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sabato 25 maggio 2013

I nipoti d'Omero che si rompono il naso




Perché, non illudetevi, quasi tutti i nipoti d'Omero sono, a modo loro,
 più o meno ciechi; vedono ciò che noi non vediamo; 
i loro sguardi penetrano più in alto e più a fondo dei nostri;
ma essi non sanno vedere dritto dinanzi a sé la loro brava strada, 
e sarebbero capaci d'inciampare e di rompersi il naso contro
il più piccolo ciottolo, se dovessero camminare 
senza un sostegno in queste valli di prosa ove dimora la vita,

(Henry de Pène, giornalista e scrittore francese)

mercoledì 15 dicembre 2010

Baudelaire e la poesia senza poesia

Mio caro amico, vi mando un'operetta di cui non si potrebbe dire, senza ingiustizia, che ha né capo né coda, giacché, all'opposto, tutto in essa è capo e coda a un tempo, in modo alterno e scambievole

Così Charles Baudelaire scriveva a Arsène Houssaye, direttore editoriale de La Presse, il giornale che avrebbe pubblicato i suoi Piccoli poemi in prosa.

Un giorno, si sa, sarebbe diventato il grande poeta de I fiori del male, i cui versi non mancano nemmeno nelle antologie scolatische. Però furono proprio questi "poemi in prosa" la sua sfida più grande, la rivoluzione della parola che avvertiva come l'opera della vita.

La ragione è già in questa stessa lettera, in una domanda che poi ci accompagna pagina dopo pagina:

Chi di noi non ha sognato, nei suoi giorni d'ambizione, il miracolo di una prosa poetica, musicale senza ritmo e senza rima, duttile e irregolare, abbastanza da adattarsi ai moti lirici dell'anima, alle fluttuazioni della fantasia, ai sussulti della coscienza?

Baudelaire a questo sogno dà sostanza con la forza delle parole. E leggendolo si intuisce davvero qualcosa del miracolo della poesia. Come se certi misteri potessero svelarsi, almeno in parte, solo grazie all'assenza.


La poesia senza la poesia. La poesia dove non c'è poesia. Bellissima.

venerdì 3 dicembre 2010

Rileggendo "Anywhere out of the world"

Questa vita è un ospedale dove ogni ammalato è posseduto dal desiderio di mutar di letto. Questi vorrebbe soffrire di fronte alla stufa, e quegli crede che guarirebbe accanto alla finestra.
A me sembra che stare sempre bene là dove non sono, e questo problema dello sgombero è uno di quelli che discuto senza requie con l'anima mia

Di tanto in tanto mi imbatto ancora in queste parole, con cui Charles Baudelaire attacca l'ultimo dei suoi Piccoli poemi in prosa. Mi imbatto in esse e, a distanza di tanto tempo dalla prima volta, non me le lascio scorrere alle spalle, non le accantono con l'indifferenza che forse potrei anche meritarmi.

Perchè non si tratta solo degli anni che sono passati. Tante cose sono successe nel frattempo. E in qualche modo hanno fatto sì che mi guardi indietro e classifichi certi sentimenti come intemperanze o malesseri da ventenne. Soprattutto questo romantico bisogno di altrove, sempre e comunque, questo altrove che non ha niente a che vedere con la voglia di scoprire, conoscere, diventare che è proprio del viaggio. Che piuttosto richiama un'umanissima incapacità di accettarsi.

Oggi, più di prima, sento che il viaggio non è fuggire da me stesso, ma scoprire me stesso - e anche questo sarà un parlare banale, però vero. Sento questo, eppure le parole del poeta francese mi scuotono ancora. Ancora sono dita che si stringono sul cuore:

Alla fine, l'anima mia sbotta e saggiamente mi grida: "Non importa dove! non importa dove! purché sia fuori di questo mondo!"

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...