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venerdì 2 marzo 2012

Siamo tutti il dottor Jekill e Mister Hyde

Il vero spettro che infestava i sogni di Robert Louis Stevenson non era il tesoro segreto e nascosto dei pirati, ma il segreto del male nascosto nelle cantine dell'anima.

Così scrive Giuseppe Montesano su Repubblica, a proposito dell'autore de L'isola del tesoro, e soprattutto de Lo Strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde, spiegandoci bene che con Stevenson si va ben oltre il brivido per l'avventura. Non siamo di fronte a uno scrittore di evasione, ma semmai di fronte a uno scrittore che ci mette spietatatamente di fronte al lato più oscuro dell'animo umano.

Il Bene e il Male, questo è il tema che ritorna più volte in Stevenson e che ritroviamo anche nell'ultima opera che di lui possiamo leggere in Italia, il racconto postumo Una vecchia canzone, ora pubblicato da Barbès.

Il Bene e il Male, contrapposizione e anche ossessione che non era certo estranea a un ambiente fortemente religioso come quello in cui era nato e cresciuto Stevenson: i giusti e gli empi, Caino e Abele. Però sentite cosa afferma Montesano:

Ma Stevenson, con un gesto degno dei supremi romanzieri, rifiutò la semplificazione morale della Bibbia coatta della sua infanzia, e rese il conflitto tra fratelli un conflitto che rivive nel cuore di ognuno. L'uomo è duplice, un empio e un giusto nella stessa persona.

Jekill e Hyde siamo  noi, lo siamo insieme, due facce della stessa medaglia. Facile dirlo oggi, ma pensate ai tempi di Stevenson. Prima di Freud e tutto il resto.


giovedì 11 agosto 2011

Rudyard Kipling e le parole che lo rendevano felice

E così mi misi a fare esperimenti con il peso, il colore, il profumo e la qualità delle parole tra loro, sia leggendole ad alta voce affinché colpissero l'orecchio, sia sparpagliandole sulla pagina per attirare l'occhio. Non c'è un mio verso di poesia o prosa che non abbia rigirato in bocca fino a che la lingua non l'avesse limato e la memoria, dopo tutto questo recitare, non avesse automaticamente omesso il superfluo più evidente.
Erano queste le cose che mi tenevano occupato e mi rendevano felice


Questo era Rudyard Kipling, un grandissimo che troppe volte in Italia abbiamo frettolosamente catalogato come uno scrittore per ragazzi, quasi si volesse ostinatamente resistere alla magia della letteratura, alla sua capacità di rapirci, di portarci lontano, di portarci nel bel mezzo di storie buone per ogni età.

Ci ha fatto un bel regalo l'editore Barbés a riproporci questa autografia che Kipling scrisse solo pochi mesi prima di morire, senza aver il tempo di concluderla e correggerla, lui che le parole doveva rigirarsele in bocca.


Meglio così, se questo ci offre un racconto in prima persona che non sceglie strade oblique e persegue la sincerità sempre e comunque. E' vero, dal limite della vita ci si può confessare per quello che siamo, senza secondi fini. E Kipling lo fa con il giusto distacco e una bella dose di ironia (e autoironia), che serve, come no.

Senza presunzione, e con la consapevolezza di aver beneficiato dei numeri giusti sulla ruota della vita.
(Se ripenso al passato, adesso che ho settant'anni, mi sembra che ogni carta della mia vita lavorativa mi sia stata distribuita in modo tale da non poter fare altro che giocarla così come veniva)

Con questa consapevolezza, ma tenendosi ancora ben stretto il tesoro della sua infanzia. Datemi i primi sei anni della vita di un bambino, afferma Kipling, e tenetevi pure il resto.

E forse è proprio questo che facciamo anche noi, quando ancora una volta ci lasciamo incantare dal Libro della Giungla o dalle storie del folletto Puck.

mercoledì 15 settembre 2010

Il pittore e quel balordo del cacciatore

Com'è accaduto che Manet, così spirituale, sia giunto a fare il ritratto di questo zotico dallo sguardo spento?

Ci sono libri che nascono da una nota in fondo a una pagina, oppure da uno sguardo distratto a un quadro.

Libri che non hanno alle spalle nient'altro che un moto di curiosità. Pare poca cosa, però è per questo che riescono a procedere lievi. E vanno avanti ad ampie falcate, liberi di scegliersi il loro cammino, senza bagaglio sulle spalle.

Ed è così, Un cacciatore di leoni di Olivier Rolin (Barbès edizioni)

Pensare che l'ho trascurato a lungo, nella pila riservata ai libri da leggere "prima o poi", più poi che prima però, tanto che sarà mai, roba per i patiti di storia dell'arte. Abbandonato lì, per questo pregiudizio e anche per un difetto di memoria. A Olivier Rolin, infatti, dovevo già un'altra bella lettura a sorpresa, Port Soudan. Uno di quei libri di cui a distanza di anni serbi un buon ricordo cassando il nome dell'autore, succede anche questo.

E che sorpresa anche questa volta. Questo è un libro che ti fa girare la testa da quanto racchiude. Come un albero carico di frutta matura che non resta che cogliere a piacimento. Prova provata che davvero può bastare quel moto di curiosità, basta per partire, perché poi tutto il resto si trova per strada. E' nell'ordine delle cose: connessioni che non si vedono solo per scarsa immaginazione.

E dunque c'è Edouard Manet, pittore  tra i grandissimi del grandissimo Ottocento francese. C'è la Parigi Secondo Impero, decoro e affari, onorificenze e bordelli, colazioni sull'erba e fumi di assenzio. C'è la guerra con i prussiani e il sogno della Comune, le barricate e le fucilazioni. Ci sono albe livide, risvegli difficili, partenze che sono strappi al cuore. Ci sono le colonie di un mondo disegnato a uso e consumo di poche potenze europee, materie prime e riserve di caccia, missionari e avventurieri di ogni risma, ragion di Stato e richiami del basso ventre. E c'è la Patagonia, prima di Bruce Chatwin, anzi, prima ancora che il genocidio delle popolazioni indigene sia portato a compimento con la più grande disinvoltura.

Poi c'è questo Eugène Pertuiset, il soggetto del ritratto, l'uomo che attraversa tutte le storie. Il sedicente cacciatore di leoni. L'uomo che insegue la fortuna e si appiglia a quello che trova. Il fanfarone. L'uomo che vorrebbe fare la storia e si accontenta di tirare avanti. Come può. Senza troppi scrupoli di coscienza: i conti semmai li farà più tardi, come si fa a fine mese col negoziante sotto casa.

Manet ascolta, divertito, queste inezie gonfiate. Peccato, pensa, che non si possano dipingere i discorsi. Non potendo dipingere le parole, dipingerò un giorno la bocca che le proferisce

Ci riesce benissimo, il pittore. Poi arriverà Rolin e lo dipingerà con le parole, quest'uomo il cui lignaggio non è nobile, ma antico sì, perché mi porta dalle parti del Plauto e del suo miles gloriosus.

Quest'uomo che forse è addirittura un po' migliore di come si presenta, perchè l'arte, almeno l'arte l'ha annusata. Ha incrociato le vite degli artisti come un elefante in un negozio di porcellana, in realtà senza nemmeno sapere cosa sia l'arte, ma ha comunque avuto abbastanza sensibilità da ammirarla, da lontano, come chi contempla un paesaggio.

Insolito balordo a cui mi sento più vicino di quanto vorrei.

Brava la casa editrice Barbès, bravo il curatore e traduttore Tommaso Gurrieri, per il coraggio e l'intelligenza con cui ci hanno proposto queste pagine.

domenica 27 giugno 2010

Tutto in una stanza il viaggio di De Maistre


Il mio viaggio iniziò alle otto precise di sera. Il tempo era buono e prometteva una piacevole notte.
Avevo preso le mie precauzioni per non essere importunato da visite - del resto rarissime, data l'altezza dell'alloggio e considerando le circostanze in cui mi trovavo all'epoca - e per rimanere solo fino a mezzanotte


Credo che ben pochi abbiamo avuto modo di conoscere Francois-Xavier De Maistre (foto a lato), fratello del ben più noto Joseph, uno dei più geniali e radicali reazionari di tutto il nostro Ottocento e dintorni.

Francois-Xavier era assai diverso e non è entrato nella storia del pensiero politico della nostra epoca. Meriterebbe però di essere conosciuto per almeno due libriccini, Viaggio nella mia stanza, in cui si inventa tutto un viaggio consumato tra le pareti di una stanza dove era stato rinchiuso e, anni più tardi, Spedizione notturna nella mia stanza, che è una sorta di bis o sequel della prima fortunata opera.

Sono contento che l'editore fiorentino Barbès abbia avuto il fiuto e il coraggio di disseppellire questo testo, moderno, stravagante, ironico e commovente allo stesso tempo, capace soprattutto di spiegarci che non è vero, non è assolutamente vero che per viaggiare si debba oltrepassare la soglia di casa.

Ci sono molti altri modi: per esempio con un buon libro.

sabato 21 novembre 2009

Spedizione notturna in una sola stanza

"Il mio viaggio iniziò alle otto precise di sera. Il tempo era buono e prometteva una piacevole notte.
Avevo preso le mie precauzioni per non essere importunato da visite - del resto rarissime, data l'altezza dell'alloggio e considerando le circostanze in cui mi trovavo all'epoca - e per rimanere solo fino a mezzanotte".


Credo che ben pochi abbiamo avuto modo di conoscere Francois-Xavier de Maistre, fratello del ben più noto Joseph, uno dei più geniali e radicali reazionari di tutto il nostro Ottocento e dintorni. Francois-Xavier era assai diverso e non è entrato nella storia del pensiero politico della nostra epoca. Meriterebbe però di essere conosciuto per almeno due libriccini, "Viaggio nella mia stanza", in cui si inventa tutto un viaggio consumato tra le pareti di una stanza dove era stato rinchiuso (ufficiale, vi era stato consegnato per motivi disciplinari) e, anni più tardi, "Spedizione notturna nella mia stanza", che è una sorta di bis o sequel della prima fortunata opera.

E meno male che l'editore fiorentino Barbès ha avuto il fiuto e il coraggio di disseppellire questo testo, moderno, stravagante, ironico e commovente allo stesso tempo.

A me questo libriccino è capitato tra le mani, tornando in treno da Milano, con un'immensa voglia di ritrovare alla svelta casa, libri, dischi... Verso la fine acune parole mi hanno catturato.

"Nei normali viaggi che ho fatto tra gli uomini ho notato che a furia di essere infelici si finisce col diventare ridicoli. In quei momenti tremendi non c'è niente di meglio del nuovo modo di viaggiare di cui avete appena letto la descrizione"

Così ho accompagnato Francois-Xavier nella sua "spedizione notturna", poi ho chiuso gli occhi e mi sono messo a riflettere. E ho capito che non è vero, non è assolutamente vero che per viaggiare si debba oltrepassare la soglia di casa. Ci sono molti altri modi: per esempio con la fantasia, per esempio con un buon libro.

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