Visualizzazione post con etichetta Mondiali ciclismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mondiali ciclismo. Mostra tutti i post

domenica 29 settembre 2013

Nel giorno del Mondiale a Firenze: Gino Bartali e Curzio Malaparte

Per rimanere sui soliti caratteracci toscani, pare che una volta Curzio Malaparte, lo scrittore, abbia chiesto a Gino Bartali, il campione:
Non trovi che la tua bicicletta somigli a una bella ragazza?
 E che lui, accarezzando il cuoio morbido del sellino, abbia risposto:
Troppa magra per i miei gusti.
Ma levategliela, la bicicletta, da sotto il sedere di Ginettaccio. Levatelo, il sogno della bicicletta, a uno come Curzio Malaparte, che nel 1949 si prese anche la briga di scrivere di Coppi e Bartali per i francesi, con qualche parolina che magari fece anche indispettire i cugini di Oltralpe.

In Italia la bicicletta appartiene a pieno titolo al patrimonio artistico nazionale, esattamente come la Gioconda di Leonardo, la cupola di San Pietro o la Divina Commedia. Ci si stupisce che non sia stata inventata da Botticelli, Michelangelo o Raffaello.
In Italia, se per caso dite che la bicicletta non è stata inventata da un italiano, intorno a voi gli sguardi si faranno cupi e sui volti calerà una maschera di tristezza


Solo che non era più nemmeno una questione di rivalità. Era solo una questione di bellezza, la stessa bellezza di cui aveva parlato Oriani.

Ma guardatela! Guardate il suo profilo slanciato, elegante, essenziale, la sua linea perfetta, rigorosa come un teorema di Euclide, semplice e al tempo stesso capricciosa come la crepa incisa dal fulmine nello specchio azzurro di un ciel sereno. Guardate la forma del manubrio, ricurvo come le antenne di un insetto, e quelle due ruote che tanto ricordano il famoso cerchio tracciato con un solo tratto di carboncino, su una pietra, da un piccolo pecoraio di nome Giotto....


Giocava facile, Malaparte, a ricordare che sia Giotto che Ginettaccio erano nati dalle parti di Firenze. Però non era questo, non era decisamente questo. Piuttosto era ancora un'idea di leggerezza e meraviglia.

Ci chiediamo come possa stare in piedi ed ecco che lei prende il volo, in equilibrio su un invisibile filo d'acciaio, come un acrobata sulla fune.
In silenzio trafigge lo spazio, in silenzio entra nel tempo. Senza un briciolo di pudore, viola tutti i misteri del paesaggio, dell'orizzonte, della natura. Scivola sulla strada come sul filo di un rasoio, inclinandosi con grazia nelle curve, dondolando dolcemente in salita, gettandosi alla cieca verso le verdi vallate, verso l'abisso delle pianure assolate


Libertà, leggerezza, meraviglia. Gli stessi sentimenti dei velocipedisti delle Cascine, centauri che sfidavano i tempi e che quella gelida mattina di febbraio, ultimo anno di Firenze capitale, non erano lì solo per disputarsi una medaglia.
Perché c'era un'idea di progresso che pedalava con le loro gambe.
Un'idea di libertà, leggerezza e meraviglia. E di bellezza, tanta bellezza.

(da Paolo Ciampi, La prima corsa, Mauro Pagliai)

sabato 3 agosto 2013

Aspettando i Mondiali di ciclismo con la "prima corsa"

Facevano capannello davanti ai chioschi, i fiorentini. Qualcuno, già che c'era, proseguiva la discussione per l'aperitivo – anzi, per l'ora del vermutte, come si diceva. Non mancava mai chi era disposto anche ad accapigliarsi, per l'uno o per l'altro partito: chi dei velocipedi non ne voleva affatto sapere e chi con essi accoglieva la nuova epoca. 

Certo, non erano discussioni che si facevano nelle fiaschetterie dei popolani, davanti a un bicchiere di vino andante e magari a un mazzo di carte. Se qualcuno avesse vaticinato che un giorno proprio in posti così si sarebbe fatto notte a parlare delle imprese sulle due ruote lo avrebbero preso per matto. La parola sport si era appena insinuata nel vocabolario dei fiorentini: ed era una parola forestiera, come forestiere – e bislacche – erano le pratiche cui essa si riferiva. 


Ma la buona società ne parlava, come no, nemmeno fosse il ballo delle debuttanti, il ricevimento a corte. Se ne discuteva all'uscita dei ministeri e seduti a un caffè come Doney, dove le signore in carrozza si fermavano a prendere il gelato e due uova in tegame venivano servite nientemeno come déjeuner a la fourchette. Se ne parlava nello spaccio di liquori che i fratelli Giacosa avevano aperto nel 1860 davanti a palazzo Strozzi, buon posto per osservare chi passava e per chiacchierare delle cose del giorno.


Almeno era materia nuova su cui accalorarsi.


(Paolo Ciampi, La prima corsa, Mauro Pagliai editore)

martedì 22 gennaio 2013

Velocipedi in libertà ai tempi di Firenze capitale

Settembre 2013: la Toscana si appresta a ospitare i campionati del mondo di ciclismo, il più grande avvenimento sportivo dopo i mondiali di calcio e le Olimpiadi.

Febbraio 1870: in Toscana si disputa un’altra gara internazionale su due ruote. Il percorso, tra Firenze e Pistoia, è lo stesso, ma questa è davvero la prima volta. 


È il giorno del debutto per i pionieri del velocipede, un mezzo che sa di progresso, di velocità spericolata, di futuro. Una gara che è anche l’ultimo grande avvenimento di Firenze capitale, capace di attrarre i primi temerari sportsmen, ma anche una folla di nobili e poveracci, anzi un’intera città incuriosita, preoccupata, affascinata.
 

Al di là del fatto sportivo, una storia di emozioni, divertente e commovente come quelle di altri tempi. Perché con quella mattina gelata, con quelle pedalate tra nebbia e fango, ci si congedò da un’epoca e se ne salutò una nuova, che arriva fino ai nostri giorni.

(dalla quarta di copertina di Paolo Ciampi, La prima corsa, Mauro Pagliai editore)

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...