lunedì 11 ottobre 2021

La frontiera come vaccino contro l'epidemia dei muri


Una frontiera riconosciuta è il miglior vaccino possibile contro l'epidemia dei muri.

Ecco, se c'è bisogno di una citazione che sintetizzi tutto una riflessione, che abbracci un intero libro di poche pagine ma di grande densità, non può che essere questa. E' il succo di ciò che ci vuole trasmettere Règis Debray

In Elogio delle frontiere (Add editore), più un pamphlet che un saggio, il navigato intellettuale francese non smarrisce certo le qualità che da anni possiamo riconoscergli. Verve polemica, allergia al politicamente corretto, frasi secche e taglienti, ragionamenti al limite della provocazione, ma appunto ragionamenti. 

 In questo mondo sempre più diviso, ci si divide anche tra chi vuole confini come muri e chi i confini proprio non li vuole. E per tanta gente - intendo gente come per esempio il sottoscritto - è bello riconoscersi tra i secondi: perché è giusto, perché alla fine siamo tutti uguali, perché sogniamo un mondo libero da paura, perché è perfino emotivamente appagante.... 

Eppure, eppure, è una bella trappola anche la retorica del mondo senza frontiere. Non fosse altro che i confini sono anche mappa, visione del mondo, ordine. 

A forza di volerne farne a meno, si lascia il campo a chi su quei confini intende costruire muri - e quanti ce ne sono oggi. Abbiamo bisogno di confini da attraversare. Abbiamo diritto alla frontiera

Per fare fronte - afferma Debray - agli scivoloni mortali del va bene tutto, tutto si equivale, dunque nulla ha valore. Perché no? Un libro che come minimo rimette in discussione molte delle nostre convinzioni.

lunedì 27 settembre 2021

L'Appennino sotto casa come un altro continente


Che poi si tratta di un'idea semplice se ci pensi: fare di un piccolo cammino un viaggio vero e proprio. 

Un'idea semplice, però poi hai bisogno di quella mattina in cui ti chiudi la porta di casa alle spalle e chiedi alle gambe di fare il loro lavoro, alla testa pure, perché non dia più niente per scontato. Anche se i luoghi sono gli stessi di sempre, gli stessi di villeggiature, gite fuori porta, cene tra amici. Così conosciuti, ancora così da conoscere: perché il cammino è questo che fa, ci assicura il mistero dei luoghi già frequentati, ci spiazza col dono della sorpresa: poco importa se ti sei fermato a Roncobilaccio.

Ecco, è un'idea semplice, ma Alessandro Vanoli sa restituircela col fascino dell'esplorazione di un luogo remoto, con l'affabulazione che solitamente è l'incanto di chi ritorna da altri continenti, da geografie incerte e mete imporbabili  (lui però è uno che questo incanto saprebbe suscitarlo anche per due passi sul pianerottolo del condominio). 

Pietre d'Appennino (Ponte alle Grazie) narra un suo itinerario per le montagne che sono anche le mie montagne, solo che apparteniamo a versanti diversi, lui emiliano, io toscano (ma queste montagne, si sa, uniscono tanto quanto separano): e incredibile quanto ci porti lontano questo viaggio sotto casa.

Pietre d'appenino: e le pietre, si sa, raccontano storie se presti loro voce, se coltivi la curiosità, se sai che il senso del viaggio, come ci dice Alessandro, è ricordare, ritrovare tracce e segni

Cammini e nel cammino ritrovi i cammini di millenni: pellegrini, mercanti, soldati, banditi. Cammini e recuperi ciò ciò che è stato, ciò che forsa sarà: perché non ci si pensa spesso, ma si fa Storia anche camminando.


 

 

 

giovedì 2 settembre 2021

Se c'è il calamaro gigante anche noi siamo davvero vivi


Leggenda, sogno, incubo, fola di vecchi marinai, complice la smodata propensione all'alcol e alla bugia? Per secoli e secoli la questione è stata liquidata così, buona tutt'al più per qualche zoologia fantastica. Ma che dire se poi diventa prova provata che il calamaro gigante esiste davvero? 

In ogni caso parlarne non è esclusiva di biologi del mare. Se la voce è di uno come Fabio Genovesi facile che si spalanchino praterie (magari di posidonie) alle scorribande della fantasia e dell'affabulazione. Perché è questo che succede nel suo Il calamaro gigante (Feltrinelli): che la storia del calamaro gigante - del modo, diciamo, con cui noi ci siamo accorti del calamaro gigante -  diventi un piccolo grande libro sul richiamo dell'ignoto, sulle frontiere della conoscenza, sulle storie che possono discendere da altre storie, sulla curiosità che tutto può scompaginare e ricomporre. 

Così è, perché si parte dal mare - da questo mondo nel mondo di cui ci illudiamo di sapere molto e di cui in realtà conosciamo appena la superficie - e ci sono subito profondità che ci richiamano. Il vortice delle parole non si arresta più, le correnti ci sospingono dai pescatori delle Antille ai preti dell'Emilia Romagna, dai naturalisti del Settecento agli spazzini di Pontedera. Con la risacca più dolce che finisce per accarezzare un bambino della Versilia a cui la maestra domanda di disegnare l'animale preferito, oppure una nonna che a cena insiste a parlare col marito morto...

Tutto e il contrario di tutto, perché è così che funziona. E il calamaro gigante è bravo a sovvertire le nostre presunzioni, i luoghi comuni a cui è troppo facile consegnarci. 

Per secoli pensavamo che non esistesse, in realtà siamo noi che per lui non esistiamo. E questo, insieme alle sue dimensioni prepotenti, è un colpo durissimo al nostro ego.

Ma poi se il calamaro gigante esiste, quante altre sorprese ancora ci aspettano, per ora annidate nei voli spiccati dalla poesia, nel funambolismo dell'immaginazione per cui ci vorrebbero ancora le parole di Calvino o di Borges.

Per scoprirlo non sarà davvero arrivata l'ora di immergersi e abbandonarci all'acqua, alla vita?

E con quel tuffo non saremo anche noi più vivi? 

E da quel momento, solo da quel momento, danzando col calamaro gigante, col capodoglio e Babbo Natale, coi dinosauri e tutte le altre bellezze che per una vita ci siamo sforzati di non far esistere, finalmente anche noi cominceremo a esistere davvero.

Così scrive Fabio, così ricopio io: e il cuore si allarga.

 

lunedì 23 agosto 2021

Il potere delle storie per l'Europa che è stata


 Senza spaventarsi per il titolo - Topografia della memoria - in effetti ostico. Piuttosto concedendo fiducia a una casa editrice come Keller che difficilmente sbaglia un colpo e a un autore - Martin Pollack - che a mio parere come pochi sa riconnettere i luoghi agli eventi che li hanno segnati, le traiettorie individuali e famigliari alla Storia con la esse maiuscola. 

Sono anni che leggo i suoi libri, dove racconta di una certa Europa che è  improprio classificare come orientale e che piuttosto ricomprende i territori di quello che una volta fu l'impero degli Asburgo, calderone di popoli, culture, religioni. Di questa Europa è bravo a rappresentare la nostalgia, ma anche l'orrore per quanto vi è successo nel corso del Novecento. E come pochi sa resistere a ogni tentazione di rimozione e oblio, come pochi sa rilanciare le ragioni, anzi i doveri della memoria

Con un occhio che sa frugare dove il nostro scivolerebbe via dolcemente, perché ormai addestrato a riconoscere i paesaggi contaminati del nostro continente, i luoghi di stragi e fosse comuni oggi magari celati da campi di grano e frutteti. Con un coraggio che a volte sfiora la spietatezza nei suoi stessi confronti, come quando mette sul tavolo i crimini commessi sotto il nazismo dai suoi famigliari, a partire dalle esecuzioni disposte dal padre. 

Avevo qualche perplessità su questo libro, raccolta di saggi, articoli, interventi. Temevo la disomogeneità e l'arbitarietà delle scelte, l'ìnclusione di lavori superati o poco significativi. Meno male, mi sbagliavo. Tutte le pagine sono percorse dallo sguardo e dal cuore che in Martin Pollack ho imparato a riconoscere. Dalla sua capacità di narrare per trattenere frammenti di umanità, fosse anche quella che spreme dalle foto strazianti dei civili impiccati durante la prima guerra mondiale.

Per non dire di quando ancora una volta ci prende per mano per condurci  in Galizia, il paese cancellato dalle carte, "un sogno non sognato fino alla fine", che a noi è arrivato solo grazie ai suoi scrittori. 

Potere della letteratura, potere della parola scritta, che questo libro sa riconfermarci: e in mezzo a tanto orrore è un sospiro di sollievo.



 

 

giovedì 12 agosto 2021

Marcinelle e gli italiani che rubavano il pane


Questi italiani ci rubano il pane e le donne


Così si diceva allora in Belgio, quando eravamo noi l'orda che si affollava la porta, i macaroni, l'esercito dei clandestini dalle mani callose e le facce annerite. Così si diceva allora e forse qualcosa cambiò solo dopo quel maledetto giorno dell'8 agosto 1956, a Marcinelle, con quei corpi sepolti nella miniera, quelle vite bruciate, soffocate, spezzate.

La storia, forse, è davvero l'arte di porre domande, piuttosto che di fornire risposte. Nel caso, è bene interrogare questo passato per capire ancora il nostro presente. Per cercare le radici, proprio in quei cunicoli di carbone, in quei morti, in quella parata di autorità a cui non seguì giustizia.

Ci ha fatto un gran regalo Paolo Di Stefano, con La catastròfa (Sellerio), libro che ci riporta a quella mattina in cui il cielo del Belgio era azzurro come non mai. Padroni delle miniere e volti di immigrati. Di Stefano sfugge alla tentazione di usare le sue parole, di tentare la strada del saggio, l'esibizione di chi le risposte ce l'ha davvero.

Piuttosto lascia parlare. Dà voce. Accoglie nella pagina il verbale e la testimonianza.

E questo libro diventa la parola di chi c'era.

Parole che mescola il dialetto di una terra lontana e si mescola al francese diventato abitudine.

Parola viva. Parola che mi fa pensare all'immigrato che oggi raccoglie pomodori. E anche ad altre stragi - pensate alla Thyssen di Torino - segnate dalla stessa incuria, dalla stessa ipocrisia. 

lunedì 26 luglio 2021

Tutti i libri che mi attendono a Hay-on-Wye


E' uno dei rari libri che mi è venuto di leggere due volte. La prima, qualche anno fa, per scoprire la meravigliosa storia di Hay-on-Wye, il paesino del Galles che ha saputo inventarsi un futuro diventando la capitale del libro, la Mecca di tutti i bibliofili. La seconda ora che a Hay-on-Wye ci sono stato - perché può succedere che città visitate con il tappeto volante delle parole a volte accolgano davvero i nostri passi.

Al paese dei libri di Paul Collins (Adelphi) è un libro che sa mettere insieme humour e intelligenza, riflessioni non banali e passioni più o meno eccentriche. Ci porta ad Hay - con le sue decine di librerie, una ogni 40 abitanti - e racconta di come abbia accarezzato l'idea di trasferirsi lì, lui che abita in California. Ci presenta Richard Booth, l'uomo che tutto questo ha reso possibile, con un'idea bislacca alcuni decenni fa: comprare i libri destinati al macero in America, farli arrivare da questa parte dell'Atlantico, provare a rivenderli. E poi ci porta in giro, per i pub e per le librerie di questo posto incredibile e della sua storia.

Bello rileggerselo dopo aver respirato l'aria di Hay. Solo che ora, in questo libro sulla città dei libri, ho trovato soprattutto di che meditare sugli imprevedibili destini dei libri.

Hay e i suoi milioni di volumi stipati ovunque, persino nei fienili e nelle fabbriche dismesse. Alcuni necessari, quasi tutti da tempo condannati all'oblio. Tutti se ne stanno sugli scaffali, in attesa.

Impossibile trovare quello che cerchi. E' il caso che guida il visitatore appassionato di libri. E' il libro che in qualche modo ti guarda e ti sceglie. Qualche volta te ne accorgi e decidi per lui.

Un giorno - dice Paul Collins rivolgendosi agli altri autori i cui libri già popolano Hay - questo libro si unirà ai vostri, su quegli scaffali polverosi, con la rilegatura sgangherata e macchiata come le vostre, e guarderemo tutti insieme il tempo che passa

Non è il più crudele dei destini. Io di libri così me ne sono riportati diversi a casa. Il massimo che potevo fare in vista del rientro in aereo. Di infiniti altri, è evidente, non mi sono accorto. Però è bello sapere che sono ancora lì. E che nel frattempo forse hanno già trovato la loro strada verso casa.

martedì 13 luglio 2021

Traversando l'oceano con Don Chisciotte


Prendete un grandissimo della letteratura tedesca, che l'avvento del nazismo ha ormai allontanato dalla Germania. Prendete una traversata dell'oceano su una nave passeggeri olandese, lusso ma anche lunghi giorni di navigazione. Prendete infine un capolavoro assoluto della letteratura mondiale scelto per accompagnare ore che non passano più, sottrarsi alla mondanità da crociera e dare sostanza ai giorni.

Ecco, è tutto quanto serve perché venga fuori un'opera piccola nelle pagine ma densa negli spunti che appartiene allo stesso tempo alla letteratura di viaggio e alla riflessione sulla parola scritta, con la sua capacità di indagare la condizione umana.

Il grandissimo è Thomas Mann, il viaggio è quello che lo porta a New York nel 1933 per una serie di conferenze e il capolavoro è quello di Miguel De Cervantes. E da tutto questo non poteva che venire fuori qualcosa di intrigante, come Traversata con Don Chisciotte, riproposto dalle Edizioni Medusa.

Da leggere di un fiato, provando a immaginarci l'immenso Thomas che dialoga a distanza con l'immenso Miguel, con il primo seduto su una sedia a sdraio, a contemplare le lontananze dell'oceano. Qualche giorno più tardi la nave attraccherà in un altro continente e tutto forse sarà diverso: ma non è da questo vuoto intorno che è più facile contemplare i destini umani?

E Thomas legge e poi scrive, magari nella sua cabina, magari a un tavolo della sala da pranzo. Scrive e mescola la sua vita di bordo e le pagine di Miguel.

Che certo non è lettura scelta a caso: e non solo perché il Don Chisciotte non  può mancare tra le letture. Pensate a quanto è importante il ruolo dell'illusione, nelle pagine dello spagnolo. Pensate a quanto abbonda l'ironia, arte di tenere a distanza le visioni più estreme. Pensate alla stessa figura del Cavaliere che alla fine ritrova il senno e muore rassegnato e riappacificato - non è ciò che si auspica per tutti i malati di grandezza?


Oppure pensate all'episodio di Ricote, il buon musulmano cacciato dalla cristianissima Spagna che trova ospitalità giusto in Germania. Fu qui - scrive Mann - che sentii crescere il mio orgoglio patriottico. E chi ha orecchi per intendere intenda, nella Germania che sta ripulendo le sue città dagli ebrei.

Poi ecco le luci di Long Island, i grattacieli di Manhattan avvolti nella nebbia, la statua della Libertà ad annunciare il Nuovo Mondo. 

Rimangono indietro i sentimenti e i pensieri che guardano indietro, alla vecchia Europa. C'è già qualcosa di nuovo davanti

lunedì 5 luglio 2021

La vita davanti a sè, ovvero il libro delle scelte


Mi ha riacceso la sigaretta con l'accendino e mi ha detto che i figli delle puttane sono anche meglio perché ci si può scegliere il padre che si vuole, mica si é costretti 


E dunque, è molte cose insieme, La vita davanti a sé di Romain Gary (Neri Pozza), molte cose come molti sono gli umori e i sentimenti che si mescolano nelle pagine di uno scrittore che a lungo ho colpevolmente trascurato. 

Però, tra tutte, direi questo: La vita davanti a sé è un libro sulle scelte, meglio ancora sui legami che si scelgono, sugli affetti che sono ancora più importanti perché non sono dovuti, ma tenacemente voluti e ancora più tenacemente alimentati.

Non conta né il nome né la religione, non conta il sangue.

Prendete Momò, il ragazzino arabo che non ha nemmeno la carta di identità, il bambino adulto abbandonato dai suoi genitori. Prendete Madame Rosa, l'ex puttana ebrea, scampata alla Shoah, che ha messo su una sorta di centro di accoglienza (si direbbe oggi) per i figli delle donne che "fanno la vita".

Prendete queste due vite e piazzatele dentro il quartiere popolare di Bellevue, il quartiere degli immigrati, della gente ai margini di Parigi, il quartiere dove abbondano miseria e dolore, anni prima che un altro scrittore, Daniel Pennac, stenda su questo mondo una vernice di parole che ha molto a che vedere con la magia.

Prendete queste vite che non hanno nulla o quasi nulla in comune. E poi lasciatevi andare a questa storia di amore che forse nemmeno tra una madre naturale e suo figlio. Commuovetevi per questa storia che illumina con la sua tenerezza la vita sordida e marginale di Bellevue.

Eravamo tutto quello che avevamo al mondo e almeno questo l'avevamo salvato.

Poi quello stesso riflettore muovetelo ai lati, dietro, davanti, fate emergere dalle righe altre storie, altre persone, come quella del dottor Katz, che era ben noto agli ebrei e agli arabi nei paraggi di rue Bisson per la sua carità cristiana e curava tutti quanti dalla mattina alla sera e anche più tardi.

E adoperate questa luce per commuovervi. Ma soprattutto per fantasticare sulla vita quale potrebbe essere. Se solo.