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venerdì 21 settembre 2012
mercoledì 14 dicembre 2011
I nomi dei romanzi non obbediscono al caso
Mr Jeckill? C'è il pronome personale francese je e il verbo inglese to kill, più o meno sta per "uccisione dell'Io".
Dorian Gray? Come non vedere che nel nome c'è la bellezza e l'eleganza dello stile dorico e che il cognome invece richiama il grigio?
E che dire di Aschenbach, il protagonista di Morte a Venezia? Può essere un caso quel nome che si può tradurre in "fiume di cenere"?
Ovviamente no e ce lo ricorda su Repubblica Laura Montanari presentando le attività di Onomastica & Letteratura, associazione che indaga il rapporto fra nomi e storie letterarie. Leggo:
Dentro un nome a volte c'è già una traccia del destino. Almeno un indizio, un lampo del carattere, un frammento di quel che siamo. Un nome non finisce quasi mai per caso in un romanzo o un film o una storia
E' anche questa una chiave di lettura. I nomi che non sono mai a caso.
Pensare che a volte, come ci ricorda Filippo Bologna sulla stessa pagina, non lo sono nemmeno quelli degli scrittori.
Anche per fare lo scrittore serve un bel nome. Tipo Cormac McCarthy o Winfried Sebald
In mancanza c'è chi si è arrangiato. E' così che Alberto Pincherle è diventato Alberto Moravia. Volete mettere?
Dorian Gray? Come non vedere che nel nome c'è la bellezza e l'eleganza dello stile dorico e che il cognome invece richiama il grigio?
E che dire di Aschenbach, il protagonista di Morte a Venezia? Può essere un caso quel nome che si può tradurre in "fiume di cenere"?
Ovviamente no e ce lo ricorda su Repubblica Laura Montanari presentando le attività di Onomastica & Letteratura, associazione che indaga il rapporto fra nomi e storie letterarie. Leggo:
Dentro un nome a volte c'è già una traccia del destino. Almeno un indizio, un lampo del carattere, un frammento di quel che siamo. Un nome non finisce quasi mai per caso in un romanzo o un film o una storia
E' anche questa una chiave di lettura. I nomi che non sono mai a caso.
Pensare che a volte, come ci ricorda Filippo Bologna sulla stessa pagina, non lo sono nemmeno quelli degli scrittori.
Anche per fare lo scrittore serve un bel nome. Tipo Cormac McCarthy o Winfried Sebald
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- Io gli Etruschi me li attacco al cazzo. I russi ci porto, altro che gli Etruschi.
E' così che è cominciata.
Originale, curioso, indignato il giusto, a volte divertente, generalmente scritto bene, un po' confuso nella storia e con qualche tassello che sul finire non va al posto giusto, ma tant'è, Come ho perso la guerra (Fandango Libri) di Filippo Bologna, si fa leggere e leggere con piacere.
Storia che arriva dalla Toscana di altri tempi, quando esistevano paesi tagliati fuori da tutto, acque termali senza turisti, fattorie lontani anni luce dall'epoca dell'agriturismo con piscina e massaggi, scodelle di ribollita che si servivano come piatto di contadini, mica come specialità da grand gourmet.
Storia che comincia prima che tutto davvero cominci, con un pezzo di campagna prelevato da un racconto di Fucini e trapianto negli anni della globalizzazione, quando i soldi girano a palate, i russi comprano tutto e la finanza si giustifica con la finanza, mica per come tratta un territorio o un passato.
E poi lo chiamano sviluppo?,domanda che è già un'asserzione, un controcanto, accompagna tutta lo storia raccontata da Bologna. Inventata, ma fino a un certo punto. Inverosimile, ma fino a un certo punto. Forse più digeribile con qualche trovata in meno: ma insomma, si sa, succedono cose dell'altro mondo, ai tempi della globalizzazione. Che ci sia crisi o meno.