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martedì 17 gennaio 2012

Hopper, Carver e l'incontro che è bello immaginare

Se potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E' dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.

Sono d'accordo con te. E' quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c'è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende.


Ecco qui, in poche parole si schiude il senso del lavoro di due dei grandi artisti del Novecento americano, il pittore Edward Hopper e lo scrittore Raymond Carver. Parole di un dialogo che non c'è mai stato, perchè non è mai esistito un loro incontro. Però poi è arrivato un altro scrittore, Aldo Nove, di un'altra età e di un altro paese, e questo incontro se lo è immaginato ed è arrivato a raccontarlo in Si parla troppo di silenzio (Skira edizioni): come consegnare un passaporto per la realtà.

Hopper e Carver: due artisti che hanno un posto particolare nel mio cuore, nel mio immaginario americano.

Non saprei vedere l'America senza la luce di Hopper, senza le sue strade e le sue case, senza i suoi sguardi che invadono le stanze spogliate dal sogno americano e catturano istanti in bilico, su qualcosa che non si saprà mai. Senza questi quadri che da tempo si sono impastati con le parole di Carver, con le sue storie che quasi sempre non portano lontano, e non lo devono, con questi altri istanti sospesi quasi sempre tra un disastro e una nuova possibilità. E vi confesso, mi dice poco e mi serve ancora meno la polemica sul Carver "autentico", al netto dei tagli del suo editor.

martedì 20 luglio 2010

Quando Raymond Carver non incontrò Edward Hopper

Se potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E' dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.

Sono d'accordo con te. E' quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c'è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende.


Ecco qui, in poche parole si schiude il senso del lavoro di due dei grandi artisti del Novecento americano, il pittore Edward Hopper e lo scrittore Raymond Carver. Parole di un dialogo che non c'è mai stato, perchè non è mai esistito un loro incontro. Però poi è arrivato un altro scrittore, Aldo Nove, di un'altra età e di un altro paese, e questo incontro se lo è immaginato ed è arrivato a raccontarlo: e qualcosa vorrà dire, è come consegnare un passaporto per la realtà.

In ogni modo io a questo libriccino non avrei mai rinunciato. Guarda caso, Hopper e Carver: due artisti che hanno un posto particolare nel mio cuore, nel mio immaginario americano.

Non saprei vedere l'America senza la luce di Hopper, senza le sue strade e le sue case, senza i suoi sguardi che invadono le stanze spogliate dal sogno americano e catturano istanti in bilico, su qualcosa che non si saprà mai. Senza questi quadri che da tempo si sono impastati con le parole di Carver, con le sue storie che quasi sempre non portano lontano, e non lo devono, con questi altri istanti sospesi quasi sempre tra un disastro e una nuova possibilità. E vi confesso, mi dice poco e mi serve ancora meno la polemica sul Carver "autentico", al netto dei tagli del suo editor.

Insomma, poi arriva Aldo Nove e ci porta per un pomeriggio in California, sulla sponda del fiume Butte Creek. E' il 1958, un bel giorno di sole, ore indolenti per pescare e per scambiare qualche parola. Qualcosa si accende tra Hopper, pittore ormai affermato, e Carver, ragazzo di 20 anni, che ha sognato di far fortuna in Messico e ora sogna di fare lo scrittore.

Ragionano d'arte, i due. E dice Carver, "parlo della capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa"
"Qualsiasi?" domanda Hopper.
"Ad esempio un frigorifero", dice Carver.
"O un muro vuoto - replica Hopper - che poi con la luce vuoto non è mai".

Ecco, mi piace pensare che l'arte sia questa, la capacità di restare a bocca aperta, la forza che cresce dalla meraviglia.

Mi piace pensare che quell'incontro ci sia stato. Che da lì siano discese molte cose.

domenica 21 febbraio 2010

La volta che Carver non incontrò Hopper

More about <br />Si parla troppo di silenzioSe potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E' dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.

Sono d'accordo con te. E' quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c'è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende.


Ecco qui, in poche parole si schiude il senso del lavoro di due dei grandi artisti del Novecento americano, il pittore Edward Hopper e lo scrittore Raymind Carver. Parole di un dialogo che non c'è mai stato, perchè non è mai esistito un loro incontro. E lo so che, a pensare male, questo libriccino non ci sarebbe mai stato, senza la mostra che Milano ha dedicato in questi mesi a Hopper. Però se un altro scrittore, Aldo Nove, di un'altra età e di un altro paese, questo incontro se lo è immaginato ed è arrivato a raccontarlo, beh, qualcosa vorrà dire, è come consegnare un passaporto per la realtà.

In ogni modo io a questo libriccino non avrei mai rinunciato. Guarda caso, Hopper e Carver: due artisti che hanno un posto particolare nel mio cuore, nel mio immaginario americano.

Non saprei vedere l'America senza la luce di Hopper, senza le sue strade e le sue case, senza i suoi sguardi che invadono le stanze spogliate dal sogno americano e catturano istanti in bilico, su qualcosa che non si saprà mai. Senza questi quadri che da tempo si sono impastati con le parole di Carver, con le sue storie che quasi sempre non portano lontano, e non lo devono, con questi altri istanti sospesi quasi sempre tra un disastro e una nuova possibilità. E vi confesso, mi dice poco e mi serve ancora meno la polemica sul Carver "autentico", al netto dei tagli del suo editor.

Insomma, poi arriva Aldo Nove e ci porta per un pomeriggio in California, sulla sponda del fiume Butte Creek. E' il 1958, un bel giorno di sole, ore indolenti per pescare e per scambiare qualche parola. Qualcosa si accende tra Hopper, pittore ormai affermato, e Carver, ragazzo di 20 anni, che ha sognato di far fortuna in Messico e ora sogna di fare lo scrittore.

Ragionano d'arte, i due. E dice Carver, "parlo della capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa"
"Qualsiasi?" domanda Hopper.
"Ad esempio un frigorifero", dice Carver.
"O un muro vuoto - replica Hopper - che poi con la luce vuoto non è mai".

Ecco, mi piace pensare che l'arte sia questa, la capacità di restare a bocca aperta, la forza che cresce dalla meraviglia.

Mi piace pensare che quell'incontro ci sia stato. Che da lì siano discese molte cose.

domenica 15 novembre 2009

Cercando la luce con Edward Hopper


"Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa"

Parole di Edward Hopper, uno dei maestri della pittura americana del Novecento e, per quanto mi riguarda, il pittore che tra tutti ha la capacità di destarmi emozioni, anzi, di raccontarmi storie. E di questo ne ero già convinto prima, ma ora che sono ritornato dalla mostra che Milano gli sta dedicando (a Palazzo Reale fino al 31 gennaio), credo di aver capito qualcosa di più di Hopper come delle sue storie.

Perché in effetti è strano: di lui ne parlo come uno scrittore, ogni quadro come un racconto di Raymond Carver, tanto per fare un nome quasi scontato. Pensare che è in primo luogo è un pittore della luce, prima ancora di figure umane... eppure, eppure, quante sue opere sono storie accennate, sospese, fissate in un attimo impregnato di incertezza, attesa, possibilità...

Perchè Hopper in effetti non è solo luce, è anche sguardo.

E' il suo sguardo che coglie istanti di vita quotidiana e domestica: occhiate indiscrete e furtive, frammenti rubati attraverso una finestra, magari da un treno in corsa - più precisamente dalla metropolitana sopraelevata di Chicago.

Ed è lo sguardo delle sue donne, mai davvero sensuali, sempre irrisolte, sempre sospese su un futuro che intanto è solo un presagio o un movimento del cuore.

Sono libri, le opere di Hopper. Libri aperti a metà e di cui vorresti girare alla svelta le pagine che mancano alla fine, per saperne di più. Sono viaggi, le opere di Hopper. Viaggi nelle nostre solitudini metropolitane, viaggi anche nella grande America: e che voglia di andare dietro alla vita di questo pittore, di inseguire davvero la sua luce, i suoi orizzonti, le sue storie, a Chicago come a Cape Cod... Chissà che non ci riesca, prima o poi.

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