi imprevedibili tra due continenti e geografie più complicate del cuore e degli affetti. Un'avventura sempre riscaldata da una visione forte, quasi utopica, da impresa che non si limita a guardare solo i conti - più volte inseguendo Bata mi è affiorato il nome di Adriano Olivetti. Senza trascurare altri temi, importanti: il distacco dalla propria terra, la possibilità di far convidere dentro di noi anche un'altra patria, l'appartenenza che ci assegna la lingua, la fedeltà a noi stessi e alle nostre radici.

Eppure non si tratta solo della storia, ma del modo con cui è raccontata. Markèta restituisce vita, trasmette la verità che non è solo quella dei fatti accaduti. Costruisce un mosaico di sguardi e punti di vista e fa in modo che la sua voce diventi la voce di chi non c'è più. Adopera la prima persona persino per la fabbrica dismessa.

Questo libro adempie a ciò che a un certo punto afferma Dolores, una delle protagoniste. Noi siamo qui, possiamo essere qui, finché qualcuno pensa a noi. E questo succede ed è dono raro, bellezza che per una volta ci teniamo stretti.







lunedì 28 settembre 2020

Il giardino selvaggio che fa bene alla vita


Questo è un libro che, solo a guardarlo, allieta la vista e allarga il cuore. Lo sfogli, lasci che l'occhio scivoli sulle illustrazioni: e già se
mbrano ben spesi i soldi - che pure non sono stati pochi. Tanto più che a indugiare solo un attimo in quella festa di colori pare già di percepire anche svariati profumi. 

Poi cominci a leggerlo, Il mio giardino selvatico di Meir Shalev (Bompiani) e le parole sono carezze, sono voce saggia che dentro smuove qualcosa. Si capisce subito che non ha niente a che vedere con un manuale di giardinaggio per dilettanti più o meno allo sbaraglio. Tanto più che a scanso di equivoci è lo stesso autore a precisarlo:

E' soltanto una raccolta di impressioni su un giardino senza pretese e su un giardiniere che se ne occupa perchè a un'età piuttosto avanzata si è inventato un passatempo, fors'anche un nuovo amore. 

Senza pretese non so e forse anche la definizione di passatempo sta piuttosto stretta. In realtà è un capolavoro questo giardino, senza che per esso ci sia stato bisogno di architetti del paesaggio ed esperti botanici. Non un giardino all'italiana, ma un giardino secondo natura, assecondato dal lavoro dell'uomo. 

Il quale sparge semi, pianta bulbi, pota e sradica piante secche, innaffia solo se necessario, soprattutto ama e pare riamato dal giardino, che parla il linguaggio del tempo, delle stagioni, della bellezza ancora più bella perché effimera. 

No, non è un manuale, come non è un passatempo: in tutto questo c'è una grande lezione di vita, di più, c'è la vita presa per il verso giusto: magari col conforto di una citazione dei Profeti più qualche buona dose di umorismo.

Siamo in Israele - la Terra Santa: ma nessuna delle creature che popolano il giardino se ne cura. Un lembo di pace sottratto alle contese tra le tre religioni del Libro, suolo su cui semplciemente viene di entrare in punta di piedi e con voce sommessa. 

E anche questa è una lezione - non da poco.




 ha nutrito alberi e piante selvatici, sparso semi e bulbi di ciclamino, anemone, narciso, croco, papavero e molti altri fiori di campo, e dove conversa con i veri proprietari del luogo: uccelli, ricci, farfalle, cinghiali, serpenti e altri amici. Nessuno di loro sa di vivere in Terra Santa, luogo sacro alle tre religioni che si sono combattute per centinaia di anni

 

giovedì 24 settembre 2020

Un disastro, ma bellissimo, un disastro che è danza


Come ci si sbaglia a volte. Come si insiste a sbagliare, malgrado il suggerimento del libraio amico, di cui mi dovrei sempre fidare. Lui questo libro lo tiene sempre in bella evidenza, lo consiglia a giovani e  meno giovani. 

Ma per me Zorba il greco è sempre stato solo un bel film, il bianco e nero che profuma di mare greco, il volto di Antony Quinn, la sequenza di passi del sirtaki, che per inciso solo da poco ho appreso che non è una danza tradizionale, è composizione del grande Mikis Theodorakis che da par suo insegue la tradizione.

Del resto non conoscevo nemmeno Nikos Kazantzakis, l'autore del libro da cui il film è tratto. Succede con Hollywood, il film oscura il libro, quasi lo dissolve. 

Kazantzakis io l'ho scoperto qualche anno fa solo per via indiretta. Grazie al libro di Luca Gianotti, scrittore e camminatore che ha raccontato Creta, attraversata da est a ovest, in compagnia delle sue parole. Solo dopo ho capito che gigante della letteratura sia. 

E dunque finalmente sono arrivato al libro, la cui copertina, va detto, nell'edizione italiana di Crocetti editore riporta comunque un'immagine del film. 

E' un'immagine solare, leggera, che regala un sentimento di spensieratezza, un'idea di libertà che a volte sa evocare proprio quel mare greco. Idea che per quanto ci riguarda connettiamo spesso al tempo delle vacanze: fuga, sospensione, rientro, soliti problemi, solita vita. 

Però la stessa idea percorre tutte le pagine di questo libro, anima un personaggio straordinario qual è Zorba: un greco che nella vita ha fatto e disfatto molto, imprevedibile, incostante, inaffidabile, ma soprattutto pieno di vita, capace di affrontare e superare ogni disgrazia e avversità.

Uomini del genere non si incontrano, irrompono nei nostri giorni, quando abbiamo la fortuna di incontrarli. Più che in lui vien facile identificarsi in Basil, lo scrittore inglese che approda a Creta dopo aver ereditato una miniera che dovrà far ripartire. 

Ben poche cose filano per il verso giusto, la stessa impresa della miniera sarà un disastro, anche per le malefatte di Zorba. Il quale per quanto farà venir meno infinitamente di più porterà in dono: una visione di vita, addirittura. 

Un giorno forse si ritroveranno, Basil e Zorba. O forse no. Ma certamente si porteranno dietro il ricordo della loro amicizia, la potenza dei giorni trascorsi insieme. Un disastro, ma bellissimo, dirà Zorba di ciò che è successo in miniera.

Un disastro a fronte del quale non c'è niente di meglio che accennare un passo di danza. Quel passo e poi un altro e un altro ancora, leggeri come la brezza che arriva dal mare. 





Non spero in nulla. Non temo nulla. Sono libero.

lunedì 21 settembre 2020

Tutto il piacere di una capanna in Siberia


Quindici tipi di ketchup. Sono proprio queste cose che mi hanno fatto venire voglia di allontanarmi dal mondo....


Qualche anno prima Sylvain Tesson, scrittore e giornalista parigino, grande viaggiatore, era capitato dalle parti del lago Bajkal, un posto difficile da trovare anche su un atlante. Era incappato in alcune singolari figure di eremiti dall'aria sorprendentemente felice. Aveva deciso: prima o poi anche lui avrebbe sperimentato una vita così.

Detto fatto. Nelle foreste siberiane (Sellerio editore) racconta i suoi sei mesi in una capanna tra i boschi e la sponda di un lago a 120 chilometri dal primo centro abitato, dove i vicini si raggiungono con ore e ore di spostamenti in slitta, dove un passo falso fuori dell'uscio può comportare la morte per assideramento in pochi minuti, dove ogni cosa si riduce per forza all'essenziale e per questo si fa forte di una straordinaria bellezza.

Non è un asceta, Sylvain Tesson, anzi, si capisce lontano un miglio che detesta coloro che si ritirano da questo mondo per consegnarsi a un altro che non è di questo pianeta. Se ha fatto questa scelta, è perché questa capanna nel nulla della Siberia gli piace, perché questo nulla in realtà é pieno di cose, perchè il piacere della vita si può raggiungere per sottrazione: e a volte è la via più diritta.

E c'è vodka, in questa storia, ci sono libri, ci sono anche numerosi incontri con quella pazza umanità che riesce a popolare questi posti. 

Ci sono tante cose che alla fine si prova qualcosa di molto simile all'invidia per Sylvain Tesson. E per dire, gli si riesce perfino a perdonare qualche giudizio tipico di un parigino con aria molto intellettuale, e che magari non sopporteremmo in un bistrot sotto l'Eiffel, ma qui, però....

martedì 15 settembre 2020

La voce del torrente, un regalo di libertà


Erano venticinque anni che scrivevo, avevo pubblicato qualcosa fra i venti e i venticinque libri, mi ero fatto un nome come uno degli scrittori americani più importanti del mio tempo, i miei libri erano stati tradotti in varie lingue: eppure, con tutto ciò, ero sempre senza soldi, sempre a un passo o quasi dalla rovina.


Era destino che il paese che più di tutti gli altri ha trasformato la  cultura in una gigantesca macchina per fare soldi fosse lo stesso paese che in maniera più realistica, direi anche più cruda, si è interrogato sui rapporti tra arte e mercato, tra creatività e successo. Ed è dagli Stati Uniti, non di oggi ma addirittura degli anni Trenta, che arriva un racconto perfetto per meditare su tutto questo. Pare scritto solo ieri.

Si chiama Le voci del torrente  (in Italia edito da Melangolo), porta la forma di Sherwood Anderson, autore che forse non è conosciuto come meriterebbe, non fosse altro che per i suoi Racconti dell'Ohio.

C'è molto della vita di Anderson in questo libriccino: e questo ce le rende ancora più intrigante. Ma c'è molto anche di quello che vorremmo leggere e che soprattutto vorremmo ritrovare nel nostro mondo.

Ecco lo scrittore che si fa i conti in tasca e i conti non gli tornano e allora si piega alle richieste degli editor e dei direttori delle riviste che pagano profumatamente. Dovrà scrivere cose scorrevoli, gradevoli, accattivanti, cioé accomodanti. Cose che non disturbino, che vadano giù come acqua.

E lui inizia. Solo che poi si blocca. Si blocca e non va più avanti come un apparente buon senso gli imporrebbe. E sarà per quella notte insonne passata ad ascoltare i suoni del torrente vicino a casa. Sarà che tra quei suoni gli pare di scorgere anche i passi dei vecchi amici, le voci delle donne che ha amato. Ma con la luce del giorno, la nuova mattina, ha deciso:

Ero di nuovo deciso a non impormi, a lasciare che il racconto che stavo cercando di scrivere si scrivesse da sé, a essere ancora una volta ciò che ero sempre stato, uno schiavo degli abitanti del mio mondo immaginario.

Racconto dentro il racconto, ma soprattutto racconto che profuma di libertà.

Racconto come un antidoto, buono non solo per gli scrittori, ma per chiunque sia pronto ad arrendersi alle sirene di un sì troppo comodo.

Ps: Nella vita di Anderson, poi, le cose non andarono propriamente così. Un giorno si imbarcò per la Colombia, dove avrebbe dovuto tenere una conferenza a pagamento. Mangiando un panino inghiottì uno stuzzicadenti e morì di peritonite. Morte assurda, certo. Morte che è insieme esclamazione e irrisione. E mi sa che è meglio finirla qui.