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giovedì 1 novembre 2012

Una persona che se ne va è come un personaggio


Il concerto sta per finire. E ci voleva davvero, un bel concerto. Con che occhi che ora mi guardo intorno. Mi piacerebbe perfino attaccare discorso con qualcuno. Chiacchierare, bere qualcosa, chiacchierare ancora. Non lo farò, mi conosco. O forse sì, chissà.

Quello che so è che domani mattina partirò per il mare. Mi attende una settimana scarsa di ferie che penso di essermi meritato.
 
Saranno le prime vacanze in cui dovrò fare a meno delle telefonate di mia madre, di quegli squilli che mi coglievano sempre nei momenti meno opportuni.
 
E lo so che succederà. Sarà magari quando rientrerò nella camera di albergo per fare la doccia e prepararmi per la cena, oppure più tardi, quando uscirò per una passeggiata-boccata d’aria-gelato.
 
Sarò presto di ritorno, in ogni caso, perché in vacanza non ho mai fatto le ore piccole, mi piace tirare tardi solo con i miei amici, nella mia città, nel mio quartiere, nel mio locale, vai a capire perché, e insomma, sarò di ritorno presto e poi non mi rimarrà altro che un libro, o un po’ di televisione per non perdere l’abitudine.
 
Solo un attimo prima di spegnere la luce del comodino mi folgorerà un pensiero: «Mia madre oggi non ha telefonato». E qualcosa cambierà, nell’andamento lento di una sera di vacanza.
 
Lo so, il tempo delle sorprese sarà ancora inevitabilmente lungo. Succederà anche la prossima primavera, quando mi ritroverò con le cesoie davanti alle sue ortensie e la vorrò accanto per sciogliere un dubbio che da solo non ho mai risolto: che faccio, poto?
 
È così, la morte è in primo luogo una fuga di gesti, di abitudini, di situazioni. Per questo ce ne accorgiamo poco a poco. Una persona che ti lascia è più o meno come il personaggio di un libro: il libro finisce, ma non è che il personaggio ci muoia dentro una volta che giriamo l’ultima pagina.

(da  Paolo Ciampi, Una domenica come le altre, Mauro Pagliai editore)

martedì 14 febbraio 2012

Quando gli oggetti diventano cose

Che differenza c'è tra le "cose" e gli "oggetti"?

Non ci avevo mai pensato, e forse avevo percepito qualcosa solo nel mezzo della scrittura di Una domenica come le altre, quando ho provato a raccontare una serie di sensazioni - un curioso impasto di familiarità ed estraneità - provate entrando in camera di mia madre dopo la sua morte.

Ora un piccolo libro in cui mi sono imbattuto per caso mi ha aiutato a capire. Si chiama - e come se no? - Cose. Una piccola antologia, l'autore è Claudio Paolini, è stato pubblicato da Polistampa per i Quaderni del servizio educativo, non un titolo facile da trovare in libreria, insomma.

Di solito, ci spiega Paolini, usiamo il termine "cose" quale sinomimo di "oggetti",  però lo avvertiamo a pelle, che tra le due parole c'è almeno uno scalino emotivo. Dice, Paolini:

Gli oggetti sono con ogni evidenza manufatti legati a un uso specifico che li riconduce al quotidiano. Hanno una loro precisa caratterizzazione che li costringe in un tempo e in uno spazio delimitati. Si guastano, si rompono e sono soggetti a tutti gli accidenti del caso.


Le cose, viceversa, sono gli oggetti quando questi si caricano di relazioni tali da far sì che la loro dimensione materiale si accompagni a quella metafisisa dei sentimenti e del ricordo.

Bello pensare che gli oggetti possono diventare cose, non per cosa servono, ma per il modo con cui si legano a noi, per le emozioni che si sprigionano nel rapporto.

Ora mi torna. E mi piace pensare che il senso della nostra vita sia anche questo, investire gli oggetti che ci circondano di sentimenti e ricordi, trasformarli in cose.


lunedì 6 dicembre 2010

L'ampio fiume che pullula di inizi

Vorrei dirvi che parole come queste sono un buon modo per iniziare questa domenica un po' grigia. Ma in realtà vorrei che quanto ci scrive qui Diana Athill,  in una pagina trattaDa qualche parte verso la fine, ci accompagnassero sempre. Buona domenica a tutti...

Tendiamo a convincerci che tutto peggiori semplicemente perché così succede entro i confini del nostro mondo. Un po' alla volta diventiamo meno capaci di fare cose che ci piacerebbe fare, sentiamo di meno, vediamo di meno, mangiamo di meno, soffriamo di più, i nostri amici muoiono, sappiamo che anche noi faremo presto la stessa fine... Non c'è da sorprendersi, forse, se scivoliamo in un facile pessimismo generalizzato nei confronti della vita, ma è un attitudine molto noiosa e rende gli ultimi, tristi anni di una vita ancora più tristi. Se invece intorno al nostro mondo ci sono persone appena 'agli inizi', persone per cui gli anni a venire sono ancora lunghi e pieni di chissà cosa, questo ci rammenta - anzi, ci permette di sentire ancora - che non siamo semplici puntini alla fine di esili linee nere proiettate verso il nulla, bensì facciamo parte dell'ampio e variegato fiume che pullula di inizi - ne siamo ancora parte integrante, e lo sarà anche la nostra morte, così come lo è la giovinezza di questi ragazzi. E allora, finché abbiamo la forza e la capacità di capirlo, non perdiamo tempi a piangerci addosso

domenica 15 agosto 2010

Quei giorni da bambino con i miei cartoni animati

Non so se sfuggirò a un pigro zapping televisivo in un pigro giorno di ferragosto. 
Forse sì, o forse no, e magari capiterò su uno dei vecchi cartoni animati che mi incantavano da bambino. Non lo so, ma visto che ci sto pensando, ecco qui cosa dico a proposito in una pagina di Una domenica come le altre.
Buon Ferragosto a tutti!

Qui va bene, qui mi fermo.
Perché ci sono i personaggi dei Looney Tunes, i beniamini della mia infanzia. Gatto Silvestro che ancora non si è stufato di dare la caccia a Titti l’insopportabile, Bugs Bunny faccia tosta, quell’altro eterno perdente di Vil Coyote, uno che ti strappa un tifo da curva mentre macina idee e chilometri dietro Be-Beep, solo per finire inesorabilmente in fondo a un canyon o sparato in cielo.
Ci sono ancora, i miei vecchi amici. Non sono stati annientati dai guerrieri galattici carichi di armi di distruzione di massa, dai mostriciattoli verdi versati in arti marziali, dagli scheletri ambulanti e dalle altre creature dell’oltretomba. Resistono bene, anche se hanno perso qualcosa della magia di un tempo. Ormai basta cercarli su uno dei canali, uno dei mille canali, appunto. Con ragionevole certezza ci si può imbattere in loro a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Vuoi mettere quando un cartone di tre minuti era un avvenimento?

sabato 22 maggio 2010

Questo è l'incipit, Calvino non c'entra


Non mi piace la parola incipit, mi sembra che tutto sommato abbia poca sostanza, benché ci siano incipit memorabili, meravigliosi, che sembrano caricarsi sulle spalle un intero romanzo.

Anche se poi ha ragione Italo Calvino quando sostiene un ragionamento del genere:

Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione... il mondo dato in blocco... Ogni volta l'inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l'allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare

L'ho presa alla larga, ma alla fine voglio fare solo un taglia e incolla. Insomma, ecco le prime righe del mio Una domenica come le altre (Mauro Pagliai editore), il libro che presento mercoledì 26 (ore 18) a Firenze, alla Libreria de' Servi. Tutto qui.


Insomma, sono qui, in questa sala d’attesa dove tutto sembra combinato apposta per deprimermi, non un colore che mi riscaldi, non un filo di luce che filtri dall’esterno. Sono qui, in questa domenica che fino a poco fa conservava il passo dell’indolenza, in un pomeriggio di noia, di lancette che scorrono piano, di televisione in perenne sottofondo, di riti sempre uguali.
Sono qui e sono alle prese con questo pensiero fisso, che pare l’annuncio di un epilogo, anzi, senz’altro lo è. Lo so, per quanto mi sforzi di non essere troppo lucido, men che meno consapevole, tanto avrò tempo per concedermi all’evidenza, tempo per ripetermi che due più due fa sempre quattro, non cinque, certo.
Questo pensiero: quello che doveva succedere, sta succedendo. Semplicemente. E va da sé che questo è un pensiero già piegato alla rassegnazione, un pensiero che sa ma non vuole sapere. Un pensiero, per di più, che evoca quella sola parola che è sempre un rischio richiamare alle labbra, considerato il ragionevole sospetto che porti male.
Va da sé, come va da sé che uno vorrebbe che tutto questo fosse solo un film, da seguire comodamente in poltrona, aspettando i titoli di coda tra uno sbadiglio e un sorso di birra ormai tiepida. Un film, come no, anche a dispetto dell’esito scontato, della storia già vista, delle battute prevedibili. Però, che dite, se fosse davvero un film, lo lascerei scorrere in questo modo? O piuttosto non spingerei un pulsante, un qualsiasi pulsante, che so, un cancel, un rewind, un reset, un off, insomma proprio un qualsiasi bottone, pur di piantarla ora e subito? Se potessi riavvolgere la cassetta, se ci fosse la maniera di fermare, azzerare, perfino scassare tutto e poi levarsi via, che dite, sarei qui?
Invece è qui che sono e di là dalle porte che si chiudono a molla, di là da quel corridoio deserto e da quel silenzio che non si spiega, c’è mia madre.
Mia madre e una sala chirurgica. Mia madre e un’equipe che sta brigando da ore per riacciuffarla alla morte. Disturbo intestinale, mi aveva detto lei stamattina: sarà che è andato a male il baccalà. Un’ischemia, ha sentenziato la guardia medica piombata a casa nel primo pomeriggio. Un aneurisma all’aorta, hanno concluso al pronto soccorso. E me l’hanno portata via.

domenica 21 marzo 2010

Tocca a Una domenica come le altre


Da questo fine settimana è in libreria il mio nuovo libro, Una domenica come le altre (Mauro Pagliai editore). Non sta a me giudicarlo, ma certo è il mio libro più sofferto, sincero ed emotivamente difficile. Se avrete voglia un giorno magari ne parleremo, anche su questo blog, ma intanto qui sotto vi inserisco la scheda della casa editrice. A presto, paolo


Un libro tenero e spiazzante per raccontare la leggerezza che può riservare anche la perdita di una persona importante


Una domenica pomeriggio come le altre. Un malore improvviso, una disperata corsa in ospedale, la morte della madre. Comincia così, con questo dolore, per diventare subito qualcos’altro, un racconto sulla vita che c’è dopo. A partire dai dieci giorni e dalle dieci notti che seguono, in una successione di stati d’animo e di situazioni ad alta intensità emotiva, tra nostalgie e scene grottesche, scatti di umorismo ed esplosioni di rabbia. Sensi di colpa e cartoni animati, silenzi e fallimenti enogastronomici, per ritrovarsi e per ritrovare il mondo che sta intorno e la persona che non c’è più.
Un libro tenero e spiazzante per raccontare la possibilità di leggerezza che può riservare anche la perdita di una persona importante. Perché nonostante tutto il non detto e il non fatto c’è sempre una primavera dopo l’inverno.



© Mauro Pagliai 2010, cm 15x21, pp. 128, br., € 11,00
ISBN: 978-88-564-0093-9
Collana: Pop Heart, 3
Settore: L2 / Romanzi

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