Questa vita è un ospedale dove ogni ammalato è posseduto dal desiderio di mutar di letto. Questi vorrebbe soffrire di fronte alla stufa, e quegli crede che guarirebbe accanto alla finestra.
A me sembra che stare sempre bene là dove non sono, e questo problema dello sgombero è uno di quelli che discuto senza requie con l'anima mia
Di tanto in tanto mi imbatto ancora in queste parole, con cui Charles Baudelaire attacca l'ultimo dei suoi
Piccoli poemi in prosa. Mi imbatto in esse e, a distanza di tanto tempo dalla prima volta, non me le lascio scorrere alle spalle, non le accantono con l'indifferenza che forse potrei anche meritarmi.
Perchè non si tratta solo degli anni che sono passati. Tante cose sono successe nel frattempo. E in qualche modo hanno fatto sì che mi guardi indietro e classifichi certi sentimenti come intemperanze o malesseri da ventenne. Soprattutto questo
romantico bisogno di
altrove, sempre e comunque, questo altrove che non ha niente a che vedere con la voglia di scoprire, conoscere, diventare che è proprio del viaggio. Che piuttosto richiama un'umanissima incapacità di accettarsi.
Oggi, più di prima, sento che il viaggio non è fuggire da me stesso, ma scoprire me stesso - e anche questo sarà un parlare banale, però vero. Sento questo, eppure le parole del poeta francese mi scuotono ancora. Ancora sono dita che si stringono sul cuore:
Alla fine, l'anima mia sbotta e saggiamente mi grida: "Non importa dove! non importa dove! purché sia fuori di questo mondo!"
Così Charles Baudelaire scriveva a Arsène Houssaye, direttore editoriale de La Presse, il giornale che avrebbe pubblicato i suoi Piccoli poemi in prosa.
Un giorno, si sa, sarebbe diventato il grande poeta de I fiori del male, i cui versi non mancano nemmeno nelle antologie scolatische. Però furono proprio questi "poemi in prosa" la sua sfida più grande, la rivoluzione della parola che avvertiva come l'opera della vita.
La ragione è già in questa stessa lettera, in una domanda che poi ci accompagna pagina dopo pagina:
Chi di noi non ha sognato, nei suoi giorni d'ambizione, il miracolo di una prosa poetica, musicale senza ritmo e senza rima, duttile e irregolare, abbastanza da adattarsi ai moti lirici dell'anima, alle fluttuazioni della fantasia, ai sussulti della coscienza?
Baudelaire a questo sogno dà sostanza con la forza delle parole. E leggendolo si intuisce davvero qualcosa del miracolo della poesia. Come se certi misteri potessero svelarsi, almeno in parte, solo grazie all'assenza.
La poesia senza la poesia. La poesia dove non c'è poesia. Bellissima.