lunedì 25 maggio 2020

Il cappotto di Marcel Proust e un libro bizzarro

Stringendo tra le dita quei lembi di stoffa lisa e logora, prova forse la stessa emozione che sente quando sfoglia le pagine di un volume raro o le carte sgualcite di un manoscritto creduto perduto. Qualcosa passa attraverso le dita e arriva fino a lui.

E' un libro, Il cappotto di Proust di Lorenza Foschini (Strade Blu, Mondadori), che poteva scrivere solo una persona che ama l'autore della Recherche di un amore quasi inspiegabile. Però è anche un libro che può leggere anche chi di Marcel Proust non ha letto mai una riga, magari rimanendo aggrappato solo al sentimento del tempo perduto, alla voglia di ridare un senso e un'emozione a ciò che è stato.

Molte cose ci sono in queste poche pagine. E forse a mancare è proprio lui, Marcel Proust, ombra, enigma, profondità che non si lascia sondare, uomo che è diventato il suo capolavoro. 

Piuttosto c'è il cappotto da cui non si separava mai, nemmeno nei giorni più caldi dell'estate, nemmeno sul letto dove ha scritto gran parte delle sue pagine. C'è un raffinato bibliofilo, Jacques Guérin, industriale dei profumi che sapeva impiegare la sua memoria olfattiva anche per i libri,  capace di annusare ciò che vale davvero come un cane da tartufo. C'è il rapporto complicato con un grande artista. C'è la battaglia tra ciò che spinge a cancellare, rimuovere, dimenticare - fosse anche una cognata pronta a bruciare le carte rimaste - e tra ciò che spinge a conservare e collezionare (il collezionismo non è forse un tentativo di resistere al tempo?).

Ci sono queste cose, in questo libro bizzarro (il bello è sempre bizzarro, affermava Charles Baudelaire), che partendo da un dettaglio ci dice su un'epoca e su un artista più di tanti ponderosi saggi.

giovedì 21 maggio 2020

Lo sciamano delle Alpi tra nostalgia e possibilità

Quell'oggetto è un acchiappasogni. Serve a tenere lontani gli incubi. A impedire che i pensieri cattivi si impadroniscano della nostra mente. Ma è anche il simbolo di un mestiere. Gli stregoni, gli uomini di medicina, gli sciamani, lo mettevano davanti alla tenda perchè si sapesse che lì ci si poteva curare.

Ormai sono anni che faccio mie le storie di Michele Marziani, un romanzo dopo l'altro. L'ho scoperto con Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta, che mi ha portato dalle parti di una ciclofficina sui Navigli e di scelte di vita importanti. L'ho ritrovato con La signora del cavale, sorprendente racconto di una comunità di pescatori di storioni non sul Volga ma sul Po. Me lo sono tenuto stretto con Nel nome di Marco, ascesa e caduta del Pirata, ferita che non si rimargina. L'ho inseguito nella Figlia del partigiano O'Connor, vicende familiari che si intrecciano con le tragedie del Novecento, la Guerra di Spagna, Irlanda e Ventotene. 

Paesaggi, umori, situazioni con cui ho preso confidenza.

La sua ultima storia - Lo Sciamano delle Alpi, proposto da Bottega Errante - l'ho terminata oggi, col dispiacere di non avere più pagine da girare e la curiosità per cosa potrà ancora riservarci Michele nel futuro. 

Dentro ci sono tre fratelli che non il destino ma varie presunzioni e seduzioni hanno separato. Nella loro esistenza non pare abbiano posto se non per la smania di conquista: si tratti di una carriera, un conto in banca o un amante è un particolare secondario. Poi c'è un quarto fratello che scompare, ma che è necessario ritrovare per portare in fondo una spericolata operazione finanziaria. E c'è un mondo che si schiude in questa ricerca che porta su in montagna, lontano dalla città, ma lontano anche dal presente, verso un'altra possibilità.

Non è solo un bel romanzo, mi sembra anche un libro che ricapitola tutto ciò che finora Michele ha scritto, come se avesse voluto giocare con se stesso, con la sua scrittura, col suo mondo interiore. 

Il sentimento della fuga, l'idea di giocarsi un altro giro di carte nella partita della vita, l'arte della solitudine che è argomento su cui certo ha molto da dire. Il senso del tempo e dei cambiamenti che produce. La nostalgia - sia essa per la civiltà alpina liquidata a cuor leggero o per i sogni dell'infanzia -  che si fa dono e orizzonte per qualcosa che potrà ancora succedere.  

E dettagli, indizi, richiami che affiorano da queste pagine, come messaggi in bottiglia. Un volume di Thoreau, la pesca alla trota, le letture adolescenziali di Salgari, le vecchie carte geografiche, i pellerossa e ancora l'Irlanda.... Come si conviene a un grande affabulatore, a un uomo che raccontando storie ha acchiappato il suo sogno.







 

 

lunedì 18 maggio 2020

Con Mordecai (o con Barney) in un localino di Montreal

 "Richler, cosa fai?" gli chiedevano. E lui: "Scrivo romanzi". "Ah, bene. E di lavoro?" 

E' sempre così, con Mordecai Richler, un sorriso e una strizzata di malinconia, una battuta corrosiva e una lacrima che fa capolino. Se c'era bisogno di una conferma, ecco che la ritrovo in questo libro di Christian Rocca, Sulle strade di Barney (Bompiani).

Uno di quei libri che uno compra quasi per dovere - come potrei altrimenti visto che la Versione di Barney me lo porterei sulla famosa isola deserta? - e che invece uno finisce per divorare solo per piacere, per immenso piacere.

E sarà che hai delle idee su quello che deve esserci dentro e che queste idee vengono da subito deliziosamente smentite. Sarà che non si tratta di un saggio su Mordecai Richler - lui avrebbe certamente detestato i saggi su Mordecai Richler - ma piuttosto di un viaggio in Canada sulle sue tracce, di una memoria affettuosa, di un gioco delle parti. 

Sarà che il titolo ti spiazza e ti porta altrove. 

Pensate. Sulle strade di Barney. Mica Sulle strade di Mordecai. Un viaggio all'inseguimento di quel magnifico personaggio, Barney Panofski, che ebbe la magnifica sorte di uscire dalle sue pagine e di confondersi con lo scrittore che lo mise al mondo... 

E questo libro è anche questo, una dolce, commovente, divertente tentazione di equivoco tra Mordecai e Barney. Con lo stesso Christian che si mette in mezzo tra i due, magari per una bella bevuta insieme in quel localino di Montreal, non prima delle quattro del pomeriggio, però...

giovedì 14 maggio 2020

I Balcani sono le sue storie

Già, dove iniziano e dove finiscono i Balcani? Comprendono anche la Turchia europea? E che dire di Trieste? 

Potremmo cominciare e non smettere più con domande così, mescolando geografia e storia, rovesciando le complicazioni dell'una sull'altra e viceversa. Sì, non smettere più se non per stanchezza. Per rimanere con un pugno di mosche. 

I Balcani, figurarsi. Tutti più o meno sappiamo ritrovarli su una carta geografica, tranne poi confondersi o lasciarsi sorprendere. Per dire, il sottoscritto ha sempre fatto fatica a rammentarsi che per questa terra non esiste solo su un mare, che dall'altra parte ce n'è un altro non meno intrigante e difficile, anzi. L'Adriatico ma anche il Mar Nero.

Questo per quanto mi riguarda. E sempre per quanto mi riguarda ho tratto conforto e piacere dalla lettura di Dove iniziano i Balcani di Francesca Cosi ed Alessandra Repossi (Ediciclo): due viaggiatrici che da tempo ci portano nel mondo attraverso le storie di viaggio e la buona letteratura.

E' un bel libro, Dove iniziano i Balcani, col titolo senza punto interrogativo, tanto non ce n'è bisogno, tanto la domanda sarebbe piuttosto un'altra: non dove cominciano, ma cosa sono i Balcani.

L'Altro che ci è vicino, l'Oriente sotto casa: così sfuggente che pare una farfalla che si sottrae continuamente al nostro retino e quasi si prende gioco di noi.  

Meglio le storie dunque: si tratti della fortuna turistica di Bled come di Joyce a spasso per Pola, delle ville come delle isole galera di Tito, degli spiedini di carne onnipresenti come delle tracce lasciate da Danilo Kiš, autore che ci dovremmo tutti tenerci stretto, delle città inventate dal regista Kusturica come dei tormenti di Sarajevo, dei gatti del Montenegro come delle folle di Medjugorje....

Nessuna somma da tirare alla fine, nessuna vera conclusione. Tanto le storie bastano a se stesse. Non ne usciremo con confini più chiari, piuttosto con un diverso senso di prossimità. Ed è di gran lunga meglio così. 

  

lunedì 11 maggio 2020

Tutta la storia del mondo tra il bagno e la cucina

Così ho concepito l'idea di fare un viaggio tra le pareti domestiche, vagando di stanza in stanza ed esaminando il ruolo che ciascuno di esse ha svolto nell'evoluzione della vita privata. Quella del bagno sarebbe stata una storia dell'igiene, quella della cucina una storia dell'arte culinaria, quella della camera da letto una storia del sesso, della morte e del sonno, e così via. Avrei scritto una storia del mondo senza uscire di casa.


Così lo stesso Bill Bryson introduce Breve storia della vita privata (Guanda), volume robusto ma che si lascia divorare come un pranzo di Natale, allo stesso modo del suo precedente Breve storia di (quasi) tutto. Perché i titoli possono fuorviare - così seri, così impegnativi e direi anche così commisurati alle dimensioni del volume sotto gli occhi - ma Bryson no, Bryson lo conosco da troppo tempo e so cosa aspettarmi da lui. 

Bryson è un affabulatore, uno scrittore che sa fare appello alla curiosità e all'intelligenza del lettore, anzi, Bryson è prima di tutto un viaggiatore e questo non viene meno anche se affronta temi grandi come montagne. O se decide di rimanersene a casa, con uno spirito che riecheggia un libro di fine Settecento, Viaggio intorno alla mia camera di Xavier De Maistre, ottimamente riproposto da Tarka in questo mesi.

Anzi, proprio quando ciò che aspetta la sua scrittura è una montagna viene fuori la tempra di camminatore. Passi brevi e robusti, nessuna fretta, capacità di osservazione, possibilità di fermarsi sempre e comunque, di fronte a un largo panorama come a una cosa da nulla che sporge da dietro un albero o un masso.

In questo libro Bryson deve esserti sentito particolarmente a suo agio. Sarà che gira il mondo, saltando per di più da un'epoca all'altra, eppure rimanendo sempre a casa. La stessa casa in cui si è trovato ad abitare, un'ex canonica del Norfolk, in Inghilterra.

Una bella casa, indubbiamente. Ma che sorpresa scoprire che attraverso di essa si può sfogliare l'intero mondo e perfino comprenderlo un po' di più.

giovedì 7 maggio 2020

Il dolore che non mi ricordo di aver scritto

Ho ritrovato questo Diario in due quaderni negli armadi blu... Non ricordo di averlo scritto.

Succede che il passato ci sorprenda così, come un baule in cantina che non è stato più riaperto, come una scoperta archeologica. A volte è qualcosa di scritto, in cui è tanto riconoscere la nostra calligrafia, e solo quella. Non ci si vede proprio nell'atto di scrivere quanto si è scritto. 

Sono stato proprio io? Domanda che in realtà potrebbe valere per tutti, anche per lo scrittore che oggi pubblica il libro che solo ieri ha scritto. Ma da cui talvolta discende assai più di una constatazione. 

Come Marguerite Duras in queste pagine, sconcertata da tanto disordine del pensiero e del sentimento da farle provare una sorta di vergogna della letteratura. Ed è vero, questa non è letteratura, questa è vita. Ma vita restituita in tutta la sua intensità.

Pochi libri come Il dolore (Feltrinelli) raccontano le lacerazioni e le paure della guerra, pochi libri sono così chirurgici nel dissezionare ciò che gli uomini sono e diventano nelle strozzature della storia. 

Parigi, tra il 1944 e il 1945. Marguerite Duras milita nella Resistenza, i tedeschi le hanno strappato il marito. Prigioniero in un campo di concentramento, di lui non si sa più niente. Forse è già morto, forse quel forse non ha più senso, ogni giorno ha meno senso. Cos'è l'attesa di un ritorno? Come è piangere un morto sena tomba? 

Troppo, c'è troppo in queste parole. La sofferenza intima e solitaria nella tragedia collettiva - Accadono più cose nella nostra testa che nelle strade tedesche - e poi il ritorno che non è mai ritorno, il futuro che per alcuni più che per altri è terra straniera, il male che contagia anche chi si schiera dalla parte giusta, il barlume di umanità che a volte si riesce a scorgere persino nel delatore della Gestapo..... Troppo e anche troppo scomodo, persino crudele. 

Eppure è così che la parola si fa memoria, passione, quindi vita. E in quanto tale grande letteratura.