La lettura di questo libro vi farà trascorrere piacevolmente il tempo, ma regolatevi a vostro talento quanto al prestarvi fede e al credere tutto ciò che esso contiene.
Così scriveva nel 1485 William Caxton, primo tipografo di Inghilterra, all'atto di dare le stampe La storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, opera di ser Malory che avrebbe definitivamente consacrato il nome e il mito del sovrano dei britanni, di cui tanto si era già parlato nei versi dei bardi, nelle cronache dei monaci e nelle storie dei trovatori francesi.
Diceva già tutto, William Caxton. Ovvero: vai a sapere se erano vere le imprese di Re Artù, ma in fondo si trattava di cosa meno rilevante rispetto alla possibilità di trascorrere piacevolmente il tempo sprofondandosi nella lettura; ciascuno poi era libero di crederci o non crederci, però in fondo, a pensarci bene, perché non crederci? Le parole non hanno forse il potere di creare mondi?
Quanti studiosi nei secoli si sono affannati a cercare la verità dietro o sotto il mito, provando a individuare quel personaggio storico, quel luogo, quella circostanza. E di tanto in tanto ecco la scoperta, la rivelazione, l'inevitabile bufala.
Io questo libro me lo sono portato in Galles, uno dei luoghi in cui la storia - incerta - più si intreccia con il mito - potente - del sovrano giusto e coraggioso e dei suoi cavalieri. Mi sono lasciato accompagnare dai saggi consigli di Merlino, dai sortilegi di Fata Morgana, dalle giostre dei cavalieri e dall'amore infelice di Lancillotto e Ginevra. E guardandomi intorno, respirando l'aria del Galles, ho sentito che quelli erano i posti, che quelle storie in qualche modo avevano lasciato un segno su quei boschi, quei laghi, quelle scogliere a picco sul mare.
Vero, falso? Che importa. L'immaginazione di Ser Malory - avventuriero che scrisse gran parte della sua opera in galera e non si sa se sia scampato al patibolo - è la magia della letteratura: creare e ricreare il mondo. Fare in modo che tutti noi, almeno per qualche tempo, ci si possa credere.
Così scriveva nel 1485 William Caxton, primo tipografo di Inghilterra, all'atto di dare le stampe La storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, opera di ser Malory che avrebbe definitivamente consacrato il nome e il mito del sovrano dei britanni, di cui tanto si era già parlato nei versi dei bardi, nelle cronache dei monaci e nelle storie dei trovatori francesi. Diceva già tutto, William Caxton. Ovvero: vai a sapere se erano vere le imprese di Re Artù, ma in fondo si trattava di cosa meno rilevante rispetto alla possibilità di trascorrere piacevolmente il tempo sprofondandosi nella lettura; ciascuno poi era libero di crederci o non crederci, però in fondo, a pensarci bene, perché non crederci? Le parole non hanno forse il potere di creare mondi?
Quanti studiosi nei secoli si sono affannati a cercare la verità dietro o sotto il mito, provando a individuare quel personaggio storico, quel luogo, quella circostanza. E di tanto in tanto ecco la scoperta, la rivelazione, l'inevitabile bufala.
Io questo libro me lo sono portato in Galles, uno dei luoghi in cui la storia - incerta - più si intreccia con il mito - potente - del sovrano giusto e coraggioso e dei suoi cavalieri. Mi sono lasciato accompagnare dai saggi consigli di Merlino, dai sortilegi di Fata Morgana, dalle giostre dei cavalieri e dall'amore infelice di Lancillotto e Ginevra. E guardandomi intorno, respirando l'aria del Galles, ho sentito che quelli erano i posti, che quelle storie in qualche modo avevano lasciato un segno su quei boschi, quei laghi, quelle scogliere a picco sul mare.
Vero, falso? Che importa. L'immaginazione di Ser Malory - avventuriero che scrisse gran parte della sua opera in galera e non si sa se sia scampato al patibolo - è la magia della letteratura: creare e ricreare il mondo. Fare in modo che tutti noi, almeno per qualche tempo, ci si possa credere.
