lunedì 6 luglio 2020

Pulviscolo di voci nell'unica notte

Mi chiedo se ogni essere umano non sia per caso chiamato a prendere in consegna la voce di almeno un altro essere umano, se ogni vita non debba offrire la propria voce, per quanto flebile essa sia, ad almeno un'altra vita.

Ecco, questa frase è come un relitto che torna a galla dopo il naufragio, nel grande mare di parole che è l'ultimo libro di Paolo Miorandi, L'unica notte che abbiamo (Exòrma editore). Mare che, come tutti i mari, è superficie e profondità, correnti nascoste e riflessi di luce, alghe che si agitano sul fondale. 

Anche una sola voce, anche una sola vita: questo dice la frase a cui mi aggrappo, per rimanere a galla. E non è solo una frase, è qualcosa di cui sono profondamente convinto. Rammento la raccomandazione del Talmud: chi salva una vita salva il mondo intero. Per analogia credo che prendendo in consegna una voce ci si faccia responsabile non solo di quella voce, ma delle altre voci in quella voce. Perché quest'ultima diventa pulviscolo e catena di Sant'Antonio, è sasso che nello stagno provoca cerchi concentrici.

Funziona così la voce che l'io narrante raccoglie: la voce di una vicina di casa conosciuta grazie a un errore postale, le parole che varcano il buio e attraversano la finestra. A volte così leggere da accarezzare le stelle, a volte pesanti più del piombo. 

E quanto ha da raccontare questa voce. Tutta la storia di una famiglia, cent'anni di vicende come gli intarsi di un mosaico, come un groviglio che tale rimarrà, perchè non ci può essere un epilogo, tanto meno un senso da spremere. Solo inseguire le persone, solo passare il testimone, solo viaggiare avanti e indietro nel tempo, cercando sguardi. 

E ci sono violenze, in questa storia, ci sono separazioni e conflitti, ci sono persone che partono e di cui non si sa più niente, persone che è meglio che non tornino, persone ferite e sigillate nel loro dolore, persone che sbagliano matrimonio, ripongono via i sogni oppure si consumano nel bere di osteria. E c'è anche un paese di montagna svuotato di vita, dove resiste solo qualche ricordo. C'è anche una montagna fredda e gelata. 

Ma prima ancora e sempre questa voce, questo buio, questo alveare di parole. In fondo quella stesso sentimento di fragilità che mi sembra di aver colto in un altro gran libro di Miorandi, Verso il bianco, sulle tracce di Robert Walser, talento complesso, talento di scrittore come una cornacchia che si alza in volo dopo una notte di neve. 

Questa voce: complessa, inquieta, ipnotica. Una sfida per il lettore. Da raccogliere: questo è uno di quei libri - di quelle voci - che non svaniscono.














venerdì 3 luglio 2020

Dodici anni fai giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. 

Così scriveva Goffredo Parise nel 1982, spiegando la genesi dei suoi Sillabari. In realtà si racconta anche un'altra storia, di lui che un giorno scorse nella piazza sotto casa un bambino con in mano un sillabario. Gli si accostò e lesse: L'erba è verde. Erano tempi di furori ideologici, ragionamenti astratti, pulsioni complesse. Parise fu spiazzato dall'essenzialità di quella frase, qualcosa del genere volle tentare in una prosa che si faceva poesia. Gli uomini d'oggi - spiegò - secondo me hanno pù bisogno di sentimenti che di ideologie

Fatto sta che solo ora, a distanza di tanti anni, ho finalmente letto i suoi racconti di sentimenti (non so se chiamarli così), riuniti nell'edizione Adelphi, dopo averli tanto tenuti a distanza. 

Come ci si sbaglia, temevo una scrittura cerebrale e spocchiosa, un eccesso di letterarietà. Del resto mi ero immaginato lo stesso anche per la poesia della Szymborska (non a caso stessa collana, stesso celeste in copertina).

Folgoranti, soprattutto gli incipit, che piombano come fulmini a ciel sereno, sentimenti subito in scena, situazioni che si illuminano, nonostante l'assenza di riferimenti abituali. Un giorno, un uomo, una donna, in genere è così che si inizia. Per esempio: 

Un giorno un uomo che amava la sua vita e quella degli altri comunque fosse ma non si guardava mai allo specchio, uscendo dal bagno si vide un attimo e gli bastò quell'attimo per capire tutto. 

Ecco, poi come si fa a non continuare?

Peccato che alla fine sia stato Goffredo Parise a smettere di sillabare i nostri sentimenti in pagine che di per sè sono microromanzi di raro nitore e capacità evocativa. 

Si arenò alla lettera S. La poesia - si giustificò - va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l'amore.

Tanto basta per il nostro piacere di lettori. Grazie ai Sillabari persuasi che sia raccontabile - chi l'avrebbe detto - anche ciò che è più vago e sfuggente.


mercoledì 1 luglio 2020

Tra boschi e acqua, sulle tracce del grande Paddy

Dicembre 1933, Patrick Leigh Fermor è un ragazzo di 18 anni, che ha i suoi problemi con gli studi e con le scelte per il futuro, ma intanto una scelta sa farla, perché prende e parte. Lascia l'Inghilterra e si incammina attraverso l'Europa, direzione Istanbul. Come un vagabondo, un pellegrino, un chierico vagante. Un giorno racconterà tutto in tre libri, uno più bello dell'altro, consegnando al mito quello stesso viaggio.

Ottanta anni più tardi Nick Hunt insegue le sue tracce. Anche lui è uno scrittore, anzi, è uno scrittore che ha già avuto modo di mettersi in mostra: splendido il suo Dove soffiano i venti selvaggi, viaggio all'inseguemto dei venti europei più inquieti e imperiosi, come la bora e il mistral. 

Anche questo viaggio, a modo suo, segue un vento, perché è come il vento il passaggio di un uomo: impalbabile, inafferrabile. Per coglierne qualcosa forse c'è solo da aggiungere passo a passo e confidare nelle gambe.

Ecco, il viaggio pare lo stesso, per quanto riguarda almeno la geografia fisica. Duecentoventuno giorni, quattromila chilometri, due grandi fiumi come il Reno e il Danubio, tre catene montuose per raggiungere quella che una volta era Costantinopoli. 

Ma può essere lo stesso viaggio se l'Europa è cambiata. E in che modo è cambiata, in che misura? Già Fermor aveva camminato su un mondo sull'orlo del precipizio, con Hitler da poco al potere. Troppo è successo negli anni dopo, non solo la guerra, i popoli e i confini spazzati via, lo sdradicamento di culture millenarie. 

E ora? Camminando tra i boschi e l'acqua (Neri Pozza) dimostra che si può camminare nel tempo e che nello spazio che attraversiamo possono convivere diversi tempi. Più si muove verso est, e verso sud, più Nick Hunt ritrova nel presente le tracce del mondo che Fermor ha raccontato.

Quanto a Fermor, sì, è vento: ma in tutta Europa, dall'inizio alla fine del suo viaggio, l'uomo che ne insegue le orme trova gente disposta a ospitarlo. Sconosciuti pescati in Rete, uniti solo dall'idea di quel viaggio mito di un remoto 1933. Anche il vento, in fondo, ogni tanto si ferma e si lascia accogliere.







sabato 27 giugno 2020

Leonardo Gori, il ragazzo inglese e qualche buon motivo

Perchè in ogni pagina trasmette la voglia di raccontare una storia, fino al punto che il racconto diventa parte della storia stessa, meccanismo per unire tempi diversi, cucire varie traiettorie, scatenare altre situazioni: in questo caso un viaggio in macchina trent'anni dopo, le parole per ingannare la noia e l'attesa. 

Perchè attraversa almeno cinque o sei generi - il giallo, il noir, il thriller, il romanzo rosa, il romanzo storico, altro ancora - ma  questo per eluderli, confonderli, contaminarli. E secondo me è un bel complimento dire di un libro che non è di genere, che fai fatica a incasellarlo: vale per i libri come per le persone. 

Perché, come spiega Maurizio Di Giovanni, esistono tre modi di tornare indietro nel tempo: procurarsi una macchina magica, servirsi di documenti e film d'epoca, oppure farsi accompagnare da uno scrittore così.

Perché questo è così vero che posso contare su altri occhi per guardare la mia Firenze. Occhi che mi allenano all'andirivieni tra epoche diverse, che scovano scorci di cui non mi ero mai accorto, restituiscono vicende ai loro luoghi, recuperano ciò che è si è reso invisibile. E questo già nelle prime pagine di un romanzo che comincia in piazza del Duomo e prosegue per viale Principe Eugenio - qual è il suo nome oggi? - per poi lambire il palazzo della Gioventù italiana del Littorio - cosa c'è oggi al suo posto?

Perchè mi porta dentro la Storia con la esse maiuscola, quella che soverchia le parabole individuali, le plasma, spesso le violenta. E perché di questa Storia ha un gran rispetto anche se gli piace giocarci come il gatto col topo. Niente è come sembra, dice a un certo punto. E potremmo essere dalle parti di un altro genere ancora - l'ucronia - non fosse che l'ucronia conduce la Storia verso un esito alternativo, qui le cose finiscono per accadere come sono davvero accadute, solo che c'è il gran lavorio delle altre possibilità, delle forze opposte e contrarie, di ciò che è a un passo dal realizzarsi e invece no.

Perchè, sempre a proposito di Storia, restituisce tutta un'atmosfera. E per esempio, sembra di vederli alcuni personaggi della comunità anglo-fiorentina, con il loro accento inglesissimo e la c aspirata: è grazie a loro che anche la bistecca, gloria cittadina, è la bistecca (beef-steak). 

Perché  con ogni pagina ti tiene incollato per vedere come va a finire - per questo l'altra notte ho dormito poco poco - però con ogni pagina, ancora, c'è una citazione musicale o letteraria, comunque un qualcosa che desta la tua curiosità e ti spinge a controllare su wikipedia, vedere un video su youtube o cose del genere.

Perché a un certo punto si vagheggia le salsicce alla Rex Stout e ora devo trovare qualcuno che me le cucini. O almeno mi passi la ricetta.

Perché Bruno Arcieri è un personaggio che entra dentro sviluppando una singolare empatia: sarà che è un personaggio che cambia, come tutti noi, e che accetta il cambiamento, come pochi di noi; sarà che in un'Italia che è quella che è sa essere non un eroe ma uno che galleggia sopra la linea della decenza, e ce ne fossero di più anche oggi; sarà che legge Hemingway e ascolta jazz. 

Perchè c'è una voce, in queste pagine, che riconosci e senti amica. 

Mi fermo qui. Il Ragazzo inglese è il nuovo romanzo di Leonardo Gori e del suo capitano (Tea edizioni): io lo consiglio per questi motivi. Voi, sono sicuro, ne troverete altri.


 

mercoledì 24 giugno 2020

Srebenica e la fatica di uccidere 8 mila uomini

Si svegliò in un bagno di sudore, più stanco di quando si era coricato. Si lavò il viso e il corpo si fece la barba. Si preparò a partire. 
Il suo lavoro era terminato. 

Questa è la verità, c'è gente per cui lavoro può essere anche questo: organizzare un'esecuzione di massa. Con tutto ciò che essa comporta, in termini di incombenze, procedure, problemi di organizzazione e possibili contrattempi. Perché non è uccidere, piuttosto è come uccidere in modo svelto e ordinato.

Così è, così è stato: non ci sarebbero stato i crimini di massa del Novecento, senza gente che se n'è occupata con scrupolo ed efficienza. E questo, in genere, richiedono gli stermini della nostra epoca: una macchina precisa ed efficiente, capace di rispondere al fabbisogno con la regolarità di una catena di montaggio. Questo, non gli scannamenti dei barbari.

Ecco, tra i libri che meglio ci raccontano lo sterminio, adoperando il punto di vista degli sterminatori, va senz'altro messo questo: Metodo Srebrenica di Ivan Dikić (Bottega Errante), con cui si prova a ricostruire il massacro di oltre 8 mila uomini sul finire della guerra in Bosnia, nel luglio 1995. 

Si prova, perchè non c'è parola che possa restituire a pieno l'orrore di ciò che è successo. E solo i sommersi, non i salvati, per riprendere Primo Levi, potrebbero farcela con la loro testimonianza, se solo fossero ancora con noi.

Sapevo di dover tentare di capire, benché si trattasse di cose incomprensibili - spiega l'autore -  di dover cercare di penetrare nel cuore del misfatto, fino alle motivazioni di coloro che avevano ordinato ed eseguito le uccisioni: questo era il presupposto per poter scrivere qualcosa di minimante credibile e autentico. 

Solo che per questo non basta la letteratura, forse non è nemmeno necessaria: i fatti, inseguiti, documentati, riportati possono essere sufficienti. 

Ivan Dikić dipana il filo di quei tremendi giorni di luglio raccontando di chi sapeva e non ha detto nulla, di chi sapeva e ha voltato la testa dall'altra parte, soprattutto di chi sapeva e ha fatto in modo che tutto venisse portato a compimento.

Il colonnello Beara, soprattutto, a cui con scelta felice, per i mandanti del genocidio, venne affidata l'operazione. Trovarono un uomo affidabile, a fronte di un'impresa che avrebbe messo in difficoltà anche le squadre speciali naziste. 

Ammassare e suddividere i prigionieri, tenerli buoni, trasferirli nei luoghi delle esecuzioni, scavare le fosse comuni, far sparire i corpi per quanto possibile. A tutto Beara, insieme ai suoi uomini, seppe far fronte: questo gli era stato chiesto, questo fece. Con qualche malumore riservato solo al sovraccarico di impegno e responsabilità: come un quando il principale ti rovescia addosso troppe pratiche da evadere. Se la cavò con qualche scatto di nervi e una bottiglia di whiskie.

Non è un romanzo, ma si può leggere come un romanzo, Metodo Srebrenica, perché allo stesso modo dei grandi scrittori russi getta luce su ciò che gli uomini hanno dentro.

E c'è buio dentro e questo buio infligge un senso di vertigine. Avresti voglia di tirarti indietro, forse perchè sospetti il peggio, che dentro non ci sia niente. Invece ti tieni stretta questa vertigine e speri che questa storia di male terribile e insieme banale sia letta da molti, sia letta anche nelle scuole, perché così è, così è stato.


sabato 20 giugno 2020

Dare ordine ai libri, una questione metafisica

Come ordinare la propria biblioteca è un tema altamente metafisico. Mi ha sempre meravigliato  che Kant non gli abbia dedicato un trattatello. Di fatto potrebbe offrire una buona occasione per indagare una questione capitale: che cos'è l'ordine.

E sì, l'incipit è folgorante - e capace di scatenare un turbine di pensieri fino all'imbarazzo. Il resto è al livello delle tante pagine a cui Roberto Calasso ci ha ormai abituato, nella sua erudizione che non è mai polvere e spocchia. 

Come ordinare una biblioteca (Adelphi) prende il titolo dal primo dei quattro testi che  qui compaiono. E non è che gli altri - sulle riviste della prima metà del Novecento, sulla nascita della recensione, sulla qualità delle librerie - non  siano di interesse. Ma la questione che si pone fin dall'incipit sopra è di quelle che afferrano e non mollano di più. 

E' la questione che hanno ben presente tutti coloro che, benché di mestiere non facciano i bibliotecari, in casa dispongono di un discreto numero di libri. Come sistemarli, come fare sì che, all'occorrenza, quel titolo salti fuori? Oppure: come lasciar spazio alla sorpresa? 

Sì, perché anche quest'ultimo aspetto è importante. Vale come per le carte geografiche che non possono rappresentare tutto e comunque non devono sacrificare l'immaginazione, altrimenti tanto vale il Gps. 

E allora, come ordinare i libri? Per autore, per collana, per casa editrice, per tema, per colore? Questione che - con Roberto Calasso - acquista dignità e riserva spunti a ripetizione: per esempio sulle novità che sono una fonte di disturbo per il buon lettore e sul bisogno di comprare libri che non si leggeranno subito. 

C'è tanto divagare in queste pagine, ma in realtà è proprio questo il sale della lettura - e anche dell'ordine che si tenterà di assicurare a una libreria. Regole poche, se non forse quella del "buon vicino" formulata da Aby Warburg, secondo cui nella biblioteca perfetta cercando un libro si finirà per prendere quello che gli sta accanto e che ci tornerà persino più utile. 

Questa regola - se è tale - e una certezza che da parte mia ha trovato sempre conferma: l'impossibilità di trovare il libro di cui riteniamo di avere bisogno.