domenica 27 novembre 2022

Non si ferma il treno delle storie di Tito


  • Sosteneva Ryszard Kapuscinski che un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo, né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta, oppure, aggiungo io, nel momento in cui facciamo ritorno a casa. Comincia molto prima, il viaggio, soprattutto finisce molto dopo. Continua perché si fa flusso di ricordi e risacca di emozioni, perché si affida a pensieri, sogni, letture, a volte anche parole scritte. 
Di tutto questo è prova provata l'ultimo libro di Tito Barbini, Il treno non si fermò a Kiev, edito da I libri di Mompracem, storia di storie di viaggio che abbracciano due continenti e si sistemano una di seguito a l'altra, seguendo due fili conduttori: uno tutto di Tito, la sua curiosità, l'empatia che sa mettere in gioco a ogni incontro; l'altro che possiamo inseguire su una carta geografica, dal Portogallo al Vietnam, percorrendo i binari del viaggio in treno più lungo al mondo, da un oceano all'altro. 

Tito spreme i suoi diari, recupera appunti su taccuini dimenticati nei cassetti, adotta altri punti di vista, investe i luoghi di ieri con  domande di oggi e diverse inquietudini. Chiama a sé le tragedie della Storia per essere più attrezzato al cospetto degli orrori del presente, a partire dalla guerra in Ucraina. Racconta storie in precedenza trascurate non perché di minore valore, ma perché dovevano attendere il tempo giusto: ed è vero che le storie più importanti a volte sono proprio quelle che abbiamo consegnato al silenzio, magari nel timore di non esserne ancora all'altezza.

Tempi, luoghi, narrazioni che la ferrovia tiene insieme, come un antidoto alla malattia del viaggiatore più autentico, in quanto tale incline alla divagazione, alla tentazione non messa in conto, al cambio di piani e di mete.

Il treno, certo, è aspetto non secondario della seduzione che questo libro esercita. Garcìa Marquez, al proposito, affermava  che Il treno è l'unica maniera umana di viaggiare. "L'aereo -  diceva - sembra un miracolo, ma va così veloce che arrivi solo col corpo, e poi ti muovi per due o tre giorni come una sonnambula, finché non arriva l'anima rimasta indietro”.

E sì, il treno è mezzo ideale per il cacciatore di storie, col suo tempo dilatato, con i pensieri che scivolano come il mondo dal finestrino. Con la sua capacità di rendere il viaggiatore presente e puntuale a se stesso. Non posso immaginare il viaggio - i viaggi - di Tito, senza il treno.

Ora che ci penso risuona in modo particolare anche quell'aggettivo ultimo con cui ho introdotto questo suo libro. Di sicuro non sarà davvero l'ultimo, e però non manca un certo carattere ultimativo. Come se in queste pagine Tito avesse voluto abbracciare per intero il mondo raccontato in precedenza  in diversi libri, ricapitolarlo per mettere qualche punto fermo. 

Che poi questa espressione, punto fermo, sembra così inappropriata. Non può che esserlo per un uomo che prova a spiegare così la sua irrequietezza:

"A chi mi domanda quale sia l'obiettivo del mio viaggio rispondo che non ne ho nessuno in testa vado dove trovo qualcosa che mi incuriosisce, mi intriga, dove comincio a sentirmi a mio agio, a star bene, insomma".

Proprio vero che a viaggiare si comincia prima di partire. 







    martedì 26 luglio 2022

    Noi siamo viandanti, non camminatori


     Noi siamo viandanti, non camminatori. 

     Così si legge già nelle prime pagine di Non mancherò la strada. Che cosa può insegnarci il cammino di Luigi Nacci (Laterza): e  sospetto che forse l'autore avebbe rinunciato alla parola cammino anche nel sottotitolo. Ma certo questo è un libro che ci insegna molto: ci insegna a essere viandanti - e tali siamo anche quando non camminiamo - ci insegna molto sulla vita. Almeno sulla vita quale dovremmo riprenderci, dando forza alla lentezza, all'attenzione, alla curiosità, al desiderio di incontro con noi stessi e con gli altri. 

    Ho letto molti dei libri di Luigi, ma questo mi sembra particolarmente importante, sarà che è un libro che riprende temi e suggestioni dei libri precedenti, come semi che si sono fatti pianta; o sarà piuttosto che queste pagine accolgono il lavoro di molti anni, una scrittura che a lungo si è interrogata. 

    Quante cose ci sono dentro: l'Est e l'Ovest, la Spagna e i Balcani, Santiago e la Francigena, il decalogo del viandante e il decalogo della partenza, il bicchiere d'acqua e la porta aperta e l'Italia della gentilezza,  i passi dei Rolling Claps che nel perdersi ritrovano antiche strade, il ricordo di Marco, viandante che non c'è più. 

    Quante cose, in un libro per cui Luigi, nell'avvertenza iniziale, suggerisce diverse possibilità di lettura: Può essere aperto a caso, essere letto dall'inizio alla fine o viceversa, essere letto a pezzi, a lacerti, o non essere letto affatto, può essere lasciato chiuso, nell'ombra, in attesa che una mano incerta venga, prima o poi, ad aprirlo

    Per me, invece, è da leggere per intero. Facendo tesoro delle sue pagine. Indugiando poi nelle poesie che Luigi sparge tra un capitolo e l'altro. Come questa, distillato di saggezza.

     

    Rendi il tuo passo incerto

    Scansa la strada maestra

    Attardati nei margini

    Cerca semi nelle pietraie

    Compi gesti fertili

    Fiorisci in ogni stagione

    Confida nella sconfitta

    Mettiti i piedi in testa

    Cresci senza invecchiare

    Stai dalla parte dei fragili




     

    martedì 5 luglio 2022

    Cosa ci dice il mare di Lorenza


     I Bretoni nascono con l'acqua del mare intorno al cuore, affinché l'acqua salata non abbia mai il sapore delle lacrime


    Questo adagio popolare ci viene incontro all'inizio dell'ultimo libro di Lorenza Stroppa, Cosa mi dice il mare (Bottega Errante), e dentro c'è già molto di ciò che troveremo nelle pagine successive: il mare, la Bretagna, i dolori della vita. 

    Molto altro lo troveremo in seguito: l'ossessione dei numeri per ansia di ordine, gli intrecci tra diverse generazioni, le amicizie tra adolescenti, meravigliosamente intense, meravigliosamente crudeli; e ancora, le attese, i sensi di colpa, le fughe dagli altri e ancora di più da se stessi.

    E quante cose succedono, spalmate nel tempo e nello spazio. E' ciò che siamo, ciò che diventiamo. Le nostre vicende e sopra di esse, oltre di esse,  il rumore del mare, la sua voce incessante.

    E davvero, cosa ci dice il mare?

    Molte cose, certo, se solo si abbia l'umiltà di ascoltarlo. 

    In questo libro ci sono molte persone in piedi sulla battigia o su un molo, molte che tendono l'orecchio o assecondano il movimento della risacca, molte che semplicemente attendono che il mare restituisca qualcosa. 

    E per il resto c'è la penna potente e dolce di Lorenza, c'è il suo amore per il mare, ovvio, e per quella Bretagna che è luogo dell'anima, coltivato con le storie di re Artù e dei suoi cavalieri. C'è la sua pagina, sempre, che è un tuffo nel mare delle parole, per riportare in superficie perle di vita. 




    lunedì 6 giugno 2022

    Il mare in quattro miliardi di anni


    In principio.

    Mi sa che debba cominciare così una storia del mare,

    In principio era l'acqua. Ma non come la immaginate voi. 

     Ecco, è questo il principio di  Storia del mare di Alessandro Vanoli (Editori Laterza). Ovvero il principio davvero di tutto, qualcosa come quattro miliardi di anni fa. La geologia più antica, una vertigine di tempo prima ancora dei pesci primitivi e dei dinosauri. 

    Ma è solo il principio, appunto: e poi le ere si succedono le une alle altre, fino a che si arriva al tempo dell'uomo, al suo incontro con il mare. La preistoria e poi la storia: il nostro passato, poca cosa ma quello che abbiamo. Fino al presente, alle questioni drammatiche dei nostri giorni.

    Abbracciando tutto il pianeta, per di più, perché c'è tutto un pianeta oltre il Mediterraneo che, malgrado la sua ricchezza e varietà, abitiamo come rane intorno a uno stagno (per dirla con Platone). 

    Una straordinaria cavalcata attraverso il tempo e lo spazio, per un libro in cui è bello tuffarsi rimanendo in apnea fino all'ultimo. Centinaia di pagine in cui perdersi, per rintracciare poi fili sottili, connessioni e suggestioni che sono le spezie di una storia in cui, per inciso, le spezie hanno contato moltissimo. 

    Bisogna essere studioso serio e preparato per portare a compimento un'opera così, e non basta. Perché poi c'è bisogno di un affabulatore, di un narratore di qualità. E prima ancora di un uomo curioso e generoso nel condividere i frutti della sua curiosità. Di un uomo deciso a custodire le sue passioni, anche, siano pure le passioni dell'adolescente che sognava di fare l'oceaonografo, alimentando i suoi sogni con Jacques Cousteau e Folco Quilici.

    Alessandro è tutto questo. E per questo la mole della sua Storia del mare non deve mettere soggezione. E' come un amico a parlarci. Sembra divaghi, ma non è vero, a prescindere dal fatto che non ci sarebbe niente di male. Ogni tanto sembra prendere respiro, ma la pausa è solo il racconto di qualcosa che meriterebbe un libro a parte: la storia delle tartarughe, per esempio, o delle perle

    Mi piace accostare Alessandro a un grande autore di linga inglese che mi è particolarmente caro, Bill Bryson, con le sue robuste storie sulla vita privata o "su (quasi) tutto". Che sia lui il Bill Bryson italiano?

    Intanto questo è un libro che consiglio caldamente: non fosse che per sapere cosa collega elefanti e trichechi, genovesi e vichinghi; per apprendere la differenza tra sommergibili e sottomarini; per scoprire perché le grandi navigazioni di scoperta dell'antichità siano sempre andate controvento; e vqual è l'ultimo viaggio che ci potrebbero trasmetterci i delfini abbandonando il nostro sventurato pianeta.....









     

     

    lunedì 23 maggio 2022

    La diga e i tulipani in fondo al mare


    Quante cose ci sono dentro: queste pagine sono vento di parole che gira di colpo, magma di sentimenti che scende per molti rivoli, fantasia che non si stanca e fruga in continuazione nella vita. E' rivelazione, è sorpresa, Senza disturbare i tulipani di Federico Guerri, altro toscano che l'ottimo editore Spartaco propone ora nel suo catalogo.

    Questo libro, sono sincero, mi ha incantato fin dal titolo - e dalla copertina. Fin dai personaggi che in esso prendono vita.

     C'è il signor Alberto, vedovo dai capelli bianchi e anziano rider (lui senz'altro direbbe fattorino) che sa ben adoperare l'arma della gentilezza con i clienti più insopportabili; c'è Margherita, adolescente più saggia di tante sue coetanee - e se per questo anche di tanti miei coetanei - che ha trasformato una cabina telefonica dismessa in una sorta di porto delle Storie; c'è Simona, un tempo amica inseparabile di Margherita, a cui la stessa età non ha portato saggezza, semmai un dolore che scava dentro e produce fiele; e c'è Eva, signora centenaria che possiede una motocicletta della guerra di Hitler e vive in un lago di tempo dove si confondono le acque del passato, del presente, del futuro.

    E i sentimenti, che vanno e vengono: sono come risacca. Le parole, che raccontano storie e possono riassumere una vita, non sempre ce ne vogliono molte. La nostalgia, che si fa arredare da molti oggetti che pare non ci siano più o non servano più - la cabina telefonica, ma anche la polaroid o il sidecar. E l'infanzia, che vien prima di ciò che in seguito distruggiamo con troppa disinvoltura. 

    E anche una gigantesca diga dei Paesi Bassi, che per quanto mi riguarda rammento di aver attraversato un giorno di venti potenti e di pensieri che intuivano la profondità. Una diga con cui gli olandesi prosciugarono il mare e crearono nuove terre, ma che nel libro di Federico richiama varie traiettorie di vita, vai a sapere poi cosa ne è rimasto. 

    Sogni - o promesse - di un campo di tulipani in fondo all'oceano. Perché non crederci? In fondo l'Olanda da secoli fa terra dell'acqua. Mai sottovalutare la forza dei desideri - e la tenacia dei racconti.

    Ciò che conta è resistere al tempo. Difendere la nostra diga, non di cemento armato ma di memoria, per tenere fuori l'oceano dell'oblio. 

    "Quando qualcuno se ne va - scrive Federico - infiliamo il dito nel buco della diga e ce lo teniamo finché regge, per non dimenticare tutto".

    Per non dimenticare e per trattenerlo con noi: con la potenza della narrazione che a volte si fa sorriso, a volte poesia. 

     

     

     

    giovedì 5 maggio 2022

    I fari di Scozia e il mare che è dentro

     


    La Scozia che già da adolescente riconobbi come luogo dell'anima; i fari che a quella stessa età accarezzavo come un possibile rifugio; e ancora, Robert Luis Stevenson, i cui romanzi allora contendevano a Salgari il miglior posto nella libreria e nel cuore. 

    C'è una bella fetta del mio immaginario di ragazzo nell'ultimo bel libro di Claudio Visentin, Luci sul mare. Vaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland (Ediciclo editore). Avventurarmi nelle sue pagine è stato come riportarmi ai tempi in cui fantasticavo su mappe del tesoro e notti di tempesta. E uscirne - dopo molti crampi di nostalgia - è stato possibile solo riprottendomi lo stesso viaggio. Almeno questo, se non il libro sui fari che per molti anni mi è ronzato per la testa, prima di soccombere definitivamente all'indolenza. 

    Meno male che ci ha pensato Claudio, con le sue qualità di viaggiatore e narratore. Questo libro si porta dietro l'odore della salsedine, il rumore della risacca, lo spettacolo di coste frastagliate, battute dal vento, coperte di erica. Ma dentro ci sono anche le storie che danno un senso al viaggio. Prima tra tutte quella dell'autore dell'Isola del tesoro, discendente dalla famiglia che costruì i fari di Scozia. 

    Oggi non ci sono più gli uomini che custodivano i fari, sono stati sostituiti dalle macchine e dai controlli a distanza: uno dei tanti mestieri spazzati via, insieme a qualche sogno. Però restano le loro storie. Restano le luci che un tempo erano loro a governare. Quelle luci che sono alfabeto per la gente di mare: raccomandazione, riferimento, possibilità di salvezza.

    E forse ancora di più. Perché i fari possono essere anche linguaggio interiore, rivelazione, spazio che, soprattutto in un viaggio come  questo, appartiene sia al dentro che al fuori.

    "Noi siamo il faro, ma siamo anche il mare intorno", scrive Visentin verso la conclusione. Io da questa frase mi faccio accompagnare anche finita la lettura. E davvero mi sento faro, mi sento mare. 




     

    martedì 3 maggio 2022

    Sorrisi e misteri in cammino con gli etruschi


    Vennero dal mare, gli etruschi. E al mare si ritorna in questo cammino, che parte dalle necropoli del Centro Italia, attraversa la Toscana meno battuta dal turismo di massa, raggiunge le coste su cui una volta spadroneggiavano i mercanti e i pirati di questo popolo. 

    È un lungo cammino che dalle antiche città di Chiusi e Cortona tocca la Val d’Orcia con i suoi scenari da cartolina, il Monte Amiata con i suoi mistici e i suoi minatori, le città del tufo e delle tombe la Maremma dei briganti e dei tombaroli, ma anche di scrittori come Luciano Bianciardi e Italo Calvino, infine le spiagge e i promontori del Tirreno.

    Tra chiacchiere con gli amici, bevute cospicue, divagazioni varie, ma soprattutto in compagnia degli etruschi e dei loro affascinanti misteri

    Comincia come un viaggio per riscoprire le proprie radici – per cercare ciò che il tempo comunque ci lascia, magari nella lingua o nei paesaggi. Poi arriva la pandemia e parte un altro viaggio, subito dopo il lockdown: e le ombre etrusche, incredibilmente, ora sembrano in grado di dare una risposta – e un senso – a ciò che ci è successo. 

    Magari grazie ai loro enigmatici sorrisi.

    lunedì 4 aprile 2022

    Fiordicotone e il ritorno difficile


     C'è il ritorno più difficile, quello che non doveva nemmeno esserci perché era previsto un viaggio di sola andata, quello che è ancora più difficile perchè non si sa più chi torna davvero, se non sia un'ombra di se stesso, se addirittura non abbia perso la sua stessa ombra.

    C'è l'orrore della Storia con la esse maiuscola e c'è l'intreccio delle molteplici storie individuali, che in qualche modo fanno la Storia ma soprattutto la Storia la subiscono.

    C'è la fame di Memoria, anche questa con la emme maiuscola ma senza uno straccio di retorica, il bisogno di ricordare, di non uccidere due volte con la nostra disattenzione, di assicurare quel minimo di riparazione che può consentire l'allergia all'oblio.

    C'è anche tanta tenerezza, che è un termine che mi piace più di empatia, benché forse si intenda lo stesso sentimento, la stessa disposizione verso le cose del mondo. 

    E certo c'è anche molto altro, in Fiordicotone di Paolo Casadio (Manni editore), autore che avevo avuto modo di apprezzare con libri quali La quarta estate e Il ragazzo del treno. A semplificare, quest'ultimo titolo sembrerebbe andare a completare una trilogia di romanzi tutti ambientati all'epoca della guerra di Hitler e Mussolini. A semplificare, appunto, perché in questo ultimo libro mi sembra che la sfida narrativa sia più alta, il personaggio centrale più intenso e complesso, la lingua ancora più poetica.

    Lei, Alma, è la donna che ritorna da Auschwitz: la sua bellezza l'ha salvata e allo stesso tempo l'ha schiacciata sotto il peso di una colpa che non ha. Salvata, parola grossa, che mi rimanda al Primo Levi de I sommersi e i salvati. Ci si poteva davvero salvare da un lager nazista? Cosa significava sopravvivere?

    Alma ritorna, ritrova la sua Lugo di Romagna, prima della bufera abitata da un'importante comunità ebraica, ma cosa ritrova davvero? Ha una figlia da cercare, ma intanto si scopre straniera. 

    E mi fermo qui, il resto è il piacere di una lettura mai banale, dentro una storia che ha moltissima verità.