lunedì 17 maggio 2021

Il fabbricante di giocattoli che voleva cambiare il mondo


Questa volta è proprio vero, non è una di quelle cose che si dicono per assecondare autore ed editore, col libro che è nel vivo della distribuzione. Questa volta lo dico e ci credo, non c'entra nemmeno che Tito Barbini sia un amico, uno scrittore per di più con cui negli anni ho condiviso ben quattro libri scritti insieme. 

Forse è proprio perchè di lui ho letto e apprezzato molto che posso affermare che Il fabbricante di giocattoli (Arkadia), appunto il suo ultimo libro, tra tutti è il più bello, intenso, convincente. E che in esso sa ricomporre e armonizzare tutti gli ingredienti adoperati in ordine sparso in altri titoli, sa essere riepilogo, volo di uccello, colpo d'occhio capace di abbracciare molte altre storie che gli sono care.

La storia in realtà è quella Simòn Radowitsky, ebreo e anarchico in fuga dalla Russia dello zar, emigrato e ribelle in Argentina, attentatore condannato al bagno penale di Ushuaia, inferno sulla terra, e in seguito, dopo la liberazione, vagabondo ed esule ancora pronto a spendersi, dalla Spagna della guerra antifascista al Messico di Frida Kahlo e del suo connazionale Lev Trotsky

Simòn, uomo che ha provato a cambiare il mondo inseguendo la bellezza e la follia di una splendida utopia, uomo che il mondo non lo ha cambiato e che alla fine ha vissuto fabbricando giocattoli (per certi versi un altro modo di perseguire la bellezza, forse di rendere anche migliore il mondo).

Ma ecco che la storia di Simon si connette a quella di tanti altri che Tito ci ha restituito in altri libri. Pascalini, l'ultimo pirata della Patagonia protagonista della tentata evasione di Simòn; Don Patagonia, il missionario testimone del massacro degli ultimi indios della Patagonia; Severino di Giovanni, anarchico di Buenos Aires, con la sua breve vita segnata insieme dall'odio e dall'amore. Tutti personaggi che qui si fanno mosaico, sono acqua di uno stesso fiume cui appartiene tutta una umanità segnata dalla speranza e dalla sconfitta.

Le storie raccontate e le storie che ancora aspettano, che qui fanno capolino. La ruota della curiosità che non si stanca di girare. A volta basta una pagina, come quella degli emigrati italiani che nel secondo dopoguerra partirono per la Patagonia: che fine fecero? A volte basta un rigo, come quello che mi è entrato dentro e non se n'è più andato - sul progetto di trasferire le spoglie di Dante a Buenos Aires: non è già il seme di un romanzo? E Luce Fabbri, chi era davvero e come erano le sue poesie? 

Storie che hanno bisogno dei luoghi a cui appartengono per essere raccontate. E' un lungo viaggio quello che Tito fa in questo libro: dall'Ucraina all'Argentina, dall'Uruguay alla Spagna, per poi varcare di nuovo l'oceano e terminare in Messico. 

E non so se sono più i luoghi a ispirare la scrittura, o è più quest'ultima a spingere verso il viaggio. Alla fine va bene comunque. Basta non fermarsi. Basta continuare a interrogare il mondo e chi lo abita.




 



 

lunedì 10 maggio 2021

Dalla Georgia alla città dell'acqua alta

 


Mi ero messo in testa di scoprire qualcosa di più sul viaggio in Italia di quell'anarchico georgiano....

Vai a sapere com'è che viene in mente di indagare su un personaggio, su una storia, per poi provare a farne un libro. C'è chi dice che non sei tu a scegliere, che è il personaggio, la storia, che ti sceglie. 

Ci credo e non ci credo: però confido nella miscela di caso e curiosità. Anch'io l'ho sperimentato una volta: un nome che faceva capolino da una nota a piè di pagina e io che ho provato a tradurlo in molte - forse troppe - pagine. 

Di certo anche questo è il fascino de L'acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini, altro piccolo grande libro di una casa editrice - Exòrma - e di una collana - Scritti Traversi - su cui si va sul sicuro. Non racconta solo una storia singolare, nascosta nelle pieghe della grande Storia, racconta anche di come l'autore c'entra dentro e prova a farla sua.

Capita poi che questa storia sia un intreccio di altre storie, una matassa che si dipana, un  filo che collega ciò che non avremmo mai considerato insieme: e magari è proprio questo che ci emoziona di più. 

E il come non lo dico, però enumero alcuni degli ingredienti che qui ci sono: le atmosfere della laguna più famosa del mondo, una libreria di gatti e acqua che sfiora gli scaffali, l'isola di San Lazzaro, custode della cultura armena dopo il genocidio; monaci di antichi riti, ribelli pronti a tutto contro lo zar di Russia, anarchici dell'Adriatico; Venezia, ma anche i posti più remoti del Caucaso, da cui all'alba della nostra civiltà pare sia arrivata anche la parola vino - e sul vino di Georgia ci sarebbe parecchio da dire; la stessa Georgia da cui un giorno arrivò il personaggio indicato nel sottotitolo: uomo che in fondo è un mistero, nonostante tutte le evidenze che da lui sono discese, un mistero di cui avremmo fatto a meno.

Uomo che, soprattutto nei suoi anni più giovani, è stato molte vite e molte possibilità, non a caso affidate a pseudonimi di volta in volta diversi. Il suo vero nome spicca in copertina. Il nome con cui è stato consegnato alla memoria non ve lo dico. 

Il gioco è a carte scoperte, ma va bene così, magari potrete beneficiare della mia stessa distrazione o della mia stessa ignoranza. Per arrivare al colpo di scena conclusivo. Come in un giallo. O come in una delle storie di Corto Maltese, non a caso evocato da Emanuele Termini.

Perché questa, sicuro, è una storia che sarebbe piaciuta a Hugo Pratt. E chissà che in effetti non se la sia trovata tra le mani.


 

giovedì 6 maggio 2021

Vita di Blu, la bambina nata da una risata


 

Perfetto.

E' che la chiamano tutti Blu, professore.

Blu?

 

Blu: la bambina nata da una risata.  

 

Sarà che di lei avevo già letto un libro importante, Guasti (Voland), uno di quei libri che ti spiazza, ti prende e non ti molla. Sarà che in questo nuovo romanzo sceglie la narrazione in seconda persona e non è facile, se lo fai sei un funambolo sospeso tra distanza e intimità, succede di precipitare, però se arrivi in fondo tanto di cappello; sarà che mi sembra una delle voci inconfondibili tra le tante dei nostri giorni, anche se c'è chi nelle sue pagine rintraccia persino qualcosa di grandi autrici del passato - per esempio l'amico Simone Innocenti, che chiama in causa nientemeno che Alba de Cèspedes e Goliarda Sapienza. 

Sarà per questo e sarà anche per altro, certo, ma Blu di Giorgia Tribuiani (Fazi editore) è un libro che non mi viene da rimettere sullo scaffale tanto facilmente, terminata la lettura. Anche la copertina mi ha catturato, questo lago di celeste, insieme onirico e malinconico, un tuffo in una piscina di bellezza che può farsi ossessione. 

Ma poi soprattutto questa voce, questa voce che ti aggancia fin dal primo rigo - Blu, riapri gli occhi - e sei anche tu occhi che interrogano Blu, che provano a seguire il dentro e il fuori di questa vita, chissà non si possa costruire una mappa dei dolori, delle aspirazioni, dei sogni, dei sensi di colpa. 

Blu che in realtà si chiama Ginevra, però così la chiamano sin da bambina.  Blu che porta su di sè un peso della vita assai più grande di quanto possa pretendere l'età. Blu che conta, perché a volte i numeri vengono meglio delle parole. Blu disarmata nel gioco dei sentimenti, ma che forse ama davvero solo l'arte

Solo un accenno, un modo di cominciare, attraverso pagine che poi sono deflagrazione di emozioni, caleidoscopio di istanti, fragile ponte tra le varie identità che possono nascondersi denro una persona. 

Provateci: a me Giorgia, per la seconda volta, mi ha spiazzato e preso senza mollarmi. E ancora provo ad ascoltare la sua voce.






lunedì 3 maggio 2021

Dall'ambasciatore delle foreste al geografo anarchico


 Ci sono personaggi - e anche libri - che fanno capolino per anni e per anni rimangono dove sono. Sbucano come richiami, citazioni, indizi, ma restano possibilità non colte, per pigrizia o disattenzione. Poi succede qualcosa - finalmente la connessione giusta - e ci si chiede perché debba essere passato tanto tempo. 

Questo è esattamente quanto mi è successo con Élisée Reclus, un nome che più volte mi è venuto incontro e che sempre ho lasciato da parte, come una di quelle figure che possono rientrare nella cultura generale, ma che non accendono niente. Così mi è successo, almeno fino a quando non ho scoperto la via che da lui mi riportava a George Perkins Marsh, il mio ambasciatore delle foreste: un ponte di parole, alimentato da una discreta corrispondenza e da una visione ecologica in anticipo sui tempi e sorprendentemente affine. 

Sorprendentemente, certo, perché se Marsh era un diplomatico di carriera, il rappresentante degli Stati Uniti in Italia, Reclus, oltre a essere uno straordinario geografo era un convinto anarchico: e una buona fetta del suo fascino risiede proprio nella sua capacità di coniugare la scienza della terra con la sua idea di libertà. 

E dunque ecco che di lui ho appena terminato Storia di un ruscello, nell'edizione di Eleutheria: il libro in cui racconta un corso d'acqua dalla sua prima goccia di sorgente. 

"L'uomo è la natura che prende coscienza di se stessa", affermava Reclus, un secolo prima dei paladini dell'ecologia profonda. Ma in queste pagine non mette solo in gioco questa sua concezione del rapporto tra uomo e natura. Sperimenta la possibilità che la geografia si faccia narrazione: sicuro che anche il più modesto ruscello - "quello di cui seguiremo il corso non ha nulla che lo segnali particolarmente all'attenzione degli uomini" -  abbia comunque molto da dire.

E il libro sarebbe da tenersi stretto anche solo per la sua dichiarazione iniziale, che per me ha la forza di un'illuminazione:

"La storia di ogni ruscello, anche di quello che nasce e si perde fra il muschio, è sempre la soria dell'infinito"



mercoledì 28 aprile 2021

E questo è niente, c'è un'altra vita davanti


 Ci sono libri che sono come visite inattese: bussano alla porta di casa e non sai bene che cosa ne verrà fuori. Piombano tra le letture che non avevi messo in conto, ne scompigliano l'ordine. Potenza della curiosità e direi anche del passaparola tra buoni lettori, lettori amici. La scoperta di uno diventa la scoperta dell'altro: e quasi sempre è in questo modo che ci ritroviamo sotto gli occhi i libri che più finiranno per contare. 

 Ecco, più o meno è andata così con E questo è niente di Michele Cecchini (Bollati Boringhieri): sono bastate poche pagine per riconoscere una voce particolare, vera, una voce che sa raccontare e che si fa ascoltare. 

Voce che mi ha portato lontano, ma poi non troppo, perchè mi sono ritrovato negli anni Sessanta del secolo scorso, nella campagna toscana che è anche la mia campagna, quella da fiorentino in gita. Ma la lontananza non è solo una questione di tempo e di luogo, è la distanza che bisogna percorrere tutta per entrare dentro una storia, per farsi persona, anzi, per dare parola proprio a quella persona. 

Michele è riuscito nell'impresa di darla a un ultimo tra gli ultimi, in un'epoca in cui per un ultimo così tutto era ancora più difficile. Perché Giulio ha sedici anni, ma ne dimostra almeno la metà. Durante il parto il maledetto forcipe lo ha devastato, è tetraplegico. "Un coso che ha due braccia e due gambe, ma non funziona nulla", e quanto è toscana questa espressione, coso. E' immobilizzato su un lettino che più giusto sarebbe chiamare prigione. Però osserva, studia gli adulti intorno a lui, legge a suo modo la realtà e a suo modo la reinventa e ce la restituisce. 

 In quegli anni una persona così era solo un errore di natura, vergogna da nascondere, grattacapo cui riservare la stessa attenzione domandata dai canarini in gabbia. Perchè qualcosa iniziasse a cambiare - come per i matti quando c'erano dei manicomi - ce n'è voluto di cuore e di coraggio. Doveva arrivare qualcuno che si levava in piedi, per sfidare luoghi comuni, per aprire un varco. 

Bene, questo libro, racconta anche un qualcuno così. Un "dottore alla rovescia" che sa vedere dove gli altri non riescono o non vogliono vedere, che sa regalare speranza e dignità. Una persona così è esistita davvero - era Adriano Milani, il fratello di don Lorenzo. Qui irrompe nel mondo di Giulio ed è come il vento che comincia a spirare in un'altra direzione. 

E così questa fiaba senza il fiabesco, questo romanzo tenero e crudele allo stesso tempo, sa mescolarsi anche alla verità dei fatti: ai gesti e alle parole che possono restituire un senso alla vita e riscattarla.




 

 

 

 

lunedì 26 aprile 2021

Corpi in cammino per ritrovare il corpo paese


Non è la voce che comanda la storia: sono le orecchie.

Lo diceva Italo Calvino e forse è da questo che si può partire, da questo senso che a volte trascuriamo - ci viene di parlare piuttosto che di ascoltare - da questo dono di cui di solito ci accorgiamo solo quando lo stiamo perdendo. Si tratti della facoltà di udire che ha il nostro corpo, così come della capacità di sentire il passo della storia. 

Oppure si può partire da un corpo, il corpo che ci appartiene, ma anche il corpo che in fondo è un intero paese, il nostro. Ed è questo che fa Simona Baldanzi, nel suo ultimo bel libro, Corpo Appennino. In cammino da Monte Sole a Sant'Anna di Stazzema (Ediciclo editore). E attenzione al titolo: perché se il nostro paese è corpo, è l'Appennino la sua colonna vertebrale. La montagna dove, per dirla con Piero Calamandrei, è nata la nostra Costituzione. 

Memoria pubblica e memoria privata - che sa comunque farsi pubblico nella riflessione di ciò che uno Stato deve sapere assicurare ai suoi cittadini, a partire dal diritto alla salute. Corpo persona di carne e cinque sensi, corpo paese di storia e storie. Il cammino - a unire due luoghi simbolo dell'orrore nazifascista - che cuce emozioni e ricordi, tesse fili tra passato e presente, scava dentro e riporta fuori, sintonizza ogni io su una possibilità di noi. 

Quante cose dentro queste pagine. I morti di Marzabotto e Sant'Anna che ancora ci domandano pace ma anche le vittime del Mediterraneo che in questi giorni ci domandano ragione. Le persone amiche che vengono dal lontano e quelle che lo diventano nello spazio di una tappa, fosse solo per un gesto, per un annusarsi, per un canto, per un panino alla mortadella. I tanti dettagli che fanno la differenza. Il prendersi cura di questi dettagli e questa espressione, prendersi cura, che prende il sopravvento e rimane dopo la lettura: prendersi cura, di questo ha bisogno il nostro corpo, di questo ha bisogno il nostro paese.

 "Camminare su questo vasto pezzo di territorio da Monte Sole a Sant'Anna di Stazzema - spiega Simona - vuol dire mantenersi di sana e robusta costituzione, o meglio di sani e robusti ideali"

Sottoscrivo. Tengo a bada la pigrizia. Quasi quasi anch'io preparo lo zaino

 


lunedì 19 aprile 2021

Se la felicità è un'amarena contro il verde delle foglie


 In certi momenti la felicità è troppo intensa, trabocca, da non contenerla. Come adesso davanti al rosso rubino delle amarene contro il verse scuro delle foglie.

Io Pia Pera non la conoscevo. Al massimo era un nome custodito in qualche cassetto della memoria, una firma in fondo a qualche articolo su testate che leggevo per altro, per la politica, per l'attualità internazionale, di sicuro non per una rubrica sul giardinaggio

Non me ne occupavo io di giardinaggio, non avevo tempo da perdere. Per me contavano le città e dentro le città le piazze, i cinema e i teatri, i circoli culturali, i luoghi dell'incontro, i luoghi dove succedeva qualcosa. Figurarsi se potevo avere la testa per i semi che germogliano, le fioriture stagionali, le insalate nell'orto. 

Pia Pera l'ho scoperta solo ora, grazie a Due vite, il bel libro di Emanuele Trevi: è lei una delle vite, delle persone amiche di cui si parla in quelle pagine. L'ho scoperta e ora ho cominciato a leggerla e a ripercorrere le sue scelte: abbandonare la città, rifugiarsi in una casa di campagna sotto i Monti Pisani, imparare a fare l'orto, cominciare a vivere dei prodotti della propria terra. 

Ora ho appena terminato L'orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano (Tea). E il titolo già mi piace e mi convince. E ci sarebbe molto da dire sia sulla parola apprendista che sulla parola perdigiorno - col tempo ho imparato che il tempo si guadagna proprio perdendolo. 

Il fatto è che anch'io sono cambiato. Mi sono avvicinato alla montagna, ai sentieri, ai cammini solitari. Ho iniziato a leggere libri che parlano di stagioni, giardini, alberi. Ogni primavera e ogni autunno pianto fiori in terrazza e sui balconi. E se ancora non ho abbandonato la città ho mire per il mio giardino incolto senza casa. 

In queste pagine Pia è prodiga di molti buoni consigli, ma soprattutto ragiona su quel "costosissimo biglietto di prima classa che concede il diritto di non partire, di sentirsi felici lì dove ci troviamo". Riesce a sorprendersi: "Comincio a entrare nel ritmo delle stagioni". Arriva a comprendere che le nostre mani che faticano nell'orto sono capaci di portare alla luce una possibile felicità.

"Questo è il punto che vorrei raggiungere, un meraviglioso ciclo di nascita crescita raccolto, e poi di nuovo riposo del terreno e altre nascite, altre crescite altri raccolti, fino a che l'orto sarà come un mandala del divenire perpetuo della natura".

E ognuno di noi insieme al suo orto, tempo e luogo dilatato, ritmo, filosofia, terapia, possibilità appunto.


 

 

 

lunedì 12 aprile 2021

Io, altrove: i viaggi per raccontare la vita

 


In fondo tutta la nostra vita potrebbe essere raccontata attraverso i viaggi: il primo viaggio da bambini, il viaggio della maturità, la prima volta in un altro continente...

Questa è la consapevolezza che guida l'ultimo libro di Andrea Bocconi, bello e pregnante già nel titolo - Io, altrove (Ediciclo editore) - che allo stesso tempo suona come una dichiarazione di amore, una scelta di vita e il verso di una poesia. Andrea mette a frutto la sua lunga esperienza, non solo di viaggiatore e di scrittore, ma anche di psicoterapeuta e docente di lungo corso alla Scuola del Viaggio. E più che mai riesce a tener bene insieme questi suoi percorsi, in una trama comune di interessi, passioni, riflessioni: c'è tutto lui, in queste pagine che si possono leggere in molti modi, allo stesso tempo autobiografia e manuale, riflessione sul viaggio e sulla scrittura, forse anche terapia.

E se proprio il viaggio fosse il filo giusto da dipanare, per raccontare la nostra vita? In fondo buona parte dei nostri ricordi è legata proprio a quest'esperienza. Spesso si tratta proprio dei ricordi più vividi, a dispetto del tempo che passa: ovvio, visto che nel viaggio si accetta la scommessa dello spaesamento e diamo un altro ritmo, un altro senso alle nostre giornate. 

E spesso è proprio cercando l'altrove che diventiamo qualcosa di diverso, come se oltrepassassimo confini interiori senza barriere e controllo documenti. Capita che solo la parola - la parola scritta - ce ne renda consapevoli.

E allora ecco Andrea, che ci accompagna nella sua vita perché anche noi si entri meglio nella nostra. Cosa intendiamo per casa? (domanda affatto scontata)? Qual è il primo viaggio che ricordiamo? Chi ci ha portato o con chi siamo andati? (concetti assai diversi) Quale posto hai sentito come un luogo dell'anima? (non è detto che ci si sia mai arrivati) C'è stato un viaggio che è stato come varcare la linea d'ombra dell'età adulta? (ci sto pensando) Cos'è il viaggio dal punto di vista del ritorno? (su questo sto scrivendo un libro) E degli amori da vacanza che hai da dire? (punto dolente, a cui mi sottraggo).

Con tanto di esercizi, uno dei quali  mi sta particolarmente a cuore. Scrivete di una città dove non siete mai stati, suggerisce Andrea. Poi andateci e osservate se la realtà è all'altezza del vostro racconto. Se qualcosa non torna, modificate la città, non lo scritto.

In effetti qualcosa di più di un esercizio. Piuttosto una pratica di vita, una visione di altrove, non meno autentico