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lunedì 10 dicembre 2012

Il Po e la bellezza di sedersi sull'argine

C’è il Po, il grande fiume che scorre placido dandoti un’illusione di eternità.

E c’è la pianura che il Po attraversa, con le sue distese dove puoi lanciare lontano lo sguardo, le sue nebbie e i suoi contorni sfumati, le sue stradine che seguono il fiume come un ospite dimesso.

E poi c’è l’uomo, che su queste stradine cammina, seguendo il fiume, per arrivare dove il mare di terra diventa semplicemente mare.

Verso la foce di Gianni Celati (Feltrinelli) è un altro viaggio sotto casa, impastato di quiete, riflessione e nostalgia, un altro viaggio per dimostrarci che non è dove vai, ma come vai, perché ovunque c’è una frontiera e un orizzonte, una soglia che ti apre un mondo e un incontro che può cambiarti la vita.

Celati, in questo libretto, ci aiuta a capirlo meglio, portandoci anche un altro regalo: la bellezza di gesti semplici, semplicissimi, come sedersi su un argine per rimirare l’acqua che se ne va verso la foce.

martedì 17 aprile 2012

L'anarchico che andò a cercarsi la sconfitta

Falliti al principio d'estate i moti anarchici di  Spagna a San Lucar de Barramonda e a Cordoba, bandito da tutti gli stati d'Europa, che cominciava ad assestarsi, nemico ormai di quasi tutti i suoi antichi e nuovi compagni, ridotto senza risorse, nell'anno 1873 l'agitatore Michele Bakùnin si trovava rifugiato nella libera Elvezia, a Locarno, alla mercè della grazia di Dio, in cui non credeva.

Comincia così, con queste quattro righe impregnate di utopia e fallimento, un libro da tempo dimenticato ma che meriterebbe recuperare, e con esso la storia che racconta. Il diavolo di Pontelungo, questo il titolo, è opera di Riccardo Bacchelli, lo stesso che ha legato il suo nome al fluviale (proprio il caso di dirlo) Mulino del Po. E' la storia dell'ultima sconclusionata rivolta tentata nei dintorni di Bologna da Bakunin, il grande anarchico, il rivoluzionario ormai segnato da una vita errabonda di disastri e delusioni.

Più ancora che sulla storia il libro vive sull'emozione suscitata da un'idea al tramonto, generosa e sciagurata. Vive delle parabole di quanti a quell'idea si consacrarono, grandezza e miseria, dedizione e scempio. Vive soprattutto del carattere a tutto tondo di Bakunin, il russo che fece tremare i governi del mondo.

Nel libro entra come un pensionato della rivoluzione - uno sconfitto, non diverso in questo dall'Aureliano Buendia di Cent'anni di solitudine.

Materialista come un professore tedesco di quei tempi, fatalista come un russo d'ogni tempo, guardava l'uva trascolorata, il riflesso trascorrente, il cielo cordiale delle affabili alpi ticinesi....

E com'è bella la figura di questo sconfitto che va a cercarsi un'altra sconfitta, come il fiume che cerca il mare. Ci sono personaggi che sono il loro destino e quel destino è croce e delizia, condanna accettata con passo leggero, sogno che non molla.

giovedì 29 settembre 2011

I barbari che tennero a galla l'Impero

Ammiano Marcellino, uno storico che ai tempi ho maledetto per le traduzioni dal latino, racconta cosa fece il grande generale Teodosio dopo che nel 370 sconfisse gli Alemanni. Popolo che, detto per inciso, immagino piuttosto bellicoso.

Tutti quelli che catturò, per ordine dell’imperatore li mandò in Italia, dove, insediati in un paese fertile, ormai vivono e lavorano lungo il Po, pagando un tributo

Strano, no? E anche divertente, che il sangue degli Alemanni scorra ancora nelle vene dei discendenti padani di oggi. Sangue di barbari, sangue di gente che veniva da fuori.

Pensate: ai tempi si poteva vincere una guerra non per tenere fuori un popolo dai propri confini, ma per portarcelo dentro.

Aveva modi diversi di manifestarsi, il dominio dei più forti. E succedeva anche che i barbari diventassero più romani dei romani - pensate ai loro grandi generali, quelli che furono gli ultimi a tenere a galla l'impero.

Quante storie di vita, quanti possibili romanzi che un giorno potrebbero venire fuori, con questi barbari romani, o piuttosto, con questi romani barbari.

sabato 7 maggio 2011

C'è civiltà nella civiltà della forchetta

Gli uomini hanno passato per millenni la massima parte del loro tempo nell'intento di procurarsi il cibo e di confezionarlo, ma ciò non è bastato a nobilitare il tema, né a renderlo importante. Mangiare, in fondo, non è arte, non è letteratura e neppure scienza. Come si può studiare una funzione così comune, così necessaria?

Così si chiede Giovanni Rebora nelle prime pagine di La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina (Laterza), e non so se sono completamente d'accordo con lui, perché credo proprio che mangiare sia anche arte, anche letteratura, anche scienza, sicuramente anche storia, la nostra storia.


Ed è nella storia che questo libro ci accompagna. Magari per piegarci che nei secoli i mercanti non si sono scambiati solo merci e denaro, ma anche modi di cucinare. Per inseguire la diffusione del riso in Europa - senza dimenticare che se ancora oggi abbiamo risaie in Lombardia e in Piemonte lo dobbiamo agli arabi di Spagna. Per raccontarci come gli olandesi riuscivano a vendere i loro formaggi anche ai nemici con cui erano in guerra. E che per secoli c'è stato anche il caviale del Po, mica solo del Mar Nero.

Curiosità e discorsi seri, che magari si vorrebbe anche approfondire. Ma il libro è soprattutto un atto di restituzione di dignità verso tutto quello che ci sembra troppo umile, troppo quotidiano, per concedergli attenzione.

Ps: a proposito della forchetta del titolo. Pare proprio che non si cominciò a usarla per una questione di buone maniere, ma solo perché si era cominciato a mangiare la pasta, e provateci voi, a mani nude.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...